L’università sotto tutela: dal controllo tecnocratico al dominio governativo, di Vincenzo Franciosi

L’università italiana si trova oggi di fronte a una trasformazione che mette in questione la sua stessa ragione d’essere come istituzione libera e critica, in una parola democratica. Il progetto di riforma dell’assetto di governo universitario (mi rifiuto di utilizzare l’osceno termine governance), discusso in questi mesi e anticipato il 16 ottobre 2025 dal quotidiano il manifesto con un articolo di Luciana Cimino dal titolo eloquente Le mani del governo sugli atenei, rappresenta un salto di qualità nel lungo processo di subordinazione dell’università al potere politico. L’inserimento di membri nominati dal Ministero nei Consigli di amministrazione, la possibilità per il Governo di imporre “linee generali” vincolanti alle politiche degli atenei, la prolungata e condizionata permanenza in carica dei rettori e il pieno controllo ministeriale sull’ANVUR costituiscono tasselli di un disegno coerente: riportare l’università nell’alveo dell’obbedienza governativa. 

Questa svolta non nasce dal nulla, ma è l’esito logico di una deriva avviata ormai da vent’anni, quando, sotto la retorica della “valutazione” e della “meritocrazia”, venne istituita l’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca). Creata nel 2006 ed entrata in funzione nel 2010, l’agenzia si è presentata come un organo “indipendente”, ma in realtà strutturalmente subordinato al Ministero, che ne nomina i vertici e ne definisce gli indirizzi. Con i suoi algoritmi e le sue classifiche, ha imposto una visione economicista e produttivista della ricerca, fondata su indici bibliometrici, impact factor e su un’idea di “qualità” ridotta a quantità di pubblicazioni. È così che la valutazione, anziché incentivare il merito, ha introdotto una burocrazia del consenso, omologando i linguaggi scientifici, punendo la lentezza del pensiero e disincentivando ogni forma di sperimentazione critica. L’università è stata progressivamente svuotata della sua autonomia interna e culturale, mentre i docenti, anziché liberi studiosi, sono stati spinti a diventare funzionari della produzione accademica, intenti a compilare schede e a inseguire punteggi.

Il sistema ANVUR ha dunque rappresentato il primo passo verso la neutralizzazione del sapere: un controllo tecnocratico mascherato da modernizzazione.

La storia dell’ANVUR, dall’origine nel 2005 fino a oggi, è un esempio della capacità del potere politico italiano di mantenere una linea di continuità perfetta dietro l’alternanza apparente dei governi di centro-destra, centro-sinistra e dell’attuale di estrema destra. Su questo terreno è esistito un consenso trasversale intorno all’idea che l’università dovesse essere valutata, disciplinata e controllata secondo criteri amministrativi esterni alla comunità scientifica. Il primo passo avvenne, durante il terzo governo Berlusconi, con la legge Moratti del 2005, che delegò al governo la creazione di un’agenzia nazionale per la valutazione. Dietro il linguaggio modernizzatore e la retorica dell’efficienza si celava già una visione aziendalista: la ricerca non più come ricerca di verità, ma come prestazione misurabile. La successiva attuazione della legge, nel 2006, durante il secondo governo Prodi con Fabio Mussi al Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica, non modificò la sostanza del progetto: l’agenzia fu istituita formalmente con il Decreto legislativo 262, conservando la stessa logica di fondo, ovvero la sottrazione del giudizio scientifico alla comunità accademica per affidarlo a un organo centralizzato, tecnicamente dipendente dal Ministero. Che fosse un governo di centrosinistra non cambiò nulla, dal momento che la “valutazione” divenne un dogma condiviso, una parola intoccabile che bastava a giustificare ogni riduzione di autonomia.

Il passo decisivo si compì nel 2010, sotto il quarto governo Berlusconi e con Mariastella Gelmini al Ministero. Con il D.P.R. 76/2010 e la legge 240/2010, l’ANVUR fu finalmente resa operativa: i membri del consiglio direttivo venivano nominati dal governo, le valutazioni della ricerca (VQR) divennero condizione per i finanziamenti e la carriera dei docenti venne legata ai parametri fissati dall’agenzia. Da organo tecnico “autonomo”, l’ANVUR si trasformò in strumento di controllo ministeriale. Il linguaggio dell’efficienza nascondeva ormai una vera gerarchia amministrativa: chi non produceva secondo i criteri fissati dall’alto, semplicemente spariva dal sistema. Da allora, nessun governo ha rimesso in discussione questo assetto. I governi Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, tutti di area moderata o “riformista”, hanno consolidato e perfezionato la macchina burocratica, introducendo nuove procedure di valutazione e accreditamento e facendo della “qualità” un meccanismo premiale che in realtà ha accentuato le disuguaglianze tra atenei e discipline. Neppure i due governi Conte hanno alterato la logica del sistema, né il primo, “populista”, né il secondo, con Gaetano Manfredi ministro, anzi, la subordinazione ai parametri ANVUR si è fatta ancora più pervasiva. E oggi, con il governo Meloni, quel controllo si compie nel modo più diretto e ideologico. L’attuale governo di estrema destra non fa che raccogliere i frutti di un processo che centrodestra e centrosinistra hanno pienamente legittimato, trasformando una macchina di valutazione in uno strumento politico. In questa prospettiva, l’ANVUR non appare come un incidente, ma come la chiave di volta di un progetto ventennale, ovvero quello di svuotare progressivamente l’università della sua autonomia, prima con il linguaggio della modernità, poi con quello della disciplina, infine con quello della fedeltà. Ogni governo ha contribuito a un tassello della stessa costruzione: la conversione del sapere in amministrazione e la riduzione della cultura a funzione del potere esecutivo. Non c’è stato bisogno di un’imposizione autoritaria dal momento che la neutralizzazione è avvenuta in nome del merito, dell’efficienza e della responsabilità, parole che, una volta interiorizzate, hanno reso superflua ogni resistenza.

Oggi, con la riforma affidata a Ernesto Galli della Loggia, si chiude il cerchio. Non più soltanto valutare, ma governare; non più misurare la produzione universitaria, ma indirizzarne i contenuti e sceglierne i dirigenti. Galli della Loggia, custode di una visione elitaria e autoritaria della cultura, interpreta il proprio ruolo come restaurazione dell’ordine, propugnando un’università disciplinata, depoliticizzata e funzionale all’ideologia del potere. Egli è divenuto il paradigma dell’intellettuale di regime, che scambia l’autorità del sapere con la subordinazione al comando e giustifica la perdita di libertà in nome dell’efficienza e del prestigio nazionale.

L’università non sarà più una comunità di ricerca autonoma, ma un’articolazione dell’esecutivo; i rettori, dipendenti dalla benevolenza ministeriale; i consigli di amministrazione, luoghi di fedeltà e non di competenza; i docenti, sempre più precarizzati e condizionati dalla logica dei finanziamenti “premiali”. In questa prospettiva, l’università smette di essere il luogo della libertà di pensare e diventa una struttura amministrata, dove l’unico sapere ammesso è quello conforme.

Il controllo governativo dell’università è dunque un attacco alla società nel suo insieme. Svuotare di autonomia le istituzioni del sapere significa indebolire la capacità critica del Paese, ridurre lo spazio del dissenso e formare generazioni di studenti addestrati all’obbedienza più che alla riflessione. Difendere l’università dal controllo governativo non è una rivendicazione corporativa, ma un atto di resistenza civile: significa difendere la libertà di pensiero, la pluralità delle idee e la possibilità, sempre più rara, di un sapere non asservito, ma indipendente.

Non è dunque corretto leggere la trasformazione dell’università italiana come una deviazione imprevista di un progetto nato in buona fede. La valutazione, così come fu concepita nella legge Moratti e realizzata attraverso l’ANVUR, non era un semplice strumento di miglioramento, ma il dispositivo originario di un nuovo regime del sapere, fondato sull’idea che la conoscenza debba rendere conto al potere. Già l’istituzione di un’agenzia “esterna”, incaricata di misurare la qualità della ricerca e di distribuire risorse in base a parametri quantitativi, implicava la sfiducia nella comunità scientifica e l’abbandono del principio cardine dell’università moderna: l’autonomia del giudizio tra pari. Dietro la retorica della trasparenza e della meritocrazia si nascondeva una visione profondamente autoritaria, quella di un sapere che deve essere controllato, verificato, normalizzato. L’ANVUR non è stata quindi un errore tecnico o una degenerazione burocratica, ma il primo atto di un disegno politico più ampio, volto a ridurre la libertà di ricerca a funzione dell’amministrazione pubblica e l’università a branca del potere esecutivo.

L’attuale progetto di riforma non fa che rendere esplicito ciò che era implicito, ossia il passaggio dalla sorveglianza tecnocratica alla direzione politica del pensiero. Si è partiti dal mito dell’oggettività numerica per giungere al commissariamento della cultura, dal linguaggio neutro della valutazione al linguaggio esplicito dell’obbedienza. È un percorso perfettamente lineare, il cui esito era scritto fin dall’inizio: la fine dell’università come luogo autonomo di conoscenza, e la sua riduzione a strumento di legittimazione del potere di governo.

Difendere oggi la libertà accademica significa riconoscere questa genealogia e rompere con l’illusione che la valutazione sia mai stata neutra. Solo restituendo alla ricerca il suo carattere intrinsecamente critico e al sapere la sua irresponsabilità verso il potere sarà possibile riaprire uno spazio di verità dentro un sistema che, da due decenni, tende a trasformare il pensiero in amministrazione e la conoscenza in obbedienza.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

Remo Rapino: “Fubbàll” (Minimum Fax), di Gigi Agnano

“Certi giorni mi sento un albero di mele marce, altri un randagio smarrito che si allena a far finta di niente.

C’è un calcio che non esiste più da raccontare, un calcio periferico o di provincia giocato su campetti sterrati e polverosi, fatto di sacrifici e passioni autentiche, lontano dai riflettori, dal business e dai troppi soldi. In quegli stadi improvvisati, a bordo campo o dietro una porta senza rete, che ci fosse un sole africano, o il freddo e la pioggia, c’erano i tifosi, custodi di una passione che si tramandava di padre in figlio, che vociavano e urlavano, soffrivano e si dimenavano. C’era la poesia che va scritta di quei ricordi intimi, di un mondo di sentimenti che ancora scorre nelle vene di chi quel calcio perduto l’ha vissuto e masticato.

Con Fubbàll, Remo Rapino compone questo canto popolare, attacca con la colla di farina le figurine sull’album Panini dei calciatori anonimi, dimenticati, sempre perdenti tranne che in rare occasioni epiche, di un’epica da bar di paese che vale la pena celebrare e ascoltare.

Dodici biografie di uomini semplici – una per ciascun ruolo più quella dell’allenatore – che raccontano un calcio che si misura col sudore, le delusioni, i ricordi, le cicatrici e i rimpianti. Dodici uomini – avrebbe detto Gianni Mura e lo diceva di Pelè – “con niente di speciale”: dal portiere anarchico Milo il gatto con la dote del silenzio, che con quelle mani poteva fare solo il portiere o il carpentiere, al difensore coraggioso e macellaio, “limitato ma di cuore”, che si fa apprezzare non tanto per il talento ma per l’anima che mette in campo; passando per centrocampisti saggi e generosi, poesia e geometria, che fanno l’ uncinetto con i piedi “balzanti e sbirolenti”(Gianni Brera); fino all’attaccante segnato dalla vita e dagli infortuni. Dice il terzino Glauco: “non sempre la vita ti regala poesie, anzi spesso te le toglie”. 

I calciatori di Rapino ci portano con la mente alla poesia popolare di Saba, che in “Tre momenti” raccontava il calcio come un atto gioioso di comunione umana (“Festa è nell’aria, festa in ogni via,/ se per poco, che importa? “) e al Pasolini frequentatore assiduo a Bologna dello stadio Comunale e dei prati di Caprara (“i pomeriggi più belli della mia vita”), quello della rubrica “Il caos” per il settimanale Il Tempo dove poneva il suo sguardo critico sul “corpo dell’atleta”, evidenziando contraddizioni sociali e culturali che ancora oggi si rispecchiano nello sport. I personaggi marginali di Rapino hanno l’umanità e l’ironia delle voci di Soriano, quelle dei giocatori “tristi che non hanno vinto mai” di De Gregori, che affrontano la fatica e non si arrendono; richiamano alla memoria il calcio di “splendori e miserie” di Eduardo Galeano, per cui quando c’è la partita “si ferma il respiro del Paese, tacciono i politici, i cantori e i ciarlatani da fiera, gli amanti frenano i loro amori e le mosche interrompono il volo”.

Fubbàll è così la testimonianza che si fa canto corale di un calcio che non c’è più, ma che sopravvive pulito e genuino nei cuori di chi l’ha amato, un atto di memoria che restituisce dignità e valore a vite altrimenti anonime e sogni sui quali “si deve leggere la scritta Fragile”. Il lettore non legge solo storie di calcio, ma di quelle storie riconosce il pregio anche se il calcio non gli interessa affatto, perché Rapino, con uno stile in bilico tra l’ironico e il poetico, tratteggia esistenze polverose, intrise di nostalgia e va al nocciolo di un mondo complesso e passionale, profondamente umano. I suoi personaggi non sono supercampioni tatuati dalla testa ai piedi, ma persone normali che, come tutti noi, si accapigliano con la vita e perdono palla all’ultimo dribbling.

Remo Rapino, abruzzese, è stato docente di storia e filosofia. Dal 1993 ha pubblicato numerose opere di poesia e narrativa. Nel 2019 esce con Minimum Fax il suo romanzo più noto e apprezzato “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, che si aggiudica l’edizione 2020 del Premio Campiello, risulta finalista del Premio Napoli e candidato allo Strega. Sempre con Minimum Fax ha pubblicato nel 2021 “Cronache dalle terre di Scarciafratta” e nel 2023 la raccolta di racconti Fubbàll, vincitore del Premio per la Letteratura Sportiva Gianni Mura. In questi giorni è in uscita la sua ultima fatica dal titolo “La Scortanza”.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/2, di Francesca Chiesa

Un romanzo è una giostra

Credo da sempre nel romanzo ottocentesco, quello in cui i personaggi sono memorabili, la trama complessa, le caratterizzazioni straordinarie, il ritmo incalzante, l’ambientazione magnifica. Non mi appassiona molta narrativa recente che non ha storie e nemmeno protagonisti, che non ha grandi amori né grandi conflitti, che non è in alcun modo romanzo.” 

Matteo Strukul

Un romanzo di ambientazione storica non è necessariamente un romanzo storico.

Il romanzo storico è un racconto che presenta vicende fortemente condizionate dal periodo in cui si svolgono, e personaggi saldamente connessi con l’ambiente storico e culturale dell’epoca.

Poi ci sono i romanzi di ambientazione storica, che potremmo decisamente paragonare a quelle opere che si prestano a essere allestite con ambientazioni e costumi diversi, senza che ne siano alterati spirito e messaggio. Otello ma non Madame Butterfly, tanto per dire.

Proviamo a soffermarci sui due più noti romanzi di Lev Tolstoj : Guerra e Pace e Anna Karenina

Nel primo, ambientato all’epoca della spedizione in Russia di Bonaparte, la vita e il carattere dei protagonisti sono fortemente influenzati dalle vicende storiche che questi vivono: l’esempio più immediato è quello di Pierre Besucov, giovane infiammato dal fermento intellettuale della Parigi post-rivoluzionaria e napoleonica, insicuro, intelligente ma non razionale, a disagio nella Mosca alessandrina d’inizio ‘800. Più che le vicende personali, sul suo sviluppo spirituale incideranno le dolorose vicende della sua città e della sua patria, che lo trasformeranno da ingenuo rivoluzionario convinto di poter fermare Napoleone, in un saggio proprietario terriero, devoto alla Santa Madre Russia.

Senza Napoleone da amare e poi odiare, questo cambiamento non sarebbe avvenuto.

Anna Karenina, la cui pubblicazione segue quella di Guerra e Pace, è stato definito il capolavoro del realismo e il romanzo più bello del XIX secolo. Fosse stato ambientato nel Ventesimo secolo a Roma, e trattato dalla penna di un Moravia, di un Bevilacqua o di un Bassani, avrebbe comunque mantenuto il suo fascino di storia che eternamente si ripete, negli incroci d’amore di uomini e donne. La storia, qui, è un accessorio; sono i mobili scelti per arredare la scena.

Matteo Strukul ha scritto svariati, affascinanti romanzi storici e un libro che io ho già letto cinque volte senza riuscire a catalogarlo e che, quindi, mi piace tantissimo.

La giostra dei fiori spezzati è un’opera che non può essere catalogata come romanzo storico – le vicende narrate non sono necessariamente vincolate all’epoca in cui si svolgono – ma non possono, allo stesso tempo, essere considerate del tutto indipendenti dall’ambiente in cui si sviluppano. 

Fermiamoci qui, per il momento e andiamo a vedere il contesto storico in cui Strukul ambienta il suo racconto.

Negli anni ’80 e ’90 dell’Ottocento l’economia padovana conosce un discreto incremento, che porta alla nascita di nuove industrie e a un progressivo, anche se ancora parziale, abbandono delle campagne. 

La città di Padova, a fine secolo, fiorisce di imprenditori e magnati e letterati. 

Si stampano giornali – tra fine Ottocento e inizio Novecento, i principali quotidiani di Padova erano La Sentinella, Il Veneto e La Provincia di Padova – si avviano opere di pubblica utilità e beneficenza, si potenziano i settori dell’economia che già erano in via di sviluppo. Il tessile, la siderurgia e la stampa. 

Come se la città fosse tornata al benessere cosmopolita di Ezzelino. 

Ancora una trentina d’anni, forse meno, in cui la comunità ebraica fiorirà e produrrà frutti che purtroppo non resisteranno al tempo.

Chiedete in giro com’era invece  il Portello a fine ‘800: incubi notturni e nulla che profumi di panni stesi al sole.

In questo Porteo, così lo chiamano, non si vede che immondizia; i carretti che vendono verdura e pesce e i mucchi di rifiuti hanno tutti lo stesso colore e lo stesso odore. 

La strada principale che viene dalla grande porta, quella da cui entra in città chi viene da Venezia e dalla sua campagna, è come un paese ma un paese dell’inferno: tutta fiancheggiata da casette, dove sembra che si ammassi una quantità enorme di persone. Pare che qui il sole non riesca ad arrivare, sarà il fumo dei fuochi sempre accesi per scaldarsi o far da mangiare. 

Che poi fuochi, ma cosa bruciano? Le porte e gli scuri delle stamberghe, in cui si ammassano la notte e quando piove; vecchi mobili recuperati chissà dove, magari nei palazzi abbandonati, che sono tanti da queste parti, e quello che raccolgono in giro.

Vivono tutti del lavoro delle donne, e c’è solo un tipo di lavoro che una donna può fare da queste parti, vendere: verdura e pesce se è capace di procurarseli, lavori di cucito se li sa fare, se stessa se è disperata.

Queste sono le donne che racconta Strukul, i suoi fiori spezzati che esercitano al Portello ma non solo; nate per vivere male e morire ancora peggio, straziate come bestie da una bestia più feroce di loro.

Fossero rimaste in campagna – se fosse rimasto del lavoro nelle campagne – sarebbero morte di pellagra ma nel letto, circondate dalla famiglia, da quelli che ancora non erano morti.

Non ė un’invenzione di Matteo Strukul che le porta a morire in città, ma uno di quei giri di valzer che la storia ha fatto e rifarà, con il nome di rivoluzione industriale, nella seconda metà del XVIII secolo in Inghilterra e, nel nostro caso, tra ‘800 e ‘900 nel padovano.

La meccanizzazione del lavoro agricolo consente una diminuzione della mano d’opera a pari rendimento, quindi la forzata urbanizzazione degli abitanti delle campagne, lo sviluppo delle fabbriche, la creazione delle nuove classi sociali di borghesia e proletariato.

Per lo sviluppo della borghesia ė necessario l’aumento del numero dei proletari e, parallelamente, la salvaguardia delle concezioni morali su cui si basa la società borghese presuppone l’ampliamento del mercato della prostituzione.

L’eccessiva disponibilità di manodopera genera disoccupazione in campagna e in città e spinge all’emigrazione.

Miseria, ignoranza e frustrazione generano violenza: tanto in chi ne è causa quanto in chi ne diventa vittima.

Questo lo scenario in cui nasce e si sviluppa La giostra dei fiori spezzati, un romanzo che non dipende dalla contingenza socio-economica della Padova di fine Ottocento ma descrive uno stato di cose che generalmente si verifica in presenza di determinate condizioni, alle quali non è peraltro rigidamente vincolato.

Quindi, un particolare tipo di rapporto tra storia e vicende narrate, quello che ha instaurato Strukul con questo romanzo. Che è un romanzo a tutti gli effetti, non un vagabondare dell’autore intorno a se stesso.

Una domanda, per finire: perché la giostra? In un primo tempo avevo ipotizzato che potesse rappresentare la macabra danza delle fanciulle uccise. 

Oggi credo si riferisca piuttosto alla ruota del tempo che non smette mai di girare, sempre uguale a se stessa.

Francesca Chiesa*

Di seguito il link al precedente: 

Considerazioni di una lettrice fuori tempo/1

Un romanzo è un romanzo, un’autoanalisi è una noia

https://ilrandagiorivista.com/2025/09/04/considerazioni-di-una-lettrice-fuori-tempo-1-di-francesca-chiesa/

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

“La strega” di Bianca Pitzorno, un racconto d’incantamento, di Cristiana Buccarelli

All’interno della raccolta dei tre racconti del libro Sortilegi (Bompiani 2021) con cui Bianca Piztorno ha vinto il Premio Chiara nel 2022, c’è un racconto lungo intitolato La strega, che mi ha suscitato una tale fascinazione da spingermi a leggerlo più volte. Si tratta della storia immaginaria di Caterina Farcigli, una giovane e innocente creatura vissuta in Toscana nel Seicento, figlia di contadini proprietari di un podere isolato in fondo a una valle a una certa distanza dal paese di Albieri denominato Ca’ del noce, la quale nel 1631, quando è ancora molto piccola perde i genitori e i fratelli durante la peste ‘manzoniana’.

Nella sua visione infantile, vedendo scomparire tutti i membri della sua famiglia (portati via dai monatti toscani del Granduca quando lei non è presente), Caterina crede che i suoi e tutto il resto del mondo siano spariti per sempre e che lei sia l’ultimo essere umano rimasto sulla faccia della terra. 
Questa narrazione, nella migliore tradizione della Piztorno, ci restituisce un senso incantato di tempo e di spazio ed ha un sapore in parte fiabesco. C’è un incantesimo potente, quello del silenzio e del suo rapporto con la mente di Caterina, che cresce in una cascina immersa nella natura in totale solitudine e che diventa una giovane donna in compagnia di qualche animale domestico e di un merlo indiano, il quale le parla con la voce del padre, l’unica cosa che le resta dei suoni e dei rumori familiari di ‘quel mondo di prima’.
‘’Le pareva di vivere prigioniera di un incantesimo, un sortilegio, come quelli che aveva sentito narrare a veglia, quando tutti d’inverno si radunavano nella stalla e i vecchi raccontavano’’
Caterina cresce da sola, bellissima, innocente e selvatica, nutrita dalla terra e protetta dai suoi animali domestici e l’autrice riesce a darci il senso di una creatura incontaminata, che ha avuto il destino di essere al di fuori di qualsiasi contesto umano.
’Molte altre cose si chiedeva, ma non aveva risposta. Viveva, preoccupandosi solo dell’indomani, come i gigli nel campo, come gli uccelli nel cielo. Se adesso che ormai era alta come suo padre, e che da qualche stagione le era venuto ogni mese il sangue, la Santa Vergine non l’aveva chiamata, c’era sicuramente una ragione, pensava. S’era rimasta solo lei viva sulla terra, ciò significava che il Signore Iddio esercitava sul suo capo una speciale protezione e che mai, mai – se continuava a stare attenta e a scansare i pericoli del fuoco e dell’acqua – le sarebbe potuto accadere alcun male.’’
 Tuttavia a differenza della fiaba, o meglio delle edulcorate fiabe moderne, questo racconto ha in sé un seguito e un significato assai amaro: la bellissima fanciulla bionda, una volta scoperta dai compaesani molti anni dopo, mentre si bagna nel fiume del Rio Freddo, sarà denominata la strega di Vallebuja e verrà ritenuta responsabile di un periodo molto difficile, caratterizzato da carestie e lutti, per cui nella narrazione viene rappresentato quel meccanismo terribile in cui una comunità sceglie qualcuno come responsabile e capro espiatorio delle proprie disgrazie. Non è un caso che si tratti di una giovane donna bellissima, oltre che di una creatura selvatica, cioè di un personaggio che non può adeguarsi alle regole della comunità e del suo tempo.

 
Al personaggio di Caterina l’autrice ne contrappone un altro di genere maschile, Lorenzo Salvadoreschi, a cui dedica alcuni capitoli relativi alla sua vicenda di vita e al suo destino. Questo personaggio rappresenta, come dice la stessa Piztorno: <<una controparte maschile, non sopraffattrice ma compassionevole, per aver vissuto da bambino una simile esperienza di dolore e di abbandono…Volevo raccontare di un’infanzia deprivata e indifesa come quella di Caterina anche se non vissuta in solitudine>>. Lorenzo, -scrivano del signor Lomi (uomo di cultura che insieme a pochi altri non crederà mai alla stregoneria di Caterina)-  si ricorda di aver conosciuto Caterina da bambino, essendo stato pressappoco suo coetaneo, e sarà affascinato dalla sua bellezza da adulto, ma a differenza di molti altri proverà per lei solo una grande compassione: la visiterà nella prigione in cui si trova rinchiusa durante il processo per stregoneria, le lascerà il suo mantello per coprirla  e ordinerà per lei del vino caldo e della minestra.    
Un elemento che mi ha colpito particolarmente nella lettura di questa splendida e amara novella è la scelta e la capacità di variare il linguaggio ad opera della Piztorno. Nei capitoli in cui si racconta di Lorenzo Salvadoreschi sin da bambino, del suo rapporto da giovane con un maestro eremita che gli insegna a leggere e scrivere, e poi nei successivi in cui si muovono e agiscono i vari personaggi del paese di Albieri, c’è la scelta di una lingua che può definirsi secentesca nell’uso di alcuni termini, invece nei  capitoli dedicati interamente a Caterina, a quell’incantesimo di essere rimasta all’improvviso sola al mondo e di crescere nel silenzio, l’autrice utilizza una lingua diversa, totalmente moderna, e specifica il motivo di questa scelta: << Caterina in solitudine non parlava la lingua del suo tempo… non aveva interlocutori umani, solo il ricordo di qualche canzone popolare, e le frasi ripetute e inconsapevoli di un povero merlo indiano…Pensai che dovevo prestarle la mia di lingua, quella di oggi, una lingua che conosce gli studi di psicologia infantile, sulle fantasie dei bambini, sulle nevrosi da isolamento. Una lingua che sa di Freud e di Piaget, e degli studi antropologici sull’origine delle fiabe popolari’’.             
L’autrice regala a Caterina una personalità di grande fermezza, che non la farà piegare, nella forza invincibile della sua innocenza, a nessuna forma di tortura e vessazione: la ragazza durante il processo ammetterà solo il vero e con grande ostinazione dirà di essere ciò che è, solamente sé stessa. 
Inoltre Bianca Pitztorno scrive nelle note di essere rimasta affascinata, durante le ricerche e gli studi che le sono stati essenziali durante la stesura di questa narrazione, dalla scoperta e la lettura delle Lettere al padre, della figlia Virginia,  primogenita di Galileo Galilei, riscoperte negli anni Ottanta e pubblicate inizialmente dall’editore La Rosa di Torino, sia per la rivelazione della personalità di Virginia Galilei, sia perché la stessa racconta molti dettagli della vita del suo tempo in un italiano ‘antico, musicale, straordinariamente espressivo’. Non a caso la vicenda di Caterina, ci fa notare l’autrice alla fine della storia, è contemporanea al momento in cui avviene il processo storico di Galileo Galilei, il quale com’è noto si è concluso con l’abiura, e anche la fine, assai diversa, della giovane donna viene a coincidere con l’anno della morte del grande scienziato. Con il breve riferimento finale a Galilei nel racconto si vuole richiamare il contraltare della ragione e della razionalità, in totale contrasto con le tremende superstizioni e credenze popolari in grado di creare delle streghe e di condannarle. 

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Mirella Armiero: “Un pensiero ribelle. Maria Bakunin la Signora di Napoli” (Solferino), di Bernardina Moriconi

    “La Signora” così semplicemente era nominata, forse per quella soggezione che ispirava, mista ai modi spicci e a un piglio risoluto non poco in contrasto col suo fisico minuto. Ma l’appellativo derivava anche e soprattutto dall’ammirazione che Maria Bakunin, illustre chimica napoletana, ché di lei parliamo, ispirava, grazie a quella conoscenza delle misteriose e complesse concatenazioni capaci di tenere assieme sostanze ed elementi diversi e distanti. E lei, Marussia per i familiari, di distanze se ne intendeva visto che dalla lontana Siberia,  dove era nata nel 1873, era approdata  a Napoli. E qui sarebbe vissuta – fino alla fine dei suoi giorni, nel 1960 – assieme alla madre e ai fratelli, compiendovi quegli studi che l’avrebbero portata a essere la prima donna in Italia a laurearsi in chimica e anche la prima a conseguire una cattedra universitaria. E se Maria visse lontana da quel padre fisicamente e ideologicamente ingombrante e da molti temuto, Michail Bakunin, il grande teorico del pensiero anarchico, la giovane ebbe modo di crescere e maturare la sua formazione di donna e di studiosa  all’ombra di quel monte altrettanto ingombrante e temuto: lo Sterminator Vesevo. 

   

Proprio dall’ eruzione del Vesuvio  del 1906 prende le mosse Mirella Armiero per raccontarci nel suo volume Un pensiero ribelle. Maria Bakunin la Signora di Napoli (Solferino) i momenti salienti della vita familiare e professionale della Bakunin.

   E lo fa, la Armiero, mettendo le sue comprovate doti di giornalista – attenta alla verifica e alla documentazione – a servizio di una accattivante vena narrativa e di una scrittura fluida e agevole  pur nel trattare situazioni complesse ed  eterogenee (storiche, scientifiche, politiche…). Ciò appare evidente fin dalle succitate prime pagine, grazie al racconto dettagliato e ad ampio raggio di quella terribile eruzione. Mentre la Napoli che contava era infatti in fermento per l’attesa prima assoluta al San Carlo della Tess di Frédéric Alfred d’Erlanger, che da un mese soggiornava in città per allestire l’evento, il Vesuvio iniziava a ruggire e ribollire. E quando il 9 aprile lo spettacolo va finalmente in scena dopo un rinvio sempre dovuto alle intemperanze vulcaniche, i luccichìi degli abiti da sera delle dame verranno offuscati dai più sostanziosi e tristi bagliori della Montagna che erutta costringendo gli abitanti di interi paesi a fuggire lontano.

    A osservare la situazione, quasi a monitorarla, tra i tanti, italiani e stranieri, scienziati e  semplici curiosi accorsi, da segnalare anche la presenza di due donne, entrambe poderose nel proprio campo e che seguono la situazione con occhi e interessi diversi. Una è la Signora del giornalismo, Matilde Serao, all’epoca direttrice del <<Giorno>>, interessata ai risvolti sociali e cronachistici dell’evento, l’altra è la Signora della Chimica, che si muove per curiosità preminentemente scientifiche. 

   Ma certo la Bakunin non si interessò mai solo ed esclusivamente di scienze, vivendo in ambienti ideologicamente e culturalmente impegnati; inoltre, anche se il padre Michail, col quale aveva condiviso solo i primissimi anni dell’infanzia, morì distante dalla famiglia quando Maria era ancora molto piccola, lei coltiverà sempre un affetto che si farà quasi venerazione per quell’uomo dal forte appetito e dalle forti passioni, che continuò a considerare suo padre sebbene fosse figlia naturale  (lei e gli altri tre fratelli) dell’avvocato Carlo Gambuzzi, con cui la moglie di Bakunin ebbe una storia lunga e complicata che si concluderà con le nozze celebrate sempre a Napoli tre anni dopo la scomparsa di Michail: il quale a sua volta era a conoscenza del legame fra il Gambuzzi e la sua giovane moglie Antonia, ma  applicò anche alla sua vita privata quei principi di massima libertà che predicava in politica, lasciando alla consorte piena autonomia di decisione e quindi di azione in campo sentimentale. E per comprendere meglio lo spirito e gli ideali che informarono il grande filosofo dell’anarchismo  – l’ “idealista sentimentale”,  lo aveva definito Marx – la Armiero offre un’ampia  e illuminante digressione, trasportando il lettore in altri luoghi e in altri anni: precisamente nella Russia della prima metà dell’800, dove Michail trascorse un’infanzia serena e agiata in una ampia casa circondata da giardini e riscaldata dall’affetto di ben undici tra fratelli e sorelle. Ma presto il suo spirito irrequieto e l’ardore rivoluzionario, spiega la Armiero, lo spingeranno in altri luoghi e all’elaborazione di un pensiero rivoluzionario. E’ l’inizio della storia dell’ideologia  anarchica. Ma non fu certo solo un teorico, Bakunin: lo spirito irrequieto e l’ardore che l’animavano lo videro impegnato in prima linea in diversi moti e rivolte che infiammavano gli anni Quaranta del Diciannovesimo secolo e che gli costarono  prima alcuni anni di carcere duro a San Pietroburgo e poi un esilio in Siberia. Qui conobbe la giovanissima Antonia, appena diciassettenne ma ragazzina di carattere, tanto da decidere di sposarlo, malgrado il parere contrario della famiglia, e di seguirlo nella sua turbolenta e disordinata esistenza, che li condusse anche a Napoli una prima volta nel 1865: i due trascorsero un periodo sereno nella città che da pochi anni aveva perso il titolo di capitale di un regno e che  Michail ebbe modo di amare, anche perché gli appariva come la più anarchica fra le città europee – e forse non si sbagliava, se si pensa che il primo attentato a opera di un anarchico (il terzo gli sarebbe stato fatale), re Umberto lo subì proprio nella città campana nel 1878. Proprio negli anni napoletani, Bakunin cominciò ad approfondire ed elaborare il suo pensiero, distaccandosi progressivamente dal marxismo e valutando il fallimento del Risorgimento italiano che non aveva saputo colmare il divario economico e sociale del Paese. Ed è sempre  qui che Antonia conobbe Carlo Gambuzzi, sodale di Bakunin e  suo compagno di molte battaglie; dalla lunga, discontinua relazione fra Carlo e Antonia nasceranno ben quattro figli che continueranno a mantenere il cognome del rivoluzionario russo anche dopo la morte di Michail e le nozze dei genitori:  Gambuzzi si ritagliò un ruolo di padre presente e affettuoso ma defilato, rispettando e incoraggiando le scelte di vita e di studi dei ragazzi:  Maria si dedicherà alla chimica, mentre la sorella Sofia si iscrisse alla facoltà di Medicina che in Italia solo da poco era diventata accessibile alle donne.

  Ma Marussia  non vanta solo illustri ascendenti: non è da dimenticare che, grazie alle nozze della sorella Sofia col noto medico Giuseppe Caccioppoli, diverrà zia del grande matematico  Renato, al quale il regista Mario Martone nel ’92 ha dedicato il film Morte di un  matematico napoletano, alla cui sceneggiatura  fornì un fondamentale contributo la scrittrice Fabrizia Ramondino:  alla quale – a riprova che non solo nella Fisica tutto si tiene – la stessa Mirella Armiero ha dedicato un recentissimo volume , Bagaglio leggero. Viaggio nei luoghi di Fabrizia Ramondino (Nutrimenti) realizzato assieme a Francesco Paolo Busco.

   

Ovviamente, il grosso del volume è incentrato sulla Signora della chimica, sulle sue scelte professionali e anche sentimentali sempre libere e coraggiose, frutto di quel pensiero ribelle che contraddistingue lei e altri membri della famiglia: “La vita di Maria, all’apparenza cristallina e rettilinea, è stata piena di contraddizioni, probabilmente di dubbi,  – spiega Armiero – che la rendono molto più autentica di quanto non appaia attraverso il mito di scienziata integerrima e severa, pioniera  nel cammino di affermazione delle donne”. La scienziata coltivò molti interessi, oltre a quelli connessi alle sue discipline, anche grazie ai sodalizi che dal campo scientifico si allargavano a quello sentimentale: così accadde col suo professore e mentore Agostino Oglialoro Todaro che divenne suo marito, e poi col chimico Francesco Giordani, di ben ventitré anni più giovane di lei.

    La curiosità d’altronde non le manca e ne fa una studiosa non sedentaria: numerosi sono i viaggi di lavoro che intraprende, come quelli che nel 1913 la portano, su incarico del ministro Nitti, a osservare le metodologie  didattiche degli istituti tecnici industriali e commerciali del Belgio e della Svizzera;  e poi gli Stati Uniti, in lungo e in largo, assieme a quel Francesco Giordani, che forse ha il potere di rallegrarla col suo entusiasmo e quella fiducia nelle magnifiche sorti e progressive del mondo e dell’Italia. Una fiducia che lo avrebbe portato negli anni ad aderire al regime fascista e ad assumervi incarichi di prestigio, pur serbando la convinzione che gli studi scientifici si sarebbero mantenuti scevri da condizionamenti politici e che anzi proprio il fascismo li avrebbe favoriti e sostenuti in nome di quei principi autarchici che Mussolini voleva vedere applicati anche in ambito chimico e tecnologico. Invece la Signora e ormai sua compagna di vita Maria, non prende posizione  ma certo quel cognome e il suo rifiuto del distintivo e del saluto fascista prima delle lezioni universitarie non la pongono in una situazione ideale: situazione che si complicherà ulteriormente con l’ostentata ostilità al regime e certe azioni provocatorie manifestate dall’amato nipote, il geniale, ironico e dichiaratamente antifascista, Renato Caccioppoli.

   Il libro della Armiero, dalle vicende personali e familiari della Bakunin, si allarga al racconto,  accurato e documentato – e l’ampia bibliografia finale ce lo conferma –  della città e di più di una generazione di  intellettuali, filosofi , scienziati che animavano  Napoli, facendola  centro di dibattiti di fondamentale importanza e di progresso: si pensi alle riunioni all’Accademia Pontaniana, di cui Maria fu inizialmente socia e per poi divenirne presidente, dopo la guerra:  rimanendo prima e unica donna posta alla guida della prestigiosa istituzione. O si pensi, anni prima, alla frequentazioni di quel Circolo Filologico di via San Sebastiano, fondato da  Francesco De Sanctis e poi diretto dall’ancora giovane ma già autorevole Benedetto Croce, dove uomini ma soprattutto numerose donne, con grande meraviglia finanche della Serao che pure lo frequentava, accorrevano ad ascoltare dibattiti accesi e anche audacemente progressisti.

   E in effetti, uno degli aspetti che rendono prezioso questo libro è proprio questa narrazione di una Napoli fuori dagli stereotipi e dai cliché, per nulla provinciale, capace semmai di coniugare tradizioni e riti ancorati al passato con fermenti e idee  che spesso, ma non solo, vengono da fuori, portati da personaggi di gran calibro che a Napoli hanno soggiornato e lavorato. Si pensi ad Anton Dohrn che nel 1873 all’interno della Villa comunale fonda la Stazione zoologica, poi con annesso acquario, destinata a diventare un centro di studi internazionale e all’avanguardia. Ma soprattutto Armiero ci illumina, in molte pagine del volume, circa una attiva, intraprendete, progressista presenza femminile operante nella città partenopea: è il caso della scrittrice svedese Anne Charlotte Leffler, moglie del celebre matematico Pasquale Del Pezzo, con cui  aveva aperto un salotto intellettuale nell’abitazione di via Tasso e alla quale va il merito (oltre che di aver scandalizzato col suo divorzio in terra scandinava i benpensanti del tempo) di aver contribuito a far conoscere il teatro di Ibsen, che proprio in luoghi ameni del nostro territorio, Sorrento e Amalfi, aveva composto due dei capolavori della sua drammaturgia, Gli spettri e Casa di bambola. E ancora Mirella Armiero ci parla di Emily Reeve, figura quasi ignorata, eppure questa intraprendente garibaldina venne qui su incarico della pedagogista Julie Schwabe  per aprirvi una scuola destinata ai bambini poveri, e qui trovò la morte durante l’epidemia di colera del 1865 accudita amorevolmente fino agli ultimi istanti  da Antonia, la moglie di Bakunin che in quegli anni a Napoli soggiornava assieme allo stesso Michail. Ma Antonia era solo una delle tante donne russe presenti in città a cavallo dei due secoli (alcune di loro vi giungeranno in fuga dalla madrepatria dopo la Rivoluzione d’ottobre), che ben si inserivano  in un contesto cittadino saldo e operoso di personalità colte e internazionali.

   È su tale fondale policromo che cresce, si forma e lavora Marussia. E se è vero , come scrive l’autrice, che col trascorrere dei decenni la sua figura è rimpicciolita e sbiadita anche per i nuovi traguardi che si sono raggiunti nell’ambito delle scienze, del progresso sociale e dell’emancipazione femminile, tanto più prezioso appare questo libro proprio perché a tracciare un sentiero verso tali traguardi ha contribuito non poco – con l’impegno coraggioso, con l’intraprendenza professionale e sentimentale, in una parola, col suo pensiero ribelle –  Maria Bakunin, la piccola grande Signora della Chimica.

Bernardina Moriconi

Bernardina Moriconi: Filologa moderna, Dottore di ricerca in Storia della Letteratura e Linguistica Italiana,  giornalista pubblicista e docente di materie letterarie, ha insegnato fino al 2018 Letteratura italiana e Storia a tecniche del giornalismo presso l’Università “Suor Orsola Benincasa”. Ha pubblicato libri sulla letteratura teatrale e svolge attività di critico letterario presso quotidiani e riviste specializzate. E’ direttore artistico della manifestazione “Una Giornata leggend…aria. Libri e lettori per le strade di Napoli”.