Se hai avuto la fortuna di vivere a Parigi da giovane, dovunque tu possa poi andare per il resto della tua vita, Parigi te la porterai sempre con te, perché è davvero una festa mobile
Tra la fine della Prima guerra mondiale e l’inizio della Seconda, Parigi divenne il punto d’incontro di una generazione di scrittori americani che cambiò il corso della letteratura del Novecento. Erano spiriti ribelli, disgustati dal conservatorismo politico e sociale del proprio Paese, dal puritanesimo e dal proibizionismo, attratti nella capitale francese sì da un tasso di cambio estremamente favorevole, ma anche dalla forza magnetica di un centro culturale libero, effervescente e cosmopolita che proiettò la giovane letteratura statunitense sulla scena internazionale. La città divenne così uno dei luoghi in cui la narrativa e la poesia americane, sprovincializzandosi e superando qualche complesso di inferiorità, presero coscienza della propria forza innovativa, sbiadendo, in parte, quell’immagine di letteratura priva di tradizione, lontana dalla cultura europea se non dalla cultura tout court.
La definizione di “generation perdue”, di “lost generation”, attribuita a Gertrude Stein e resa famosa da Hemingway in Fiesta («Non avete rispetto per niente e per nessuno. Vi rovinate la salute a furia di bere […] Siete tutti una generazione perduta […]») aiuta a classificare il fenomeno, ma non ne coglie la complessità. A Parigi non nacque un’avanguardia artistica o una “scuola”, ma si riversò un’ondata di romanzieri, poeti, giornalisti, editori e librai che avevano visto gli orrori della guerra e volevano riprendersi la vita. Condivisero spazi, riviste, letture, indirizzi e frequentazioni. Una topografia della scrittura che comprendeva librerie e piccole case editrici, caffè, bistrot, appartamenti modesti e salotti di mecenati, concentrati sulla Rive Gauche, tra Montparnasse, il Quartiere Latino, Saint-Germain-des-Prés e l’Odéon.

Fra tutti i luoghi della Parigi anglofona, Shakespeare and Company occupò una posizione centrale. La libreria fu fondata da Sylvia Beach nel 1919 in rue Dupuytren e trasferita nel 1921 alla vicina rue de l’Odéon, proprio di fronte ad un’altra libreria-mondo, la Maison des Amis des Livres di Adrienne Monnier. Shakespeare and Company era un negozio di libri in lingua inglese, ma anche una “lending library” (non essendoci i soldi per comprare i libri, si prendevano in prestito), un recapito postale per espatriati, un punto d’incontro della comunità artistica parigina. Molti americani vi si recavano appena arrivati in città, ancor prima di trovare un alloggio stabile; la libreria funzionava come presidio culturale, luogo di lettura, di reading pubblici, di discussione tra autori. Sylvia Beach svolse una funzione cruciale: libraia, promotrice culturale, consigliera, organizzatrice di eventi e di relazioni, editrice coraggiosa (a lei si deve la pubblicazione il 2/2/22 dell’Ulisse di Joyce), fu la figura che seppe trasformare un esercizio commerciale in un’istituzione essenziale per la coesione, la crescita e la promozione di quella comunità letteraria sempre più consistente di artisti espatriati.
Un altro centro nevralgico era la casa di Gertrude Stein (1874-1946) a rue de Fleurus, dove abitava prima con il fratello Leo e poi solo con l’amica e compagna Alice B. Toklas. Presente a Parigi dal 1903, collezionista e scrittrice sperimentale, grande amica di Matisse e di Picasso, la Stein incarna, più di chiunque altro, lo spirito modernista del suo tempo, e il suo salotto parigino diventa il luogo d’incontro di pittori, scultori, musicisti e scrittori rivoluzionari. In “Festa mobile”, il libro di memorie degli anni di formazione a Parigi uscito postumo nel ‘64, Hemingway si chiede: “Che cosa sarebbe stata la letteratura americana senza la Stein, senza la sua presenza a Parigi nel primo dopoguerra?”
Ernest Hemingway era un assiduo frequentatore di casa Stein. Aveva ventidue anni quando arrivò nella capitale francese alla fine del 1921 con la prima moglie Hadley. Come racconta in “Addio alle armi” (1929), il giovane Ernest aveva partecipato alla prima guerra mondiale da volontario assegnato alla Croce Rossa sul fronte italiano, dove era stato gravemente ferito per portare in salvo un commilitone. Rimpatriato, dopo quell’esperienza in Europa, considerava la vita negli Stati Uniti – era nato in Illinois e la famiglia si era stabilita in Michigan – gretta e provinciale e meditava di tornare in Italia. Fu Sherwood Anderson, all’epoca già famoso e che veniva da un lungo soggiorno in Francia, a consigliargli Parigi: se voleva seriamente impegnarsi a diventare uno scrittore, era lì che doveva andare. Anderson gli scrisse varie lettere di presentazione in cui lodava il “talento straordinario” del giovane Ernest per Gertrude Stein, James Joyce, Sylvia Beach e Ezra Pound. Hemingway conobbe Gertrude Stein nel marzo del ‘22 e presto le farà leggere alcuni racconti e poesie senza ricevere giudizi lusinghieri: doveva “riscrivere” perché la gran parte di quel materiale era “inaccrochable”, impubblicabile. Ciononostante, Hemingway continuò a frequentare casa Stein (“calda, accogliente, con buon cibo e ottimi distillati”) e i due diventeranno amici. Con Joyce invece (che era odiato dalla Stein) gli incontri furono sporadici e formali, ma improntati a stima reciproca. All’uscita dell’Ulisse nel ‘22, Hemingway scrive ad Anderson di un libro “dannatamente meraviglioso”, mentre l’irlandese dirà dell”americano che è “forte come un bufalo”. Molto più frequenti sono gli incontri con Sylvia Beach di Shakespeare and Co. di cui diventò il “miglior cliente” (sono parole della Beach, riferendosi ai tanti libri presi in prestito). Di Ezra Pound Hemingway scriverà in “Festa mobile”: “era lo scrittore più generoso che io abbia mai conosciuto e il più altruista. Stava sempre facendo qualcosa di concreto per poeti, pittori, scultori e scrittori in cui credeva e avrebbe aiutato chiunque, credesse in lui o meno, se si trovava in difficoltà. Si preoccupava di tutti”. Pound provò a proporre dei racconti di Hemingway ad alcune riviste, ma furono in un primo momento tutti respinti.
Oltre alle lettere di presentazione, Anderson diede all’amico Ernest anche l’indirizzo di un hotel, il Jacob, dove lui e la moglie potevano stare con una spesa irrisoria fino a quando non avrebbero trovato un appartamento.
La stagione parigina di Hemingway si lega al Quartiere Latino, alla zona di place de la Contrescarpe (prende un appartamento a rue du Cardinal Lemoin 74) e ai percorsi quotidiani che dal suo alloggio lo conducevano verso i caffè, le librerie e i luoghi dove si incontravano gli artisti. Come la Closerie des Lilas a Montparnasse, ricordata anche per gli incontri con Francis Scott Fitzgerald (che però aveva conosciuto al bar Dingo in rue Delambre), o La Rotonde, Le Dôme, Le Select, La Coupole, il Café Napolitain sul Boulevard des Italiens o la Brasserie Lipp e Les Deux Magots a Saint-Germain des Prés, frequentato anche da Joyce. Nella casa di rue Lemoin, in quegli anni, Hemingway ospita John Dos Passos, conosciuto in un breve incontro sul fronte italiano e destinato a diventare suo buon amico. Dos Passos era un grande viaggiatore e usava Parigi come punto di partenza per i suoi numerosi giri in Europa. Nel decennio successivo i due partiranno insieme per la Spagna dove partecipano alla Guerra Civile.
Questi sono gli anni in cui Hemingway – che sbarca il lunario facendo il giornalista – matura la sua avversione per il fascismo che andava affermandosi non solo in Italia. In un articolo del ‘22 per il Daily Star dalla Liguria scrive dei fascisti: “Non fanno distinzione tra socialisti, comunisti e repubblicani. Li considerano tutti Rossi e pericolosi”; e ancora: “Sono giovani, duri, ardenti, intensamente patriottici, di solito belli della bellezza giovanile delle razze meridionali e fermamente convinti di avere ragione. Sono ricchi del valore e dell’intolleranza della giovinezza”. Nel gennaio ‘23, inviato dal Daily a Losanna, vede Mussolini in carne ed ossa, in camicia nera e ghette bianche, e scrive un articolo dove lo definisce “il più grande bluff d’Europa”, capace solo di “rivestire piccole idee di grandi parole”.
Sul piano letterario, il soggiorno parigino fu determinante. In questi anni nacquero Three Stories and Ten Poems (1923), In Our Time (1925), altri racconti tra cui The Killers (che nel ‘45 diventa un film con Ava Gardner e Burt Lancaster) e soprattutto The Sun Also Rises, il suo primo romanzo del 1926, pubblicato in Italia come Fiesta. Ma la vera importanza del periodo trascorso a Parigi non sta soltanto in quelle opere. In quegli anni legge Turgenev, Tolstoj, Checov, Gogol e Dostoevskij; Henry Fielding, Yeats, Conrad, D. H. Lawrence, T.S. Eliot e Joyce; Stendhal e Flaubert, che avranno – in particolare quest’ultimo – un’influenza decisiva sul suo stile, sull’approccio alla scrittura in termini di disciplina e di osservazione (“l’occhio”), laddove la Stein e soprattutto Joyce gli avevano insegnato l’importanza del ritmo, della musicalità della frase (“l’orecchio”). Da questa miscela nasce una prosa nuova: anti-retorica, romantica in un modo inedito, seducente, intensa, di dialoghi asciutti e veloci.
Hemingway lascia Parigi nel 1926 prima dell’uscita di Fiesta, quando Hadley, la prima moglie, scopre la relazione con Pauline, giornalista di moda di Vogue Francia. Inizia un periodo di viaggi tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove completa il suo primo autentico capolavoro iniziato nella capitale francese, quell’ Addio alle armi che lo consacra come uno dei più grandi romanzieri del Novecento. Tornerà a Parigi nel ‘27 per sposare Pauline e poi solo per brevi periodi negli anni Trenta. Aveva tradito Hadley e in futuro non mostrerà alcuna riconoscenza per i suoi mentori Sherwood Anderson e Gertrude Stein e per altri amici che gli avevano dato una grossa mano (tra questi Fitzgerald)… ma questa, come si dice, è un’altra storia… Qualche tempo dopo la tragica morte nel ‘61, il nipote Sean scrive: “Per mio nonno Parigi fu semplicemente il miglior posto al mondo per lavorare, e rimase per sempre la città più amata.”
Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

