“ … ho sempre apprezzato i piaceri del ricamo e del giardinaggio. Adoro i quadri, i mobili d’arredamento, gli arazzi, le case e i fiori, perfino la verdura e gli alberi da frutto. Mi piace avere una bella vista, ma preferisco starmene seduta avendola alle mie spalle.”
“If you must do a thing do it graciously”
L’Autobiografia di Alice B. Toklas di Gertrude Stein, pubblicata nel 1933, è un’opera che determina reazioni contrastanti: affascina per la ricchezza aneddotica con cui restituisce la scena artistica parigina d’inizio Novecento, ma può disorientare quando la scrittura si fa autoreferenziale, con pagine che paiono più esercizi di autoaffermazione che memorie. Non è un romanzo e non si muove sulle coordinate del memoir convenzionale: quando Pavese ne consegnò la traduzione, Einaudi volle pubblicarla – era il 1938 – non nella narrativa ma nella collana di saggistica, a dimostrazione della natura ibrida del libro. Al di là delle classificazioni, il lettore ha l’impressione di percorrere un’interessante galleria di ritratti, accompagnato da una guida lucida e brillante che però tende più volte a mettersi al centro della scena.
Questa sensazione nasce da una scelta narrativa precisa: Stein affida la parola ad Alice Toklas, compagna di vita della scrittrice, ma utilizza quella voce per mettere in scena se stessa. Fa dire ad Alice, per esempio, di aver «conosciuto nella sua vita tre geni», includendo esplicitamente Gertrude Stein; o che «è la più grande scrittrice vivente in lingua inglese». Nel libro Alice parla, ma a scrivere è la Stein. Qualcuno ha visto in questo modo di procedere un’intuizione letteraria, un distanziamento ironico che permette all’autrice di giocare con la propria immagine, o un modo anche dissacrante di trattare la definizione abusata di “genio”. Purtroppo non sapremo mai quanta ironia ci fosse dietro certe esagerazioni ricorrenti. Sicuramente la Stein aveva un’alta considerazione di sé, un po’ come il suo grande amico Picasso. Ed è evidente il dispositivo retorico: lasciare che una voce terza si presti all’elogio, evitando di esporsi direttamente con dichiarazioni in prima persona; un espediente originale e, a tratti, provocatorio (qualcuno dice “puerile”) per essere riconosciuta e ricordata. Non è escluso che Gertrude temesse in qualche modo di poter essere messa in ombra dai grandi artisti di cui parla, in particolare dagli scrittori giunti al successo grazie anche al suo aiuto e ai suoi consigli, laddove le sue opere fino a quel momento avevano fatto fatica anche a trovare un editore. Quest’escamotage retorico, frutto anche di una malcelata frustrazione, può disturbare, ma finisce per intenerire il lettore se si tiene conto della grandezza e dell’importanza della Stein per l’arte e per la letteratura del primo Novecento.

Nella galleria steiniana, anche figure di primo piano – Picasso, Matisse, Braque, Juan Gris, Ezra Pound, Apollinaire, Hemingway, Fitzgerald e tante altre – sembrano comparse che orbitano intorno ad un unico protagonista, funzionali a mettere in rilievo la voce narrante. Questa funzione di «spalla», con pose, tic, vizi, manie ha un duplice effetto: produce scene memorabili che ci fanno entrare nella quotidianità degli artisti, ma genera il dubbio legittimo sulla veridicità degli aneddoti (si pensi alle improbabili novanta sedute di posa che Picasso l’avrebbe obbligata a sostenere per farle il ritratto: un dettaglio spesso citato ma da molti studiosi considerato esagerato). Se l’opera sfugge a una catalogazione netta è proprio perché si muove sul filo tra verità e invenzione, testimonianza e mise en scène (oggi forse si risolverebbe definendola, del resto come quasi tutto, “autofiction”).
Nel racconto a tratti caricaturale di Alice/Gertrude, Picasso, con la sua “risata spagnola, tipo nitrito”, con gli occhi liquidi e “modi irruenti”, spavaldo, “un comandante dalla testa ai piedi”, non stava mai fermo, fumava incessantemente e amava le lunghe conversazioni notturne; Matisse, più posato ma depresso, era “un uomo straordinariamente virile”, che dipingeva indossando un cappotto e i guanti, meticoloso, sempre pronto a disegnare ogni minimo gesto dei presenti; Braque, quello più robusto e alto, “un omone”, che, agli inizi della carriera, tornava utile per sollevare i quadri da appendere; Hemingway, giovane come gli altri, ma già sicuro di sé, “furfante e imbroglione”, che la Stein considerava “il bravo allievo”, arrivava coi suoi manoscritti con la sua aria da scrittore-atleta, pronto a parlare di boxe, di stile secco e “vero”; Fitzgerald portava con sé un’aria di mondanità inquieta, in bilico tra fascino e vulnerabilità; Apollinaire, “meraviglioso”, “attraente”, insieme ironico e solenne; Ezra Pound polemico e noioso, ecc…
Per comprendere il libro è essenziale collocarlo nel contesto di casa Stein a Parigi, in quel salotto di rue de Fleurus, dove Gertrude, prima insieme al fratello Leo, poi solo con Alice Toklas, fu collezionista, scopritrice di talenti, mecenate e scrittrice. Nata nel 1874 in una famiglia agiata, ebrea di origine tedesca, dopo gli studi al Radcliffe College e un percorso medico – psicologico mai portato a termine, si stabilì a Parigi nel 1903. Qui animò il salotto più vivace della Rive Gauche, un luogo di mondanità ma soprattutto un crocevia modernista di scambio culturale e di relazioni tra pittori, scultori, scrittori, musicisti. Questi incontri influenzarono la sua sperimentazione letteraria che assorbiva il principio cubista della scomposizione, mescolando tecniche ispirate ad altre forme d’arte, visive e musicali.
Anche per questo carattere troppo innovativo e poco accessibile i suoi primi racconti e romanzi avevano avuto notevoli difficoltà di pubblicazione e scarsa diffusione. L’Autobiografia determina uno scostamento verso soluzioni meno complicate e radicali: la sintassi si fa più lineare, la paratassi meno ostentata, il ritmo adeguato alla narrazione. Questa messa a punto stilistica – resa con eleganza nella traduzione di Alessandra Sarchi nella più recente edizione per Marsilio – consentì alla Stein di raggiungere il successo e di parlare soprattutto negli Stati Uniti al grande pubblico, curioso di saperne di più della vita senza filtri di artisti ormai celebri e della mondanità d’Oltreoceano.
La rappresentazione del rapporto tra Stein e Toklas è uno degli aspetti più delicati del libro: Alice, piccola, minuta, con gli zigomi pronunciati e il naso sottile, è spesso ritratta in ruoli domestici, di massaia, di segretaria, dattilografa, giardiniera, ricamatrice. Mentre Gertrude (di cui Hemingway scrive che “era molto grossa” e che “faceva pensare a una contadina dell’Italia settentrionale”) si intrattiene con gli artisti, pensando ai destini dell’arte e della letteratura, ad Alice è affidato “il compito di parlare con le mogli”, magari “di cappelli e di profumi” («I geni venivano e stavano con Gertrude Stein; le mogli, con me»). Questa asimmetria, letta con sensibilità contemporanea, può suonare come subalternità; se invece si colloca il legame nel contesto delle relazioni – peraltro tra donne – del primo Novecento, si comprende quanto profonda fosse la loro intimità e simbiotico il loro rapporto durato quasi quarant’anni. Non bisogna poi escludere che questa rappresentazione di Alice al servizio del mito Stein possa non essere del tutto vera e rientri in quella strategia narrativa di cui abbiamo già parlato.
Gertrude muore nel 1946, Alice nel 1967. Alice chiede di condividere alla sua morte la stessa sepoltura a Père Lachaise, facendo incidere il proprio nome sul retro della lapide della Stein. Era proprio come scritto nell’Autobiografia: ad Alice piaceva avere una bella vista, ma preferiva avercela alle spalle.
p. s. Il 27 luglio scorso, a ottant’anni dalla morte di Gertrude Stein, “Repubblica” ha pubblicato un’intervista a Deborah Levy, il cui prossimo romanzo in uscita a ottobre per NN editore si intitola Il mio anno a Parigi con Gertrude Stein. Potrebbe essere l’occasione per riscoprire e riproporre l’opera della Stein che in Italia resta in gran parte introvabile. Dice Deborah Levy: “Stein ha rivendicato il diritto non solo di sentire ma anche di pensare…” E l’intervistatrice conclude: “Ogni secolo ha bisogno di qualcuno che faccia spazio a qualcosa di nuovo.”
Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

