Alessandra Saugo: “I giardini Salvi” (Wojtek, 2026), di Rita Mele

Per incontrare Alessandra Saugo nei suoi frammenti di vita — scritti alle soglie della diagnosi del male incurabile che nel 2017, nell’arco di quattro anni, l’avrebbe portata alla morte —, abbiamo una sola vera possibilità: leggerla e ascoltarne la voce letteraria custodita nei suoi quaderni. 

Il 16 settembre scorso gli editori Wojtek (dal nome della mascotte polacca dell’orso guerriero sorridente) — Leone, Marino e Corduas, di casa a Pomigliano d’Arco —, hanno pubblicato un nuovo Orso Bruno nella loro collana dedicata alla letteratura italiana contemporanea, indocile, trasformativa e rischiosa, ça va sans dire: l’edizione integrale de I giardini Salvi, la terza opera postuma di Alessandra Saugo (1973–2017) a cura di Emiliano Peguiron e con la prefazione di Massimo Recalcati.

L’incontro tra noi e la Saugo è andato ben oltre i limiti della semplice lettura. L’abbiamo frequentata dal 28 agosto 2007 al 29 settembre 2013, l’abbiamo ascoltata in tutte le modulazioni della sua voce e abbiamo vissuto con lei, con le sue figlie e con il suo compagno, oltre che all’interno della sua rete sociale e familiare, ovunque si sia mossa e dislocata in quegli anni. Questa raccolta dei suoi Quaderni ci ha chiesto di essere abitata, navigata, nuotata come quando una marea ti coglie all’improvviso e a cui puoi sopravvivere solo se sai nuotare.

Alessandra Saugo – di cui ancora poco leggiamo e conosciamo rispetto alla sua esuberante natura di artista visiva, performer e scrittrice -, superando e attraversando i marosi avversi dell’editoria italiana, ci aveva già svezzati in vita con Bella pugnalata (Effigie, 2010) e Metapsicologia rosa (Feltrinelli, 2017), e poi, grazie a Wojtek, con gli scritti postumi Come una santa nuda (2023) e La custodia dell’angelo (2025). Ora, in un mese tutt’altro che neutro per l’autrice, settembre, è stato pubblicato un volume di oltre novecento pagine che rappresenta il compimento naturale della sua voce radicale.

Composto da tredici quaderni originariamente cartacei – scritti tra l’agosto 2007 e il 29 settembre 2013 e ricopiati a computer dall’autrice stessa negli ultimi anni della sua vita, il testo ci è apparso cangiante e trasformativo nel suo attraversare forme e stili di scrittura diversi: nella lettura ritroviamo il ritmo nel diario, la prosa poetica, il ritratto psicologico e anche la vena polemica contro il sistema editoriale. Assistiamo e partecipiamo alle sue trasformazioni nella vita domestica, attraverso le tre gravidanze, immergendoci nella sua depressione e scorgendo la trama familiare che lei tratteggia, ignara dei drammi che verranno (il suicidio della madre, la separazione dal marito, la sua malattia e poi la morte). La sua scrittura è un universo emotivo, carnale, sensoriale, dall’impatto fonetico e vocale dirompente, capace di esplorare ogni forma del possibile. L’andamento che seguiamo leggendola e ascoltandola è tutt’altro che prevedibile, seppur snodato lungo una sequenza diacronica.

Ci ritroviamo infatti in una vera e propria vertigine temporale quando poi ci accorgiamo che il mese di settembre rappresenta per la Saugo una sorta di meridiano di Greenwich, una longitudine immaginaria che traccia il confine tra il prima e il dopo: il 16 settembre 2007 nasce la prima figlia, Maria; il 22 settembre 2017 Alessandra muore ad appena 44 anni per una malattia incurabile; il 16 settembre 2026 i suoi diari vedono infine la luce nella loro forma compiuta arrivata sino a noi.

Prima ancora di addentrarsi nelle sue tematiche e riconoscerne i variegati nuclei ricomposti con la lingua, I giardini Salvi esige un atto di fede, di coraggio e di concentrazione per attraversarne la natura formale complessiva — una sorta di pratica di pirobazia, una camminata sui carboni ardenti. Percorrere le 927 pagine viventi dei 13 quaderni significa imbattersi in una scrittura destrutturata e algebrica, che rappresenta le relazioni e i vissuti dell’Autrice attraverso codici linguistici e sonori che spaziano dall’astratto al logico, dal materico al corporeo.

Di pagina in pagina, di giorno in giorno, di luogo in luogo si procede per giustapposizione e disgregazione. Come se il pensiero non riuscisse a contenere l’eccesso dell’esperienza e dovesse frantumarlo, la Saugo — e noi insieme a lei — va sbriciolando la realtà in catene di parole-tessere e patchwork sintattici.

Dire dove e in quale giorno dei Quaderni abbiamo incontrato una Saugo imparentata letterariamente con Raymond Queneau e Georges Perec richiederebbe di trasformare questa recensione in una severa analisi del testo. Ma fidatevi: non è stato possibile rinunciarvi nel corso della lettura, perché i rimandi erano e sono fin troppo evidenti. Vi invitiamo a seguire questa pista tra le altre, per fare scoperte e rinvenimenti di lezioni compositive à la façon de. Ne sono prova le descrizioni a mosaico e i cataloghi ossessivi del reale che la Saugo alterna con un’attitudine di costante amorevolezza e distacco nel contemplare le figlie e le cose umili, attingendo qui alla grazia che conosciamo dell’Autoportrait au radiateur — il diario di Christian Bobin in cui l’autore non si protegge dalla propria perdita dell’amata.

Le pagine dei Quaderni di Saugo funzionano come palline di mercurio: si sgranano in mille sfere lucenti per poi ricomporsi all’improvviso attorno a un dettaglio o a un’evocazione lirica. Al lettore sono concesse ed evocate esperienze sulla soglia tra l’opera d’arte e il reperto psichico: la presenza-assenza del partner, i phenomena di derealizzazione e la sintassi interrotta sfiorano la struttura di stati dissociativi e frammentazioni traumatiche. Tuttavia, non ci troviamo di fronte a un caso clinico, ma a una suprema forma di resistenza estetica. A chi parla, dunque, quest’opera? Chi può leggerla? Non il lettore in cerca di rassicurazione o di un idillio consolatorio, ma chi accetta di smarrire le coordinate della logica tradizionale per porsi in ascolto di una lingua primaria, liquida, che rasenta il limite del visionario.

La forma revisionata di questo diario stratificato porta la firma dell’arte filologica e del sacro rispetto di Emiliano Peguiron. Il curatore ha decifrato la trascrizione fatta da Saugo a partire dai suoi 13 quaderni cartacei originari, scegliendo di preservare l’anomalia sacra di questa lingua (neologismi, espressioni infantili, variazioni cronologiche, frasi sospese). Peguiron ci consegna un testo perfettamente fruibile ma autentico nella sua voluta incompiutezza, dove l’errore o il refuso sono l’impronta digitale di una voce viva.

Ed è per tutto questo — e per il molto altro che lasciamo scoprire ai lettori — che questa nostra recensione qui si apre e si tras-forma in una cassetta per 13 chiavi di lettura, capaci, crediamo, di accompagnare chi legge nell’attraversamento delle maree della Saugo. Ad ognuna delle chiavi che siamo riusciti a ricavare dalla lettura dei 13 Quaderni abbiniamo qui una etichetta che i lettori potranno o no condividere o sostituire con quelle altre che li ispireranno.

13 chiavi di lettura per attraversare I giardini Salvi

1. Per l’invenzione della lingua originaria (La langue lacaniana e neologismi)

La scrittura di Saugo rifiuta le convenzioni del lessico adulto per immergersi nella lingua primitiva, in una sintassi biologica e neologica. In un continuo impasto di registri alti e bassi, nascono espressioni affettive uniche: musagnetha, uon ciangottini, popipallina, dove le parole tornano a essere materia sonora, pulsione e balbettio primario.

2. Per fare l’esperienza del Parler-Femme

Nel solco del pensiero di Luce Irigaray, la prosa di Saugo rifiuta la distanza e l’astrazione del discorso fallocentrico. Compie invece un’esplorazione liquida e viscerale con cui tenta di smantellare il discorso maschile sulla femminilità e sulla donna per trovare un modo linguistico e comportamentale di parlare come soggetto del discorso. E lo fa a partire dalla contiguità con il margine della provincia, dalla corporeità della gestazione e dalla presenza materica delle cose sfiorate e accudite.

3. Per la dimensione thalassica, i problematici nessi tra corpo e psiche e la complessità della materia vivente

Attraverso una nostra intuizione che si riallaccia alla teorizzazione psico-bio-analitica della genitalità di Sándor Ferenczi in Thalassa, la scrittura dei Quaderni è attraversata da una costante spinta utero-marina (la gonna che diventa l’onda, la casa trasformata in bolla subacquea). Il mare e i fluidi corporei non sono semplice paesaggio, ma prolungamenti dell’utero e barriera di protezione dal freddo del mondo esterno.

4. Per la carne ferita e la verità sul corpo materno

Dalla memoria del cesareo alla fatica dei parti ravvicinati, Saugo non nasconde la cicatrice e la ferita chirurgica. La carne ce la fa vedere come luogo di usura e di trasformazione, un trauma dell’essiccamento dei fluidi vitali che trova riscatto solo nell’abbraccio immediato e nello scambio di calore con le neonate. Un cortocircuito che trova la sua conferma nella lettura folgorante de Le cose fondamentali di Tiziano Scarpa, in cui l’autrice riconosce l’indicibile verità della propria esperienza: l’amore genitoriale non come idillio spirituale, ma come servitù felice della carne, fatta di fluidi, febbre, vigilanza e terrore della fragilità.

5. Per la diagnosi sul difetto di fabbrica dell’esistenza

Nessun idillio o consolazione pastorale addolcisce la quotidianità: le zampate che la vita ci riserva ne conservano la gravità costituzionale, spesso ingiusta: La mia scarsissima voglia di “vivere”, organica, costituzionale, il vero difetto di fabbrica. È un’ombra senz’alibi che si getta sulle luci della vita, eppure l’autrice l’affronta senza mai cedere al cinismo o all’abbandono egoico.

6. Per il cortocircuito tra la carne felice e la rabbia della scrittura soffocata

I Quaderni mettono in scena la frattura dolorosa tra la totale dedizione materna e la rivendicazione urlata della vocazione letteraria. Di fronte ai treni persi della carriera, all’isolamento nella provincia e al confronto con l’incontenibile desiderio sempre a palla di Molly Bloom, Saugo oppone la forza eruttiva del proprio corpo: io per via vaginale anzi per via di parete addominale erutto fuori tre persone in quattro anni a dire che c’è vita […] anche se scrivere… scrivere cazzo scrivere cazzo. Non senza dubitare di star facendo ciò che potrebbe rivelarsi punitivo e irreparabile: e io invece cosa sto facendo? Mi sto seppellendo vivamente, forse sto esagerando e qua in fondo a questo troppo non volere mi toccherà incontrare una punizione.

7. Per l’etica della stanzialità ovvero la militanza dell’Home Sweet Home

Di fronte al nomadismo del sistema dell’arte e alle convenzioni borghesi, l’Autrice sceglie la clausura domestica come forma di resistenza e trincea. Reclamando la sua identità Non sono una casalinga, sono una scrittrice, un’artista, Saugo trasforma la casa in un perimetro d’oro in cui difendere le figlie dal disincanto e proteggere se stessa.

8. Per il rifiuto della psicopedagogia dogmatica

In uno degli scatti più critici dell’opera, Saugo reagisce con fierezza alla rozzezza delle teorie pedagogiche di maniera: frullate nel dozzinale, nel calcinculo della psicopedagogia più letale […] macellaia delle sfumature e delle differenze. All’imposizione autoritaria del distacco dei figli dai genitori, oppone l’ascolto fine della sensibilità e dei tempi di crescita unici di ogni singola figlia.

9. Per il calcolo delle sorsate contate e la fisica dell’allattamento

L’atto del nutrire al seno è esaltato dai picchi di poesia corporea e psicanalitica, descritto dalla Saugo come un’intima trasfusione attraverso condottini cristallini e la pelle piena di succo buono. Quando sopraggiunge la necessità medica di interrompere l’allattamento, il distacco per lei si fa calcolo aritmetico e doloroso: le sorsate contate (venti per parte, contarle, assurdamente), trasfigurando la fine del contatto fisico in memoria e profumo.

10. Per l’epifania dei Giardini Salvi e l’incanto del quotidiano

Come un flâneur di provincia, Saugo sa scorgere il numinoso nei micro-ambienti di Vicenza e dei luoghi del quotidiano: le botteghe del centro, il banco del macellaio, le passeggiate con le bimbe, fino al prato dei Giardini Salvi dove il 24 ottobre 2012 raccoglie il suo primo quadrifoglio. Il sacro non abita le grandi astrazioni, ma si rivela nelle piccole cose salvate e custodite.

11. Per la scelta di non pesare

Di fronte alle proprie crepe interne, alla fatica e alla tentazione della rinuncia, Saugo fa prevalere l’etica della cura formulando la sua promessa materna più commovente: trattenere l’angoscia per non farla ricadere sulle figlie: quanto sempre trattenendo tutto il peso come fosse il respiro […] per neanche lontanamente sfiorarvi oh povere care non sia mai […] io trattengo tutto il peso dentro e distendo la mia vita sulle vostre come se fosse solo luce.

12. Per il coraggio della lingua incompiuta e delle sospensioni

Tutti i Quaderni rivendicano la propria forma imperfetta e frammentaria. Frasi spezzate, parole sospese senza punto fermo e reticenze si fanno cifra stilistica: il pudore della scrittura riconosce che gli stati d’animo più profondi non possono essere del tutto addomesticati dalla sintassi logica.

13. Per il passaggio del testimone e per la sua eredità

Nell’atto finale dell’opera, di fronte alla paralisi provata nella bellezza minerale della rimpianta e mai veramente posseduta Venezia (nonimmediavo… non ci riuscivo), l’Autrice affida la possibilità del futuro alla figlia Angela (Angela, cuore mio, continua tu, comincia tu…). E chiude i sei anni di scrittura vivente, il 29 settembre 2013, nel lettone sotto il temporale d’autunno, con le parole che portano l’impronta, il senso della sua eredità e del suo tanto cercato riparo: Dormivi nel buio di penombra, un forte acquazzone iniziava, non lo sentivi amore che fuori arrivava l’autunno, lo portava il vento, scompigliava le chiome degli alberi, pioveva, tutto si bagnava, si raffreddava, tu dormivi rannicchiata anche addosso a me, oltre che supina, respiravi amore, vivevi quieta, protetta, infinitamente amata.

Proporre ai lettori randagi questa cassetta di chiavi per attraversare I giardini Salvi risponde a una nostra precisa responsabilità critica: permettere a chi legge di riconoscere ad Alessandra Saugo il posto che le spetta nella letteratura contemporanea. Attraverso questi tredici accessi, i Quaderni rivelano di non essere un semplice diario di bordo o un catalogo di minuzie domestiche, ma un’opera d’arte complessa e radicale – il dispositivo con cui una voce incontaminata e senza alibi resiste all’omologazione del linguaggio e al disincanto della vita.

Attraversare i sei anni di questa scrittura vivente insieme a lei ci costringe a fare i conti con la fragilità della materia umana e con l’ansia del tempo che fugge. Entrare nei Giardini Salvi non è mai stato per noi de il Randagio un esercizio di contemplazione passiva, ma un atto di immedesimazione profonda dentro un nitido contrasto termico ed emotivo. Da una parte abbiamo visto l’irrigidirsi della vita e della società: una duplice freddezza che si manifesta sia nel rigore delle gabbie esterne – le regole e le gerarchie sociali, le logiche escludenti dell’editoria e il dogmatismo della psicopedagogia – sia nella gravità naturale dell’esistenza, fatta di fatica organica, scorrere del tempo e depressione. Dall’altra parte, opposto a questo gelo, abbiamo sentito il calore invincibile del corpo e della cura materna.

Sebbene negli anni dei Quaderni l’Autrice ignorasse ancora la diagnosi imminente, per noi lettori quel freddo che incalza da fuori preannuncia la stagione buia del dramma a venire. È qui che si compie il miracolo etico della Saugo: di fronte all’inverno del mondo, la sua parola agisce come una barriera termica. La sua è una lingua biologica ed erotica: biologica perché radicata nella fisiologia della materia viva — nei fluidi, nell’allattamento, nella carne ferita — ed erotica perché mossa da un Eros profondo, spinta incoercibile di vita, desiderio e passione letteraria che si oppone a ogni disincanto. Attraverso le parole-tessere che compongono i tredici Quaderni fissando in fermo immagine i frammenti dell’esistenza, la Saugo compone un mosaico d’oro per tenere al caldo chi ama, proteggendolo e custodendolo nell’esperienza di vivere e sentirsi infinitamente amato.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Emanuele Canzaniello sul suo ‘’Breviario delle Indie’’ (Wojtek, 2024)

Se c’è un libro che più di tutti tra quelli proposti per l’ultimo Strega ha incuriosito il Randagio, questo è “Breviario delle Indie” di Emanuele Canzaniello edito da Wojtek. Innanzitutto perché a proporlo è stato Giuseppe Montesano, uno dei nostri scrittori e saggisti preferiti, un marchio di qualità sul valore letterario dell’opera. Poi perché già dal titolo evoca tutto ciò che affascina il lettore vagabondo: antichi diari di bordo, terre lontane da scoprire, oceani da attraversare, naufragi, principesse inca da conquistare, profumi di spezie. Ma il libro colpisce per il modo originale di comporre, come per magia, narrativa e saggistica, Poesia e Storia, visioni liriche e riflessioni filosofiche e sul colonialismo. Abbiamo quindi incontrato l’Autore in una libreria napoletana del Vomero e gli abbiamo chiesto di raccontare ai lettori del Randagio il suo “Breviario delle Indie”. Ecco cosa ci ha risposto.

Considero il Breviario delle Indie (Wojtek 2024) un libro non-fiction, che non è un romanzo come lo abbiamo conosciuto, ha qualcosa del saggio e non poco del libro di poesia. Ề un libro di prose brevi che vuole essere un Aleph borgesiano che aspira a contenere ogni punto e ogni immagine del secolo del primo contatto tra Europa e Americhe. Un secolo, il Cinquecento, lo spazio vastissimo di un continente, l’America centro-meridionale. Tutto è reale, ogni dettaglio e più del dettaglio, ogni mappa e atlante, e più di ogni mappa eppure molto prende le forme di un sogno, di qualcosa che non riconosci sia il reale. Ề un libro che attraverso la storia prova a interrogarsi su quanto peso quantistico possa avere un singolo punto di quello che chiamiamo reale, e come lo spazio e il tempo ne siano deformati, e non solo lo spazio e il tempo, ma tutti i corpi, tutti i saperi, sotto il peso di quella somma delle possibilità che è il reale, e quindi la storia. Raccontando, e riscrivendo, uno degli eventi più importanti mai avvenuti sulla Terra, come l’impatto tra due sue biosfere continentali isolate da milioni di anni e poi venute a collidere e a incrociare i propri spazi e i propri ordini del tempo, prim’ancora che le loro diverse civiltà.

 Ề un libro che vuole portarti lì, su quelle navi, in quell’orizzonte degli eventi, stando con loro, con quegli uomini, senza ricostruire la storia con la guida sicura delle nostre esclusive categorie del presente o almeno non soltanto. Il libro si chiama Breviario perché da un lato allude alle Brevi cronache del Cinquecento, che nella loro necessaria vorace brevità dovevano dar conto di una dismisura che già appariva chiarissima rispetto a tutto quanto era avvenuto prima ed era noto nella storia; dall’altra il Breviario indica l’oggetto liturgico, che qui diventa preghiera e maledizione per uno sprofondare nel male della storia e del reale. 

Quanto male può contenere ogni punto di quello che chiamiamo reale? 

Il libro è ossessionato dal problema del male e delle prime volte della storia. Il male è un continuo o e quantizzato, è divisibile all’infinito o non è divisibile all’infinito? proprio come oggi ci si interroga in questi termini sulle categorie fondamentali della fisica e della cosmologia. Il libro interroga la storia come una cosmologia. Il Breviario delle Indie in fondo vuole portarci a rivivere e ad essere invasi dalle immagini del genocidio più profondo e più esteso della storia.

Penso sia contemporaneamente fatto di molti elementi che lo rendono quasi irricevibile per il mercato editoriale. La brevità delle prose, il suo non essere un romanzo, essere una narrazione ma tutta anti-narrativa, il suo ritmo interno da versetto biblico o da frammento filosofico (penso alla definizione di un genere sfuggente come la speculative fiction) ma allo stesso tempo è un libro fatto di tutti gli elementi, direi quasi dei tag, che costituiscono le parole d’ordine, le ossessioni profonde, le ansie, gli scenari del dibattito, più vivi e più urgenti non solo di oggi ma degli ultimi trent’anni. Il mondo contemporaneo è nato dal dibattito post-coloniale, nei paesi che hanno avuto un passato coloniale “atlantico”, i temi che emergono da quegli eventi ridefiniscono le parole con cui pensiamo il mondo di oggi e i suoi rapporti di forza. L’inizio e il debutto della mondializzazione, il suo coincidere con la centralità di una visione eurocentrica, un’anatomia di cos’è stato l’Occidente alla luce del suo dominio sul pianeta, la necessità di ripensare l’influenza bianca su tutta l’umanità, l’idea di etnicità e di minoranze che ne è derivata, la necessità di ripensare che cos’è stato il genocidio più esteso e profondo della storia, che cos’è la violenza sessuale e di genere in questi scenari, che cos’è uno stupro, nella macro-metafora di un incontro che è stato un territorio di violenza sessuale aperto e dispiegato su un intero continente e tra due mondi. 

Ma tutto questo diventa materia di un libro di esclusive ragioni letterarie, in cui la lingua è l’avventura fondamentale di un libro. Io credo che il fatto stesso di combinare questi temi e questa idea di letterarietà generi una possibilità di attraversamento del perturbante, generi una forma di conoscenza (non solo di quei temi) che solo la letteratura può offrire e che significa anche un attraversamento del negativo, dell’oscenità della storia, della nostra natura, del tutto peculiari agli strumenti che offre solo la letteratura. In che modo e in che senso spero siano i lettori a scoprirlo. 

Quest’idea della letteratura credo sia oggi non in pericolo ma che abbia bisogno di difendere i principi su cui si fonda, oggi percepiti confusamente, come qualcosa che stia scomparendo. In Italia la situazione è aggravata da una tradizione che ha raramente riconosciuto nella letteratura lo spazio di esplorazione del negativo, che non esprime e non ha espresso una letteratura come trasgressione e sfida al limite. In Italia piacciono le storie da cortile, non sia mai che si vada troppo lontano. Dolori domestici, dolori e scenari familiari. La verità è che a me non interessa nulla non solo di questo ma anche dei libri che vogliano portarti a un qualche esito “positivo”. Riscopri questo, scopri quello, in genere esattamente quello che prevedi a partire dalle premesse di sistemi di riferimento già noti.

Cosa può fare, all’interno del non-fiction, del rispetto dei dati reali, non alterati, riscrivere queste storie che già ci offre la scienza storica? Quale contributo arriva dalla letteratura? Innanzitutto direi che dobbiamo allenarci a mantenere l’idea che un oggetto narrativo interamente fatto di materiali “reali”, “verificati”, sia comunque un oggetto di finzione, che produce una simulazione di realtà nel nostro cervello. Ed è questo uno degli specifici della finzione nell’esperienza umana. Riscrivere quelle storie significa anche offrire al lettore la possibilità di rivivere quelle storie, non già di conoscerle storicamente e scientificamente, ma riviverle grazie a quella simulazione del reale che offre la narrativa, l’esperienza psichica delle emozioni di quelle storie vissute nel nostro presente e nella nostra psiche di lettori. 

E se è vero questo uno degli elementi più problematici che pone il Breviario è legato a un portato delle finzioni che è stato descritto nella storia in vari modi. Uno degli ultimi modi si trova nell’articolo che David Foster Wallace dedicò al cinema di Lynch. In quell’articolo Foster Wallace usa una parola emblematica che in italiano è stata resa con il termine un po’ goffo ma efficace di “entrambicità”. E cosa sarebbe? La possibilità data dal dominio estetico di stare, di fare esperienza psichica di entrambi i lati della nostra natura, della natura del reale. L’orrore del reale e la fascinazione per quell’orrore, l’orrore del genocidio e la complicità con esso, la distanza dall’insondabile cuore di tenebra e l’affinità e la vicinanza ad esso. L’innocenza di Laura Palmer e la sua complicità con tutta la sua oscurità e quella del reale e di ben oltre il reale. Applicare un approccio del genere a una materia incandescente come quella del secolo delle grandi esplorazioni e dell’inizio della colonizzazione mondiale europea è, credo, come lo è stato per me, qualcosa che ci mette davanti alla più radicale delle responsabilità che ci possa imporre e offrire la finzione.

Per il Breviario delle Indie ho immaginato che non ci fosse niente di più interessante che seguire non personaggi di carta, cioè imitazioni di psicologie individuali, ma i saperi di intere epoche dell’umanità, e i conflitti, le illusioni e le esplorazioni che hanno attivato e inverato. 

Il Breviario è anche questo, il tentativo di guardare in faccia alcune delle principali genealogie di saperi che indichiamo quando parliamo di Occidente e della nostra storia europea e mondiale. Perché di fatto la storia mondiale inizia da questa storia della prima espansione europea nella scoperta della vastità del nostro pianeta. 

E che ha e avrà ripercussioni e somiglianze non solo con l’esplorazione del pianeta; mi colpì molto inizialmente leggere già nelle introduzioni dei libri scientifici più noti che ci offrono i dati di quella storia, che il primo contatto tra l’Europa e le Americhe è stato quanto di più simile al momento in cui avremo il primo contatto con altre forme di vita nell’universo che sia mai avvenuto sulla Terra. Ho immaginato che questa potenza potesse dare vita a un libro che stesse dentro il corpo a corpo con quell’enormità del reale, e insieme che desse conto della sua incommensurabilità e bellezza.

Emanuele Canzaniello

Strega 2024 – Intervista a Eduardo Savarese, di Daniela Marra

Le Madri della Sapienza di Eduardo Savarese, Wojtek edizioni, proposto allo Strega 2024 da Riccardo Cavallero, è stato spesso definito un romanzo distopico. Eppure appare evidente già dalle prime pagine che qualsiasi vestito risulta imperfetto. Troppo corto, troppo stretto, troppo alla moda o troppo largo, questo accade perché il romanzo di Savarese che ha la forma di vero romanzo tradizionale otto-novecentesco, in particolare ricorda per alcuni versi la produzione russa, è un’opera trasformista, che attinge a una moltitudine di registri diversi ma sapientemente armonizzati.
Visionario, surreale, imprevedibile, racconta una storia-mondo, attraverso un ricchissimo sottobosco di personaggi e trame. Un inno sacro e provocatorio alla potenza dell’amore non come sentimento ma come forza trasformativa, come silenzioso sacrifico, nel senso più classico della parola: Sacer Facio, fare sacro, rendere sacro.

Abstract romanzo:
Il primo ministro Anselmo Riccardi ha l’ossessione di rifondare la famiglia tradizionale. Dietro di lui, dentro di lui, agisce Ulrica Neumond, maga e fondatrice della Casa Europea dei Nuovi Ariani.
Il loro famelico disegno di conquista si abbatte sul monastero delle Madri della Sapienza, ordine laico fondato da tre maturi omosessuali: Luciano (Cinzia), Giorgio (Olimpia) e Fernando (Gridonia).
Le Madri non sono sole: al loro fianco si schierano Licia, undicenne e mistica figlia del premier, e Barbara, moglie combattiva che, da alleata, si trasforma in antagonista di Anselmo.
Aleggia su di loro Fosco Nunziante, intellettuale morto da tempo, come l’ombra del demonio sul destino dei vivi.
Dramma wagneriano, racconto esoterico e commedia fantastica, Le Madri della Sapienza oppone, alla paura indotta da un potere politico magico-autoritario, un neo-monachesimo libertario e umanista, antidoto allo sradicamento della vita interiore.

Nell’introduzione all’ intervista ho parlato di vestito, ma l’obiettivo di rintracciare una categoria di appartenenza per il tuo romanzo, malgrado lo sforzo, è stato vano. Non sono riuscita a trovare un abito appropriato. E allora ho deciso di procedere per sottrazione. È solo spogliandolo che il lettore può osservarlo, trovandosi davanti a una complessa stratificazione. La forma romanzo si colorisce di tante sfumature, si forma, trasformandosi continuamente. Perciò sarebbe interessante raccontarci quando è stato concepito Le Madri della Sapienza e qual è stata la sua gestazione.

Questa tua considerazione, così appropriata, circa la natura sfuggente delle Madri a una
categorizzazione mi fa molto piacere. I mezzi di costruzione del racconto, in questo romanzo, sono, all’apparenza, molto classici. E d’altra parte, nella mia formazione e nella mia ‘pratica’ artistica, ricerco, nell’articolare il pensiero, nello scegliere le parole, nel comporre le figure e le scene, quel che generalmente diciamo il ‘classico’. In altri termini, tutto qui sembra molto convenzionale (nel senso letterale di aderenza a certe convenzioni consolidate del romanzo), però poi il punto di arrivo spiazza (o i vari punti di arrivo, parziali e finali). Posso dire questo: la gestazione nasce da un input molto chiaro dato a me stesso. Sentiti libero di osare, di complicare, di immaginare rispettando profondamente la dignità del tuo immaginario. Sentiti libero di divertirti. Non preoccuparti di esaudire un’aspettativa esterna al tuo processo creativo.

Ci sono alcune categorie che attraversano tutto il romanzo. Una di queste è il potere. Il potere che distrugge e crea assuefazione, illusione, menzogne. Il potere per il potere ricorda per alcuni versi il Macbeth. Quanto la coppia Anselmo-Barbara è ispirata alla tragedia shakespeariana?

Moltissimo, ed in modo evidente, anche mediante riferimenti espressi, variazioni su citazioni quasi letterali (anche dalla versione operistica di Macbeth, quella di Verdi). Il potere è uno dei pilastri del romanzo: ed il potere in coppia mi ha sempre solleticato la fantasia e la meditazione. Per cui Anselmo e Barbara non potevano non avere quel referente.

Chiaramente l’autore di questo romanzo è un nuovo Eduardo, o meglio un Eduardo più completo, forse anche più vero, che mette in luce per la prima volta nella scrittura ogni sua sfaccettatura. Memoria emotiva, memoria intellettiva e realtà quotidiana si fondono e si confondono, ma sono sempre raccontate attraverso la lente dell’ironia, un’ironia garbata che rende ogni provocazione delicata. Che cosa consente questa chiave di scrittura ironica e oserei anche autoironica?

Che bella domanda… l’ironia (e soprattutto l’autoironia, anche del narratore circa i processi narrativi attuati: vedi la citazione schizofrenica che oscilla da Borges ad Angela da Foligno) nasce dallo sguardo compassionevole sul mondo. Lo sguardo che, da tempo, mi interessa di più è quello. Lo sguardo che può lenire la crescente violenza del mondo.

Realtà inquiete, sante, maghe e visioni profetiche, la sensazione spesso è di trovarsi catapultati in un’opera lirica, dove l’irrazionale e il fantastico sono dimensioni che conferiscono potenza alla realtà, ancora più del realismo puro. Quanto ha influito l’amore per l’Opera nella tua scrittura?

Enormemente. Ma me ne sono accorto in una fase avanzata della prima stesura (le stesure sono state tre, in tre anni). E me ne sono accorto precisamente nel punto in cui decidevo di superare
l’autocensura sull’irruzione della presenza fantastica nel monastero delle Madri. Il teatro lirico ha rilasciato il salvacondotto all’espressione del mio immaginario, in termini di possibilità del racconto… poi ci sono le incursioni più decifrabili (il nome verdiano della maga Ulrica, o la presenza, in un sogno, delle fanciulle fiore wagneriane…).

Le Madri della sapienza insegnano senza essere didascaliche. Con la riscoperta del monachesimo ci ricordano l’importanza della dimensione comunitaria, che oggi è sempre più infranta e dimenticata. Quanto è importante recuperare questa dimensione?

Mi pare sia vitale. Disintegrati a questo modo possiamo solo continuare a disintegrarci fino
all’estinzione nell’ignominia. La dimensione comunitaria, fondata su valori altamente spirituali, e su forme di disciplina condivise, oggi avrebbe molto da darci: certo, va reinventata, ma è una bellissima sfida del pensiero e dell’azione.

Parliamo di Amore, sembrerebbe una grande categoria universale e sentimentale, eppure nelle
Madri della Sapienza l’amore è sapienza. Un ritorno all’ordine nel disordine quotidiano dove
sembra sparita ogni bussola. Amare nella verità è un ritorno all’essenziale. Quanto e come risulta salvifico l’amore nel tuo romanzo?

L’amore è sempre stato al centro di tutto quello che ho scritto finora, anche nel saggio-racconto sul fine vita, Il tempo di morire. L’amore che dà salvezza, nelle Madri, deriva dalla combinazione tra verità e misericordia: è l’amore di Cristo. Io ho fame e sete di occasioni per parlarne con libertà, consapevolezza, passione e ironia. In questo romanzo ho provato a ritagliarmi una piccola, grande occasione.

Dimensione onirica, ironia, favola nera e surrealismo, solo alcuni ingredienti dell’alchimia delle
Madri della Sapienza. Sul grande schermo immaginerei una regia di Terry Gilliam e tu?

Terrence Malick. Magari… E, forse ancor più: Alice Rorhwacher.

Con quale personaggio del tuo romanzo andresti all’Opera e a cena e quale Opera andresti a
vedere?

Nessun dubbio: andrei con Ulrica Neumond e andremmo a vedere I maestri cantori di Norimberga di Wagner. Forse Ulrica però non cenerebbe, berrebbe soltanto, quello sì, ma in niente di meno che nel calice del Graal…

Daniela Marra

Eduardo Savarese (1979) vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato i romanzi “Non passare per il sangue” (2012) e “Le inutili vergogne” (2014) per e/o, “Le cose di prima” (2018, minimum fax) e il racconto “La camera di Ondino” (Tetra, 2022). È autore anche di ibridazioni tra saggio e narrativa, su temi etico-giuridici (“Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma”, e/o, 2015; “Il tempo di morire”, Wojtek, 2019), o intorno alla propria melomania (“È tardi!”, Wojtek, 2021). Scrive per «Il Riformista» e «L’Indice dei Libri del Mese».