Dopo essere stato licenziato dall’Istituto di Kiel per l’Economia Mondiale per aver rifiutato di rientrare in aereo dalla Papua Nuova Guinea pur di restare fedele al suo impegno di ridurre l’impatto ambientale, Gianluca Grimalda, ricercatore in scienze sociali e attivista, è diventato un simbolo della lotta al cambiamento climatico. Dopo il licenziamento, Grimalda è tornato in Europa da Bougainville (Isole Salomone) senza aereo, in un viaggio di 28.000 km durato 72 giorni. Il libro “A fuoco” (Feltrinelli), uscito lo scorso 4 giugno, è il resoconto di quel viaggio, un diario con digressioni scientifiche, ma anche un documentario sugli effetti dell’emergenza climatica che già colpiscono le periferie del mondo. La sua storia è un invito alla disobbedienza civile e a riflettere sulla necessità di superare la dipendenza dai combustibili fossili.
Abbiamo chiesto a Gianluca Grimalda di parlarci del suo libro.
“Lo scorso 4 giugno è finalmente uscito in libreria per Feltrinelli Editore il mio primo libro, “A Fuoco“.
È il diario del viaggio di 28.000 km percorsi via terra e mare dalle Isole Salomone all’Europa, un viaggio senza aerei nato dalla mia scelta di ridurre le emissioni di CO2, scelta che mi è costata il lavoro di ricercatore.
Di fronte all’ordine dell’ ex datore di lavoro di tornare in aereo dalla mia ricerca sul campo a Bougainville, in contrasto con i miei 15 anni di viaggi lenti per minimizzare l’impatto ambientale, ho scelto di restare fedele ai miei principi, anche a costo di perdere il lavoro. Le mie motivazioni le ho raccontate in dettaglio in questo articolo su The Guardian:
In “A fuoco” ho voluto dare voce alle persone delle periferie del mondo incontrate durante la mia ricerca a Bougainville e lungo il viaggio, che già subiscono gli effetti devastanti dei cambiamenti climatici.
Ho cercato di trasmettere lo spirito di comunità che regna lungo la Via della Seta, dove sconosciuti si aiutano come fratelli, facendomi sentire a casa ovunque mi fermassi.
Con il supporto di dati scientifici, il libro documenta il rischio di collasso ecosistemico, già evidente in molti dei luoghi che ho attraversato.
È anche un invito a riflettere sulla necessità di un’azione collettiva e anche di disobbedienza civile per contrastare l’aumento delle temperature. Nel testo discuto le basi filosofiche e l’efficacia di queste forme di attivismo.
“A fuoco” è anche un libro personale: racconta molto di me, compreso il mio rapporto a volte difficile con mio padre. Ma, soprattutto, vorrei che questo libro appartenesse e fosse un omaggio alle migliaia di persone della “periferia globale” che ho incontrato, che affrontano il disastro climatico senza essere responsabili delle sue cause, legate allo stile di vita “jet-setting” dei privilegiati del Nord globale.”
“Chi non ha mai provato la Durata non ha vissuto./ La Durata non stravolge,/ mi rimette tutto a posto./ Senza esitazione rifuggo la luce abbagliante dell’accadere quotidiano/ e mi riparo nell’incerto rifugio della durata./ Durata si ha quando/ in un bambino/ che non è più un bambino/ – e che forse è già un vecchio -/ ritrovo gli occhi del bambino./ Durata non c’è nella pietra immortale/ preistorica,/ ma dentro il tempo,/ nel morbido./ Lacrime di durata, troppo rare!/ lacrime di gioia./ Incerte, non irrevocabili,/ non improbabili/ scosse della durata,/ custodite ora siete/ in un canto.”
Racconta Handke che gli venne in mente di scrivere della sensazione della Durata nel momento in cui decise di mettersi in ascolto, di raccogliersi in se stesso. Si sentì pervadere da un vento fresco e da un delicato accordo senza suono in cui tutte le dissonanze si confondono e si compongono insieme.
La Durata ha a che fare con gli anni e con i decenni della nostra vita, è la sensazione di vivere. Appartiene alla vita dell’anima osservare il vento che si muove sull’acqua. E’ il cinema più bello, non sottrae nulla, non si deve pagare.
Handke compie miracolosamente una congiunzione tra mondo romantico e contemporaneità. Il luogo della durata non ha coordinate spaziali o temporali: può essere un sentimento, a volte confuso con la nostalgia. Immagini che si sovrappongono senza cancellarsi, capaci di muovere il nostro animo all’improvviso, richiamate da una particolare sensazione di “riconnessione”.
Sembra una filosofia che vuole diventare poesia. E’ una riflessione rilassata -quasi onirica – e al tempo stesso precisa di uno stato d’animo difficilissimo da spiegare. Usare le parole in un doppio significato: uguale e contrario ricomponendolo nella lontanza: non c’è durata se non c’è leggerezza e fugacità.
Una poesia che spiega la filosofia delle piccole cose, dell’amore per le piccole cose che si ritrova nella natura, tra il rumore degli alberi, nel mercato con i suoi acuti e i suoi bassi, nell’abbaiare dei cani, quasi un Rondò, negli oggetti di casa: in un cucchiaio che lo ha accompagnato tutta la vita.
Aveva sempre pensato ad una casa spoglia, ama invece vedersi e sentirsi circondato dagli oggetti. Ama il suo “Umgebung” (l’ambiente che ci circonda) e gli piace questa parola perché gli trasmette la gioia dell’essere circondato e avvolto dalle cose. Le cose, il riverbero delle cose lo calmano. Si sente tutto il sentimento profondo della “Gemuetlichkeit” (intimità, uno spazio accogliente) austriaca, delle piccole case sul Danubio, piccole ed accoglienti nella pomposità assente dei mobili in stile Biedermeier (indica uno stile artistico, un periodo culturale caratterizzato da semplicità e sobrietà). Handke è un “Biedermeier” nel senso e nella forma più nobile della parola per quella contraddizione che rende ogni cosa uguale e contraria, lo è nell’amore per le piccole cose della quotidianità, per quell’attaccamento ai luoghi generato dall’esserne stato strappato in giovanissima età per sfuggire alla miseria e ad andare a vivere “separato” in un “Internat” (collegio). Il sentimento della lontananza dal luogo ha molto segnato la sua vita ma senza questo sentimento non si è uomini perché la “Heimweh” (nostalgia per la propria terra, per la casa lontana) non potrebbe esistere senza la “Fernweh” (nostalgia per i luoghi lontani, desiderio di partire) e questa senza quella.
“La Durata è una certezza, no! La più fugace di tutte le sensazioni, spesso più veloce di un attimo, non misurabile. Un solenne cosmico sentimento di gratitudine forse lo si può anche chiamare preghiera.”
Racconta Handke che nello scrivere il Canto alla Durata non aveva in mente una preghiera ma di descrivere momenti di gratitudine, immagini. In ogni momento della vita è racchiusa una immagine come un coleottero nell’ambra. Non si sente cupo, la cupezza è una grave malattia, la tristezza è un sentimento diverso. Il male oscuro, la depressione, ecco com’è l’umanità di oggi, ma non si sente così.
Essere malinconico, racconta, sarebbe stato il suo ideale ma non c’è mai riuscito. “La tristezza è fertile, la cupezza è sterile. La gioia è feconda e creativa.”
Fotografie e immagini non sono la stessa cosa. La polaroid era un incantesimo e l’immagine veniva fuori dall’immagine, ci voleva del tempo, oggi è meno divertente.
La vita fugge e come si può parlare di durata in questa fugacità! Handke si lascia affascinare dall’immagine di una freccia scagliata verso l’eternità; nel silenzio di questi luoghi sa cosa fare; un rumore, che gli ha fatto ricordare suo nonno, è l’immagine che dall’io si diventa un noi… e parla di un amore al primo sguardo…e di una vita fatta di piccoli gesti quotidiani.. “O Durata mia quiete e mia sosta..” e niente è più fugace della Durata..
Maurizia Maiano*
PeterHandke nasce a Griffen nella Carinzia, la regione più meridionale dell’Austria, nel 1942 da padre austriaco e da madre facente parte della minoranza slovena della regione. La madre morirà suicida nel 1971, evento che segnerà profondamente il giovane Handke. Il titolo della sua opera “Wunschloses Unglück, “Infelicità senza desideri”, scritta sull’onda del dolore per il gesto estremo della madre, sembra creare una congiunzione simbolico-semantica tra un destino individuale e quello storico di un paese la cui fine era segnata dall’emergere e dall’ affermarsi dei nazionalismi. La mancanza di desiderio è causa dell’insoddisfazione profonda, espressione di una malinconia dalla quale non si riesce ad uscire, perché deriva da regole interiorizzate che inibiscono il desiderio. Un nuovo mondo, in cui si è incapaci di vivere, quello che si prospetta alla madre di Handke e all’Austria-Ungheria, in cui non ci si riconosce più e in cui è troppo tardi per farne parte e cambiare. La prosa di Handke trova qui il via alla sua grande capacità di interiorizzazione e di analisi profonda del sé. Segna l’inizio di quel romanzo circolare che evoca anche nello spazio letterario quella ciclicità del tempo, della vita e della storia umana riempiendola di flashback e ripetizioni. La letteratura, lo scrivere diventano la sua grande passione. Abbandona gli studi di Giurisprudenza a Graz. Si cimenterà con la scrittura di pezzi teatrali, poi con racconti, romanzi, saggi, poesie e diari ai quali si può aggiungere anche qualche esperienza di sceneggiatore per il cinema. La letteratura è per lui solo romantica. È polemico nei confronti della generazione di scrittori come Alfred Andersch, Heinrich Böll, Ilse Aichinger e Ingeborg Bachmann che facevano parte del “Gruppo 47” e volevano una letteratura impegnata e realistica. La sua è letteratura votata all’introspezione con una scrittura densa e minimale, altamente descrittiva e ricca di visioni quasi cinematografiche. Collabora con Wim Wenders e, dal suo romanzo “Prima del calcio di rigore”, Die Angst des Tormanns beim Elfmeter del 1970, sarà tratto l’omonimo film e poi lavorerà ancora con Wenders per il più famoso “Il cielo sopra Berlino”. Dall’amore per l’allora Slovenia yugoslava, radicato nel “ventre materno”, nasce l’interesse per la regione balcanica. Handke è un figlio di quell’Austria- Ungheria del “Nachsommer”. L’immagine di quel mondo del passato e l’ideale di una convivenza multietnica e multireligiosa avrà il suo ruolo importante nella sua difesa di Milosevic e della Yugoslavia. “Un viaggio d’inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina ovvero Giustizia per la Serbia” sono, forse chissà, l’antefatto a “La notte della Morava”?
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
“La versione di Mati” è una commedia brillante e acuta che racconta la storia di una famiglia sui generis attraverso gli occhi di Mati, una bambina undicenne cresciuta da una madre psicoterapeuta anticonformista e una nonna che “si fa chiamare Totti e va ai party in tacco 12”. Eva Milella, barese, autrice televisiva, podcaster, stand up comedian, riprende e approfondisce nel romanzo alcune delle tematiche (dinamiche familiari, maternità, rapporti tra generazioni) già trattate nel format YouTube “MALAMAMMA” e nella community “Stappamamma”. L’ha intervistata per gli amici del Randagio il nostro Gabriele Torchetti.
Ciao Eva e benvenuta alla rivista letteraria Il Randagio! Sei diventata celebre sul web con il format YouTube “MALAMAMMA”, con i tuoi video ironici e dissacranti hai spiegato come si sopravvive ai figli. Sono passati un po’ di anni da quell’esperienza e dalla scrittura “teatrale” sei approdata alla narrativa. Com’è avvenuto questo passaggio?
Direi che è stato un passaggio quasi fisiologico. Dopo anni passati a scrivere per la scena, la televisione e storytelling per varie realtà e soprattutto non trascurando mai la predisposizione a pensare con la testa dell’attrice (tempi, battute, pause), ho sentito il bisogno di rallentare e ascoltare meglio le storie che volevo raccontare. La narrativa mi ha permesso di scavare di più, di mollare la necessità della battuta a effetto per concentrarmi su cosa muove davvero i miei personaggi. E poi diciamolo: i figli crescono, dormono (ogni tanto), e a quel punto puoi anche scrivere un romanzo.
La versione di Mati (Fandango libri) è il tuo ultimo libro. Una commedia esilarante e tutta al femminile. Chi sono le protagoniste di questa storia e quanto c’è di biografico nel tratteggio dei personaggi?
Mati è una ragazzina di 11 anni che ha una madre un po’ troppo perfettina e una nonna che si fa chiamare Totti e va ai party in tacco 12. È una commedia, sì, ma con dentro anche tutte le mie domande (e anche qualche risposta parziale) sulla maternità, sull’educazione, sui ruoli che ci costruiamo addosso. C’è del biografico? C’è sempre. Non racconto la mia vita, ma ci metto dentro le mie ossessioni, le mie risate, i miei inciampi. E un po’ di burraco.
Mati a soli 11 anni vive come una piccola guru: pensa sempre prima di parlare, mangia verdure crude, è esperta di yoga, mansplaining, femminismo e tanto altro ancora. Tutti sani insegnamenti ricevuti da sua madre, con un però di fondo: è stata una mia sensazione o l’estate “sbagliata” e meno educativa in qualche modo le restituisce la spensieratezza della sua età?
Assolutamente sì. Mati è cresciuta con un manuale di istruzioni: mangia sano, respira, analizza tutto. Ma è proprio quando finisce in un’estate “scorretta”, dove nessuno la controlla, che comincia davvero a capire chi è. A volte è proprio il caos che ci riporta a noi stessi. E anche i gelati. E le bugie.
Veniamo proprio ad Alba, personaggio che sembra uscito da un film di Woody Allen. Puoi dirci qualcosa in più su questa donna apparentemente rigida e schematica?
Alba è una madre modello, ma anche una donna piena di ansie sotto controllo. È precisa, è performante, è terapeuticamente irreprensibile. Ma dietro la sua compostezza c’è il terrore di sbagliare, di non essere all’altezza. Alba è la madre che vorrebbe sempre fare bene – e questo la rende sia tenera che un po’ esasperante. Come tutte noi, forse.
Non poteva mancare una domanda su Totti, la nonna Antonia che non vuole essere chiamata nonna. Bionda, elegante e leziosa, campionessa di tacchi, passa il suo tempo tra apericena e feste di gala e il Circolo (covo di serpenti). Un personaggio decisamente sopra le righe ma che ha sicuramente delle sorprese in serbo per chi legge
Totti è il mio omaggio a tutte quelle donne che si rifiutano di diventare invisibili. Bionda, elegante, giudicante e un po’ sopra le righe, vive il suo ruolo di “nonna” come una minaccia al suo ego. Ma sotto la superficie c’è una donna ferita, generosa, e molto più in contatto con la realtà di quanto voglia ammettere. È quella che ti sorprende sempre quando pensi di averla incasellata.
Da giocatore accanito ho riso tantissimo su tutte le situazioni rocambolesche che si intersecano con il gioco del burraco.
Fondamentale! È il campo di battaglia delle relazioni. Le partite sono il momento in cui si dicono verità che altrove non uscirebbero. E poi è anche un modo per ridere delle piccole vendette, delle alleanze strane, degli scivoloni comici che succedono quando le carte girano nel modo sbagliato. O giusto.
Ho assistito al SalTo a un incontro appassionato che hai tenuto anche con studentesse e studenti che hanno più o meno l’età di Mati, quanto è difficile avere una scrittura che abbracci generazioni così diverse?
È una sfida bellissima. Mati parla anche a chi ha 11 anni perché non è mai trattata con condiscendenza. Ma parla anche alle madri, alle nonne, a chi è passato per la preadolescenza e se ne porta ancora addosso le cicatrici e le risate. Io credo che se sei sincera e scrivi con empatia, le storie trovano la strada. Anche tra generazioni che sembrano non avere niente in comune – a parte, magari, un’estate sbagliata.
Gabriele Torchetti
Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.
“Stasera ho scoperto che le cernie nascono femmine. Poi a metà della loro vita diventano maschi. Sono furbe, le cernie. I maschi sono tutti vecchi e stanno con femmine più giovani, ma non possono stare insieme per sempre per ovvi motivi. Comodo essere una cernia.”
Il primo romanzo di Chiara Maci, “Quelle due” ci ricorda, in pieno Pride Month, una scomoda verità.
Come ha detto lei stessa dal palco de Le Iene: “Molti credono che Adele non esiste”. Adele, la protagonista, è una madre single. Un fantasma che si aggira tra gli scaffali del supermercato, un’entità mitologica per chi vive ancora nel mondo incantato della famiglia tradizionale o “nucleare”.
Per decenni, il Vangelo sociale recitava: un uomo, una donna, un anello al dito, prole.
Il kit base della felicità, approvato e sigillato.
E il Pride, per fortuna, arriva ogni anno a fare da guastafeste, urlando che esistono mille modi per volersi bene e creare una famiglia.
Sul palco, in bella vista, monogenitorialità e l’omogenitorialità che affermano a gran voce: “Esistiamo anche noi. Le nostre famiglie sono reali, basate sull’amore e meritano lo stesso tipo di tutela delle altre”.
Il primo grande scoglio per un genitore single? Farsi riconoscere come “famiglia” e non come un “progetto fallito” o, peggio, un “atto di egoismo”. Perché, si sa, crescere un figlio da soli è una chiara violazione del regolamento non scritto del buon vicinato.
Ma quanti sono questi “egoisti”?
Noi randagi curiosi siamo andati a ficcanasare tra i numeri.
Secondo l’ISTAT, dall’ultimo censimento disponibile del 2021, in Italia ci sono oltre 3,8 milioni di famiglie con un solo genitore.
E chi guida questa armata? Le madri, ovviamente. Rappresentano il 77,6% del totale. Quasi 8 su 10, la cui condizione di genitore solo deriva principalmente da separazioni e divorzi. Seguono le vedovanze e, in misura crescente, la scelta di avere figli al di fuori del matrimonio.
La fascia d’età più rappresentata tra i genitori soli è quella tra i 45 e i 64 anni. Anche se si registra un numero considerevole e in costante crescita tra le fasce più giovani.
Si tratta di un fenomeno strutturale che richiede politiche di sostegno adeguate, volte a garantire il benessere dei genitori e, soprattutto, dei loro figli.
Ora, passiamo alla parte spassosa: i soldi.
O meglio, la loro cronica assenza.
Save the Children, nel suo rapporto “Le Equilibriste”, ci dice che una madre sola con figli minori guadagna in media 26.822 euro all’anno. Un padre nella stessa situazione? 35.383 euro.
Una “piccola” differenza di quasi 9.000 euro. Le cause? Un mix letale di part-time involontari, carriere a singhiozzo per conciliare lavoro e vita e il solito, intramontabile, gender pay gap.
Ma il rischio povertà è solo l’antipasto. Il piatto forte delle difficoltà è un altro.
La vera beffa quotidiana è la caccia alla seconda firma.
Benvenuti al sadico gioco a premi “Trova l’Ex!”, dove per iscrivere tuo figlio all’asilo, fargli la carta d’identità o mandarlo in gita, devi ottenere la firma di un fantasma o semplicemente un campione di ostruzionismo.
E poi c’è lui, il “carico mentale”.
“Non avevo idea di cosa volesse dire essere madre”
“Quando sei da sola, ogni cosa che fai hai paura di sbagliarla e sai che se succede qualcosa è sempre solo colpa tua”.
Le madri sole sono ad alto rischio di esaurimento psicofisico, essendo le uniche responsabili di tutti gli aspetti della vita dei figli. Dalla gestione della casa, i compiti, le visite mediche, fino alle decisioni educative, tutto viene gestito a ritmi sempre più invasivi e alle povere donne single con prole a carico, non solo non è data la possibilità di dividere i dolori con un partner, ma non hanno nemmeno il tempo di assaporare le piccole gioie.
Ciliegina sulla torta, lo stigma sociale: quel coro greco di sguardi pietosi e giudizi non richiesti, laddove le domande scomode e inopportune non sono solo riservate al genitore, ma anche ai figli, che non sanno mai cosa rispondere.
Ecco perché la battaglia per il riconoscimento della monogenitorialità è il cuore del Pride.
Perché il Pride non è solo una parata arcobaleno.
È una dichiarazione di guerra alla “normalità” imposta.
È la lotta per il diritto sacrosanto di scegliere se, come e con chi costruire la propria vita.
È chiedere allo Stato di fare il suo lavoro: proteggere tutte le famiglie, concentrandosi sul benessere dei bambini.
Perché l’amore, a differenza di un modulo per la questura, non ha bisogno di due firme per essere valido.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Se c’è un libro che più di tutti tra quelli proposti per l’ultimo Strega ha incuriosito il Randagio, questo è “Breviario delle Indie” di Emanuele Canzaniello edito da Wojtek. Innanzitutto perché a proporlo è stato Giuseppe Montesano, uno dei nostri scrittori e saggisti preferiti, un marchio di qualità sul valore letterario dell’opera. Poi perché già dal titolo evoca tutto ciò che affascina il lettore vagabondo: antichi diari di bordo, terre lontane da scoprire, oceani da attraversare, naufragi, principesse inca da conquistare, profumi di spezie. Ma il libro colpisce per il modo originale di comporre, come per magia, narrativa e saggistica, Poesia e Storia, visioni liriche e riflessioni filosofiche e sul colonialismo.Abbiamo quindi incontrato l’Autore in una libreria napoletana del Vomero e gli abbiamo chiesto di raccontare ai lettori del Randagio il suo “Breviario delle Indie”. Ecco cosa ci ha risposto.
Considero il Breviario delle Indie (Wojtek 2024) un libro non-fiction, che non è un romanzo come lo abbiamo conosciuto, ha qualcosa del saggio e non poco del libro di poesia. Ề un libro di prose brevi che vuole essere un Aleph borgesiano che aspira a contenere ogni punto e ogni immagine del secolo del primo contatto tra Europa e Americhe. Un secolo, il Cinquecento, lo spazio vastissimo di un continente, l’America centro-meridionale. Tutto è reale, ogni dettaglio e più del dettaglio, ogni mappa e atlante, e più di ogni mappa eppure molto prende le forme di un sogno, di qualcosa che non riconosci sia il reale. Ề un libro che attraverso la storia prova a interrogarsi su quanto peso quantistico possa avere un singolo punto di quello che chiamiamo reale, e come lo spazio e il tempo ne siano deformati, e non solo lo spazio e il tempo, ma tutti i corpi, tutti i saperi, sotto il peso di quella somma delle possibilità che è il reale, e quindi la storia. Raccontando, e riscrivendo, uno degli eventi più importanti mai avvenuti sulla Terra, come l’impatto tra due sue biosfere continentali isolate da milioni di anni e poi venute a collidere e a incrociare i propri spazi e i propri ordini del tempo, prim’ancora che le loro diverse civiltà.
Ề un libro che vuole portarti lì, su quelle navi, in quell’orizzonte degli eventi, stando con loro, con quegli uomini, senza ricostruire la storia con la guida sicura delle nostre esclusive categorie del presente o almeno non soltanto. Il libro si chiama Breviario perché da un lato allude alle Brevi cronache del Cinquecento, che nella loro necessaria vorace brevità dovevano dar conto di una dismisura che già appariva chiarissima rispetto a tutto quanto era avvenuto prima ed era noto nella storia; dall’altra il Breviario indica l’oggetto liturgico, che qui diventa preghiera e maledizione per uno sprofondare nel male della storia e del reale.
Quanto male può contenere ogni punto di quello che chiamiamo reale?
Il libro è ossessionato dal problema del male e delle prime volte della storia. Il male è un continuo o e quantizzato, è divisibile all’infinito o non è divisibile all’infinito? proprio come oggi ci si interroga in questi termini sulle categorie fondamentali della fisica e della cosmologia. Il libro interroga la storia come una cosmologia. Il Breviario delle Indie in fondo vuole portarci a rivivere e ad essere invasi dalle immagini del genocidio più profondo e più esteso della storia.
Penso sia contemporaneamente fatto di molti elementi che lo rendono quasi irricevibile per il mercato editoriale. La brevità delle prose, il suo non essere un romanzo, essere una narrazione ma tutta anti-narrativa, il suo ritmo interno da versetto biblico o da frammento filosofico (penso alla definizione di un genere sfuggente come la speculative fiction) ma allo stesso tempo è un libro fatto di tutti gli elementi, direi quasi dei tag, che costituiscono le parole d’ordine, le ossessioni profonde, le ansie, gli scenari del dibattito, più vivi e più urgenti non solo di oggi ma degli ultimi trent’anni. Il mondo contemporaneo è nato dal dibattito post-coloniale, nei paesi che hanno avuto un passato coloniale “atlantico”, i temi che emergono da quegli eventi ridefiniscono le parole con cui pensiamo il mondo di oggi e i suoi rapporti di forza. L’inizio e il debutto della mondializzazione, il suo coincidere con la centralità di una visione eurocentrica, un’anatomia di cos’è stato l’Occidente alla luce del suo dominio sul pianeta, la necessità di ripensare l’influenza bianca su tutta l’umanità, l’idea di etnicità e di minoranze che ne è derivata, la necessità di ripensare che cos’è stato il genocidio più esteso e profondo della storia, che cos’è la violenza sessuale e di genere in questi scenari, che cos’è uno stupro, nella macro-metafora di un incontro che è stato un territorio di violenza sessuale aperto e dispiegato su un intero continente e tra due mondi.
Ma tutto questo diventa materia di un libro di esclusive ragioni letterarie, in cui la lingua è l’avventura fondamentale di un libro. Io credo che il fatto stesso di combinare questi temi e questa idea di letterarietà generi una possibilità di attraversamento del perturbante, generi una forma di conoscenza (non solo di quei temi) che solo la letteratura può offrire e che significa anche un attraversamento del negativo, dell’oscenità della storia, della nostra natura, del tutto peculiari agli strumenti che offre solo la letteratura. In che modo e in che senso spero siano i lettori a scoprirlo.
Quest’idea della letteratura credo sia oggi non in pericolo ma che abbia bisogno di difendere i principi su cui si fonda, oggi percepiti confusamente, come qualcosa che stia scomparendo. In Italia la situazione è aggravata da una tradizione che ha raramente riconosciuto nella letteratura lo spazio di esplorazione del negativo, che non esprime e non ha espresso una letteratura come trasgressione e sfida al limite. In Italia piacciono le storie da cortile, non sia mai che si vada troppo lontano. Dolori domestici, dolori e scenari familiari. La verità è che a me non interessa nulla non solo di questo ma anche dei libri che vogliano portarti a un qualche esito “positivo”. Riscopri questo, scopri quello, in genere esattamente quello che prevedi a partire dalle premesse di sistemi di riferimento già noti.
Cosa può fare, all’interno del non-fiction, del rispetto dei dati reali, non alterati, riscrivere queste storie che già ci offre la scienza storica? Quale contributo arriva dalla letteratura? Innanzitutto direi che dobbiamo allenarci a mantenere l’idea che un oggetto narrativo interamente fatto di materiali “reali”, “verificati”, sia comunque un oggetto di finzione, che produce una simulazione di realtà nel nostro cervello. Ed è questo uno degli specifici della finzione nell’esperienza umana. Riscrivere quelle storie significa anche offrire al lettore la possibilità di rivivere quelle storie, non già di conoscerle storicamente e scientificamente, ma riviverle grazie a quella simulazione del reale che offre la narrativa, l’esperienza psichica delle emozioni di quelle storie vissute nel nostro presente e nella nostra psiche di lettori.
E se è vero questo uno degli elementi più problematici che pone il Breviario è legato a un portato delle finzioni che è stato descritto nella storia in vari modi. Uno degli ultimi modi si trova nell’articolo che David Foster Wallace dedicò al cinema di Lynch. In quell’articolo Foster Wallace usa una parola emblematica che in italiano è stata resa con il termine un po’ goffo ma efficace di “entrambicità”. E cosa sarebbe? La possibilità data dal dominio estetico di stare, di fare esperienza psichica di entrambi i lati della nostra natura, della natura del reale. L’orrore del reale e la fascinazione per quell’orrore, l’orrore del genocidio e la complicità con esso, la distanza dall’insondabile cuore di tenebra e l’affinità e la vicinanza ad esso. L’innocenza di Laura Palmer e la sua complicità con tutta la sua oscurità e quella del reale e di ben oltre il reale. Applicare un approccio del genere a una materia incandescente come quella del secolo delle grandi esplorazioni e dell’inizio della colonizzazione mondiale europea è, credo, come lo è stato per me, qualcosa che ci mette davanti alla più radicale delle responsabilità che ci possa imporre e offrire la finzione.
Per il Breviario delle Indie ho immaginato che non ci fosse niente di più interessante che seguire non personaggi di carta, cioè imitazioni di psicologie individuali, ma i saperi di intere epoche dell’umanità, e i conflitti, le illusioni e le esplorazioni che hanno attivato e inverato.
Il Breviario è anche questo, il tentativo di guardare in faccia alcune delle principali genealogie di saperi che indichiamo quando parliamo di Occidente e della nostra storia europea e mondiale. Perché di fatto la storia mondiale inizia da questa storia della prima espansione europea nella scoperta della vastità del nostro pianeta.
E che ha e avrà ripercussioni e somiglianze non solo con l’esplorazione del pianeta; mi colpì molto inizialmente leggere già nelle introduzioni dei libri scientifici più noti che ci offrono i dati di quella storia, che il primo contatto tra l’Europa e le Americhe è stato quanto di più simile al momento in cui avremo il primo contatto con altre forme di vita nell’universo che sia mai avvenuto sulla Terra. Ho immaginato che questa potenza potesse dare vita a un libro che stesse dentro il corpo a corpo con quell’enormità del reale, e insieme che desse conto della sua incommensurabilità e bellezza.