Suad Amiry: ‘’Golda ha dormito qui’’ (Feltrinelli, trad. M. Nadotti), di Giovanna Senatore

Chi abita qui?

“se solo queste case potessero raccontare la storia, quello che hanno visto e vissuto, quello di cui sono state testimoni”.

Case protette dal e nel tempo; case piene di luce, filtranti da porte e finestre, spalancate alla vita; case violate, sventrate, saccheggiate, ridotte in polvere; case spettrali, sbilenche, labirintiche. 

Case dense di oggetti che hanno battuto il tempo restando immobili a preservare ricordi: divani segnati dalle impronte dei corpi a lungo sdraiati in cerca di pause, vestiti riposti in armadi densi di odori di chi li ha indossati, caraffe, tazze, bicchieri, gelosamente tramandati.

Case svuotate di oggetti e di memoria, case nude, porose, ridotte a buchi da cui nulla trapela, neanche la luce.

Case, luoghi della memoria reali e non, luoghi di spazi ma anche di sogni, luoghi gomitolo che aprono/serrano il confine tra un dentro e un fuori. 

Case su cui ruotano parole: raccontano amori o solitudini, dolori o gioie, frammenti di vita che chiedono di essere letti e riletti, creando un’isola di senso, lungo i percorsi delle narrazioni, tramandate oralmente o impresse in libri, a garantire memoria.

Libri preziosi perché aprono connessioni impreviste e imprevedibili da scoprire e narrare, dando vita a un puzzle dove il disordine si fa ordine, pronto ad essere scompaginato sotto la spinta del tempo incalzante.

Suad Amiry, scrittrice per caso, architetta di professione, scrive nel 2013 un testo struggente e carico al contempo di uno humor dissacrante e feroce, Golda ha dormito qui

Perché Suad Amiry?

Perché la storia di Suad Amiry, nata a Damasco da madre siriana e padre originario di Jaffa è la storia della Palestina, della perdita dei suoi territori, della violenza colonialista esercitata implacabilmente dallo stato israeliano, volto allo sradicamento del popolo palestinese dalla sua terra. 

Suad Amiry sceglie di raccontarla da una angolatura particolare: l’espropriazione immobiliare praticata da Israele nel silenzio assordante del mondo, all’indomani della cosiddetta, dagli israeliani, prima guerra di indipendenza, tradottasi, drammaticamente, per i palestinesi come l’inizio dell’esilio (la catastrofe, la Nakba,) e l’avvio della lotta per il diritto al ritorno. 

Il 4 maggio del 1948

 avendo onorato la parola data,

 uno stato ebraico sulla Palestina,

  gli inglesi fecero fagotto e se ne tornarono a casa.

  Dissero che sentivano la mancanza della cucina di casa

  roast beef e budino dello Yorkshire

  con contorno di cavolo lesso.

  Salirono a bordo delle loro navi e salparono

  senza una parola di scusa

 o di addio. 

La Sposa non fu mai consultata

non il dicembre del 1917 quando sbarcarono

né tantomeno il 2 novembre del 1917 quando Lord Balfour

fece la sua dichiarazione

quel che Dio non aveva fatto per secoli

Lord Balfour lo portò a termine in sessantadue parole.

Quando arrivarono si chiamava Palestina

quando se ne andarono, era diventata Israele…

Il 4 maggio del 1948

si lasciarono alle spalle due popoli in lotta 

uno più forte, l’altro più debole

il nuovo e potente giubilò e volle di più

“Quel che è mio è mio e quel che è tuo è mio anche quello

mentre il vecchio e fragile, spossessato e disumanizzato,

fu lasciato a piangere e a lamentarsi.      

Suad Amiry scrive partendo dall’inizio del tutto e, subito, colpisce la decisione di alternare alla prosa il verso, lì, dove il dolore della ferita si fa più forte, lì, dove è necessario resistere al pianto e alla recriminazione per poter testimoniare.

La scrittura, quindi, come ultimo baluardo “contro le pratiche disumane e le ingiustizie che sfigurano la storia dell’umanità”, come testimoniava Edward Said.

La Palestina viene raccontata nel momento in cui tutto precipita e ciò che si palesa sono massacri, esecuzioni, bombardamenti senza fine sulle città della costa. Interi villaggi dati alle fiamme, cancellati in modo chirurgico giornali, teatri, caffè, i luoghi identitari di una vita comunitaria.

850 mila palestinesi, metà della popolazione araba della Palestina dell’epoca, furono costretti a darsi alla fuga, o, a emigrare. Quelli obbligati a sgomberare, caricati a forza su camion e navi; chi restava si ritrovava chiuso in ghetti militarizzati, in un paese nuovo di cui non parlavano la lingua, visti e vissuti come nemici.  

Agli esuli restava solo il pianto: 

“Avevano perso la casa, il giardino, il frutteto, il campo, la terra dove erano nati. Persi erano mare e montagne, colli, valli e pianure, laghi e sorgenti e il letto dei fiumi, siti archeologici e campi beduini, villaggi, paesi e città.”

Ma, il cuore pulsante del dolore si materializzava per tutti nella sottrazione di “ciò su cui si regge una vita equilibrata: le fondamenta profonde chiamate casa”.

Il racconto di Suad apre sulle case abbandonate, con gli armadi pieni di vestiti, le fotografie, le tavole apparecchiate, i fiori nei cortili, le piante nel soggiorno, le tazze di caffè e i bricchi ancora caldi di una bevanda lasciata lì in attesa di un ritorno mai avvenuto, e, torte d’arancia pronte ad esser divorate dalle mani ingorde dei piccoli.

I muri rubati impunemente trascinano via anche le anime, la memoria, i gesti, gli affetti in loro racchiusi. Stanze smarrite verso cui si muovono le azioni di chi, appellandosi alla giustizia, cercava di riabitarle, strappandole agli israeliani che le avevano occupate.       

Lotta destinata a infrangersi contro il muro di una legge scandalosa promulgata da Israele nel 1950; con lo scopo di gestire i beni – compresi contanti, azioni, mobili, libri, società, banche e altri beni mobili – di cui erano entrati in possesso in seguito alla fuga disperata dei palestinesi, gli israeliani dichiaravano i legittimi proprietari arabi assenti presenti: esistenti per lo Stato di Israele ma inesistenti quanto a diritti di proprietà. La comunità palestinese fu così costretta a vivere, quotidianamente, l’assurdità di avere qualcuno che viveva nella casa della propria famiglia senza poterci più mettere piede. 

È di questi present absentees, Suad Amiry, lei stessa present absentees, si fa voce parlante, in cerca di storie e appartenenza, da narrare, raccogliendo frantumi di ricordi, fotografie sopravvissute ai pochi album recuperati e salvati dalla distruzione e, storie raccontate da chi cercava, anche nell’angoscia e nel timore, di ricordare per non spegnere la memoria di quanto accaduto.

Suad Amiry sa che è necessario ascoltare con estrema attenzione per poter dar voce a un dolore che non si cancella; e così scorrono uomini e donne con il loro fardello di racconti. Di casa in casa il libro disegna una città scomparsa, giardini tranciati via con i loro profumi, finestre piombate, mura crivellate di proiettili. Eppure, la città scomparsa riappare viva e palpitante, densa di emozioni mai cancellate, quando le storie procedono catturandoci nel labirinto dei loro abitanti, dove riaffiorano libri giocattoli, dipinti, libri di musica, tappetti e foto di famiglia mai più restituiti.

Tra le narrazioni in cui mi sono persa, seguendo il viaggio della scrittrice tra i vicoli di una Gerusalemme a noi sconosciuta, mi fermerò sui ritratti di Andoni, Gabi e Huda Al-Imam.

Andoni, il più celebrato tra gli architetti palestinesi, aveva negli anni ‘30 progettato e realizzato la casa per la sua famiglia, che era solito chiamare Nour Hayati (luce della mia vita). Dopo le espropriazioni del 1948, cercò ogni via legale per riottenere il permesso di tornare ad abitarci. Aveva tutti i documenti legali, tutte le carte e le fotografie che attestavano la sua proprietà, gelosamente custoditi in una cartella rossa. Con questi, nel 1968, si presentò alla corte israeliana che riconobbe senza alcun dubbio la proprietà della casa. La gioia di aver vinto la causa si spense immediatamente perché la corte gli fece notare che non risiedendo nella propria casa era una absentee landlord. 

A nulla valsero le proteste: nell’atrio del tribunale lì dove si raccoglievano le persone per avere giustizia da Israele, Andoni, con il suo corpo immenso che lo faceva svettare sugli altri, comunicò il suo sdegno e la sua impotenza. Non più con parole, ormai, bruciate, inascoltate perché private di senso da una legge insensata ma con la potenza e la violenza annichilente della risata e del silenzio:

Prima si rotolò dalle risate

poi si piegò su se stesso

tenendosi lo stomaco, poi l’addome

quindi cadde a terra, disteso sulla schiena, i piedi in su a  

scalciare l’aria,

quell’aria che traboccava dalle sue risate.

Continuò a ridere, a ridere, a ridere, e ancora a ridere

finché la risata si spense

poi ci fu silenzio

e ancora silenzio 

un silenzio totale

un’immobilità totale

un silenzio di tomba.

12 giugno 1983: inaugurazione del “Tourjeman Post Museum”, il Museo della riconciliazione. In fila per entrare il figlio di Andoni, Gabi: da quando aveva avuto notizia dell’apertura del museo, aveva cominciato a raccogliere ritagli di giornali e di riviste arabe, ebraiche, inglesi, francesi e tedesche che documentavano l’importanza dell’evento, sottolineando che la sede un tempo era stata avamposto israeliano e che le modificazioni apportate all’edificio come le strette finestre blindate, erano state lasciate a testimonianza  della violenza del conflitto e della lotta israeliana contro la prepotenza dei cecchini giordani che, per diciannove anni, avevano fatto fuoco contro le case israeliane dall’altra parte del confine.” per decisione israeliana il danno è stato conservato a testimonianza”. A testimonianza di cosa? Era la domanda che Gabi si poneva mentre lentamente procedeva seguendo la lunga coda. 

Giunto nell’atrio, lo vediamo lanciare, distratto, uno sguardo al salone sulla destra, cancellare i rumori e il chiasso che lo circondava per rimuovere il tavolo di vetro rotondo e risistemare al suo posto un paio di divani Chippendale bianchi e beige, due sedie Art déco in cuoio rosso e un tavolino da caffè in mogano. 

Ma il suo comporre lo spazio veniva interrotto dalla voce della signorina alla cassa che gli chiedeva il pagamento del biglietto.

Pagare per entrare? E mentre la folla protestava per la perdita di tempo provocata dalla sua insistenza a non sottostare all’acquisto del biglietto, i polmoni di Gabi iniziarono a dare fiato a una risata sempre più nevrotica che salendo dall’atrio “raggiunse la foresteria, la sala da pranzo, quindi l’ampia cucina. Si fece strada verso le stanze della famiglia al piano di sopra, infilandosi nella camera da letto dei genitori, nella camera da letto rosa di sua sorella, nella camera da letto blu di suo fratello George e infine nella sua. La risata penetrò in ogni cassetto e in ogni angolo degli armadi della sua stanza, ma gli album di fotografie non si vedevano da nessuna parte”.

Quegli album che testimoniavano il suo passato, la sua infanzia, i suoi ricordi di adolescente erano scomparsi e con essi era stata cancellata ogni prova che avesse mai avuto una vita a Gerusalemme, che avesse abitato in quella casa.

Sì, il museo, dedicato al dialogo, alla coesistenza, era la casa meravigliosa sottratta ad Andoni: nella brochure, nessuna traccia di chi l’aveva progettata, amata, abitata.

Il museo della coesistenza aveva saputo bene insabbiare la verità. 

Huda Al-Imam è l’altra grande voce a cui dà corpo Samir Amyn: 

Quando Huda, il 7 giugno 1967, vide il volto di suo padre inondato di lacrime perché gli era stato impedito di entrare nella sua casa di famiglia a Gerusalemme giurò a se stessa che non avrebbe dato il permesso a nessun israeliano di vivere in pace nella casa di suo padre. Ogni sabato, da quarantacinque anni, teneva fede al voto fatto. Si presentava davanti la sua abitazione, entrava nel giardino, e, immancabilmente, si lasciava arrestare dalla polizia chiamata dai nuovi occupanti. Ormai la polizia conosceva bene Huda, i giudici la conoscevano, e lei conosceva bene tutti i giudici. Ma continuava ad insistere: moderna Giovanna D’Arco, così la chiama Samir Amyn, guidata dalla sua ossessione, era pronta ad organizzare, bastava contattarla, ogni sabato dei tour in cui portava le persone, a volte interi pullman di turisti alternativi, a vedere le antiche case palestinesi. Tra quelle anche quella in cui aveva alloggiato Golda Meir, la madre per il popolo israeliano, l’Israele prepotente e bugiardo che aveva occupato una terra non sua. Huda non lasciava scorrere via, nei racconti con cui accompagnava le visite, che la Meir nel prendere possesso della “sua villa, si assicurò che la scritta araba fosse sabbiata per occultare il fatto che il Primo ministro di Israele abitasse in una casa araba”.

In Huda risuona tragicamente l’ossessione di non potersi fermare, perché, come precisa Samir Amyn, la maggior parte dei palestinesi, perseguitata dal passato e torturata dall’iniquità del presentenon può essere libera, perché è la Palestina ad occupare ogni pensiero:

Mi lascerai mai andare?

Per una vita

Un anno

Un mese

Un’ora

Un minuto

Anche solo un secondo

No”.

Giovanna Senatore

Giovanna Senatore: laureata in Filosofia, ha insegnato Storia e Filosofia nei licei classici; formatrice in corsi di aggiornamento per i docenti lungo due tematiche: la letteratura attraverso lo sguardo del pensiero femminista, l’uso dello spazio e del linguaggio teatrale. Ha guidato laboratori teatrali in qualità di esperta in vari istituti scolastici. Fonda l’associazione culturale “Le macchine desideranti” curando la regia di tredici spettacoli dove corpi e parole possano colpire nella loro nuda e secca forza. Ha curato laboratori di scrittura a partire da testi incrociati di scrittrici che hanno ricamato tessiture preziose. Venerdì 23 maggio, al teatro Bolivar di Napoli, va in scena il suo ultimo spettacolo “mai SUPPLICI”.

Intervista a Sandra Petrignani per “Carissimo dottor Jung” (NeriPozza, 2025), di Edoardo Pisani

Sandra Petrignani fra le ombre di Jung

A ottobre Neri Pozza ha pubblicato l’ultimo romanzo di Sandra PetrignaniCarissimo dottor Jung, che ruota intorno alla figura del fondatore della psicologia analitica. Come accade spesso nelle opere di Petrignani, nel libro la realtà si mischia alla finzione formando una simbiosi narrativa particolarmente efficace. In Carissimo dottor Jung ci si raffronta anche al tempo perduto o – per dirlo con più leggerezza – al tempo che “passa”, cioè alla vecchiaia e alla morte, come scoprirà il lettore del romanzo. Ho pensato di porre a Sandra Petrignani qualche domanda. 

EP: Comincerei osservando la peculiarità della struttura del libro, con i capitoli della scrittrice Egle Corsani, che sta per l’appunto scrivendo un romanzo su Jung, alternati ai capitoli che narrano della visita di Christiana Morgan a Jung, che infatti è proprio Egle a scrivere. Nel corso degli anni, direi a partire da La scrittrice abita qui, uscito nel 2002 sempre per Neri Pozza, hai creato una nuova forma di narrazione biografica che è a un tempo romanzo e documento. Molti tuoi libri sono sia affabulazione narrativa che concreta ricerca dei fatti, cioè delle vite di cui ti occupi. È stato un processo studiato? Hai sempre saputo dove ti avrebbero portata le esistenze che affrontavi? Quanta intelligenza c’è nelle tue strutture narrative? Qual è invece la loro componente istintiva? 

SP: Comincio dalla fine. Direi che la componente istintiva è predominante. È l’istinto a dirmi: di Duras occorre che tu ne sappia di più, oppure: Jung può aiutarti parecchio in questo momento difficile della tua vita. Io seguo l’istinto non solo quando scrivo, ma anche nei rapporti con le persone, nelle scelte che mi trovo a fare… E poi naturalmente studio, approfondisco, osservo a lungo le immagini, le fotografie, i gesti dei personaggi di cui mi occupo, dentro i video se ce ne sono. Dicono moltissimo la voce, la gestualità, la forma delle mani, i tic, lo sguardo. Anche quando, da giornalista, intervistavo grandi protagonisti, li lasciavo parlare dentro il registratore e intanto osservavo con molta più attenzione il loro muoversi nello spazio, il modo in cui si rivolgevano a me.

EP: A un certo punto Egle osserva che alla sua amica, Lorenza, non interessa tanto la trama del libro che sta leggendo quanto la mano del grande scrittore che c’è dietro, cioè lo stile. Suppongo che sia così anche per te; non per niente uno dei tuoi autori prediletti è Thomas Bernhard, un grande stilista. D’altra parte in Carissimo dottor Jung sembri quasi riappacificarti con alcune tecniche dei romanzi più prettamente narrativi; penso in particolare ai dialoghi. Il tuo è anche un libro sulla vecchiaia e sulla perdita. La forma tradizionale del romanzo – dialoghi compresi – è necessaria per raccontare il morire del tempo intorno a noi? Mi interessa il tuo parere sia di scrittrice che di lettrice. 

SP: In realtà non ho simpatia per i dialoghi, né come scrittrice né come lettrice. Preferisco il discorso indiretto. Ma in questo mio Jung ho dovuto arrendermi a parti molto dialogate, perché volevo immaginare il modo di essere del grande analista svizzero nella vita quotidiana, nell’umiltà con cui intratteneva rapporti con i suoi cani, col giardiniere, con l’amica-badante Ruth, e perché dovevo farlo interloquire non solo con Christiana Morgan, venuta a Küsnacht dagli Usa proprio per dialogare di nuovo con lui dopo tanti anni, ma anche con pazienti e colleghi, donne soprattutto. Del resto la terapia analitica si basa sul dialogo, no?

EP: Infatti è forse il tuo romanzo con più dialoghi. A un certo punto Egle dice di essere stata a trovare Italo Calvino e Antonio Tabucchi nei loro appartamenti parigini. Sei davvero stata a trovarli? A proposito di Tabucchi – e tornando alla domanda che ti facevo prima – mi viene in mente un suo titolo postumo che è in realtà un verso di Carlos Drummond De Andrade: Di tutto resta un poco. Ti chiedo: cosa resta di tutto quanto, cioè delle vite che viviamo o che abbiamo vissuto? I capitoli finali del libro, mi sembra, rispondono in parte a questa domanda…

SP: Ho conosciuto Tabucchi quando per un periodo ha abitato a Roma. Provò anche a farmi pubblicare il mio primo romanzo, Navigazioni di Circe, da Adelphi, ma senza successo. A Parigi però non sono mai andata a trovarlo, anche se eravamo rimasti in contatto e ho sempre molto amato i suoi libri. Di Calvino ho visto ben tre case: quella di Roma per un’intervista e quelle di Parigi e di Roccamare dopo la sua morte, perché ero diventata amica della moglie Chichita. Avevano molto amato entrambi quell’intervista, fatta due mesi prima che morisse, e lei mi chiese di darle la registrazione. Così feci e mi prese in grande simpatia… Non so cosa pensassero Calvino e Tabucchi del “dopo”, io mi sono convinta, attraverso il buddismo, certi studi sulla reincarnazione, e con Jung, che non finisca tutto con la morte, ma che la vita sia un’esperienza fra un prima e un dopo di cui dovremmo approfittare al meglio per accorciare il ciclo delle rinascite.

EP: Restando in qualche modo nel tema delle rinascite, in Egle non è difficile individuare un tuo doppio romanzesco, come già nella Nina di Addio a Roma e nella Elettra di Autobiografia dei miei cani. Nel capitolo L’osservatore è l’osservato – titolo che proviene da una frase di Krishnamurti – scrivi: “Forse il romanzo su Jung è venuto a chiudere un cerchio nella sua vita. O magari ad aprirlo?” Credi che Carissimo dottor Jung sia la “biografia romanzesca” (ma la definizione è inesatta) in cui racconti più di te? Pensi davvero che possa chiudere un cerchio? O magari – come lascia intuire il saluto dell’uomo alla fine del romanzo – ne stai aprendo un altro? Il tuo Jung è un arrivederci o un addio? 

SP: Al momento non ho nessuna spinta interiore per mettermi a scrivere qualcos’altro. E io non so scrivere romanzi tanto per scrivere. È stato un’esperienza molto forte questo mio Jung effettivamente e del resto non ho niente di impubblicato, se non un mucchio di racconti, dentro i cassetti, su cui mettermi a lavorare. Ma i racconti sembra non li voglia leggere nessuno… Chissà poi perché…

EP: Io li leggerei volentieri. Ho amato molto i racconti di Poche storie (Theoria, 1993), che andrebbero ripubblicati, e prima o poi mi procurerò anche i racconti di Vecchi (Theoria, 1994; Baldini&Castoldi, 1999). Ma torniamo a Carissimo dottor Jung. Lo definirei un grande libro di sogni. Ti capita mai di sognare gli scrittori che hai conosciuto? E quelli che hai letto o di cui hai scritto? I morti ti dicono qualcosa, come in quella poesia di Wisława Szymborska, Intrighi con i morti? Le ombre ti spaventano?

SP: No, non mi spaventano per niente. Vivo fra molte ombre, del resto. Ma sogno poco, e ancor meno ricordo. Scrittori non mi pare di averne mai sognati. Comunque Szymborska è una poetessa del mio cuore…

EP: Nel libro Jung sostiene di avere le prove dell’esistenza di un aldilà. D’altronde molte tue opere parlano di fantasmi. Non penso soltanto alle biografie, ma anche, per esempio, a Care presenze, o persino a Catalogo dei giocattoli, come scrive Manganelli nella prefazione (“Scrivere un libro sui giocattoli. Non è un’idea brillante? Semplice? Inquietante? Ma è, forse, un’idea terribile. È come scrivere un libro sui fantasmi, sulle apparizioni…”). Per te leggere significa convivere con gli spettri? E scrivere? 

SP: In parte sì, è proprio così. Soprattutto scrivere. È portare a galla l’inconscio, che di fantasmi è fatto – prima di tutti quello dell’infanzia – e se ne intende. Leggere uno scrittore con cui sono in sintonia è conoscerlo profondamente. Se è morto, sì, un po’ è riportarlo in vita.

EP: Hai un rapporto molto particolare con la morte e con i morti. Ti capita mai di visitare i cimiteri? La possibile esistenza di un aldilà ti spaventa o ti rassicura? 

SP: I cimiteri non mi piacciono. I miei morti cerco di tenermeli vicini, “sentirli”. Mi spaventa il buio. La fine totale di tutto, che tutto ciò che si è faticosamente capito nella vita vada perduto. Mi sembra uno spreco insensato.

EP: Per allontanarci dal macabro direi di porti una domanda che è anche un divertente corto circuito fra realtà e finzione. A un certo punto del libro, nel capitolo La turbolenta corrente del tempo, Egle legge a Lorenza il romanzo Emma, di Jane Austen. Ora, nel 2012 hai tradotto proprio Emma, per Einaudi. Egle legge l’edizione Einaudi? Il tuo alter ego ha fra le mani la traduzione di Sandra Petrignani? O magari hai immaginato un mondo alternativo in cui Egle Corsani – e non Sandra Petrignani – ha tradotto Jane Austen. Ma cosa ti ha spinto a tradurre proprio Emma

SP: Emma è davvero il romanzo che amo di più di Austen. Per questo l’ho tradotto. Ma tradurre è un mestiere molto difficile, più di scrivere, perché devi scrivere assumendo un’altra identità! Per questo l’ho fatto raramente.

EP: Carl Jung è il primo uomo a cui dedichi un romanzo. È stata un’esperienza diversa rispetto ai libri su Marguerite Duras e su Natalia Ginzburg? In questi anni di scrittura ti sei sentita anche “attratta” da lui, come talora capita alla tua Egle? Jung era un tipo burbero, scrivi, però capace di infinita dolcezza. Era il tuo genere di uomo? 

SP: No, proprio no. Troppo Maschio Alfa, troppo consapevole. A me sono sempre piaciuti gli “incrinati” come diceva Grazia Deledda. Però, un momento, parlo di me giovane. Ora magari mi potrei innamorare di uno come lui che ha risposte per tutto, chissà… Non a caso ho scelto di raccontarlo da vecchio, nell’ultimo anno di vita, quando più che risposte, torna a farsi tante domande…

Io, scrivendo, amo spostarmi sempre. Ho scritto dei luoghi delle scrittrici e in tante si sono messe a farlo. Ho scritto di scrittrici famose… idem. Entrare in una psiche maschile è più difficile se sei una donna? Mah, devo dire che mi è piaciuto molto. Forse anche perché Jung era un uomo che capiva profondamente le donne, e le stimava, e le amava.

EP: Sebbene tu non sia un’autrice per così dire “politica”, si sente che hai scritto Carissimo dottor Jung in un tempo di guerre crudeli e insensate. Le guerre le fanno soprattutto gli uomini. Penso all’Ucraina, penso a Gaza… Il Jung bambino e il Jung anziano sono tormentati dalla stessa domanda: “Se Dio è buono, perché il male?” Lasciando da parte Dio, ti chiederei la stessa cosa, cara Sandra: perché esiste il male? L’uomo si salverà dalla sua stessa ferocia? 

SP: Non ne era sicuro nemmeno Jung, figurati io! Certo il periodo che stiamo attraversando sembra essere tornato a una barbarie che la tecnologia avanzata rende più devastante e forse più crudele. E non solo per le guerre che si sono scatenate fino a sfiorarci, ma anche per la psiche dei singoli che si scatena in comportamenti efferati. E spesso ancora più ignobili perché stupidi. C’è in giro una pericolosa incapacità di ragionare, di capire se stessi e l’altro da sé.

EP: Amo molto alcuni tuoi romanzi ormai fuori edizione. Penso in particolare a Come fratello e sorella, pubblicato da Baldini&Castoldi nel 1998, dove c’è una definizione del suicidio molto forte ma a mio parere decisiva: “Il suicidio, sosteneva lui, non è una richiesta di affetto, non è un gesto amichevole. È mandare a fare in culo tutti quanti, definitivamente, e tutti insieme.” Prima o poi il libro si ristamperà? Che rapporto hai con i tuoi libri più vecchi? Dopotutto hai pubblicato Navigazioni di Circe nel 1987, ben prima del Circe di Madeline Miller… 

SP: Non mi rileggo mai, se non per caso. Non sono molto attaccata a quel che ho scritto, anche se sono contenta di averlo fatto. Per cui non mi do per niente da fare perché i miei libri tornino in libreria. Non tormento gli agenti letterari, non ricatto gli editori. Se ci pensano loro, bene (e devo dire che qualche volta lo fanno), se no, pazienza. Vivo molto nel presente. E poi il mondo è pieno di libri fondamentali che la gente non ha ancora letto…

EP: Rileggendo le parole sul suicidio e gli elenchi di Come fratello e sorella mi è tornato in mente un brano molto bello di Carissimo dottor Jung, ossia quando Egle pensa che la vita è “un gioco di costruzioni che si sfalda”. L’affermazione potrebbe riguardare anche Catalogo dei giocattoli, in effetti, ma non solo. Una delle particolarità delle tue opere, credo, è di osservare con lucidità non tanto la morte quanto il morire del tempo. O meglio, il passare del tempo, come dice l’insegna del bar in cui si incontrano Egle e Lorenza alla fine del libro, raffrontando il tempo che “passa” al tempo “perduto” di Proust. In fin dei conti il tempo che passa o che muore è anche la storia di Addio a Roma, no? E torniamo al verso di Carlos Drummond De Andrade che ti ho citato in precedenza: Se di tutto resta un poco. Il tempo che passa ma che riaffiora nelle opere può essere – per il lettore, per lo scrittore – un tempo presente, vale a dire vivo? La letteratura e l’arte sono un ripiego dalla vita che fugge o anche una possibile àncora di salvezza? 

SP: Che belle cose mi dici e che belle domande. Ma io non ho una mente filosofica e quindi tutto quel che posso dire è molto personale. Per me scrivere (e leggere inevitabilmente) è stata un’àncora di salvezza fin da piccola. Credo che i veri artisti con la loro arte hanno cercato e cercano soprattutto di guarirsi, e di essere amati, anche, forse. Quanto all’immortalità dell’opera immagino che, in punto di morte, sia una ben magra consolazione….

EP: Un’ultima domanda. A un certo punto il tuo Jung dice a Christiana: “Il compito consiste nell’adempimento della propria vocazione e singolarità. È questo che dà un senso alla vita, ma è un compito che non esclude la possibilità della sconfitta.” Quali sentimenti e emozioni smuovono in te queste parole? Sandra Petrignani, a differenza di Christiana Morgan, sa accettare la “sconfitta”? 

SP: Ne ho dovute accettare parecchie sinceramente. E sono una che ama arrendersi, piuttosto che combattere con le unghie e coi denti. Quella frase di Jung, come altre, è un grande insegnamento. Conoscersi, cercare di essere all’altezza della propria vocazione (che può essere anche semplicemente quella di non averne nessuna) e accettare la possibile sconfitta senza tragedie e senza farlo pagare a chi abbiamo vicino. Io mi aiuto anche un po’ con qualche farmaco, quando serve. Che male c’è?

EP: Grazie. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026 Marsilio pubblicherà il suo terzo romanzo.

Émile Zola: “L’assommoir” (Rizzoli, trad. Luigi Galeazzo Tenconi), di Lavinia Capogna

Il sogno di Gervaise

Émile Zola (1840 – 1902) era un uomo sensibile, pieno di talento. 

Riuscì a farsi notare nel variegato mondo letterario parigino con le sue prime opere e vari articoli e nel 1870, a trent’anni, firmò con un editore un contratto che ben pochi scrittori avrebbero avuto il coraggio di accettare: scrivere venti romanzi in vent’anni e ci riuscì.

I venti romanzi, intitolati “I Rougon-Macquart. Storia naturale e sociale di una famiglia sotto il Secondo Impero” (Les Rougon-Macquart. Histoire naturelle et sociale d’une famille sous le Second Empire) pubblicati tra il 1871 e il 1893, prendevano a modello la “Commedia umana” di Balzac ma erano/sono assai diversi nello stile e nei contenuti.

 

Non è necessario leggerli in ordine cronologico, anche se i personaggi sono collegati fra di loro essendo discendenti della stessa famiglia.

Edmondo De Amicis, scrittore ligure autore del famoso libro “Cuore”, ha lasciato un resoconto prezioso di una sua conversazione con Zola nella quale l’artista francese (ma di padre italiano) gli svelava il suo modo di procedere nel lavoro (nota 1). 

Quando Zola aveva un’idea letteraria iniziava a fare un’indagine giornalistica sull’ambiente che intendeva descrivere. Se voleva descrivere un mercato, per esempio, stava tutta la giornata sul posto, prendeva appunti, annotava la topografia, le botteghe, guardava le persone, i modi di fare, di parlare, l’abbigliamento, i tessuti, i colori, faceva caso agli odori, ai dettagli. 

Man mano che il romanzo prendeva sempre più forma, con i suoi personaggi e i suoi eventi, quelle note meticolose gli servivano per essere fedele alla realtà.

Egli tracciava anche un’accurata descrizione delle psicologie dei personaggi. 

Era infatti vicino alla corrente letteraria del Naturalismo e a quella scientifica del Positivismo. Il Naturalismo rigettava le ombre inquietanti del gotico e del fantastico, gli abili ed ingenui stratagemmi letterari del feuilleton, la narrativa idealizzata e romantica borghese per concentrarsi obiettivamente sul popolo. Zola era un impetuoso socialista e nella vita un uomo riservato, timido, gentile (nota 2).

Il suo modo di scrivere era cinematografico ben prima che il cinematografo fosse inventato, nel 1895, dai Fratelli Lumière. Se fosse vissuto nel XX secolo sarebbe stato, molto probabilmente, un grande cineasta e non a caso fu un appassionato della nascente fotografia. 

Leggere i suoi libri vuol dire entrare in un mondo perduto, ma da lui così vividamente descritto, da farci quasi dimenticare il presente. 

Nel 1876 Zola incominciò a pubblicare su una rivista il settimo romanzo del ciclo sui Rougon-Macquart , intitolato “L’Assommoir”.

Lo scandalo fu enorme sia per la trama sia per il linguaggio (nota 3) e si dovette interrompere la pubblicazione. 

L’anno seguente venne pubblicato in volume ottenendo un grande successo e violente critiche. 

“L’Assommoir” era il nome di un’osteria di infimo ordine dove operai, disoccupati e disperati si stordivano con vino da poco prezzo, acquavite e assenzio. 

Spesso nelle versioni italiane si è lasciato il titolo originale che si può tradurre “l’ammazzatoio”. Qualche traduttore ha optato per “lo scannatoio”. 

Nel 1954 il regista René Clément ha realizzato un bel film dal romanzo intitolandolo “Gervaise”, come la sua protagonista, una scelta a mio avviso azzeccata. 

Gervaise era interpretata dalla bellissima e radiosa attrice austriaca Maria Schell che venne premiata al festival del cinema di Venezia. 

L’Assommoir è la storia, ambientata tra il 1850 e il 1877, di una giovane donna, Gervaise Macquart, la quale nonostante tutte le circostanze le siano negative e le persone contro, tenta di costruirsi una vita onesta e dignitosa. 

Gervaise è bionda, bella, un po’ claudicante, tenace ma anche arrendevole, non vuole deludere o scontentare nessuno ma il mondo in cui vive è iniquo e violento. 

Nata a Plassans, una città del sud immaginaria in cui lo scrittore ritrasse la natia Aix – en -Provence, ha avuto un padre violento con lei e con sua madre. Ha iniziato a lavorare come lavandaia da bambina e a 14 anni ha incontrato Lantier, un ragazzo piacente, in teoria cappellaio ma in realtà nullafacente, con il quale ha iniziato, senza sposarsi, una relazione sentimentale da cui sono nati due bambini, Claude e Étienne.

Il primo era già apparso brevemente come pittore ritrattista nel grande mercato parigino di Les Halles qualche anno prima nel romanzo “Il ventre di Parigi” e sarebbe ritornato come tormentato pittore protagonista nel romanzo “L’Opera”. 

Il secondo Étienne, sarebbe stato invece l’introverso minatore protagonista di “Germinal” (1883), altri due bellissimi romanzi di Zola. 

Gervaise avrà anche una figlia da Coupeau, suo secondo compagno e marito, un parigino loquace e furbetto lattoniere, cioè riparatore di grondaie: la bellissima Nanà, futura protagonista del romanzo omonimo e cortigiana nell’alta società parigina. 

Gervaise sogna una vita semplice: un compagno che le voglia bene, un lavoro onesto, una casa modesta ma con qualche mobile grazioso, vicino a sé i suoi figli che adora e che spera che diventino “brave persone”. Il suo sogno sembra realizzarsi quando riesce ad aprire, facendo tanti sacrifici, una bella tintoria. 

Zola scrive: “Il trasloco avvenne immediatamente. Nei primi giorni, Gervaise provava una gioia bambinesca quando attraversava la strada tornando da una commissione. Si attardava, sorrideva alla sua casa. Da lontano, in mezzo alla fila nera delle altre vetrine, il suo negozio le appariva tutto chiaro, di una allegria inedita, con la sua insegna azzurra, dove le parole: Blanchisseuse de fin (lavanderia rifinita) erano dipinte a grandi lettere gialle. Nella vetrina, chiusa sul fondo da piccole tende di mussola, tappezzata di carta blu per valorizzare il candore della biancheria, erano esposte camicie da uomo ed appesi cappelli da donna con i lacci annodati a fili di ottone. E lei trovava il suo negozio grazioso, color cielo. All’interno, si entrava ancora nel blu; la carta da parati, che imitava una decorazione stile Pompadour, raffigurava un pergolato sul quale si intrecciavano delle piante rampicanti” (nota 4). 

L’unico che ama veramente Gervaise è il bello e onesto fabbro repubblicano Goujen. Vi è tra di loro un innocente, quasi non confessato sentimento. 

Le conseguenze della povertà, le ingiustizie sociali, l’alcolismo, i maltrattamenti contro le donne, il lavoro minorile, la promiscuità sessuale sono i temi del libro che Zola descrive non con l’occhio del moralista ma con quello del serio reporter oltre che con quello, ovviamente, del grande artista.

Nonostante la drammaticità della trama, essa è molto avvincente, non mancano momenti pateticamente buffi come i popolani che vanno a vedere il Museo del Louvre, dopo il matrimonio di Gervaise, con i loro abiti sgargianti o una bonaria ironia tutta francese ma anche episodi scioccanti come l’ubriaco che massacra di botte la moglie, salvata da Gervaise e da un vecchio operaio. 

E non si può non provare una grande amarezza che questi temi, che per un attimo nel Novecento avevamo creduto relegati al secolo scorso (il 1800), siano tornati di nuovo in prima pagina. 

Lantier e Coupeau sono i due personaggi maschili del romanzo sul quale non si può dire altro per non svelare l’inconsueta trama, Virginie rappresenta invece una doppiezza femminile più sottile e subdola. 

Anche i personaggi minori del libro, del composito microcosmo che lo compone, sono indimenticabili: dalla vecchietta che cuce bambole per 13 soldi nella sua misera stanza alla madre di Goujen, ricamatrice che reagisce dignitosamente alla terribile disgrazia che l’ha colpita: il marito si è suicidato in carcere, così come gli operai che si incontrano nelle osterie dove bevono vino e sminuzzano nelle pipe tabacco da pochi centesimi (fumare insieme la pipa ha una valenza per gli uomini d’oltralpe che non c’è in Italia). L’ambiente è tipicamente parigino, ma una Parigi ingrata, difficile, quella delle antiche strade tortuose e cadenti dove le donne rovesciano secchiate d’acqua ed i monelli giocano eccitati e tante vicende umane si incrociano ogni giorno. 

“L’Assommoir” è un capolavoro che non ha perso dopo 150 anni il suo impatto emotivo: ci conduce in un mondo senza speranza e redenzione dal quale egli fa emergere il volto di una donna tra la folla. Sullo sfondo si percepisce una sobria, contenuta ma palpabile compassione. 

………

Nota 1) Edmondo De Amicis, Ricordi di Parigi, capitolo intitolato “Émile Zola”. 

Nota 2) ho dedicato un articolo alla vita di Zola, intitolato “Il coraggioso Émile Zola” nel mio saggio “Pagine Sparse – Studi Letterari” (2024). 

Tra le varie biografie (purtroppo non tradotte in italiano) assai gradevole quella del noto saggista francorusso Henri Troyat intitolata “Zola” (Livre de Poche) 

Scriveva Guy De Maupassant su Zola: “La sua vita è semplice, molto semplice. Nemico del mondo, del rumore, del trambusto parigino (…) Si alza presto e non interrompe il lavoro prima dell’una e mezza circa, per il pranzo. Si siede di nuovo al tavolo verso le tre e le otto, e spesso torna al lavoro anche la sera. In questo modo, per anni è riuscito, pur scrivendo quasi due romanzi all’anno a comporre un articolo quotidiano (…)” (1883). 

Nota 3) in relazione al linguaggio, elemento importante del romanzo” L’Assommoir”, Zola usa varie espressioni dell’argot parigino o idiomatiche che contribuiscono al realismo del testo.

Egli si servì di un dizionario dell’argot, che è un dialetto parigino le cui prime tracce risalgono al 1500 – inizialmente usato nell’ambiente del sottoproletariato e della malavita ma oggi comprensibile in tutta la Francia. 

Bisogna anche considerare che è difficile tradurre fedelmente le frasi di un lessico specifico e minoritario di un’altra lingua: ci saranno sempre sfumature differenti. 

Nell’argot parigino come nel cockney londinese vi sono spesso delle espressioni colorite.

Il linguaggio del libro contribuì, oltre che la trama, ai grandi attacchi contro Zola della stampa borghese. 

In realtà la scelta stilistica di Zola era ineccepibile letterariamente: far parlare dei proletari del 1850 così come parlavano i borghesi sarebbe stato irreale.

Per verificare le traduzioni ho letto e confrontato l’edizione originale francese con alcune traduzioni passate e recenti. 

Personalmente, trovo quelle passate, come l’edizione Rizzoli, migliori perché nonostante alcune forme un po’ desuete, le parole e le frasi più audaci, pur mantenendo il loro significato, sono smorzate in confronto a quelle più recenti le quali, essendo eccessivamente volgari, sminuiscono il valore artistico del romanzo (in francese non suona così spinto). 

Nota 4) mia traduzione dal testo originale francese. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

L’arabo e la “pietra nera”. Come una lingua mi ha insegnato a capire i Greci, di Vincenzo Franciosi

Venticinque anni fa seguii un breve corso di arabo. Non avrei mai immaginato che quei rudimenti mi avrebbero spalancato un mondo. Con quelle poche nozioni, cominciai a vedere l’antichità greca con occhi nuovi, a cogliere nessi che l’archeologia classica, salvo rare eccezioni, ha quasi sempre ignorato.

Mi resi conto allora di quanto fosse limitato il nostro sguardo, chiuso nel perimetro ellenocentrico che separa artificiosamente la Grecia antica dal suo vero contesto: il Mediterraneo. Sabatino Moscati aveva già tracciato la strada, ma pochi tra gli archeologi classici l’hanno seguita. Tutto ciò che nasce dall’incontro fra Greci e Fenici viene solitamente attribuito geograficamente alla Frigia o alla Tracia, ricondotto a generiche culture antico-mediterranee, a lingue misteriose genericamente pre-greche, come se l’Oriente semitico non fosse mai esistito. Forse residui inconsci del “pregiudizio ariano”.

Eppure le prove sono sotto gli occhi di tutti. Prendiamo i Cabiri (greco Kábeiroi), i Megáloi Theói (Grandi dèi) di Samotracia, di Lemno, di Imbro, di Pergamo, di Tebe in Beozia, città fondata dal fenicio Cadmo (semitico √ qdm = Oriente), colui il quale ha insegnato l’alfabeto ai Greci (Erodoto V. 58; Diodoro B.H. III. 61. 1): nelle lingue semitiche √ kbr – kabîr vuol dire “grande”. È un’evidenza etimologica disarmante. Il sacerdote confessore del culto cabirico è indicato dalle fonti greche con il termine anellenico di kóes/kóies(Esichio, s.v. κοίης, κ 3230 Latte): ma non si tratta della chiara ellenizzazione del termine kohen/kahin, che nelle lingue semitiche vuol dire semplicemente “sacerdote”?

Lo stesso vale per la dea frigia Kubaba/Kybele, venerata a Pessinunte sotto forma di pietra nera caduta dal cielo, un betilo, in greco báitilos, dal semitico bêt/bait (casa, sede) + el (divinità) = sede della divinità. Quando quella pietra fu portata a Roma durante la seconda guerra punica, divenne il fulcro di un culto potentissimo: la Madre degli dèi, la pietra che racchiude il principio vitale. La pietra nera di Pessinunte, donata al popolo romano dal re pergameno Attalo, fu incastonata nella testa della statua argentea della Madre degli dèi.

In Kybéle troviamo la radice semitica √ k‘b che rimanda al cubo (in greco kýbos, in latino cubus), alla forma primordiale della pietra sacra. La Ka‘ba della Mecca, con la sua pietra nera, non è che l’eco di un simbolismo antichissimo, comune a tutto il Mediterraneo. Nella lingua latina il termine caput, da cui in italiano “capo” e nei dialetti del Sud-Italia “capa”, conserva ancora quella radice, che troviamo anche nel greco kephále: la forma stereometrica della testa, la solidità del principio. Kybéle è la divinità della pietra, la potenza che abita la materia.

Fu con quei pochi rudimenti di arabo che, un giorno, mi trovai a leggere un’iscrizione fenicia del IX secolo a.C. e a comprenderla. Mi vennero i brividi. Le parole erano semplici: “Io sono…, figlio di…, mio padre…, re di…, servo di…, re di…”. Ma era come se la voce stessa del Levante antico parlasse attraverso i secoli, limpida, comprensibile. L’arabo mi aveva restituito la vita della lingua madre.

La mia maestra di arabo era palestinese, originaria di Nablus (l’antica Neapolis) e, per uno scherzo del destino, si era stabilita proprio a Napoli. Si chiama Souzan Fatayer. Attivissima nel sociale, mediatrice culturale, traduttrice e interprete, oggi insegna arabo all’Università Orientale di Napoli. È una figura centrale della comunità palestinese napoletana: si batte per portare studenti palestinesi a studiare in Italia e per far curare nei nostri ospedali i bambini mutilati dai bombardamenti israeliani, feriti dai cecchini mentre giocano, lasciati deperire fino a morire di fame. Molti di loro, grazie a lei, sono stati operati e salvati all’ospedale Santobono di Napoli.

Souzan è stata candidata alle ultime elezioni europee, per poco non risultando eletta, e oggi si presenta alle regionali in Campania. Qualche giorno fa, un noto “giornalista”, onnipresente in televisione e noto per la sua “avvenenza”, l’ha attaccata con toni spregevoli, che non meritano neppure di essere ripetuti. È un segno dei tempi: oggi la cultura dominante non sopporta le voci libere, in particolare quelle palestinesi, soprattutto quando vengono da donne colte, determinate e moralmente integerrime.

Io, però, non dimentico che è stata proprio una donna palestinese a insegnarmi l’arabo, e dunque a farmi capire la Grecia. La lezione più grande che mi abbia dato è che le lingue, come le civiltà, non sono mai pure: vivono di incontri, di scambi, di pietre cadute dal cielo che diventano simboli universali.
E che anche la pietra, muta in apparenza, conserva una voce. Basta saperla ascoltare.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Intervista a Carola Susani per “Il dio delle genti” (Minimum Fax, 2025) – Capitolo Zero: Ep.5 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.5 Carola Susani, autrice di “Il dio delle genti” (Minimum Fax, 2025).

“Il dio delle genti” di Carola Susani si presenta come l’ultimo episodio di una trilogia che attraversa la storia italiana dagli anni ’50 ai giorni nostri. L’autrice tesse una trama dove la narrazione storica si fonde con una dimensione onirica, che sfiora il surreale. 

Al centro di questo racconto c’è la figura enigmatica di Italo Orlando, un personaggio quasi spettrale, la cui esistenza sembra oscillare tra realtà e allucinazione collettiva. Italo non è un semplice protagonista, ma una sorta di amuleto, un’entità che catalizza fortuna o sfortuna, agendo non attraverso la parola, ma attraverso i ricordi e le visioni della voce narrante. 

​Il romanzo è raccontato da Piera, una ragazza perseguitata dal senso di colpa per la morte del fratello e dei suoi amici, a causa del crollo di una palestra. La sua ricerca della verità funge da filo conduttore, aprendo un “vaso di Pandora” di segreti, illegalità e tradimenti che si sono infiltrati nelle vite dei personaggi e che, con il tempo, sono stati normalizzati a tal punto da essere considerati “parte del paesaggio”. 

​Uno degli aspetti più notevoli e disturbanti del libro è il modo in cui l’autrice affronta una relazione simil- amorosa tra la protagonista ancora diciassettenne e Ignazio, un amico cinquantenne del padre, coinvolto nella vicenda di cronaca. La relazione è descritta come un misto di curiosità sessuale e di vendetta contro i genitori che sembrano accettare tacitamente questa relazione, come se fosse una conseguenza naturale del trauma subito da Piera. Questo atteggiamento di arrendevolezza e disattenzione da parte degli adulti, che sembrano più preoccupati per le loro cause legali e le loro responsabilità che per la salute mentale della ragazza, solleva un’importante riflessione sulla negligenza emotiva, tematica cara all’autrice che non manca, nella sua lunga carriera, di racconti incentrati sull’infanzia e l’adolescenza disagiate e abbandonate. 

​Lo stile di Carola Susani è un notevole punto di forza del libro. Il suo linguaggio è impeccabile e descrive con precisione i luoghi e le condizioni di vita dei personaggi. Il lessico informale contribuisce a rendere i dialoghi autentici e vividi, riflettendo accuratamente il contesto sociale e culturale. 

​Il tono del libro oscilla tra il drammatico e il nostalgico, a volte con una voce narrante che si mostra distaccata, quasi estranea agli eventi che racconta, la cui voce trasla fra i ricordi e le testimonianze degli altri personaggi, che fanno come da ponte di verità ed emozioni. Questo espediente narrativo, in cui Piera sembra realizzare veramente la sua storia solo attraverso il racconto di terzi, crea una distanza che rende la narrazione ancora più efficace. 

​Il dio delle genti, pur trattando argomenti crudi e complessi, lascia il lettore con degli interrogativi aperti e inquietanti: è possibile che la sofferenza di un’adolescente possa essere così ignorata fino a quando non si manifestano segni evidenti di un grave disagio? E ancora, è possibile che la verità scomoda e il dolore passano volontariamente in secondo piano, rendendo la tragedia un’altra sfumatura di un paesaggio già desolante? 
Al lettore l’ardua risposta. A quello stesso lettore che, secondo la Susani, va stuzzicato e spronato a riflettere senza essere accompagnato per mano, affinché il libro gli lasci una scia disturbante e luccicante.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.