Tradurre Amalek, di Vincenzo Franciosi

Erri De Luca ha dedicato una parte importante del suo lavoro alla lettura della Torah, la Bibbia ebraica. Da anni invita i lettori a tornare al testo originale, alla lingua, alle parole prima che vengano filtrate dalle traduzioni e dalle interpretazioni. È un invito che condivido. Ogni documento storico dovrebbe essere affrontato, per quanto possibile, nella sua forma originaria.

Proprio per questo mi risultano difficili da comprendere le sue posizioni sulla Palestina.

La questione non riguarda semplicemente il fatto che De Luca continui a negare che a Gaza sia in atto un genocidio. Riguarda il rapporto tra i testi che legge e la realtà contemporanea.

La domanda che mi pongo è la seguente: quando De Luca traduce la Torah, traduce anche Amalek?

Mi riferisco al passo del Primo libro di Samuele nel quale Saul riceve da YHWH (Yahweh) l’ordine di sterminare gli Amaleciti:

«Ora va’, colpisci Amalek e vota allo sterminio tutto ciò che gli appartiene: non risparmiarli, ma uccidi uomini, donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini».

Questo testo viene spesso presentato come una pagina imbarazzante, una sopravvivenza arcaica all’interno di una tradizione che avrebbe progressivamente elaborato forme più elevate di coscienza morale. 

A me sembra vero il contrario. Amalek non rappresenta un’anomalia. Rappresenta una delle espressioni più coerenti dell’universo mentale biblico. L’idea che Israele sia un popolo eletto. L’idea che una determinata terra sia stata promessa da YHWH a quel popolo. L’idea che il possesso di quella terra costituisca un diritto sacro. L’idea che lo sterminio del nemico (inclusi i lattanti) sia comandato da YHWH. Questi temi non occupano una posizione marginale nel testo. Ne costituiscono una parte essenziale.

Per questa ragione mi appare singolare il processo attraverso cui la Bibbia è stata progressivamente trasformata da libro storico del popolo di Israele in patrimonio spirituale dell’umanità. La si interpreta come una riflessione sull’uomo in generale. Il testo parla invece di un popolo particolare, della sua alleanza con YHWH (un dio etnico, superiore agli altri dèi, ma non unico), della terra che gli è stata promessa e dei nemici che ne ostacolano il possesso.

Per comprendere il carattere aristocratico e guerriero dell’Iliade basta leggerla. Nessuno si scandalizza se uno storico osserva che il poema omerico riflette i valori di una società fondata sulla guerra, sull’onore militare e sul prestigio delle aristocrazie combattenti. È semplicemente ciò che il testo mostra.

Nel caso della Bibbia accade qualcosa di diverso. L’elezione viene trasformata in metafora. La promessa della terra in simbolo. Il kherem (l’annientamento totale come forma di consacrazione distruttiva) in allegoria. Lo sterminio viene confinato nelle zone d’ombra del testo. Il risultato è una Bibbia profondamente diversa da quella che abbiamo davanti.

La trasformazione della Bibbia da libro storico di Israele in patrimonio spirituale universale costituisce una delle più straordinarie operazioni ideologiche della storia occidentale. Da questo punto di vista, il caso di Erri De Luca è esemplare. Da anni egli invita i lettori a tornare alle parole della Bibbia ebraica, alla loro concretezza linguistica, alla loro forza originaria. Eppure, quando alcune delle categorie fondamentali di quel testo riappaiono nella storia contemporanea, il nesso sembra spezzarsi.

Le categorie bibliche costituiscono una componente strutturale del linguaggio politico israeliano e del sionismo. Elezione, promessa, possesso della terra, separazione dagli altri popoli, legittimazione religiosa della conquista appartengono contemporaneamente al racconto biblico e all’universo ideologico nel quale si è formato il sionismo moderno. Quando Netanyahu richiama Amalek non introduce nel discorso politico israeliano un elemento estraneo. Rende esplicito ciò che normalmente rimane implicito. Quando i coloni rivendicano la terra promessa non stanno ricorrendo a una metafora. Stanno utilizzando una categoria politica e territoriale che continua a svolgere una funzione di legittimazione. Quando lo Stato di Israele definisce se stesso come Stato ebraico non parla il linguaggio dell’universalismo moderno. Attinge a una tradizione che continua a operare nel presente, fondata sull’idea di elezione, sulla promessa divina della terra e sulla distinzione razzistica tra Israele e gli altri popoli.

È precisamente questo nesso che non riesco a trovare nelle riflessioni di Erri De Luca.

Eppure proprio lui dovrebbe essere tra i primi a riconoscerlo. Conosce il testo. Conosce Amalek. Conosce il kherem. Conosce la promessa della terra. Conosce la logica dell’elezione. Ma quando si passa dalla filologia alla storia, quel nesso sembra scomparire.

Se le categorie dell’elezione, della promessa divina della terra e della separazione continuano a svolgere una funzione politica reale, allora ciò che accade in Palestina non può essere interpretato come un semplice conflitto territoriale. Da quasi ottant’anni assistiamo all’espansione di uno Stato che rivendica una terra in nome di una promessa divina, all’espulsione della popolazione indigena, alla colonizzazione sistematica dei territori occupati e alla progressiva riduzione dei Palestinesi a una presenza da contenere, frammentare, rimuovere attraverso lo sterminio.

Gaza non rappresenta una parentesi all’interno di questa storia. Ne rappresenta l’esito più estremo.

Per questa ragione rifiuto la definizione di guerra. La parola guerra rinvia a uno scontro tra contendenti. Gaza mostra altro: una popolazione assediata, privata dell’acqua, del cibo, delle cure mediche e delle condizioni minime di sopravvivenza, sottoposta alla potenza militare di uno degli eserciti più forti del mondo.

L’ultimo rapporto della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati afferma che Israele ha deliberatamente preso di mira i bambini palestinesi e collega queste condotte al genocidio in corso a Gaza.

A questo punto la questione non riguarda più soltanto l’interpretazione dei testi. Riguarda le conseguenze storiche delle categorie che quei testi hanno trasmesso.

Per troppo tempo Amalek è stato trattato come una pagina marginale, una sopravvivenza arcaica, un episodio imbarazzante da allegorizzare o dimenticare. Forse è giunto il momento di leggerlo per ciò che è: la radice teologica dell’attuale genocidio in Palestina.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

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