Gertrude Stein e “L’Autobiografia di Alice B. Toklas”, di Gigi Agnano

“ … ho sempre apprezzato i piaceri del ricamo e del giardinaggio. Adoro i quadri, i mobili d’arredamento, gli arazzi, le case e i fiori, perfino la verdura e gli alberi da frutto. Mi piace avere una bella vista, ma preferisco starmene seduta avendola alle mie spalle.”

“If you must do a thing do it graciously”

L’Autobiografia di Alice B. Toklas di Gertrude Stein, pubblicata nel 1933, è un’opera che determina reazioni contrastanti: affascina per la ricchezza aneddotica con cui restituisce la scena artistica parigina d’inizio Novecento, ma può disorientare quando la scrittura si fa autoreferenziale, con pagine che paiono più esercizi di autoaffermazione che memorie.  Non è un romanzo e non si muove sulle coordinate del memoir convenzionale: quando Pavese ne consegnò la traduzione, Einaudi volle pubblicarla – era il 1938 – non nella narrativa ma nella collana di saggistica, a dimostrazione della natura ibrida del libro. Al di là delle classificazioni, il lettore ha l’impressione di percorrere un’interessante galleria di ritratti, accompagnato da una guida lucida e brillante che però tende più volte a mettersi al centro della scena.

Questa sensazione nasce da una scelta narrativa precisa: Stein affida la parola ad Alice Toklas, compagna di vita della scrittrice, ma utilizza quella voce per mettere in scena se stessa.  Fa dire ad Alice, per esempio, di aver «conosciuto nella sua vita tre geni», includendo esplicitamente Gertrude Stein; o che «è la più grande scrittrice vivente in lingua inglese».  Nel libro Alice parla, ma a scrivere è la Stein. Qualcuno ha visto in questo modo di procedere un’intuizione letteraria, un distanziamento ironico che permette all’autrice di giocare con la propria immagine, o un modo anche dissacrante di trattare la definizione abusata di “genio”.  Purtroppo non sapremo mai quanta ironia ci fosse dietro certe esagerazioni ricorrenti.  Sicuramente la Stein aveva un’alta considerazione di sé, un po’ come il suo grande amico Picasso.  Ed è evidente il dispositivo retorico: lasciare che una voce terza si presti all’elogio, evitando di esporsi direttamente con dichiarazioni in prima persona; un espediente originale e, a tratti, provocatorio (qualcuno dice “puerile”) per essere riconosciuta e ricordata.  Non è escluso che Gertrude temesse in qualche modo di poter essere messa in ombra dai grandi artisti di cui parla, in particolare dagli scrittori giunti al successo grazie anche al suo aiuto e ai suoi consigli, laddove le sue opere fino a quel momento avevano fatto fatica anche a trovare un editore. Quest’escamotage retorico, frutto anche di una malcelata frustrazione, può disturbare, ma finisce per intenerire il lettore se si tiene conto della grandezza e dell’importanza della Stein per l’arte e per la letteratura del primo Novecento.

Nella galleria steiniana, anche figure di primo piano – Picasso, Matisse, Braque, Juan Gris, Ezra Pound, Apollinaire, Hemingway, Fitzgerald e tante altre – sembrano comparse che orbitano intorno ad un unico protagonista, funzionali a mettere in rilievo la voce narrante.  Questa funzione di «spalla», con pose, tic, vizi, manie ha un duplice effetto: produce scene memorabili che ci fanno entrare nella quotidianità degli artisti, ma genera il dubbio legittimo sulla veridicità degli aneddoti (si pensi alle improbabili novanta sedute di posa che Picasso l’avrebbe obbligata a sostenere per farle il ritratto: un dettaglio spesso citato ma da molti studiosi considerato esagerato).  Se l’opera sfugge a una catalogazione netta è proprio perché si muove sul filo tra verità e invenzione, testimonianza e mise en scène (oggi forse si risolverebbe definendola, del resto come quasi tutto, “autofiction”).

Nel racconto a tratti caricaturale di Alice/Gertrude, Picasso, con la sua “risata spagnola, tipo nitrito”, con gli occhi liquidi e “modi irruenti”, spavaldo, “un comandante dalla testa ai piedi”, non stava mai fermo, fumava incessantemente e amava le lunghe conversazioni notturne; Matisse, più posato ma depresso, era “un uomo straordinariamente virile”, che dipingeva indossando un cappotto e i guanti, meticoloso, sempre pronto a disegnare ogni minimo gesto dei presenti; Braque, quello più robusto e alto, “un omone”, che, agli inizi della carriera, tornava utile per sollevare i quadri da appendere; Hemingway, giovane come gli altri, ma già sicuro di sé, “furfante e imbroglione”, che la Stein considerava “il bravo allievo”, arrivava coi suoi manoscritti con la sua aria da scrittore-atleta, pronto a parlare di boxe, di stile secco e “vero”; Fitzgerald portava con sé un’aria di mondanità inquieta, in bilico tra fascino e vulnerabilità; Apollinaire, “meraviglioso”, “attraente”, insieme ironico e solenne; Ezra Pound polemico e noioso, ecc…

Per comprendere il libro è essenziale collocarlo nel contesto di casa Stein a Parigi, in quel salotto di rue de Fleurus, dove Gertrude,  prima insieme al fratello Leo, poi solo con Alice Toklas, fu collezionista, scopritrice di talenti, mecenate e scrittrice. Nata nel 1874 in una famiglia agiata, ebrea di origine tedesca, dopo gli studi al Radcliffe College e un percorso medico – psicologico mai portato a termine, si stabilì a Parigi nel 1903.  Qui animò il salotto più vivace della Rive Gauche, un luogo di mondanità ma soprattutto un crocevia modernista di scambio culturale e di relazioni tra pittori, scultori, scrittori, musicisti. Questi incontri influenzarono la sua sperimentazione letteraria che assorbiva il principio cubista della scomposizione, mescolando tecniche ispirate ad altre forme d’arte, visive e musicali. 

Anche per questo carattere troppo innovativo e poco accessibile i suoi primi racconti e romanzi avevano avuto notevoli difficoltà di pubblicazione e scarsa diffusione.  L’Autobiografia determina uno scostamento verso soluzioni meno complicate e radicali: la sintassi si fa più lineare, la paratassi meno ostentata, il ritmo adeguato alla narrazione. Questa messa a punto stilistica – resa con eleganza nella traduzione di Alessandra Sarchi nella più recente edizione per Marsilio –  consentì alla Stein di raggiungere il successo e di parlare soprattutto negli Stati Uniti al grande pubblico, curioso di saperne di più della vita senza filtri di artisti ormai celebri e della mondanità d’Oltreoceano. 

La rappresentazione del rapporto tra Stein e Toklas è uno degli aspetti più delicati del libro: Alice, piccola, minuta, con gli zigomi pronunciati e il naso sottile, è spesso ritratta in ruoli domestici, di massaia, di segretaria, dattilografa, giardiniera, ricamatrice.  Mentre Gertrude (di cui Hemingway scrive che “era molto grossa” e che “faceva pensare a una contadina dell’Italia settentrionale”) si intrattiene con gli artisti, pensando ai destini dell’arte e della letteratura, ad Alice è affidato “il compito di parlare con le mogli”, magari “di cappelli e di profumi” («I geni venivano e stavano con Gertrude Stein; le mogli, con me»).  Questa asimmetria, letta con sensibilità contemporanea, può suonare come subalternità; se invece si colloca il legame nel contesto delle relazioni – peraltro tra donne – del primo Novecento, si comprende quanto profonda fosse la loro intimità e simbiotico il loro rapporto durato quasi quarant’anni.  Non bisogna poi escludere che questa rappresentazione di Alice al servizio del mito Stein possa non essere del tutto vera e rientri in quella strategia narrativa di cui abbiamo già parlato. 

Gertrude muore nel 1946, Alice nel 1967. Alice chiede di condividere alla sua morte la stessa sepoltura a Père Lachaise, facendo incidere il proprio nome sul retro della lapide della Stein. Era proprio come scritto nell’Autobiografia: ad Alice piaceva avere una bella vista, ma preferiva avercela alle spalle.

p. s. Il 27 luglio scorso, a ottant’anni dalla morte di Gertrude Stein, “Repubblica” ha pubblicato un’intervista a Deborah Levy, il cui prossimo romanzo in uscita a ottobre per NN editore si intitola Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein. Potrebbe essere l’occasione per riscoprire e riproporre l’opera della Stein che in Italia resta in gran parte introvabile. Dice Deborah Levy: “Stein ha rivendicato il diritto non solo di sentire ma anche di pensare…” E l’intervistatrice conclude: “Ogni secolo ha bisogno di qualcuno che faccia spazio a qualcosa di nuovo.”

 Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Parigi e gli esordi di Hemingway (1921 – 1926), di Gigi Agnano

Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dovunque tu possa poi andare per il resto della tua vita, Parigi te la porterai sempre con te, perché è davvero una festa mobile

Tra la fine della Prima guerra mondiale e l’inizio della Seconda, Parigi divenne il punto d’incontro di una generazione di scrittori americani che cambiò il corso della letteratura del Novecento. Erano spiriti ribelli, disgustati dal conservatorismo politico e sociale del proprio Paese, dal puritanesimo e dal proibizionismo, attratti nella capitale francese sì da un tasso di cambio estremamente favorevole, ma anche dalla forza magnetica di un centro culturale libero, effervescente e cosmopolita che proiettò la giovane letteratura statunitense sulla scena internazionale. La città divenne così uno dei luoghi in cui la narrativa e la poesia americane, sprovincializzandosi e superando qualche complesso di inferiorità, presero coscienza della propria forza innovativa, sbiadendo, in parte, quell’immagine di letteratura priva di tradizione, lontana dalla cultura europea se non dalla cultura tout court.

La definizione di “generation perdue”, di “lost generation”, attribuita a Gertrude Stein e resa famosa da Hemingway in Fiesta («Non avete rispetto per niente e per nessuno. Vi rovinate la salute a furia di bere […] Siete tutti una generazione perduta […]») aiuta a classificare il fenomeno, ma non ne coglie la complessità. A Parigi non nacque un’avanguardia artistica o una “scuola”, ma si riversò un’ondata di romanzieri, poeti, giornalisti, editori e librai che avevano visto gli orrori della guerra e volevano riprendersi la vita. Condivisero spazi, riviste, letture, indirizzi e frequentazioni. Una  topografia della scrittura che comprendeva librerie e piccole case editrici, caffè, bistrot, appartamenti modesti e salotti di mecenati, concentrati sulla Rive Gauche, tra Montparnasse, il Quartiere Latino, Saint-Germain-des-Prés e l’Odéon.

Fra tutti i luoghi della Parigi anglofona, Shakespeare and Company occupò una posizione centrale. La libreria fu fondata da Sylvia Beach nel 1919 in rue Dupuytren e trasferita nel 1921 alla vicina rue de l’Odéon, proprio di fronte ad un’altra libreria-mondo, la Maison des Amis des Livres di Adrienne Monnier. Shakespeare and Company era un negozio di libri in lingua inglese, ma anche una “lending library” (non essendoci i soldi per comprare i libri, si prendevano in prestito), un recapito postale per espatriati, un punto d’incontro della comunità artistica parigina. Molti americani vi si recavano appena arrivati in città, ancor prima di trovare un alloggio stabile; la libreria funzionava come presidio culturale, luogo di lettura, di reading pubblici, di discussione tra autori. Sylvia Beach svolse una funzione cruciale: libraia, promotrice culturale, consigliera, organizzatrice di eventi e di relazioni, editrice coraggiosa (a lei si deve la pubblicazione il 2/2/22 dell’Ulisse di Joyce), fu la figura che seppe trasformare un esercizio commerciale in un’istituzione essenziale per la coesione, la crescita e la promozione di quella comunità letteraria sempre più consistente di artisti espatriati. 

Un altro centro nevralgico era la casa di Gertrude Stein (1874-1946) a rue de Fleurus, dove abitava prima con il fratello Leo e poi solo con l’amica e compagna Alice B. Toklas. Presente a Parigi dal 1903, collezionista e scrittrice sperimentale, grande amica di Matisse e di Picasso, la Stein incarna, più di chiunque altro, lo spirito modernista del suo tempo, e il suo salotto parigino diventa il luogo d’incontro di pittori, scultori, musicisti e scrittori rivoluzionari. In “Festa mobile”, il libro di memorie degli anni di formazione a Parigi uscito postumo nel ‘64, Hemingway si chiede: “Che cosa sarebbe stata la letteratura americana senza la Stein, senza la sua presenza a Parigi nel primo dopoguerra?”

Ernest Hemingway era un assiduo frequentatore di casa Stein. Aveva ventidue anni quando arrivò nella capitale francese alla fine del 1921 con la prima moglie Hadley. Come racconta in “Addio alle armi” (1929), il giovane Ernest aveva partecipato alla prima guerra mondiale da volontario assegnato alla Croce Rossa sul fronte italiano, dove era stato gravemente ferito per portare in salvo un commilitone. Rimpatriato,  dopo quell’esperienza in Europa, considerava la vita negli Stati Uniti – era nato in Illinois e la famiglia si era stabilita in Michigan – gretta e provinciale e meditava di tornare in Italia. Fu Sherwood Anderson, all’epoca già famoso e che veniva da un lungo soggiorno in Francia, a consigliargli Parigi: se voleva seriamente impegnarsi a diventare uno scrittore, era lì che doveva andare. Anderson gli scrisse varie lettere di presentazione in cui lodava il “talento straordinario” del giovane Ernest per Gertrude Stein, James Joyce, Sylvia Beach e Ezra Pound. Hemingway conobbe Gertrude Stein nel marzo del ‘22 e presto le farà leggere alcuni racconti e poesie senza ricevere giudizi lusinghieri: doveva “riscrivere” perché la gran parte di quel materiale era “inaccrochable”, impubblicabile. Ciononostante, Hemingway continuò a frequentare casa Stein (“calda, accogliente, con buon cibo e ottimi distillati”) e i due diventeranno amici. Con Joyce invece (che era odiato dalla Stein) gli incontri furono sporadici e formali, ma improntati a stima reciproca. All’uscita dell’Ulisse nel ‘22, Hemingway scrive ad Anderson di un libro “dannatamente meraviglioso”, mentre l’irlandese dirà dell”americano che è “forte come un bufalo”. Molto più frequenti sono gli incontri con Sylvia Beach di Shakespeare and Co. di cui diventò il “miglior cliente” (sono parole della Beach, riferendosi ai tanti libri presi in prestito). Di Ezra Pound Hemingway scriverà in “Festa mobile”: “era lo scrittore più generoso che io abbia mai conosciuto e il più altruista. Stava sempre facendo qualcosa di concreto per poeti, pittori, scultori e scrittori in cui credeva e avrebbe aiutato chiunque, credesse in lui o meno, se si trovava in difficoltà. Si preoccupava di tutti”. Pound provò a proporre dei racconti di Hemingway ad alcune riviste, ma furono in un primo momento tutti respinti.

Oltre alle lettere di presentazione, Anderson diede all’amico Ernest anche l’indirizzo di un hotel, il Jacob, dove lui e la moglie potevano stare con una spesa irrisoria fino a quando non avrebbero trovato un appartamento.

La stagione parigina di Hemingway si lega al Quartiere Latino, alla zona di place de la Contrescarpe (prende un appartamento a rue du Cardinal Lemoin 74) e ai percorsi quotidiani che dal suo alloggio lo conducevano verso i caffè, le librerie e i luoghi dove si incontravano gli artisti. Come la Closerie des Lilas a Montparnasse, ricordata anche per gli incontri con Francis Scott Fitzgerald (che però aveva conosciuto al bar Dingo in rue Delambre), o La Rotonde, Le Dôme, Le Select, La Coupole, il Café Napolitain sul Boulevard des Italiens o la Brasserie Lipp e Les Deux Magots a Saint-Germain des Prés, frequentato anche da Joyce. Nella casa di rue Lemoin, in quegli anni, Hemingway ospita John Dos Passos, conosciuto in un breve incontro sul fronte italiano e destinato a diventare suo buon amico. Dos Passos era un grande viaggiatore e usava Parigi come punto di partenza per i suoi numerosi giri in Europa. Nel decennio successivo i due partiranno insieme per la Spagna dove partecipano alla Guerra Civile.

Questi sono gli anni in cui Hemingway – che sbarca il lunario facendo il giornalista – matura la sua avversione per il fascismo che andava affermandosi non solo in Italia. In un articolo del ‘22 per il Daily Star dalla Liguria scrive dei fascisti: “Non fanno distinzione tra socialisti, comunisti e repubblicani. Li considerano tutti Rossi e pericolosi”; e ancora: “Sono giovani, duri, ardenti, intensamente patriottici, di solito belli della bellezza giovanile delle razze meridionali e fermamente convinti di avere ragione. Sono ricchi del valore e dell’intolleranza della giovinezza”. Nel gennaio ‘23, inviato dal Daily a Losanna, vede Mussolini in carne ed ossa, in camicia nera e ghette bianche, e scrive un articolo dove lo definisce “il più grande bluff d’Europa”, capace solo di “rivestire piccole idee di grandi parole”.

Sul piano letterario, il soggiorno parigino fu determinante. In questi anni nacquero Three Stories and Ten Poems (1923), In Our Time (1925), altri racconti tra cui The Killers (che nel ‘45 diventa un film con Ava Gardner e Burt Lancaster) e soprattutto The Sun Also Rises, il suo primo romanzo del 1926, pubblicato in Italia come Fiesta. Ma la vera importanza del periodo trascorso a Parigi non sta soltanto in quelle opere. In quegli anni legge Turgenev, Tolstoj, Checov, Gogol e Dostoevskij; Henry Fielding, Yeats, Conrad, D. H. Lawrence, T.S. Eliot e Joyce; Stendhal e Flaubert, che avranno – in particolare quest’ultimo – un’influenza decisiva sul suo stile, sull’approccio alla scrittura in termini di disciplina e di osservazione (“l’occhio”), laddove la Stein e soprattutto Joyce gli avevano insegnato l’importanza del ritmo, della musicalità della frase (“l’orecchio”). Da questa miscela nasce una prosa nuova: anti-retorica, romantica in un modo inedito, seducente, intensa, di dialoghi asciutti e veloci.

Hemingway lascia Parigi nel 1926 prima dell’uscita di Fiesta, quando Hadley, la prima moglie, scopre la relazione con Pauline, giornalista di moda di Vogue Francia. Inizia un periodo di viaggi tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove completa il suo primo autentico capolavoro iniziato nella capitale francese, quell’ Addio alle armi che lo consacra come uno dei più grandi romanzieri del Novecento. Tornerà a Parigi nel ‘27 per sposare Pauline e poi solo per brevi periodi negli anni Trenta. Aveva tradito Hadley e in futuro non mostrerà alcuna riconoscenza per i suoi mentori Sherwood Anderson e Gertrude Stein e per altri amici che gli avevano dato una grossa mano (tra questi Fitzgerald)… ma questa, come si dice, è un’altra storia… Qualche tempo dopo la tragica morte nel ‘61, il nipote Sean scrive: “Per mio nonno Parigi fu semplicemente il miglior posto al mondo per lavorare, e rimase per sempre la città più amata.” 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

“Ricette Letterarie”: la millefoglie di Émile Zola, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la millefoglie ispirata a “Il ventre di Parigi”, il romanzo scritto da Émile Zola nel 1873, il terzo del ciclo dei Rougon-Macquart. Ambientato nel mercato di Les Halles, dove la ricchezza e l’abbondanza di cibo convivono con la miseria e le tensioni sociali, il libro descrive un mondo dominato da piccoli commercianti conservatori e una società dove il mercato diventa simbolo di un torpore e di una sazietà che rendono chiunque incapace di accogliere alcun cambiamento.

*** LA MILLEFOGLIE DI ÉMILE ZOLA ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

“Aveva massimamente una gran tenerezza per il forno Taboreau, dove tutta la vetrina era riservata alle paste dolci; prendeva la via Turbigo e rifaceva dieci volte i suoi passi per fermarsi davanti ai croccanti, alle sfogliate, alle paste frolle, alle africane, ai piatti di baba al punce, di marroni giulebbati di polpette alla crema; ed era anco tutta inuzzolita dai vasi di cristallo ripieni di paste secche, di brigidini, di amaretti. Il forno, pieno di luce, con larghi specchi, marmi, dorature, palchettini per il pane, di ferro lavorato, e coll’altra vetrina, dove bei pani lunghi e lucidi s appoggiavano in basso ad una lastra di cristallo, e in alto a una verghetta d’ottone, si manteneva in un grato tepore di pasta cotta, che la faceva andare in dolcitudine ogni volta che, cedendo alla tentazione, entrava a comprare un pasticcino di due palanche.”

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Ricette Letterarie: la millefoglie di Émile Zola 

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

Millefoglie

Ingredienti per una torta di diametro 20cm (per quattro persone)

Per la crema pasticciera

  • 400g latte fresco intero
  • 100g panna fresca
  • 5 tuorli d’uovo di taglia M
  • 150g zucchero bianco
  • 50g farina bianca per dolci 
  • I semi di mezza bacca di vaniglia

NOTA: questa è la ricetta classica con la farina. Se preferisci usare l’amido di mais al posto della farina con questa ricetta lo puoi fare, ma sappi che otterrai una crema “budinosa” e ti converrebbe usare 25g amido di mais e 25g amido di riso per ottenere la giusta consistenza.

Per la crema Chantilly all’italiana (o Diplomatica)

  • La crema pasticciera che hai realizzato
  • 250g di panna fresca 
  • 50g di zucchero a velo (la regola è 1/5 del peso della panna)
  • 1 foglio gelatina oro (opzionale)

Per la pasta sfoglia

  • Due fogli di pasta sfoglia già pronta 

Una vaschetta di lamponi o fragoline di bosco se ti piacciono

Procedura

Il giorno prima prepara la crema pasticciera.

  1. in una ciotola capiente mescola i tuorli con lo zucchero e la vaniglia, aggiungi la farina e amalgama bene la pastella. Infine aggiungi il latte mescolato con la panna. Versa il composto in una casseruola dal fondo spesso e porta a cottura la crema, mescolando continuamente con la frusta fino quando non si addensa. Capisci che è pronta quando senti il profumo della crema, non puoi sbagliare. Usa una fiamma viva ma non eccessivamente alta. Quando la crema è pronta versala in una ciotola, coprila a contatto con la pellicola trasparente adatta al microonde e riponila in frigorifero a raffreddare tutta la notte.

Il giorno dopo.

Cuoci la pasta sfoglia

  1. Prendi i due fogli di pasta sfoglia e ritaglia due cerchi del diametro di 22cm. Piega e metti da parte i ritagli perché ti serviranno più tardi. Cuoci i due cerchi in forno caldo a 220°C per 10 minuti. Poi abbassa a 180°C e cuocili per altri 20 minuti. Devono risultare doratissimi.
  2. I cerchi si gonfieranno fino formare due palloncini. Una volta cotti rompine uno per formare delle scaglie di sfoglia, con le quali ricoprirai la torta. Con molta delicatezza dividi in due dischi l’altro palloncino, che metterai al centro del dolce durante la composizione per dare una deliziosa nota croccante. Per ora, però, metti tutto da parte.
  3. Prendi i ritagli dei due fogli di pasta sfoglia e piegali insieme. Stendili con il matterello ad uno spessore di 5mm e ricava due nuovi cerchi, sempre da 22cm. Bucherellali con i rebbi di una forchetta e cuocili in forno caldo a 190°C fin quando diventano dorati (ci vorranno almeno 30 minuti). Saranno la base e la copertura della torta, lasciali raffreddare prima di utilizzarli.

Prepara la crema Chantilly.

  1. Monta la panna con lo zucchero a velo utilizzando il frustino elettrico o la planetaria. Quando la panna è montata mescolala alla crema pasticciera che, dopo la sosta in frigorifero, dovrebbe essere ben soda.

Opzionale: se vuoi essere certa che la crema Chantilly non scivoli dalla torta, tieni da parte una piccola parte di panna (10g) e ammolla il foglio di gelatina in acqua fredda. Quando la gelatina è idratata, strizzala, scalda la panna tenuta da parta e scioglici la gelatina dentro, mescolandola con vigore. Infine aggiungi il tutto alla crema Chantilly e mescola bene per distribuirla uniformemente. 

Assembla la torta.

  1. Prendi la base di pasta sfoglia (quella bucherellata) e rivestila di uno strato di crema Chantilly. Se ti piacciono aggiungi anche i lamponi freschi o qualche fragolina di bosco. Poi copri questo primo strato di crema con i due dischi di pasta sfoglia cotti ad alta temperatura. Ricopri i due dischi con un nuovo strato di crema, aggiungi qualche altro lampone e fragolina di bosco e poi chiudi con il secondo disco di sfoglia bucherellato. Ricopri ancora di crema Chantilly e rivesti la torta con abbondanti scaglie di pasta sfoglia.

Conserva la torta in frigorifero prima di servirla la sera stessa o al massimo a pranzo del giorno dopo perché con l’umidità la pasta sfoglia si ammorbidisce e perde la sua tipica croccantezza.

Un assaggio di “Mamma” di Valeria Parrella, racconto tratto da “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli)

Lo scandalo e lo sconcerto sui Social, si sa, durano un attimo come la bua dei bambini, anche quando le notizie meriterebbero un attimo di riflessione in più.

Alle Olimpiadi di Parigi martedì la squadra femminile italiana di spada vince l’oro. Repubblica nella versione online titola: “Italia oro nella spada a squadre. Francesi battute in casa. Le 4 regine: l’amica di Diletta Leotta, la francese, la psicologa e la mamma“.

Poco dopo, avendo probabilmente ricevuto qualche lamentela, per togliersi dall’imbarazzo, Repubblica cambia il titolo. Le 4 regine diventano: “la musicista, la francese, la psicologa e la veterana“.

Una gentile signora commenta: “Ora mi aspetto di leggere: francesi battuti dall’amico di Fazio, il tedesco, il commercialista e il papà”. Loredana Lipperini, la meravigliosa voce in pensione di Radio 3, pensa “a cosa avrebbe detto Michela“, riferendosi ovviamente alla Murgia.

Noi del Randagio, che non pensavamo di dover parlare di Olimpiadi, ci siamo ricordati di un racconto a nostro parere prezioso e per certi versi premonitore di Valeria Parrella, che si intitola “Mamma“, tratto dal suo ultimo libro “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli). E abbiamo pensato di darvene un assaggio, consigliandovi di leggere il racconto ed il libro nella loro interezza.

p.s. Le “4 regine” si chiamano: Rossella Fiamingo, Alberta Santuccio, Giulia Rizzi e Mara Navarria.

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“Era successo tutto nello stesso giorno, il giorno in cui mio marito, l’artista, aveva preparato dei segnaposti per il pranzo su cui aveva scritto il nome di tutti, tranne il mio.

O meglio: il mio segnaposto c’era, ma lui ci aveva scritto “Mamma”. Ora, si capisce che se lo scrive un figlio, d’accordo, ma se lo scrive un marito. Con l’orlo svolazzante della emme. Con una foglia d’agave che la contornava, acquerellata.

Al suo solito posto, a capotavola, c’era scritto “Raffaello”.

“Ci vuoi fare pure un ex libris?”

“Perché non ti piace?”

“Perché non c’è il mio nome.”

“Ma amore.”

“Ma no.”

“È un pranzo per nostro figlio, tu sei la mamma.”

Questo era, ma in fondo cos’altro aspettarsi? Se solo avessi mai avuto la certezza che andava con altre donne, se fosse stato evidente, voglio dire, io forse il cavalletto con tutte le tempere sul cranio glielo avrei spaccato, ma ’sta cosa non era mai stata appurata. Perché io non guardo il cellulare, non apro mail, forse non me ne importa davvero se va con altre. Capivo che andava con altre perché cambiava il suo modo di fare sesso. Cambiava posizione, tecnica, mugolio, la manata sul culo, cambiava qualcosa. “Mh,” pensavo io, “’sta roba gliel’ha spiegata qualcuno.” “Mh,” pensavo io, “’sta posizione viene da un altro letto” e così via per mesi e anni.

Che poi quelli passano senza che tu stia lì a contarli, e il cineforum al martedì con le amiche, e lui a esporre mostre nelle chiese – era un artista che esponeva sempre nelle chiese, aveva una gallerista che gli faceva da agente ma alla fine i suoi dipinti stavano sempre nelle chiese –, a stare via per tre settimane, e io sempre il cineforum al martedì con le amiche, e niente: aveva scritto mamma.”

Valeria Parrella: “Mamma”, tratto da “Piccoli miracoli e altri tradimenti” (Feltrinelli)