La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne ci propone la torta sbriciolata alle fragole ispirata a “Piccole donne”, scritto da Louisa May Alcott nel 1868. Il romanzo, un racconto semi-autobiografico che ha per protagoniste Meg, Jo, Beth e Amy, ebbe un tale successo che fu seguito l’anno successivo da “Piccole donne crescono”, nel 1871, da “Piccoli uomini” e, nel 1886, da “I ragazzi di Jo”. L’eroina della Alcott è Jo, modellata dall’autrice su se stessa, che nel secondo volume si sposa, laddove invece la Alcott non si sposò mai.
*** LA TORTA SBRICIOLATA ALLE FRAGOLE DI LOUISA MAY ALCOTT ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
Louisa May Alcott, Piccole donne, 1868.
“Jo sembrava ancora una nuvola temporalesca e nulla andò bene per tutto il giorno seguente.
Al mattino, il freddo fu pungente; Jo lasciò cadere in strada la sua preziosa torta e la zia March fu presa da un attacco di nervi; Meg era pensosa, Beth volle apparire pensierosa e triste quando Jo era in casa e Amy continuava a fare osservazioni sulle persone che predicavano sempre sulla bontà e pure non la praticavano quando gli altri ne davano un così virtuoso esempio.
«Tutte sono cosi odiose, che chiederò a Laurie di condurmi a pattinare. Egli è sempre cortese e allegro, sono sicura che mi rimetterò di buon umore», disse Jo tra sé e se ne andò. ”
Ricette Letterarie: la torta sbriciolata alle fragole di Louisa May Alcott
Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.
INGREDIENTI
Per la base:
300g farina per dolci
100g zucchero bianco semolato
100g burro freddo a pezzetti
1 uovo taglia M
½ cucchiaino di lievito per dolci
1 pizzico di sale
La scorza di un limone
Per il ripieno:
140g fragole fresche non troppo grandi
1 bustina di zucchero vanigliato (8g)
Il succo del limone
½ cucchiaio di amido di mais
PROCEDURA
Prepara la base:
In una ciotola mescola la farina, con lo zucchero e il lievito.
Aggiungi il burro freddo a cubetti e lavora la farina con le dita fino a ottenere un composto sabbioso.
Aggiungi l’uovo leggermente sbattuto con il sale e lavora velocemente l’impasto lasciando le briciole.
Riponi in frigo mentre prepari le fragole.
Prepara il ripieno:
Lava e taglia le fragole a metà e mettile in una ciotola.
Aggiungi lo zucchero e il succo di limone. Quando hanno rilasciato il succo scolalo in un bicchiere e mescolalo con l’amido.
Assembla e cuoci:
Fodera uno stampo da torta diametro 22cm con carta forno.
Versa metà dell’impasto sbriciolato sul fondo e premi leggermente.
Aggiungi le fragole e il succo.
Ricopri con l’altra metà dell’impasto sbriciolato.
Cuoci In forno preriscaldato a 180°C per 40 minuti, finché la frolla risulta dorata.
La fama di Giacomo Leopardi è affidata all’opinione comune che ne sottolinea la storia delle sue sofferenze, la sua malinconia e ipocondria, la trasfigurazione lirica del suo sentire. La tradizione scolastica (che rimane l’unica occasione di conoscenza per la quasi totalità delle persone) ha restituito, e continua a farlo, l’immagine innocua e consolatoria di un’unica dimensione del poeta, quella lirica e dolente, appunto, che fa solidarizzare con lui, compiangere se stessi, per un processo inconscio di identificazione, e il mondo con tutti i suoi mali e le sue difficoltà. Schiacciato dalla sua stessa grandezza, ancora oggi Leopardi stenta a vedere affermata la sua importanza di moralista e di critico della società moderna, di quella italiana in particolare. Difatti, nella percezione della cultura media d’Italia, quella destinata a costruire e consolidare le opinioni e le valutazioni, fatica a emergere la percezione di un Leopardi pensatore e filosofo, quasi che a definire la filosofia sia la costruzione sistematica in capitoli e paragrafi e non l’originalità del pensiero e il contributo al progresso dello spirito riflettente.
Volendo, dunque, andare al di là della valutazione altissima del suo ricercare poetico, bisogna necessariamente rivolgersi al “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani”, di cui si prende in considerazione l’edizione Letteratura universale Marsilio, collana Esperia, del 1989, con introduzione e cura di Augusto Placanica. Tale edizione è corredata da commenti e chiarimenti ricavati unicamente dalle riflessioni dello stesso autore e da un saggio che mira ad essere uno dei primi tentativi di avvicinare il lettore a un Leopardi interessante, controcorrente, quasi inedito, attuale, calato nell’impietosa analisi dell’evoluzione della società nel bel mezzo delle idealizzazioni risorgimentali, i cui esiti ci troviamo ancora oggi a vivere, in una condizione di soddisfatta o inebetita mediocrità, quasi inevitabile destino.
Leopardi compose il Discorso nel 1824 e lo scritto rimase inedito fino al 1906, quando fu inserito nella silloge “Scritti vari inediti delle Carte napoletane”, a cura di Giovanni Mestica (Firenze, Le Monnier, 1906) nel quadro delle Opere complete. In quest’opera Leopardi sembra pensare che i valori dell’antica civiltà classica non siano più percepibili nel contesto culturale del Mediterraneo e si siano spostati verso le civiltà del Nord d’Europa. Tale visione è presente in molti filosofi della crisi: Schopenhauer, Nietzsche, Ortega y Gasset, Toynbee, fino a Horckheimer e Adorno, in quelli della scuola di Francoforte fino alle ipotesi sul cosiddetto pensiero debole. Si potrebbe addirittura considerare, nel Leopardi che si analizza specificamente, che vi sia una tensione verso la modernità che lo avvicini a tanti pensatori dell’Europa otto-novecentesca. Si potrebbe scoprire nel Leopardi progressista e sovversivo una carica di modernità che lo distacca dall’Italia e lo avvicina all’Europa. Allora, forse, bisogna tentare una conoscenza più eterogenea, perché Leopardi è un autore affascinante, che riesce con la sua seduzione a rendere complesso ogni itinerario nella sua mente.
Quando, nel marzo 1824, Giacomo Leopardi comincia a scrivere il suo Discorso, l’Europa è entrata da qualche anno nella torbida atmosfera della Restaurazione, gravata dalla sua cappa oppressiva. Egli, fin da subito, dà un giudizio durissimo sulla civiltà dei suoi anni, che vede dominata dall’inerzia e dal tedio. Ciò vale soprattutto per l’Italia, miserevolmente decaduta dalla grandezza del passato. Conclusasi l’età napoleonica, in un continuo formarsi e riformarsi di Stati, si è interrotto anche lo spirito di novità sociali e culturali da cui essa aveva preso inizio e legittimazione. Dopo la Rivoluzione Francese, che sembra ormai allontanarsi dal palcoscenico della storia, si smarrisce il grande patrimonio di idee, progetti, utopie del tardo secolo dei lumi, di riflessioni sulla società, di ideali e innovazioni filosofiche, della riscoperta della dimensione politica di ogni cosa, dell’economia, degli ordinamenti della cultura che erano confluiti in un unico irrefrenabile desiderio di modernità. Ebbene, tutto questo sembra arrestarsi con la benedizione dei principi più tradizionali. Infatti, la Restaurazione, non vuole soltanto combattere gli esiti eversivi dell’epopea napoleonica, ma abrogare gli stessi principi ispiratori dell’ondata rivoluzionaria, che dopo qualche decennio non sono del tutto scomparsi dalla mente e dal cuore di tanti che ancora sperano nella razionalità e nella modernità.
Il 1904 è l’anno in cui accadono significativi eventi storici e si sperimentano nuove tendenze culturali. Da una parte il tramonto delle illusioni rivoluzionarie, dall’altra il riconoscimento che si andava attenuando l’egemonia culturale della Francia e che la Germania imponeva all’Europa la ragione innalzata a metafisica. Leopardi vive questa complessità di intrecci con lucidità, anche se in lui convivono le contraddizioni dell’antiromantico intriso di un suo personalissimo romanticismo, e del difensore della civiltà classica intollerante all’imbalsamazione della classicità. Tutta questa complessità rientra nel Discorso sopra i costumi degli italiani. Questa coerenza e questa complessità, ben al di là delle mode, collocano Leopardi a contatto con l’Europa e con il grande dibattito culturale europeo del tempo.
Dopo la Rivoluzione e l’età napoleonica, grazie al potenziamento degli scambi economici, civili e culturali, le nazioni europee tendono a conoscersi e apprezzarsi meglio, senza i reciproci pregiudizi del passato. L’Italia è, in questa fase, al centro di attenzione, ma gli italiani sospettosi, benché poveri di amore di patria, sopportano male ogni piccola critica nei loro riguardi, anche perché poco propensi a riflettere su qualsiasi tema che li riguardi. Persi gli ideali su cui si fonda la morale, la virtù appare sciocca, mentre si impongono il tornaconto e il vizio. La società umana sembra reggersi in piedi per puro miracolo, dato che la politica può offrire sostegni di natura esclusivamente coercitiva e formale, ripetutamente inefficaci. Pertanto, se le nazioni civili riescono a preservare la morale pubblica e la società in generale, questo avviene esclusivamente per l’azione di una limitata fascia di questa stessa società borghese e intellettuale, che segue determinati valori morali e costumi. I valori e i comportamenti di questa parte di società influenzano i valori e i comportamenti della società complessiva e ne permettono l’espansione e lo scambio con altre realtà nazionali. Ora, una delle caratteristiche della società stretta è che essa spinge i suoi membri a una sana ambizione (il senso dell’onore) che consiste nella tendenza a stimare gli altri con il desiderio di esserne stimati. Da qui nasce il rispetto verso la pubblica opinione, il bisogno di comportarsi bene e di evitare il male. Tendenza meschina, certo, ma ormai l’unica possibile, una volta che sono state distrutte le illusioni della filosofia e svaniti tutti gli ideali sociali.
A partire dall’età moderna, gli italiani non hanno più illusioni e non hanno più ideali, poiché hanno compreso la nuda e deludente realtà che si cela al di sotto degli assiomi morali (verità o princìpi che si ammettono senza discussione, evidente di per sé). Diventati più filosofi e più razionali di qualsiasi altro popolo civilizzato d’Occidente, essi sono privi di quei fondamenti morali che sostengono e conservano la società. Inoltre, per un insieme di elementi (il clima favorevole, la spiccata ingegnosità, l’amore per i divertimenti), l’Italia risulta priva di quella società stretta di cui si è detto, per cui il passeggio, le cerimonie religiose e gli spettacoli caratterizzano la dissipata vita sociale degli italiani, che non amano la vita discreta e riservata negli ambienti della loro casa, né utilizzano il loro tempo in interessanti e solide conversazioni. Gli italiani, soprattutto quelli più avvezzi alle cose del mondo, non si preoccupano, anzi disprezzano l’opinione pubblica, cioè la stima degli altri. Di conseguenza, ragionando razionalmente e in termini di tornaconto concreto, avere una reputazione positiva serve a poco; viceversa, una fama negativa non toglie nulla, per cui, prima o poi, cade nell’indifferenza.
Venendo a mancare quella parte di società che fissa le regole di comportamento generali, non solo non ci sono più buone maniere, ma non ci sono nemmeno maniere, nel senso che ogni italiano fa regole e maniera a sé. Priva di un vero avvenire economico e sociale, la società è concentrata sul presente e non riflette su progetti e piani per il futuro. Altrove, è la stessa società generale, fondata sulla tendenza dell’uomo a imitare coloro di cui subisce in qualche modo l’influenza, a rimanere l’unico rimedio contro la presa di coscienza dell’inutilità del proprio agire. In altre parole, se ci si convince che gli altri hanno cura e rispetto della vita, si da valore e significato all’esistenza; anche il più scettico e disilluso viene trascinato ad apprezzare la vita, viverla in piena attività e impegnarsi per essa.
Queste convinzioni possono circolare solo in una società ispirata da solidi principi morali (siano pure illusorii), per tanto, nemica della società vera è la vita dissipata e corrotta tipica della classe medio-alta d’Italia: una vita totalmente concentrata sulla quotidianità e il soddisfacimento di ogni desiderio, istinto e impulso soggettivo ed egoistico. Inevitabilmente, si generano conseguenze nefaste: l’indifferenza, il cinismo, il ridere di sé e degli altri, il disprezzo per tutto e per tutti. Atteggiamenti tipici, questi, di chi vive nel disprezzo della vita. In questo campo gli italiani hanno un triste primato: il loro reciproco rapporto si riduce a un’inesorabile guerra di tutti contro tutti, condotta attraverso la presa in giro, l’offesa e la denigrazione. Sarebbe ingenuo credere che in altre nazioni la società non abbia i suoi difetti, che poi sono i difetti comuni a tutte le società umane: dappertutto esiste l’egoismo, che è frutto della naturale predisposizione dell’uomo a emergere, ma in Italia questi difetti sono più gravi, più frequenti, più diffusi, più funesti.
L’Italia moderna non possiede nuovi fondamenti morali e, tuttavia, ha perso quelli antichi distrutti dalla stessa civiltà. Gli italiani non hanno solidi e coerenti costumi, ma soltanto usanze e abitudini, passivo adeguamento ai comportamenti altrui. Ne consegue che il livello morale è più basso là dove più limitata è la circolazione della civiltà moderna e della sua cultura ed è più alto dove c’è più civiltà di ragione. A questo si aggiunga che, proprio perché caldi ed esuberanti di natura, gli italiani si sono raggelati e intorpiditi quando hanno provato il disinganno operato dai progressi della ragione; al contrario, i popoli settentrionali, meno inclini al calore dell’entusiasmo, hanno meglio resistito alla caduta dell’antica tensione ideale. Da ciò nasce che l’Italia oggi è del tutto priva di una filosofia e di una letteratura proprie, benché in passato sia stata all’avanguardia proprio in virtù della sua immaginazione, mentre è indiscussa l’attuale supremazia dei popoli settentrionali, che sono diventati i più caldi, i più sentimentali e i più intimamente legati a correnti mistiche e religiose. Laddove in Italia la stessa religione è fredda adesione conformistica, nei popoli settentrionali pare che si siano innestate le forme, le passioni e l’immaginazione dell’età antica. È venuto ormai il tempo del settentrione, e la civiltà meridionale è al suo tramonto: questo processo è appena agli inizi e bisogna credere che esso durerà a lungo. Con questa costatazione, e con l’auspicio della definitiva affermazione della modernità, si chiude il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani.
Nell’economia del Discorso vanno considerati almeno tre spunti di particolare originalità. Innanzitutto, la tensione verso una società veramente moderna e vitale, che aspiri a eguagliare i fasti e la gioia dell’età classica, pur nella ferma convinzione che sono ormai impossibili salti all’indietro. Secondo elemento, anch’esso nuovo e originale, la convinzione che le forme della più avanzata civiltà siano ormai proprietà e conquista dei soli popoli settentrionali. Infine, la lucida analisi di Leopardi a proposito dei ceti abbienti e della borghesia intellettuale dell’Italia moderna.
Siamo alle ultime pagine dello Zibaldone e sono passati circa quattro anni dal Discorso, ma le convinzioni di Leopardi sulla funzione della borghesia intellettuale italiana non sono cambiate. Se un popolo è in stato di semi barbarie, ciò avviene perché le sue élites non sono riuscite a liberarsi dei ceppi della cultura vecchia. È questo che caratterizza in negativo il Mezzogiorno d’Italia rispetto al resto della Nazione e l’Italia rispetto all’Europa. Senonché Leopardi non è uno storico. In lui lo spessore sociologico e perfino antropologico supera la dimensione storica vera e propria e, forse, l’eccezionale sensibilità dell’analisi psicologica, degli individui come delle masse, supera le ambizioni di inquadramento sociologico. Leopardi ha il senso dei tempi lunghi dell’evoluzione storica: produzione, commerci, tecnologie, istituzioni, culture, comportamenti, valori, lingue e tende a collegare strutture fattuali e strutture mentali in modo che, volta per volta, tutto si tenga insieme e si spieghi alla luce di una sola idea forte. Ma proprio per questo non bisogna chiedergli quando, come e perché una data struttura si sia evoluta in altre.
Il Discorso di Leopardi invita, inevitabilmente, a fare una riflessione: dopo due secoli, che ne è dei costumi degli italiani. La lettura di questo saggio spinge a chiedersi se sono avanzati culturalmente, eticamente e moralmente; oppure sono rimasti fermi nell’arretratezza sociale che li ha caratterizzati sin dal secolo dei lumi o, addirittura, sono arretrati inesorabilmente verso un declino sociologico, antropologico e psicologico che li pone fuori dalla contemporaneità.
Sonia Di Furia
Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.
Ep.1 Placido Di Stefano, autore di “GAP Grottesco Adolescenziale Periferico” (NEO Edizioni, 2025).
Oggi è il giorno! 📚🎙️
Siamo entusiasti di annunciarvi che la primissima puntata di Capitolo Zero, il videopodcast de Il Randagio Rivista letteraria, a cura di Loredana Cefalo, è finalmente online!
Per questo nostro debutto, abbiamo il piacere di ospitare Placido Di Stefano, l’autore di “G.A.P. Grottesco Adolescenziale Periferico” edito da NEO.
“GAP”, in linea con le scelte editoriali della Neo, è un’opera che osa, sperimenta e offre uno sguardo potente e stilisticamente innovativo sull’adolescenza, il lutto e la resiliente, seppur grottesca, ricerca di un senso al vivere in un mondo spaventoso. In estrema sintesi è un libro che vale la pena leggere e che noi Randagi ci sentiamo di consigliare.
Preparatevi a un’intervista speciale, in cui parleremo non solo dell’opera, ma anche dell’uomo, dei suoi sogni e del suo percorso.
Se volete leggere il commento di Loredana sul libro e immergervi nel mondo dei libri del Randagio, affacciatevi sul sito: http://www.ilrandagiorivista.com
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Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Dapprima si bordeggia, si fa un periplo intorno all’insula-libro, si osserva l’essenzialità della superficie, la nudità della copertina, si resta interdetti su quel segno grafico – una lettera del sanscrito? – di cui piacerebbe scoprire il significato. Poi si approda aprendo una pagina, ed ecco…Vieni, avvicinati: il primo verso, ouverture, che non è l’invocazione alla musa Calliope, come ci si aspetterebbe in un proemio, ma anaforica voce sirenica, irrevocabile invito a noi passanti-lettori, per varcare una soglia sconosciuta.
Da quell’istante è un addentrarsi, mediante piccole soste, nell’isola di ghiaccio e fuoco, di deliri ventosi e acque torve,di notte affamata d’eterno e di luce inflessibile, di precipizi e fratture telluriche, di distruzione e splendidi furori: l’Islanda, l’isola baccante.
Avanzando in essa sembra di compiere un cammino a ritroso nel suo immenso e arcaico passato, nel suo pre-umano territorio, ancora investito dal fiato di ctonie divinità mitologiche, che non hanno paura.
La raffinata silloge poetica di Maura Baldini è una sorta di poema in senso classico, costituito da un proemio e un epilogo, nel cui corpo centrale di XXXVII ‘canti’ è delineata e descritta la mappa dell’itinerario compiuto da lei in Islanda.
Dunque, un viaggio, forse incauto, in una natura ignota e titanica, trionfatrice sulla vulnerabilità umana. Perché qui quello che conta / è mantenere la distanza.
Eppure si avverte, fin dall’inizio, la necessità di chi scrive di entrare in comunione con la terra che sta attraversando, intessere un ordito tra la parte più esterna, la litosfera, e ciò che vi soggiace sotto, ancora più convulso e primitivo. Di riportare e fissare su di sé e fuori di sé, con parole e immagini come lampi e abbagli di tenebra, i segni di un passaggio, tra paure vertigini stupori salti nel vuoto, su questa terra di estremità geografica, di estremi elementi, di radicali contrasti e di osceni paradossi che generano vita.
È un continuo procedere fra fuori/dentro, fra dentro/fuori, tra Sottosopra/soprasotto, fra luce/buio/luce/buio: un flusso incessante, con indugi su tappe da esplorare, che diventano lenti d’ingrandimento su un camminamento orfico nel proprio animo, – infilati nello scheletro della luce, / ascoltando i respiri, / il cuore invertebrato della voce –, nella propria esistenza e nel proprio oscuro destino, – tocca la mia radice e dimmi / che nel vuoto so ancora imbestiarmi, / che ancora so spegnere / il fuoco larvato di questa solitudine.
Una peregrinazione a tratti lancinante e silenziosa nell’entroterra del proprio io, quasi per assecondare l’urgenza di un privato scandaglio, di un ritorno a sé attraverso una metamorfosi. – È tempo che il tarlo diventi cura.
Baldini quindi non corre, – mi cammino dentro – si ferma, per sentire l’inudibile intersecarsi tra la morfologia, stati e moti, delle viscere con le asperità del suolo, con le sue faglie insanabili. S’attarda per tracciare una partitura tra consonanze e dissonanze che lei percepisce tra il paesaggio, osservato e contemplato, e il proprio vissuto, il proprio essere, la fatica del vivere e la sua incomunicabilità – Così noi. / Come l’acqua senza requie / benediciamo l’antitesi, / e senza requie negandoci/ incubiamo il desiderio / di una perfezione inferiore. Un confronto tra contemplante e contemplato, un faccia a faccia tra due inquieti, seppur insondabili, daimon, che ci giunge, liricamente immediato e sincero, senza filtri né mediazioni. – Eppure, nell’ammanco di vita, / i pensieri maturavano agnizioni, // sconfinate densità.
Pagina dopo pagina, sosta dopo sosta, accogliendo quel suo richiamo iniziale, stiamo dietro, anzi a fianco, al suo passo lento. Entrando in quel territorio si ha la sensazione di un mugolare sulfureo nel sottofondo, di una seduttiva prossimità con la morte, di un ancestrale brivido, impreziositi da versi, fitti e tesi, talora fasciati in un enigmatico silenzio, di domande insolute – Cosaguardiamo nell’eco di un impercettibile movimento del cosmo? La risposta si disperde, sfuma nell’abbraccio del porticciolo, soglia che apre verso il grembo oceanico.
Spazi bianchi intrisidi un’attesa illimitata che sembra presagire un dramma, una deflagrazione cosmica, un sommovimento intimo, forse dionisiaco, come se anima e materia si appartenessero e si sbranassero le carni.
E ciò malgrado, in questo fatale travolgimento sopravvive un desiderio, una tenue speranza, il conseguimento di una stasi, l’ancoraggio a una minima salvezza. – Ma noi vogliamo essere ascoltati e assolti, / vogliamo una mano sul capo, / una foglia che accarezzi la guancia. / Vogliamo l’emersione, l’ascesa mirabolante, / un sogno che non dice ma diventa. / […] come il più docile autunno del cuore.
Finché, arrivati al termine del percorso-lettura, piano ci allontaniamo, magari nella condivisione di una consapevolezza, espressa in sordina dall’autrice, che la febbrile ricerca di un senso all’ossimorico vivere, che l’ansia dell’ossessivo partire – quasi fosse una brancolante fuga da sé – per un altrove, per un’illusoria Avalon, non troveranno pacificazione – non nell’esilio, / e nemmeno nel ritorno– ma provando a chinare e a coltivare lo sguardo – nell’ipogeo degli occhi – nel profondo noi stessi.
Riecheggiando un pensiero di Bachelard: “Per quanto possa apparire paradossale, è spesso l’immensità interiore a conferire il vero significato a certe espressioni riguardanti il mondo che si offre ai nostri occhi”.
Ci accomiatiamo da Maura e dal suo viaggio, non dalla sua poesia, lasciando risuonare nel cuore, come un piccolo lascito, linfa di chiarore nello smarrimento tenebroso, la musicalità della strofa che conclude il poemetto –Sei tu la parabola dell’alba eterna / l’onda immensa che s’avvicina, / la speranza mai sopita / di un volto che abbraccia l’infinito.
Grazia Frisina*
Le cascate degli dèi
Infinito tormento, che tu insegua Dio, mite spirito, che sospiri nella cascata. (Georg Trakl)
Ogni cortina d’acqua è un covo, cavità di caligini, dimora di precipizi – irrefutabili, come la forza di gravità, come l’occhio spalpebrato del pesce.
Essiccare ogni lamento,
cucire il corpo nella cera
e affrontare il tempio dell’acqua,
il corpo a fiotti degli dèi –
mentre sul volto della cascata
sospira, pallido, un arcobaleno.
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Maura Baldini: piemontese, ha esercitato per molti anni la professione di avvocato. Oggi vive a Ginevra e si dedica, fra l’altro, alla traduzione e alla poesia. Di recente, ha tradotto André Malraux e Malcolm de Chazal, curando i seguenti volumi: André Malraux, Occidentali quali valori difendete?, De Piante; Malcolm de Chazal, Plastica, Gruppo editoriale Magog. Nel 2022, è stata pubblicata per il Convivio Editore la sua silloge poetica di esordio, La slegatura, opera tra le vincitrici del Premio Carrera. Scrive, inoltre, articoli e saggi per Poesia (Crocetti-Feltrinelli), per Pangea e per altre riviste e blog letterari.
*Grazia Frisina: Già docente di Lettere nelle scuole superiori. Le sue pubblicazioni: il romanzo A passi incerti (2009); il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (2015, messo in scena presso il museo della Deportazione di Prato), e Madri (2018), prefazione di Marinella Perroni, (tre pièces su alcune figure femminili del mondo biblico, dalla pièce Stabat Mater è stato realizzato un corto, girato nel carcere di Pistoia); le raccolte poetiche: Foglie per maestrale (2009), Questa mia bellezza senza legge (2012), Innesti (2016), Pietra su Pietra (2021), Avrei voluto scarnire il vento (2022), Storie senza approdo (2025), con illustrazioni dell’artista Edoardo Salvi. Il testo inedito Fiaba detta o fiaba scritta, a chi va storta a chi va dritta (2023) è stato messo in scena con la regia di Piera Rossi. Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e il dialogo poetico: Ricordi comeraccoglievamo i narcisi, sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015). Presso la casa-museo Guidi di Firenze ha ideato e curato il dialogo poetico Il mare nel vento – Unavoce dentro l’altra, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (2017). Ha partecipato al festival di poesia Notturni di versi di Portogruaro (2016 e 2021). È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali e internazionali.
E la guerra? È sparita, proprio come il povero bruco (Quartu, 18 giugno 2025)
Una piccola cosa, stasera, ha attratto la mia attenzione, fortemente. Fra le scarpe delle tante persone, i tacchi delle signore, quelle eleganti da uomo e le sneakers dei ragazzi presenti alla tappa isolana del Premio Strega Tour, si aggirava timidamente un bruco. Un bruco marroncino, un po’ brutto, in verità, che c’entrava poco col clima di festa e l’aria di bellezza intellettuale che si respirava fra le sedie, bagnate dalla pioggia torrenziale, che ha preceduto la kermesse presentata da Fabio Canino, volto noto ed irriverente della TV e della radio italiane.
Mentre il piccolo insetto si faceva spazio fra sedie e piedi, sono saliti sul palco i giovani, di un noto liceo cagliaritano a leggere le loro riflessioni sui cinque libri candidati al prestigioso premio.
E sempre mentre l’esserino strisciante si aggirava intorno al palco, sulle quattro sedie messe una accanto all’altra, tre dei cinque finalisti hanno preso posto per parlare dei loro bellissimi libri.
Una serata coi fiocchi, con la giusta dose di pacatezza e puntualità che solo i sardi sanno avere, nonostante due dei nostri supereroi (li chiamo così perché il tour è una bella prova di resistenza per chiunque) non siano riusciti a presenziare in questa unica tappa in Sardegna di Quartu Sant’Elena.
Ed ecco arrivare le parole che si intrecciano nell’aria che, dopo la pioggia, è diventata fresca. Si parla di memoria, del potere del ricordo, si ascoltano i video messaggi dei due assenti e si fa qualche battuta.
Dov’è finito il bruco?
Eccolo lì, proprio accanto alla mia scarpa, in una posizione defilata, stavolta, rispetto al palco. Sembra cercare finalmente riparo, lontano da piedi indiscreti.
Mentre riposiziono l’attenzione sul gruppo di scrittori in gara, noto che il fil rouge dei libri presentati è un grande super potere: quello delle donne. Me ne compiaccio, ma tengo sempre un occhio vigile al bruco e al suo percorrere lento e mi metto in asascolto.
Ascolto la potenza del racconto della protagonista del libro di Elisabetta Rasy, “Perduto è questo mare” che durante varie fasi della vita, sperimenta la ferita per la perdita, dolore che si placherà solo attraverso la memoria letteraria.
Sempre di memoria e dolore si parla nella famiglia di Madre e Padre, in “Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia” di Michele Ruol e anche lì, il ruolo femminile gioca una chiave fondamentale per il recupero dei 99 ricordi.
Andrea Bajani, vincitore già dello Strega Giovani, nel suo romanzo “L’anniversario” compie un piccolo miracolo: fa restituire il ricordo di una madre a suo figlio, una donna che nonostante fosse resa invisibile da un uomo tiranno, riesce anche ad essere felice ed è proprio attraverso la memoria di quella felicità che suo figlio la sente presente nel ricordo e la trova “scalpellando” fra gli scritti.
Ed ecco che arriva il superpotere della bisnonna di Nadia Terranova, nel suo romanzo autobiografico “Quello che so di te”: un emblema delle donne rese isteriche perché anticonvenzionali, marchiate per sempre come pazze, solo perché fuori dagli schemi. Con tenerezza la scrittrice ci ricorda che, sebbene tanti passi si siano fatti nell’emancipazione femminile, siamo ancora molto indietro nella parità di genere. E ci presenta un’immagine fortissima, accomunando le sedie di design delle nostre case a quelle dei manicomi di inizio Novecento, a causa del peso dei legacci e fibbie che il ruolo femminile nella società ancora impone.
E sul finire del suo discorso sulla realtà attuale, mentre ero distratta dalla scia del mio piccolo amico strisciante, ecco che sento volare nell’aria una parola che sembra uno squarcio. “Guerra”. È piccola, bruttina anzichenò rispetto a questa magica serata. Non c’entra nulla, proprio come il mio amico. Ed esattamente come lui, dopo aver generato un silenzio glaciale, nonostante l’afa serale, si attorciglia intorno alla sua autrice, fa un giro timido fra le prime file e sembra dissolversi.
Paolo Nori, con la simpatia parmense che lo contraddistingue, cita un verso del poeta Raffaello Baldini, “In due” dedicato alla morte di sua moglie. Nel suo libro “Chiudo la porta e urlo” è evidente come la perdita della donna segna per il Baldini un profondo mutamento. Il finale della serata, dunque, ritorna sul potere femminile.
E la guerra? È sparita, proprio come il povero bruco.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.