“Il velo nero” di Giovanni Camerana, di Sonia Di Furia

La donna fatale e le altre immagini della donna in letteratura

Uno dei motivi più ricorrenti della letteratura romantica è quello dell’amore impossibile, che genera tormento e infelicità e non può che concludersi nella morte, di uno solo o di entrambi gli amanti. È un motivo che, nel rinnovato interesse per il Medio Evo che caratterizza questa età, sembra riprendere spunti dalla letteratura medievale, si ricordi il romanzo di Tristano e Isotta. La tematica compare nella “Nuova Eloisa” di Rousseau, che rimanda proprio a una vicenda d’amore impossibile e tragico, quello di Eloisa e Abelardo, poi nel Werther di Goethe, nell’episodio di Daura e Arindal dei poemi ossianici, nell’Eleonora Di Burger, nell’Ortis di Foscolo.

Parallelamente a questo tragico conflitto, la cultura romantica tende a proporre, in una vasta gamma di forme, un’immagine idealizzata e sublimata della donna e dell’amore, che in certi casi sembra riprodurre anch’essa aspetti della cultura cortese medievale. Esemplare è nel Werther la resistenza di Lotte alla passione che emerge prepotentemente in lei e che, sia pure con indicibile sofferenza e con infinite lacrime, viene soffocata in nome della castità coniugale. Altra figura angelica è quella di Teresa nell’Ortis, il cui nome è capace di elevare l’eroe ad altezze straordinarie “Dopo quel bacio io son fatto divino”. In questo passo è evidente una concezione sublime dell’amore. 

Contemporaneamente, però, nella letteratura della seconda metà dell’Ottocento si infittiscono le figure di donne fatali, perverse distruttrici di uomini, già comparse nella produzione della prima metà del secolo, e il fenomeno si accentuerà ancora a fine secolo, soprattutto entro l’opera dannunziana. Il dato rivela nell’immaginario collettivo, a cui attinge la letteratura, una forma di paura della donna, che determina la nascita di un fantasma ostile e minaccioso. L’esplodere di questo odio e di questa paura non può essere ritenuto casuale. Alle sue radici è facile scorgere un indebolimento dell’identità maschile, una crisi della nozione di uomo che si verifica in questo periodo e che è causata dal sommarsi di diversi fattori, tutti riconducibili alle radicali trasformazioni indotte dall’imporsi della modernità. 

Il motivo della donna fatale è trattato particolarmente dalla cultura scapigliata, vero crogiolo dei temi della nuova letteratura: e non a caso, perché gli scapigliati sono i primi a percepire, ancora ai loro albori, i processi in atto. Difatti, insieme alla donna fatale, compare anche, nelle loro pagine, la figura dell’uomo debole e perplesso, che ha perso la sua forza e la sua sicurezza e si sente intimamente lacerato. Testimonianza significativa è la donna cantata da Giovanni Camerana nella poesia “Il velo nero” tratta dalla raccolta poetica “Poesie”, che comprende opere edite e inedite dell’autore e offre il panorama più completo del poeta magistrato, procuratore generale di cassazione, proponendo un singolare ritratto di intellettuale moderno alle soglie della sensibilità novecentesca. L’edizione che si prende qui in considerazione è pubblicata dall’editore Giulio Einaudi, 1968, con introduzione a cura di Gilberto Finzi. Libro difficile da reperire ma, alla fine, non impossibile. 

La donna che indossa il velo nero è un idolo remoto e irraggiungibile, da cui emana una fascinazione tenebrosa e inquietante. L’insistenza sull’immagine delle “arcane tenebre” rivela come ella sia vista quale simbolo della morte, che esercita sull’uomo un’attrazione morbosa, fatta di paura e al tempo stesso di voluttà di autoannientamento. Non solo, ma i “capelli d’abisso” e di “fuligine” evocano l’idea dell’inferno, mentre gli occhi “vibranti faville” sono un attributo tipico delle creature demoniache: la donna appare dunque come incarnazione del demonio, destinata a provocare la dannazione dell’uomo e proprio per questo sentita come affascinante. Inoltre, è definita “tigre”, una metafora che è ricorrente nel designare la donna fatale, e “fatal” è appunto l’aggettivo che accompagna il sostantivo tigre nei versi di Camerana.

Si sa, inoltre, quanto gli scapigliati sentissero, come tutta la cultura romantica, il fascino della morte. Ma vi sono altri particolari significativi: “l’abisso” e  “la fuligine” evocano subito l’idea dell’inferno; gli occhi sfavillanti sono un attributo costante degli eroi demoniaci romantici, si ricordino lo “sguardo di fuoco” del Corsaro Byron, gli occhi “scintillanti” del Vecchio Marinaio di Coleridge. La donna quindi appare come creatura infernale, incarnazione del demonio, destinata alla dannazione dell’uomo.

“Il velo nero”, però, non è un semplice accumulo di clichés: rivela una costruzione sapiente, un uso non banale delle parole, delle immagini, del ritmo. Il suo interesse deriva soprattutto dal suo carattere di contemplazione di un oggetto di forte attrazione e d’orrore. A dare un senso di fissità ipnotica concorre in primo luogo la continua ripetizione di formule e versi interi, col ritmo lento e sinuoso che ne deriva. Siamo in un clima già diverso da quello di Praga e Boito, in atmosfere che risentono del Decadentismo. Negli anni Ottanta, la poesia è del 1884, erano ormai noti Verlaine e Mallarmé, D’Annunzio aveva fatto le prime, fortunate prove di poeta. La parola poetica di Camerana già si carica di valori allusivi, il ritmo assume una musicalità evocativa, le immagini sono dense di valore simbolico.

 Persino il “classico” Carducci si lascia contagiare da questo mito tipicamente tardo-romantico e decadente nella poesia “A proposito del processo Fadda” (Libro II- Giambi ed epodi), in cui si richiama la sadica ferocia con cui le antiche donne romane si precipitavano a rivolgere il pollice in giù durante gli spettacoli nel circo. Tali donne fatali assaporavano lo spettacolo di sangue e di morte, mostrando tutto il loro piacere nel veder soffrire, ferirsi e morire i gladiatori, in uno spettacolo unico che univa lusso, sangue e crudeltà. Il richiamo alla romanità del basso impero diviene il motivo per rivelare il disappunto di Carducci per la curiosa morbosità, spesso ipocrita, con cui la società romana sua contemporanea seguì il processo per l’omicidio del capitano Giovanni Fadda nel 1879. L’opera critica il voyeurismo della borghesia e la sua morbosità, contrapponendola ai valori civili e morali che Carducci intendeva promuovere attraverso la sua poesia. L’opera fu scritta nel 1879, in seguito al processo per l’uccisione del capitano, un eroe risorgimentale. La moglie di Fadda e il suo amante erano accusati del crimine. La poesia è un attacco alla superficialità e alla morbosità della società dell’epoca, che Carducci vedeva contrapposta ai suoi ideali di giustizia e rigore morale.

 Una componente tardo-romantica o decadente è riconoscibile persino nel modo in cui il principe dei romanzieri naturalisti, Zola, raffigura la donna corrotta e sul limite della follia nel romanzo “La Curée”. In Renée, la giovane matrigna incestuosa che seduce il figliastro nel sensuale proliferare della vegetazione di una serra, compaiono i tratti tipici della donna fatale: la pieghevolezza crudele del felino “simile a un grande gatto dagli occhi fosforescenti”, che la rende simile alla statua  della sfinge in marmo nero “il mostro dalla testa di donna”; il dominio totale esercitato sull’uomo, un essere debole, indifeso e quasi femmineo nella sua fragilità, visto come “una preda rovesciata sotto di lei”; la lussuria sfrenata e insaziabile, il gusto perverso dell’amore proibito; persino il vampirismo, che si concentra nel particolare della bocca avida, contemplata dal narratore con una sorta di fascinazione ipnotica “la sua bocca si apriva allora con il luccicore avido e sanguinante dell’ibisco della Cina”. 

Non meraviglia allora trovare la stessa figura mitica in Verga, anche se mascherata sotto le vesti della contadina siciliana. Nella “Lupa” compaiono parimenti una serie di tratti tipici della donna fatale, seppur filtrati attraverso l’immaginario e i modi espressivi del narratore popolare, che si colloca all’interno stesso del mondo contadino. Il primo è l’aspetto fisico: è alta, magra, bruna, pallida, con i grandi occhi “neri come il carbone” che spiccano sul pallore del viso; poi i rimandi alla belva feroce, divoratrice di uomini, il soprannome è, appunto, la lupa; le “labbra fresche fresche e rosse che vi mangiavano”; la notazione “ella si spolpava i loro figlioli”; il carattere demoniaco “quegli occhi da satanasso”, “è la tentazione dell’inferno”, “prima che il diavolo tornasse a tentarlo”; la lussuria insaziabile, che non si arresta dinanzi ad alcun divieto morale o interdetto sociale. E difatti quella voracità sessuale conduce veramente alla perdizione il giovane genero, spingendolo al gesto omicida al fine di liberarsi “dall’incantesimo”.

Il mito della donna fatale, frequentato dalla letteratura “alta”, dove assume risonanze profonde grazie ai legami dell’immaginario collettivo con i grandi conflitti reali, viene poi riproposto dalla letteratura “bassa”, d’appendice, d’intrattenimento. In Carolina Invernizio, il motivo è degradato a stereotipo, per il consumo immediato di un pubblico non raffinato.  Nel personaggio di Nara di “Il bacio di una morta”, oltre alle arti della maliarda seduttrice, che usa il suo fascino perverso per irretire l’uomo, sottometterlo al suo dominio e spingerlo al delitto, non possono mancare gli elementi più comuni del cliché: la capigliatura nera, il lampo sinistro degli occhi, la pelle di tigre su cui la donna si sdraia, la lussuria ardente in contrasto con l’amore timido, pudico della donna casta, che guarda caso porta il nome simbolico di Clara, allusivo alla luce, al bianco della purezza.

Si è accennato, inizialmente, al fenomeno dell’indebolimento dell’identità maschile, causato dal sommarsi di diversi fattori, riconducibili alle trasformazioni sociali indotte dalla modernità. In primo luogo, il progressivo formarsi di un’organizzazione capitalista avanzata, che esclude oramai sempre più l’individuo energico e creatore della prima fase concorrenziale del capitalismo e che tende ad essere sostituito da grandi apparati anonimi, impersonali; ad essi si affiancano poi apparati burocratici egualmente giganteschi e anonimi, dinanzi a cui il singolo si sente impotente e smarrito; a ciò si aggiunge ancora il fatto che il nuovo sistema economico in gestazione comincia a creare  una società massificata, ridotta a una pluralità appiattita, in cui l’individuo non conta più, ma appare solo come minima rotella insignificante nel meccanismo. La crisi della nozione tradizionale di uomo, quella di maschio forte, virile, sicuro, capace di costruirsi con le proprie energie il suo mondo e di dominarlo, si riflette in letteratura nel moltiplicarsi di personaggi deboli, insicuri, inetti a vivere, sconfitti, che vengono a popolare le pagine degli scrittori di questo periodo, a partire già dai protagonisti della letteratura scapigliata e dei primi romanzi di Verga, per arrivare a quelli del primo D’Annunzio, di Svevo, Fogazzaro, Pirandello, Tozzi. L’uomo in crisi d’identità avverte soprattutto nella donna il banco di prova di questa debolezza, di questa inadeguatezza alla realtà, e da qui nasce quel senso di paura che, nel gioco dell’immaginario letterario, dà vita a quelle figure femminili perverse, inquietanti e minacciose. Complementarmente, con lo sviluppo della modernità prende avvio il processo di emancipazione della donna, di affrancamento della sua secolare condizione di subalternità al maschio, attraverso la lotta per la conquista dei diritti civili e politici, del lavoro, dell’istruzione, più in generale della propria libertà. La donna quindi appare all’immaginario maschile nemica e pericolosa anche perché nella realtà effettiva, con la sua emancipazione, minaccia le basi tradizionali del potere e del privilegio maschile. Per questo viene sentita come un pericolo da una virilità già psicologicamente debole a causa dei processi sociali sopra menzionati.

Al di là delle proiezioni mitiche, quali la donna fatale e la donna sublimata, la letteratura del secondo Ottocento si impegna in un’indagine sulla condizione reale della donna. Un vero e proprio archetipo di questa indagine, da cui deriveranno più o meno direttamente molti altri personaggi romanzeschi, è Emma Bovary di Flaubert. L’eroina flaubertiana rappresenta la piccola borghese di provincia, dalla sensibilità romantica esasperata, acuita dai libri avidamente divorati sin dall’adolescenza, che non sopporta il grigiore della vita quotidiana, il marito mediocre, l’ambiente sociale ottuso e soffocante e cerca di evaderne con sogni di vita intensa, lussuosa, aristocratica, segnata da sublimi e romanzesche passioni. Il tentativo di trasferire i sogni nella realtà, attraverso le relazioni adulterine, porta l’eroina alla rovina e alla morte. È evidente che il personaggio femminile è usato da Flaubert come strumento di impietosa analisi critica di tutta una società. 

È da osservare che per tutte queste eroine, Fosca di Tarchetti, Renée di Zola, Isabella di Verga, Giacinta di Capuana, Emma di Giacosa, insofferenti delle convenzioni del mondo borghese in cui si trovano imprigionate, è inevitabile la sorte tragica, il suicidio o comunque la morte. Infatti, da un lato gli scrittori, attraverso di esse, conducono un’analisi critica acuta del mondo borghese, ma dall’altro, rivelando un’ottica prettamente maschile, non possono permettere che la donna infranga radicalmente, con la sua ribellione, le convenzioni date: per questo, su di lei, alla fine cala infallibilmente la sanzione della morte. Una conferma a questa legge viene ancora da “Anna Karenina” di Tolstoj: per l’eroina adultera non può esistere altro sbocco che il suicidio.

 Una soluzione radicalmente diversa è, invece,  quella coraggiosamente prospettata da Ibsen in “Casa di bambola”, in cui la protagonista, Nora,  prende coscienza del fatto che la vita familiare è una trappola soffocante, che mortifica la sua individualità e la costringe a una subalternità infantile nei confronti del marito-padre, ma la sorte che Ibsen le assegna non è la morte, abitualmente riservata in letteratura alle donne che rifiutano le norme, né la rassegnazione e l’integrazione, come nel caso dei “Tristi amori” di Giacosa. Nora sceglie invece di abbandonare marito e figli, per cercare di uscire dai limiti della propria condizione infantile; per maturare e assumere una dignità, una libertà pari all’uomo, attraverso un’esperienza della realtà fatta in modo autonomo. 

Sin qui si sono esaminati personaggi femminili presentati dal punto di vista maschile. Ma il processo di emancipazione porta sempre più le donne, nel secondo Ottocento, ad assumere in prima persona l’analisi della propria condizione attraverso la scrittura. Se in certi casi l’immagine della donna delineata dalle scrittrici resta subalterna all’ottica maschile, in altri casi offre veramente una prospettiva “altra”, che rovescia i termini della questione. È il caso di Sibilla Aleramo, che in “Una donna” rappresenta un’eroina capace di prendere coscienza della condizione di schiavitù, di deprivazione della dignità personale da lei subita nel matrimonio, e le fa intraprendere un percorso di progressiva emancipazione, attraverso l’attività intellettuale e politica. L’analisi condotta dalla Aleramo raggiunge livelli di notevole profondità, non solo sulla condizione femminile, ma anche su quella maschile; sulla sostanziale debolezza psicologica dell’uomo, che viene mascherata dall’imposizione del suo dominio. 

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

Napoletano in pillole: Lezione 1, di Simona Iaccio e Stefano Russo, autori de “Il Tesoro della Lingua Napoletana” (Edizioni MEA)

Il napoletano è una lingua, ma purtroppo non s’insegna a scuola. Si parla a orecchio: quasi nessuno anche all’ombra del Vesuvio sa scriverlo correttamente. C’è un patrimonio di parole, di detti, di saggezze che col tempo sta scomparendo. Simona Iaccio e Stefano Russo hanno recentemente pubblicato un libretto adorabile dal titolo “Il tesoro della lingua napoletana”, che, lungi dall’avere “pretese filologiche o etimologiche”, ci propone con leggerezza una piccola antologia di cento tra espressioni, modi di dire, proverbi, con tanto di traduzione in italiano. Il volumetto ha inoltre il grande pregio di avere una grafica deliziosa e soprattutto di fornire le situazioni concrete in cui quelle frasi possono essere usate. In molte voci gli indigeni riconosceranno, tra un sorriso e un pizzico di nostalgia, la lingua dei genitori e dei nonni; i forestieri, dal canto loro, apprezzandone la ricchezza e la musicalità, avranno tanto da imparare su Napoli e la sua cultura. Personalmente l’ho regalato ai miei consuoceri comaschi, che credo abbiano apprezzato, visto che ogni tanto, nel corso di una telefonata o di una videochiamata, provano a ripeterne qualche battuta. Noi del Randagio, per darvi un’idea, abbiamo quindi deciso di proporvi una prima scheda, nella speranza che gli autori ci consentano in futuro di proporvene altre. Per dirla con Iaccio e Russo: “so’ cicere si se coceno” (sono ceci se si cuociono), ovvero “se son rose fioriranno”.  

gigi agnano

C’è una Napoli che canta pure quando piange, che balla anche se ha le tasche vuote, che ride di sé stessa prima che lo facciano gli altri. È in quella Napoli, che nasce il detto “Core cuntento â Loggia”, una delle espressioni più musicali e affettuose del repertorio partenopeo.

Ma chi è, davvero, questo cuore contento alla Loggia?

La Loggia di Genova era una zona franca del porto, concessa dalla città di Napoli alla Repubblica Marinara di Genova, dove commercianti, marinai e facchini si mescolavano ogni giorno.

In quel crocevia affollato e rumoroso, secondo la tradizione popolare, viveva un uomo sempre allegro, un facchino che non si lamentava mai, anche quando caricava sacchi pesanti o si trovava senza lavoro. La gente cominciò a chiamarlo così: “core cuntento â Loggia”, il cuore contento della Loggia. E da lì, la frase si diffuse.

Con il tempo, il detto ha assunto un significato più ampio: indica chi affronta la vita con leggerezza e buon umore, anche quando le condizioni non sono ideali. Non è superficialità, ma uno stile di sopravvivenza: l’arte napoletana di alleggerire il peso delle cose con un sorriso.

Dire che qualcuno è “core cuntento â Loggia” può essere anche una presa in giro, bonaria o pungente, se la persona in questione è un po’ troppo spensierata, magari fuori contesto, leggera fino all’ingenuità.

Come spesso accade nella lingua napoletana, la frase contiene un sorriso e una stoccata insieme. Perché il napoletano non giudica mai solo con le parole: ci mette dentro un tono, uno sguardo, un gesto. È lingua viva, che vibra sul confine tra ironia e affetto.

Nel cuore di questo detto – come di molti altri raccolti nel libro Il Tesoro della Lingua Napoletana – c’è un’eredità viva e affettuosa: quella di due donne chiamate Teresa, la mamma di Simona e la nonna di Stefano. Due figlie del popolo che “per ogni situazione avevano un detto, una frase, un’espressione che calzava alla perfezione”.

Simona Iaccio e Stefano Russo

Per acquistare il libro: https://amzn.to/4p6rF1U 

Per seguire Il Tesoro della Lingua Napoletana su Facebook: https://www.facebook.com/iltesorodellalinguanapoletana?locale=it_IT

su Instagram: http://@iltesorodellalinguanapoletana

su TikTok: http://tiktok.com/@tesoro_lingua_napoletana

Buon divertimento!

Haruki Murakami: “L’assassinio del commendatore” (Einaudi, trad. Antonietta Pastore), di Maurizia Maiano

Sono qui davanti a una pagina bianca di un file di Word. Scriverò? E con un click il mio messaggio raggiungerà alcuni amici. Il problema è che non riesco a scrivere, e penso… forse così si sarà sentito Lord Chandos quando cercava di descrivere il suo stato d’animo a Francis Bacon: non riuscire a trovare le parole giuste per raccontare il mondo. Tutto sembra essere diventato banale e inutile; non abbiamo il diritto di esprimere giudizi su di esso. Ci siamo persi in una intricatissima matassa di causa ed effetto e il bandolo che ci serviva per vivere in modo razionale si è spezzato.

Sono immobile, incapace di pensare e di raccontare ciò che ho “vissuto” nelle lunghe ore trascorse con L’assassinio del commendatore: un ometto di appena sessanta centimetri dipinto da Amada Tomohiko, seguace della pittura Nihonga e vissuto a Vienna durante il nazismo, una città non paragonabile a nessun’altra. Suo figlio Masahico darà in affitto la casa di suo padre al narratore senza nome, appena divorziato da Yuzu. Il narratore conoscerà Menshiki, che ha acquistato casa nelle vicinanze per osservare da lontano Akikawa Marie, la ragazza che vive con Akikawa Yoshimoto: il padre naturale o quello putativo? Akikawa Sokho, sorella di Yoshimoto, si prende cura di Marie e diventerà l’amante di Menshiki.

Tutti incontri casuali, apparentemente slegati, e tutti riconducibili al narratore che osserva con attenzione e minuzia. È lui che, in ogni situazione, in ogni piccolo accadimento, non si ferma alla superficie delle cose e ne cerca relazioni e connessioni: niente gli sfugge. La meraviglia — quel caso eccezionale per cui un pittore trova alloggio nella casa del grande Amada Tomohiko — e il rievocare la Vienna degli anni bui del nazismo e la pittura Nihonga, realizzata con la tecnica e i materiali della tradizione giapponese, sembrano farci cogliere, senza troppi giri di parole, che il nazismo non aveva nulla a che fare con Vienna, unica nella sua bellezza ed eleganza; e che la pittura Nihonga era espressione autentica delle proprie radici, lontanissima dal nazionalismo più becero.

L’artista-narratore è, come tutti gli artisti, attento a percepire ogni segno, ogni strano suono che gli giunge nel silenzio notturno della casa. Una campanella tintinna, ma non si sa da dove provenga, fino a quando si scopre una buca nel bosco: era poggiata lì, in fondo. Una grande buca e una campanella. Una campanella che ha fatto scoperchiare una buca. Ma quella buca era giusto scoperchiarla? Non sarebbe stato meglio rivivere tutto in modo nuovo?

Cosa potrebbe essere questo richiamo che viene da così lontano? Una campanella in una buca, e il suo suono che deve ricordarci qualcosa. Quasi due secoli fa, all’inizio dell’era Meiji (1868-1912), fu imposta l’occidentalizzazione del Giappone come politica governativa. Il Paese doveva allinearsi all’Occidente in tutti i campi: scientifico, letterario, filosofico, artistico. Doveva dimenticare se stesso? La pittura a olio occidentale, yōga, sostituì quella millenaria del Nihonga, che tende alla semplificazione e alla stilizzazione, elimina il superfluo e riduce gli elementi naturali alla loro essenza, usando pigmenti minerali applicati su carta washi o su seta, sempre materie naturali. Era come se tutto  il passato andasse perduto invece di aprire a nuove strade e a nuove interpretazioni.

Per caso i miei occhi si posano su una pagina del romanzo:

“No, signore, è troppo rischioso prendere per lei una strada riservata alle metafore. Se una persona vivente vi si addentra, basta sbagliare percorso una volta e rischia di finire in un mondo assurdo. Ci sono doppie metafore nascoste ovunque… si acquattano nelle tenebre, creature pericolosissime. Lei dovrebbe portare con sé qualcosa per farsi luce… incontrerà un fiume. È un fiume metaforico, ma l’acqua è reale. E al di là del fiume c’è un mondo che fluttua al vento della correlazione, un mondo che si estende all’infinito.”

È il nuovo mondo, il mondo delle possibilità: ha perso il suo centro di gravità permanente, è fluido e interconnesso, e si apre a direzioni imprevedibili. Cultura occidentale e cultura orientale si incontrano, come già Goethe, nel suo Divano Occidentale-Orientale, aveva intuito: un’immagine capace di ridurre ogni molteplicità a un principio unificatore.

La scrittura di Murakami è come una musica: si dissolve e si ricompone in una nuova armonia, in un andamento lento, costante e pieno di tensione. Libera la fantasia, le associazioni. È come un dipinto: lo leggi e lo interpreti ogni volta in modo diverso. È il doppio senso dell’arte: aiuta a conoscere la realtà, a riflettere, a capirsi — e rende ancora più labili i confini tra ciò che è reale e ciò che non lo è.

Breve biografia

Mi chiedevo come leggere la vita di Murakami. L’opera artistica riflette sempre l’essenza di ciò che si è. Se penso ai suoi romanzi immagino vite parallele, melodie di sax mentre un gatto cammina come un equilibrista sul cornicione di una casa al confine tra realtà e irrealtà. Il mondo in cui entrò — e che fece suo — gli apparteneva già: i suoi genitori erano insegnanti di letteratura giapponese. Artista lo era da sempre; pensava solo di amare di più la musica jazz. L’unica musica che poté poi trasferire nella sua scrittura, così creativa ed estemporanea, capace di inventare nuove melodie.

Prima di diventare scrittore, Murakami gestì con la moglie, dal 1974 al 1981, un jazz bar, il Peter Cat, nella città di Kokubunji, alla periferia occidentale di Tokyo. Restava in piedi fino a tarda notte e, dopo la musica raccoglieva bicchieri vuoti come fossero tracce di vite, note musicali rimaste in sospeso. Alle due del mattino la dimensione del tempo cambia: siamo immersi nel cuore buio della notte e non percepiamo nel sonno l’alba che verrà.

Murakami non si muove negli spazi letterari che crea: sembra piuttosto aggirarsi tra essi, scrutando ogni angolo, varcando silenzi, leggendo negli oggetti sparsi, nei mondi specchiati, nelle lune doppie e negli animali che osservano l’uomo come se sapessero qualcosa che lui ha dimenticato. Dai suoi romanzi si esce come da un sogno che ci lascia storditi e incapaci di spiegare.

Visse a lungo all’estero; ritornò in Giappone dopo il terremoto di Kobee l’attentato alla metropolitana. Era il 1995. Parve che un’altra porta si fosse aperta. Da lì nacquero libri che ascoltano il dolore invece di descriverlo.

Murakami, nato a Kobe nel 1949, vive oggi in un luogo che sembra una stanza sospesa tra le epoche. Corre ogni mattina, traduce Fitzgerald e Carver — autori a lui consoni —, colleziona vinili che sembrano avere un proprio respiro. Qualche volta, dicono, un gatto appare, lo guarda e se ne va. Forse è lo stesso di quando era bambino. Forse no.

Murakami non ha mai avuto bisogno di una risposta per continuare a scrivere. Nei suoi libri si entra come in un crepuscolo: non ci sono trame e, se ci sono, rimangono sospese. Non cercano limiti. Viviamo il suo racconto senza imboccare la strada della metafora.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Edurne Portela: “Maddi oltre il confine” (Voland, trad. di Giulia Di Filippo, 2025), di Silvia Lanzi

Il nuovo libro di Edurne Portela “Maddi oltre il confine” inizia come un monologo, anzi come una lunga preghiera a Dio, in cui la protagonista racconta di sé.

Una pennellata dopo l’altra, questo dialogo interiore ci restituisce Maddi, piano piano, e così il lettore si trova nel cuore della sua vicenda quasi senza accorgersene.

Credo che sia questo uno dei punti forti del libro: una narrazione che non soverchia, ma porta quasi per mano chi si accosta a questa storia che parla di una donna straordinaria che si dà da fare come corriere: in tempo di guerra – siamo negli anni ’40 del secolo scorso – inizia a contrabbandare beni voluttuari al di là del confine – in Spagna, per integrare i guadagni di un’attività non sempre florida. La sua vicinanza alla Resistenza, che all’inizio non la segna più di tanto, con il prosieguo della vicenda, complice anche la requisizione del suo hotel da parte dei nazisti, diventa la sua ragione di vita, e da tiepida simpatizzante ne diventa un membro molto attivo.

Maddi è una donna forte, insolita per quei tempi: divorziata, manda avanti un albergo con un socio molto più anziano di lei e, per sbarcare il lunario nei momenti di poco afflusso turistico si dedica ad un commercio non proprio legale. Molto religiosa, non manca mai alla messa domenicale dove viene regolarmente umiliata non potendo accostarsi all’eucarestia.

Insieme a lei ci sono tanti altri protagonisti che influenzeranno grandemente la sua vita: un figlio non esattamente suo, l’anziano socio (poi marito), varie figure della Resistenza da cui si farà coinvolgere un po’ alla volta (uno tra tutti il pizzicagnolo del suo paese), la nipote che la seguirà nella sua avventura, un sacerdote un po’ particolare…

Il racconto di Maddi, a cui la Portela dà un particolarissimo accento spesso drammatico ma anche ironico e forte, nasce da un incontro fortuito dell’autrice con un archivio storico dove è documentata, in modo spesso frammentario e contraddittorio, la vita di María Josefa Sansberro, nata a Oiartzun (una cittadina dei Paesi Baschi spagnoli) nel 1895 e che negli anni ’30 gestiva un albergo molto popolare ai piedi del monte Larrún, al confine tra Spagna e Francia.

È proprio per colmare alcune lacune e risolvere contraddizioni che la Portela ha iniziato ad inventare. Non ad inventare tout court, ma ad immergersi nel personaggio di Maddi per farne emergere tutta la complessità. E a compulsare decine se non centinaia di testi, tra cui studi, memoir, saggi, volumi, lettere e diari per dare spessore agli altri personaggi, ai luoghi e agli ambienti in cui si svolge la vicenda. Non contenta delle letture fatte, la Portela ha parlato a lungo con chi Maddi l’ha conosciuta e con figli e nipoti di chi, purtroppo, è morto nel frattempo.

Ne risulta un romanzo corale, in cui la fantasia e la verosimiglianza hanno riempito in modo superbo gli interstizi lacunosi e privi di documentazione. 

Una denuncia contro la barbarie dell’uomo, un memoir antifascista perché, afferma l’autrice, non è possibile non schierarsi.

Maddi diventa così la portavoce di tutti quegli individui, uomini e donne, che hanno concretamente fatto qualcosa contro l’atrocità nazista e di cui si sono perse tracce e nomi.

La storia di Maddi diventa una parabola e uno sprone per non dimenticare.

Edurne Portela ci accompagna in un luogo lontano, sia nello spazio che nel tempo, per farci conoscere una donna concreta, forte e testarda, una donna vera, che con le sue luci e ombre ci fa rivivere in modo privilegiato, uno dei periodi più bui della nostra storia recente.

Silvia Lanzi*

Edurne Portela presenterà “Maddi oltre il confine” a Napoli, alla libreria Luce di Lorenzo Marone giovedì 4 dicembre alle 18.30; e a Roma, alla Nuvola Centro Congressi dell’EUR (Sala Antares), il 6 dicembre alle 14,30 nell’ambito di “Più Libri Più Liberi”.

*Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Florin Lăzărescu: “Camminata al mattino nel villaggio”, traduzione per il Randagio di Giada Chetti

Florin Lăzărescu è un autore romeno contemporaneo che racconta la quotidianità con attenzione ai rapporti familiari, ai piccoli conflitti emotivi e ai silenzi che abitano la vita di provincia. La sua narrativa è semplice, diretta, ma capace di cogliere dettagli profondi attraverso scene intime e dialoghi essenziali.

Propongo qui un breve estratto da una narrazione che segue un padre e una figlia durante una camminata mattutina nel villaggio.

Giada Chetti

I due si incamminano lungo la stradina lunga e sconnessa, attraversando banchi di nebbia che rendono la strada ancora più buia.
– Come si è scaldato tutto di colpo! Al risveglio nevicava così tanto che dicevi: ne verrà un metro!
Salta un fosso, per poco non gli scivola la chitarra dalle spalle. Arrivano davanti a un cancello e lo aprono. Tornano sulla strada.

– Quello scemo di Dorin non ci ha nemmeno aspettato.
– Come sai che non è in casa?
– Non vedo il chiavistello all’interno. Doveva esserci.

– Almeno non andiamo da soli… Facciamo due chiacchiere, no?
– Non voglio annoiarti con i miei problemi, come dice tua madre.
– Lascia in pace la mamma. Che problema hai con lei? Perché litigate così tanto?
– Io? Lei inizia a litigare.
– Papà, per litigare servono due persone.

– Eh, è una vita che lavoro come uno schiavo. Mi alzo alle quattro, lavoro tutto il giorno, poi torno a casa alle otto di sera… Parlo al vento con voi. Che ne sapete voi?! Io esco di notte e di notte rientro.
– Lei non lavora?
– Sì, ma non quanto me.

– Papà, chi ti lava i vestiti? Chi lava a terra? Chi ti fa da mangiare?
– Tua madre. In questo caso hai ragione tu.

– E quindi perché non ti comporti bene con lei?
– Quando che non ho tempo?
– Non scherzare. Quando è stata l’ultima volta che le hai fatto un regalo?
– Tre anni fa, per l’8 marzo.

– E lei non ha apprezzato?
– Ha steso le calze e mi ha detto che sono buone come corda per impiccarsi, e spray per non puzzare nella bara.
– Eh, scherzava.
– Ti pare uno scherzo?

Elena scoppia a ridere.

Florin Lăzărescu  

Florin Lăzărescu, scrittore e sceneggiatore, nasce a Doroșcani (Iași) il 28 marzo 1974. È uno dei fondatori del FILIT (Festival Internazionale di letteratura e traduzione) che si svolge annualmente a Iași. Nel 2003 viene pubblicato da Polirom il suo primo romanzo Ce se știe despre ursul panda (Che cosa si sa del panda gigante), ma solo nel 2005 l’autore diventa conosciuto grazie al suo romanzo Trimisul nostru special (Il nostro inviato speciale). L’ultimo suo romanzo, uscito nel 2021 sempre per Polirom, è Noaptea plec, noaptea mă-ntorc (Di notte esco, di notte rientro).

Giada Chetti, torinese, laureata all’Università degli Studi di Torino in Traduzione con specializzazione in polacco e romeno. Ha vissuto sia in Polonia che in Romania dove torna ogni volta che può grazie anche alle borse di studio, come la FILIT per traduttori offerta dal Museo Nazionale di Letteratura di Iași o quella dell’Istituto Culturale Romeno. Ha all’attivo traduzioni di Emilia Ivancu, Mihai Eminescu e Radu Florescu.