“L’educazione sentimentale?” di Antonio Corvino

Si impara a scuola esplorando la grande letteratura, aggirandosi tra la sublime poesia, vivisezionando le passioni di eroi ed eroine, inseguendo i destini di uomini e donne nei tempi della storia e lasciando sedimentare nella propria  coscienza i drammi individuali e collettivi e le lotte tremende di uomini e donne, popoli e individui per abbattere ambiguità ed ipocrisie, fedi ed eresie, violenze ed avidità che tutto hanno avvolto e fatto precipitare verso destini di morte, di rabbia, odio e tuttavia suscitando al contempo un’irrefrenabile voglia di riscatto, evocando la forza del pentimento e del perdono, rivelando i faticosi percorsi di espiazione e rinascita ed alimentando la cultura dell’amore, della pietà, della compassione per liberare tutta intera  l’umanità dall’abbrutimento della violenza.

Prendete l’Orlando Furioso: lasciate andare la fantasia oltre i grovigli della realtà che vi irretisce e provate ad aggirarvi non visti tra i castelli cristiani ed i palazzi saraceni; osservatene la vita, lo sferragliare delle armature, le rudi discussioni e le piacevoli conversazioni, fatevi ammaliare dall’impeto dei sentimenti e seguite, senza farvene travolgere, le guerre ed i duelli che da ogni parte irrompono; e quindi, appena vi passerà accanto, saltate, come un reincarnato Bastiano Baldassarre Bucci, in groppa all’ippogrifo per andare con Astolfo a cercare il cervello smarrito di Orlando divenuto furioso per l’amore non corrisposto della diafana Angelica innamorata del mite Medoro che salverà da morte sicura e condurrà con sé in oriente incoronandolo re del suo bel regno mentre Orlando peregrina, dimentico del suo valore e del suo onore, seminando distruzione, lutti e dolori intorno a lui. 

Astolfo vi chiederà di aguzzare la vista in tanta ardua ricerca e finalmente tra le valli ed i crateri lunari troverete il cervello di Orlando e con esso tornerete solleciti sulla terra a restituire saggezza all’eroe cristiano che a Roncisvalle  assurgerà alla grandezza di eroe immortale.

“Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, / le cortesie, l’audaci imprese io canto/ che furo al tempo che passaro i Mori / d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, /seguendo l’ire e i giovenil furori / D’Agramante lor re che si diè vanto / di vendicar la morte di Troiano / sopra re Carlo imperatore romano.

Dirò d’Orlando in un medesimo tratto / cosa non detta in prosa mai né in rima / che per amor venne in furore e matto / d’uom che sì saggio era stimato prima … “

E magari fermatevi, di ritorno, sotto le mura di Gerusalemme … È notte, due cavalieri si affrontano in un duello furibondo. Uno è saraceno e l’altro cristiano. Una nera figura, sconosciuta, si contrappone alla bianca armatura. Cade infine la nera armatura. Il bianco cavaliere vuol conoscere il nome del valoroso guerriero. Il fiato gli muore in gola a quel nome che ella pronuncia morendo… Clorinda. Tancredi vuol morire pur’egli e crolla accanto alla donna da sempre amata oltre la fede e la maledetta guerra che cinge le mura di Gerusalemme.

È nel groviglio delle passioni e dei sentimenti declinati e dipanati da scrittori e poeti in ogni epoca che si nasconde la chiave per mettere ordine nella vita di tutti i giorni di ragazzi e ragazze alle prese con una realtà sempre più difficile da decifrare perché quei ragazzi e ragazze sono privi delle necessarie chiavi per entrarci, camminarci, districarcisi senza farsi male, senza fare male.

Inserire l’insegnamento di una materia specifica che spieghi cosa è, come funziona la sessualità e con quali arcani meccanismi questa interseca pulsioni, passioni e sentimenti magari imbrigliata entro assurdi paletti perbenisti e conformisti?

È la dichiarazione di un fallimento conclamato di una società che ha rinunciato alla cultura e che ha derubricato la scuola e l’università a inutile superfetazione istituzionale la cui gestione va relegata nella sfera manageriale per contenerne i costi e sfornare quel minimo di competenze buone per massimizzare i ricavi delle aziende che penseranno a tutto il resto, che poi, quel resto, attiene sempre alla minimizzazione dei costi ed alla massimizzazione degli utili.

In un contesto degradato in cui si mette in discussione il sapere, si marginalizza lo studio della storia e della filosofia e si derubrica come non necessaria la geografia fisica, umana, mentre si accentua tutto ciò che risponde al computo dei costi e dei benefici e si ignora il faticoso incedere degli individui e dell’umanità, l’inserimento curricolare di una materia che illustri e spieghi sesso e sentimenti è il rimedio necessario immaginato da una società incapace di attivare percorsi esperenziali e di conoscenza che necessariamente devono intersecarsi.

Essa, per la verità può addirittura apparire  indispensabile, magari liberata da inutili e pericolosi orpelli,  laddove non solo i ragazzi ma anche gli adulti non hanno più contezza del valore della parola perché ignorano la bellezza della lingua, da essi stessi massacrata e disseccata da una confortevole  pratica scolastica che ha eliminato ogni sforzo ed ogni esercizio teso ad arricchire il vocabolario e ad allenare la capacità di scandagliare con le parole i propri sentimenti e dare ordine alle proprie idee. 

L’intrattenimento becero ha fatto il resto mentre i nuovi strumenti digitali han finito per assolvere ad una funzione sostitutiva della lingua, dell’eloquio, del confronto. Simboli e faccette, immagini e avatar han sostituito le parole e addirittura quel minimo di ragionamento necessario a mettere in fila qualche frase e costruire un periodo atto ad esprimere un pensiero. Ovvio che in situazioni di stress, allorché  si evidenzia l’incapacità di capire, descrivere, raccontare, semplicemente esprimere una qualsiasi reazione, prevale l’istinto della violenza che poi è la legge della giungla in cui si afferma la prepotenza del più forte in quel momento. 

Insomma siamo al punto in cui è diventato più facile scagliare una pietra, usare un coltello, premere un grilletto, in una parola sopraffare colei che per un rifiuto, è diventata nemica da abbattere, uccidere. 

D’altronde è quel che succede ovunque nel mondo a livello collettivo. 

Il dialogo ed il confronto sono stati ovunque sostituiti dalle armi e dalle guerre. 

Morte e sopraffazione sono i binari che guidano i conflitti tra le nazioni. 

Morte e sopraffazione rappresentano anche le leggi che regolano i conflitti tra i ragazzi, ormai anch’essi, come quelle, privi della capacità di discutere ed accettare il punto di vista degli altri.

In un contesto del genere, insegnare il funzionamento del sesso e le regole dei sentimenti a scuola è come mettere una toppa su un vestito pieno di buchi il cui tessuto è talmente consunto e sfibrato che ad ogni passaggio di ago si rovina ulteriormente.

Essa non serve che a mettere in pace l’anima e la coscienza di quanti, governanti e potenti, da quarant’anni a questa parte non han fatto altro che picconare la cultura, scardinare la lingua, impoverire il linguaggio, disseccare il lessico e atrofizzare ogni capacità di scavo, comprensione e descrizione dei propri sentimenti e degli altrui al pari di quelli collettivi. Di quanti anche, genitori, intellettuali, classi dirigenti, istituzioni, han lasciato che tutto questo avvenisse senza colpo ferire, subendo e ritirandosi magari in uno splendido isolamento o peggio nella difesa del proprio cinico edonismo. Con la conseguenza che adesso si cerca la scorciatoia che ahimè non porterà al traguardo di formare nuove generazioni alla responsabilità fatta di capacità di comprendere, parlare, confrontarsi che certo potrà beneficiare di una maggiore e più sistematica conoscenza del sesso e dei sentimenti ma non potrà fare a meno di una lingua, un linguaggio, un lessico, una sintassi ed una grammatica tutta roba che si apprende giorno dopo giorno, anno dopo anno, sin dall’asilo e fino all’università e per sempre anche dopo l’università, praticando la cultura, imparando a scavare nella storia e nella geografia, nella letteratura, nelle scienze e nelle matematiche, arricchendo il proprio eloquio e la propria capacità di analisi e sintesi ed abituando la propria coscienza al dubbio ed al confronto, alla scoperta, al bello ed al fantastico, al razionale ed al pragmatico. 

Tornando a studiare, a leggere, ad allenare la mente e sviluppare  le proprie capacità di comprensione, confrontandosi e mettendo ordine alle proprie idee e facendo valere i propri punti di vista con le parole scritte e dette non con la violenza.

Si tratta di prendere atto che il vestito di questa società  è logoro e ormai non  rattoppabile e che pertanto va cambiato cercando nuovi tessuti e nuovi sarti che sappiano imbastire, mettere in prova, dare la giusta forma. Vale per i ragazzi, vale per gli adulti, vale per i popoli e le nazioni. L’alternativa in caso contrario è la guerra e la distruzione dell’umanità a livello globale e la violenza gratuita a livello individuale con il destino dei più deboli, ragazze e donne in questo caso, irrimediabilmente segnato.

Ad Assoro un paesino sui monti Erei nel cuore continentale della Sicilia, quella un tempo abitata dai Sicani, vi è una lunghissima scalinata che cuce la parte bassa e la parte alta del paese. Ci arrivai con un gruppo di camminatori siciliani percorrendo il Cammino di San Giacomo.

 Ci eravamo arrivati attraverso il vecchio tratturo che seguiva il tracciato della prima ferrovia a scartamento ridotto che ad inizio novecento provò a dare sollievo a quella gente che scendeva dal monte alla valle a scavare zolfo nei pozzi delle miniere. Su quella scalinata le ragazze ed  i ragazzi di Assoro vi avevano scritto i nomi delle donne vittime di violenza femminicida nella speranza che finisse una volta per tutte quell’elenco. Fu facile per noi notare che quella scalinata pietosa conteneva, ahimè, molti spazi ancora vuoti ed anche noi ci augurammo, salendo uno ad uno quei gradini, che essi potessero rimanere per sempre vuoti e magari abitati  da  poesie. Speranza che quotidianamente viene strozzata. 

E pure è quella la strada. 

“Chiare, fresche et dolci acque, / ove le belle membra / pose colei che sola a me par donna” scriveva Petrarca e Dante  aggiungeva “tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia, quand’ella altrui saluta / ch’ogni lingua devèn tremando muta / e li occhi non l’ardiscon di guardare”…

Di contro Anna Karenina travolta dall’ipocrisia di una società  maschilista in sfacelo poneva fine ai suoi giorni immolandosi in sacrificio magari nella speranza che la sua morte si tramutasse in seme fecondo per un’umanità nuova e capace di innocenza. 

Maria d’Avalos la mattina del 17 ottobre 1590 venne, dal canto suo,  trafitta dalla lama di colui che si proclamava suo sposo mentre con le forze residue difendeva il suo diritto all’amore senza infingimenti ed ipocrisie anche in questo caso subendo la violenza della morte quale prezzo della ribellione al prevaricante dominio di una società sacrilega quanto bigotta. 

Allora è tempo che non si aggiungano altri nomi alle scalinate che contengono gli interminabili elenchi dei femminicidi. 

È tempo che la società ritrovi l’innocenza ed è tempo che finalmente la cultura torni a vestire le coscienze dei ragazzi nella speranza che gli adulti la smettano di cercare inutili toppe e finalmente intraprendano la strada maestra restituendo senso e ruolo alla cultura magari provando a riscoprirla essi pure per esempio lasciando che scuola e università tornino a segnare in autonomia i propri percorsi, liberandole delle assurde ipoteche aziendaliste imposte da un potere economico deviato e lasciando che nuove generazioni crescano e informino di sé la società prossima ventura al riparo da ogni deriva di impoverimento linguistico e culturale. Perché,  parafrasando Orwell, se togliete ad un ragazzo la padronanza della lingua e della cultura che la esprime, gli avrete tolto ogni libertà, prima tra tutte quella di capirsi e di capire e conseguentemente comportarsi nel rispetto di sé e degli altri… Sarebbe un bel passo avanti per cambiare anche il destino della comunità in cui ragazzi e ragazze vivono e della società che la esprime e la contiene. E, perché no, dell’umanità tutta intera.

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Placido Di Stefano:”GAP. Grottesco Adolescenziale Periferico” (Neo Edizioni, 2025), di Loredana Cefalo

“GAP. Grottesco adolescenziale periferico” di Placido Di Stefano, pubblicato da Neo Edizioni, è un romanzo di formazione spietato che affronta le dinamiche dell’adolescenza nel contesto degradato della periferia milanese; una periferia che è luogo di esclusione sociale e culturale, dove i ragazzi crescono nella violenza e in uno stato di abbandono.

L’autore, Placido Di Stefano, lombardo con origini sicule, finalista con questo romanzo al “Premio Nazionale di Narrativa – Neo Edizioni 2024”, affronta tematiche sociali complesse quali la tossicodipendenza giovanile e la prostituzione adolescenziale, attraverso il racconto di una storia individuale segnata dalla solitudine e dalla disperazione.

Al centro della narrazione c’è Fedor, un sedicenne dalla psicologia tormentata, la cui fragilità è acuita dalla perdita della madre e dalla dipendenza da droghe sintetiche. L’amicizia con Leo e il Moro – quest’ultimo figura emblematica di una gioventù che cerca rifugio e forse riscatto nel cinema sperimentale e nella realizzazione di un cortometraggio – rappresenta l’unico barlume di umanità e di speranza.

Lo stile narrativo di Di Stefano, crudo e diretto ma anche lirico e introspettivo, è una delle gemme più innovative del romanzo: una scelta audace e volutamente “delirante” che rinuncia ai dialoghi tradizionali per immergere il lettore in un flusso continuo di pensieri, ricordi, flashback e descrizioni. Questa tecnica si rivela straordinariamente efficace, conferendo al testo una velocità e un ritmo serrato che ricordano lo scorrere incessante di contenuti su uno schermo di smartphone. È un’esperienza di lettura dinamica e avvolgente, che cattura l’immediatezza del sentire giovanile e fa esplodere platealmente il mondo interiore di Fedor con le sue ossessioni, le sue contraddizioni e il suo autolesionismo. 

Con lo scorrere delle pagine, attraversate anche da una vena romantica, il lettore resta sospeso tra situazioni sempre più crudeli e pericolose in attesa del colpo di scena, che arriva “in sordina”, tra le nebbie di Fentanyl e bong. Il finale aperto sembra un invito alla speranza e alla riflessione sull’importanza dell’istinto di sopravvivenza nonostante tutto. 

“GAP”, in linea con le scelte editoriali della Neo, è un’opera che osa, sperimenta e offre uno sguardo potente e stilisticamente innovativo sull’adolescenza, il lutto e la resiliente, seppur grottesca, ricerca di un senso al vivere in un mondo spaventoso. In estrema sintesi è un libro che vale la pena leggere e che noi Randagi ci sentiamo di consigliare.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Fernando Battista: “Pedagogia del confine – Storie di corpi in movimento per una geografia delle relazioni”, di Rita Mele

La danza nell’educazione non esiste solo per il piacere di ballare, ma attraverso lo sforzo creativo nel dare forme estetiche all’esperienza significativa si spera che gli studenti sviluppino il loro potere creativo e, a loro volta, migliorino se stessi come persone.”

Margareth H’Doubler

C’è bisogno di coltivare lo “sguardo interiore” degli studenti, e ciò implica un’istruzione particolarmente attenta alle discipline umanistiche e alle arti […] che metta gli allievi in contatto con le problematiche di genere, razza, etnia e li conduca all’esperienza e alla comprensione interculturale. Questa educazione artistica può e deve essere il fulcro dell’istruzione del “cittadino del mondo”, perché spesso le opere d’arte sono un modo insostituibile mediante il quale iniziare a comprendere le conquiste e le pene di una cultura diversa dalla propria.” 

Martha Nussbaum 

E se la scuola fosse una danza? Non una danza qualsiasi, ma proprio la danza che ci insegna a trasformare i confini in incipit delle relazioni?

Pedagogia del confine è il libro dell’eclettico Fernando Battista che apre il sipario sulla scena della Danzamovimentoterapia DMT a scuola. E, volteggiando tra teorie, tecniche e esperienze laboratoriali, rivela palcoscenico, scenografia e attori dell’educazione e delle sfide-opportunità contemporanee: migrazioni, intercultura, pregiudizi, ragione e sentimento, corpi, lingue e linguaggi a scuola. Fernando Battista, ricercatore in pedagogia, professore al Dams, coreografo e performers, danzamovimentoterapeuta e insegnante nelle scuole superiori, con la sua ricerca-intervento politico-pedagogica, ha trasformato esperienza e tesi di dottorato nel libro pubblicato a febbraio 2024 dalle edizioni Junior Spaggiari. Battista ci fa entrare sulla scena educativa con il suo approccio art-based e la prospettiva della conoscenza incarnata, per dimostrare il ruolo del corpo e dell’esperienza sensoriale nella formazione della conoscenza. Nel suo libro ‘racconta’ la sua ricerca partita dalle periferie orientali romane dove il degrado urbano mette in sofferenza il vivere sociale e impronta di sé gli individui e la comunità. Eppure, leggendo il suo libro, ci accorgiamo di percorrere il suo stesso cammino sperimentale iniziato nel 2015 in un istituto tecnico per il turismo di Roma con il progetto Anime Migranti che si proponeva l’obiettivo di accorciare le distanze tra studenti, comunità e giovani migranti utilizzando come strumento pedagogico i linguaggi della danza, della Danzamovimentoterapia e le arti. Sperimentazione che, come si legge nel libro, ha consentito ai partecipanti, studenti, insegnanti, mediatori, psicologi di incontrare persone migranti provenienti da vari centri di accoglienza, disvelare e superare barriere e pregiudizi. Ma il libro è tanto altro ancora, è poliedrico come il suo autore, è ricco di speculazioni teoriche e accademiche ed è allo stesso tempo percorso e animato dalle esperienze incarnate in prima persona da Battista con studenti e insegnanti. Il lettore può lasciarsi portare attraverso le ‘geografie relazionali’ dove la mente e il corpo sono strettamente interconnessi e si influenzano reciprocamente sulla scena scolastica-educativa.

Chiave di accesso al teatro educativo in cui accompagna i lettori con la sua narrazione è il metodo della DMT, la danzamovimentoterapia, la danza educativa che, prima ancora di avvalersi di teorie e tecniche trae origine dai linguaggi artistici e dal bisogno umano originario di migrare nella pluridimensionalità dell’esperienza umana. A scuola, come nel mondo, ci vuole dimostrare Battista, è possibile e utile attraversare i confini della propria cultura per spostarsi ed entrare in territori di altre culture e imparare a conoscere, a interpretare o reinterpretare la realtà secondo schemi simbolici diversificati e molteplici. Tutti gli attori della scuola sono innanzitutto individui antropologicamente predeterminati a muoversi in cammini evolutivi e a tracciare rotte e geografie relazionali, sempre nuove eppure sempre originarie e originali. Come autentici danzatori, studenti, insegnanti, dirigenti e operatori scolastici si stagliano e si muovono sulla scena calcata insieme a Battista durante le esperienze romane, dimostrando che è possibile fare scuola, insegnare e imparare, conservando e ritrovando l’amore del gioco, il senso infantile della disponibilità, il lusso di non disperdere l’innocenza e di riannodare i fili che sembravano spezzati delle vite migranti, delle differenze linguistiche, delle culture altre. Oggi è vitale, oltre che prezioso, leggere le affermazioni incarnate di un esperto che ci aiuta a ritrovare la fiducia nella scuola come scena madre che accoglie, contiene e riannoda giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, conoscenza dopo conoscenza, le relazioni che insegnano a vivere con pienezza, senza confini, oltre i confini. 

Pedagogia del confine è un libro-laboratorio immersivo che riflette e ci aiuta a riflettere su come e con quali strumenti un’esperienza sui generis di pedagogia, del confine appunto, possa irrompere sulla scena educativa, teorica e pratica, e agire in modo trasformativo per farne emancipare ed evolvere il paradigma passando per la conoscenza diretta e la crescita responsabile degli individui di tutte le età e culture, oltre ogni confine. Generosa e ricca la bibliografia che correda il libro, rendendolo un vero e proprio strumento di lavoro e di approfondimento non solo per gli addetti ai lavori. Imbarazza scegliere i nomi e le opere da citare. Lasciamo ai nostri lettori randagi il gusto della scoperta, delle connessioni e dei rimandi. Tutta l’opera è pervasa da una domanda: le arti, il corpo, la danza possono creare contesti inclusivi e interculturali? La risposta ce la dà l’autore stesso quando svela che l’esperienza educativa della Pedagogia di confine può essere un rito di passaggio capace di trasformare la domanda “da dove vieni?” in “dove vuoi andare?” e di farci “vedere una nuova geografia delle relazioni dove si creano i legami tra le diverse culture…dove i confini vengono ricollocati” e dove le rigidità identitarie cedono il posto alla certezza e alla speranza di appartenere all’unico genere, quello umano.

A noi de Il Randagio viene naturale dire che “Pedagogia del Confine” è un libro al confine dei generi letterari perché diversamente da altri saggi che trattano temi complessi come l’identità, la cultura, i limiti umani, questo di Battista, senza sconfinare nell’accademico puro o nel filosofico, mantiene una struttura argomentativa che conserva e trasmette lo stupore di chi ha fatto una scoperta a forte impatto emotivo e vuole condividerla rendendola accessibile e coinvolgente per sviluppare appartenenza all’idea che la scuola incarni la chance per l’esplorazione e l’incontro con il mondo dell’Altro, dove il confine, superate resistenze e limiti, diventi una soglia di rivelazione da attraversare ‘Con l’anima sulle labbra’ (frammento dell’Antologia di Spoon River) perché si manifesti una nuova comprensione degli Io e dei Noi.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Peter Handke: “La notte della Morava” (Guanda, trad.Claudio Groff) – Maurizia Maiano

Scavare in un libro come in un graffito…
E’ una bellissima storia d’amore ed anche tanto di più. E’ una storia tra due senza nome e c’è un battello sulla Morava che scorre in una terra, la Serbia, che apparteneva all’Austria-Ungheria, una terra che non conosceva l’odio tra gli stati, dove i confini, bandiere ed inni non erano necessari perché avere confini, bandiera e inni sarebbe stato legittimare e perpetrare l’odio. E Samarkanda e Numanzia, due simboli per abbracciare tutta l’Europa, vivevano la prima come grandezza e gloria, come presagio repentino, come presagio duraturo, come altro presente; la seconda, Numanzia, stava lì per ricordare che bisognava resistere e opporsi ad ogni costo alla distruzione di quel mondo.

Lui, notoriamente un misogino, si ritrova accanto una donna, una donna che aveva odiato, eppure già si fa cenno ad una strana sintonia tra i due. Perché nonostante i suoi fallimenti continuava a credere all’amore tra uomo e donna, certo credeva di più all’esaltazione reciproca che all’amore, o quanto meno evitava la parola. E intanto si sentiva in conflitto con sé e dall’altro il suo stato era paragonabile a quello di una malattia che da tempo non si presentava, bastava che a qualcuno tornasse in mente anche solo come nome ed era segno sicuro che la malattia stava per incombere e con essa un periodo infausto.

Ma che storia era stata con questa donna. Procrastinata a sufficienza! E fu lei a cominciare con la storia di loro due, poi riprese lui il filo del racconto e lei continuò a togliergli la parola di bocca, non tanto per correggerlo quanto per avere parte in ciò che era avvenuto per ripeterlo e recuperarlo per se stessa. Non ne venne fuori un dialogo, non si parlò mai di un io e di un tu, si trattò di un lui e di un lei, eccezionalmente un sì impersonale e sovrapersonale.

Gli ospiti sul battello si chiedevano cosa fosse accaduto, ma i due non fecero allusioni di nessun genere. L’unica cosa che rivelarono è che nella notte erano caduti a terra insieme, per stanchezza per sfinimento. Ma qualcosa era accaduto tra loro nel bosco di eucalipti . Là iniziò un’altra misura del tempo e l’altra misura del tempo iniziò quando ebbero l’uno occhi per l’altra contemporaneamente.

Tutto viene raccontato e il tempo del raccontare diventa un enigma fecondo. E’ uno smarrirsi ed un ritrovarsi, è un sentirsi vicini ad un agire. Quella notte sulla Morava si sentiva catturato, si trattava davvero di salvezza? Dalla sconosciuta emanava qualcosa di sofferente, di terribilmente rinunciatario ed ancora uno spavento dolce, trafiggente ossa e midollo.

Ma i due erano davvero una coppia? Durante il loro stare insieme erano successe cose straordinarie, caddero gocce di pioggia su di loro e solo sul loro tavolo. L’impazienza prima del loro incontro fruttò pazienza come non mai… nel loro primo tempo in cui avvenne anche il congedo, però senza che la misura di tempo cessasse di essere in vigore il congedo ne faceva parte. Separarsi per un periodo intermedio, in direzioni opposte, era una cosa ovvia. Nel frattempo nessuno dei due avrebbe dato notizia di sé. E una mattina fu chiaro che quello doveva essere il giorno della separazione provvisoria.

Perdersi di vista, non sapere niente l’uno dell’altro faceva parte delle regole del gioco. Non ci saremmo mai sognati allora… eppure tra i due sarebbe scoppiata una vera e propria guerra di coppia. Lei si era guardata con gli occhi intorno cercando di guardarlo e lui pensò che una purezza così lui non la meritava. E poi succedeva che quanto lui percepiva si trasformasse in un silenzioso monologo, era qualcosa che si rivolgeva alla lontana persona di riferimento, alla sconosciuta, lui le riferiva da lontano e mandava notizia di sé.

Era solo fantasia del narratore? E’ accaduto davvero, così lui informò il nostro interrogatore. Fantasia? E anche se fosse. E perché solo? Se si era trattato di un sogno la sensazione che l’aveva pervaso era però così forte e persistente come nello stato di veglia accade molto di rado. Ormai provava soltanto in sogno la gioia grande e duratura, la riconoscenza, l’affetto la voglia di vivere. Aveva l’impressione di non essere stato visto da nessuna creatura vivente per tantissimo tempo. Non c’erano più ricordi di uno sguardo umano che gli avrebbe solo lanciato anche solo una fuggevole occhiata e cominciava a sentire la mancanza di questo accorgersi di lui. Nel suo viaggio circolare anche questo suo desiderio alla fine si realizzò.

Dammi un volto umano, e la mia anima sarà risanata. Si aprì un varco fino alla coda del lunghissimo treno da dove si era incamminato nell’esigenza di un volto. In fondo al treno la ragazza, seduta per terra, leggeva con la schiena appoggiata al vetro. Quello che la differenziava era come stava seduta e come leggeva. Viveva sensibilmente insieme al libro, ne ripeteva le parole compitando, lo interrogava e si interrogava e con esso era una cosa sola. La giovane si dimostrava distaccata dall’ambiente intorno a lei… un diverso elemento? No, un elemento conforme a lei, unicamente a lei e nel quale soltanto diventava se stessa. E nel contempo non era per così dire assorta, distacco non significava per forza pensosità o isolamento.

Intanto nel corridoio e fuori coglieva ciò che valeva la pena di cogliere… E lui non finiva di saziarsi nel vedere come la ragazza, ancora quasi una bambina?, no, non più una bambina, leggeva e leggeva e leggeva. Serietà concentrata sfavillava dalla fronte… Come, una serietà che sfavillava? … e più si immergeva in quella lettrice più gli sembrava che si librasse sopra il pavimento, senza peso, e lui con lei. Sorrideva spesso potremmo dire sotto i baffi, oppure, dopo ogni capoverso scuoteva la testa: cosa che rivelava il suo stupore, un essere stata colta di sorpresa…

Un lettore così, una lettrice così lui se l’era immaginato da tempo immemorabile anche per i suoi libri. Materna appariva quella lettrice, che pure era ancora una mezza bambina, e lo sarebbe rimasta per tutta la vita. Poi lei alzò gli occhi dal libro e invece di guardare sopra la spalla guardò lui… Si mise in disparte per non farsi vedere, al tempo stesso col cuore che gli batteva, come qualcuno colto in fallo? Sì, lei lo aveva riconosciuto. E quanto avvenne lo riferì in quella notte sulla Morava, non lui ma la sconosciuta che raccontò: la ragazza non solo aveva riconosciuto l’uomo. Lei era una sua lettrice. Lei lo osservava stupita. Lo tirò per il cappotto e lo trascinò con sé verso la porta di fondo. Lei non sapeva niente di lui , niente di personale, e neppure voleva sapere da dove venisse né dove fosse diretto. Doveva sempre farle domande perché lei continuasse a parlare e lui percepiva il suo desiderio che lui, lui, gliele rivolgesse.

Il chiedere e al tempo stesso l’evitare di chiedere gli veniva in aiuto nel porre delle domande, cosa che da sempre e, sostanzialmente, gli ripugnava. Così, tra i due davanti alla porta a vetri nacque un gioco animato e visto da fuori sembrava che tutti coloro che fiancheggiavano i binari fossero i loro spettatori. Il fatto che una creatura così si confidasse proprio con lui. Che regalo. Lo meritava? ma l’essere oggetto di un regalo così immeritato divenne per lui un peso eccessivo… e così, in una parte in cui il treno veniva sganciato verso la Stiria, si congedò dalla giovane lettrice, dalla dolcissima tra mille, così gli appariva e scese. Essere solo… con l’immagine postuma della creatura.

La notte era finita. L’autore aprì gli occhi. Giorno fatto. Sole del mattino. Strinse a sé la donna sconosciuta, ma lì non c’era nessuno. Eppure erano abbracciati come una coppia non si era mai abbracciata. Amore? La donna gli aveva fatto sentire che era per lui. Cosa c’era di così strano in questo? Per lui era il miracolo. E adesso di mattina cercò di acchiapparla, era avido del suo corpo, nel vuoto. Insomma, la donna non esisteva? Certo, esisteva, fuori dal sogno, ma non gli apparteneva. Ah, il dolore per la sua assenza. Lui era definitivamente diviso…e non continuo a raccontare quello che è scritto dopo perché è troppo triste.

Ho dovuto scavare e guardare a fondo nelle pagine di questo romanzo come un pittore lavora su una tavolozza di graffito: graffiare sul fondo scuro per recuperare immagini nascoste, ne ho recuperata solo una, ma se ne possono recuperare tante altre.

Maurizia Maiano*

Peter Handke nasce a Griffen nella Carinzia, la regione più meridionale dell’Austria, nel 1942 da padre austriaco e da madre facente parte della minoranza slovena della regione. La madre morirà suicida nel 1971, evento che segnerà profondamente il giovane Handke. Il titolo della sua opera “Wunschloses Unglück, “Infelicità senza desideri”, scritta sull’onda del dolore per il gesto estremo della madre, sembra creare una congiunzione simbolico-semantica tra un destino individuale e quello storico di un paese la cui fine era segnata dall’emergere e dall’ affermarsi dei nazionalismi. La mancanza di desiderio è causa dell’insoddisfazione profonda, espressione di una malinconia dalla quale non si riesce ad uscire, perché deriva da regole interiorizzate che inibiscono il desiderio. Un nuovo mondo, in cui si è incapaci di vivere, quello che si prospetta alla madre di Handke e all’Austria-Ungheria, in cui non ci si riconosce più e in cui è troppo tardi per farne parte e cambiare. La prosa di Handke trova qui il via alla sua grande capacità di interiorizzazione e di analisi profonda del sé. Segna l’inizio di quel romanzo circolare che evoca anche nello spazio letterario quella ciclicità del tempo, della vita e della storia umana riempiendola di flashback e ripetizioni. La letteratura, lo scrivere diventano la sua grande passione. Abbandona gli studi di Giurisprudenza a Graz. Si cimenterà con la scrittura di pezzi teatrali, poi con racconti, romanzi, saggi, poesie e diari ai quali si può aggiungere anche qualche esperienza di sceneggiatore per il cinema.
La letteratura è per lui solo romantica. È polemico nei confronti della generazione di scrittori come Alfred Andersch, Heinrich Böll, Ilse Aichinger e Ingeborg Bachmann che facevano parte del “Gruppo 47” e volevano una letteratura impegnata e realistica. La sua è letteratura votata all’introspezione con una scrittura densa e minimale, altamente descrittiva e ricca di visioni quasi cinematografiche. Collabora con Wim Wenders e, dal suo romanzo “Prima del calcio di rigore”, Die Angst des Tormanns beim Elfmeter del 1970, sarà tratto l’omonimo film e poi lavorerà ancora con Wenders per il più famoso “Il cielo sopra Berlino”. Dall’amore per l’allora Slovenia yugoslava, radicato nel “ventre materno”, nasce l’interesse per la regione balcanica. Handke è un figlio di quell’Austria- Ungheria del “Nachsommer”. L’immagine di quel mondo del passato e l’ideale di una convivenza multietnica e multireligiosa avrà il suo ruolo importante nella sua difesa di Milosevic e della Yugoslavia. “Un viaggio d’inverno ai fiumi Danubio, Sava, Morava e Drina ovvero Giustizia per la Serbia” sono, forse chissà, l’antefatto a “La notte della Morava”?

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Antigone non tace. La forza di dire “no”, di Angela Molinaro

Nella storia della letteratura greca, pochi personaggi sono rimasti così vivi e attuali come Antigone. Figura tragica per eccellenza e protagonista dell’omonima opera di Sofocle, Antigone attraversa i secoli portando con sé interrogativi eterni: cos’è la giustizia? È giusto obbedire a ogni legge? Oppure è lecito disobbedire in nome di una verità superiore?

La tragedia greca si apre su uno sfondo drammatico: la città di Tebe è appena uscita da una guerra civile tra due fratelli, Eteocle e Polinice. Figli di Edipo e fratelli di Antigone, i due giovani avevano stabilito di governare la città a turno, un anno ciascuno. Ma, una volta al potere, Eteocle si rifiuta di cedere il trono. Polinice allora assale la città con un esercito straniero. Lo scontro fratricida si conclude con la morte di entrambi.

Dopo questa tragedia familiare, il nuovo re di Tebe, Creonte, zio dei ragazzi, decreta che Eteocle, difensore della patria, riceva una degna sepoltura, mentre Polinice, ritenuto traditore, resti insepolto, abbandonato agli animali e alle intemperie. Si tratta di una condanna infamante, un monito esemplare per chiunque osi sfidare l’autorità dello Stato. Nella cultura greca arcaica, la sepoltura non era soltanto un rito religioso, ma un dovere sacro: senza di essa, l’anima del defunto non poteva trovare pace.

Per Antigone, dunque, l’editto di Creonte è intollerabile. Negare la sepoltura a Polinice significa condannarne l’anima a un’esistenza sospesa tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Così, da sola, Antigone decide di agire. Sfida apertamente la legge degli uomini per obbedire a quella “non scritta e immutabile” degli dèi, che impone di onorare i morti.

Colta in flagrante mentre compie il rito funebre sul corpo del fratello, viene arrestata e condannata a essere murata viva in una grotta. Né le suppliche della sorella Ismene né l’intervento di Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte, riescono a salvarla. Solo troppo tardi il re, avvertito dall’indovino Tiresia dell’imminente catastrofe, decide di revocare la condanna. Ma è ormai tardi: Antigone si è impiccata. Emone, sconvolto, si uccide. Anche Euridice, moglie di Creonte e madre di Emone, si toglie la vita.

La tragedia si chiude nel silenzio e nel rimorso.

Ma cosa rende Antigone così potente e attuale? Perché la sua figura continua a interrogarci?

Perché non è un’eroina che cerca la gloria. Non è una ribelle per vanità. Non combatte per il potere né per vendetta. Lotta per ciò che ritiene giusto. La sua forza risiede in una coerenza assoluta, quasi inumana, nella determinazione con cui persegue un’idea superiore di giustizia. Sceglie la propria coscienza, anche a costo della vita.

Per questo la sua figura ha attraversato i secoli diventando il volto del dissenso e della disobbedienza civile.

Il filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel vede in lei l’incarnazione della legge della famiglia e degli affetti, in contrasto con la legge impersonale dello Stato rappresentata da Creonte. Nel corso del Novecento, la sua figura si è caricata di significati politici, etici e femministi, diventando simbolo di resistenza, pietà, libertà interiore e dissenso.

Per Simone Weil, filosofa e attivista francese, Antigone è la voce della giustizia morale e della solidarietà, un principio alternativo alla legge astratta e impersonale di Creonte. Antigone dà voce agli emarginati, inaugurando una nuova cittadinanza fondata sull’ascolto e sull’alterità.

Per Judith Butler, teorica del femminismo contemporaneo, Antigone rappresenta un’identità eccentrica, che sfida le norme sociali e familiari. È l’emblema delle soggettività marginali — queer, non conformi, resistenti — che chiedono visibilità contro le strutture dell’autorità patriarcale.

Antigone è tornata protagonista anche nei grandi momenti storici del Novecento. È l’eroina della resistenza al nazismo nell’interpretazione teatrale di Bertolt Brecht. È la madre dei desaparecidos nell’Antigone Furiosa di Griselda Gambaro, ambientata nell’Argentina della dittatura militare.

E oggi? Antigone parla ancora.

In un mondo in cui la legalità non sempre coincide con la giustizia, e in cui la coscienza individuale rischia di essere schiacciata da apparati istituzionali sempre più complessi, il suo “no” risuona ancora come un atto necessario. Non facile. Non indolore. Ma necessario.

Antigone non tace. Ci guarda e ci interroga: da che parte stiamo?

E quali leggi — scritte o non scritte — guidano davvero le nostre scelte?

Angela Molinaro

Angela Molinaro: Laureata in Filologia Classica, insegna Latino, Greco e Cultura dell’Antichità nel cuore dell’Inghilterra. Ama trasmettere ai suoi studenti il fascino del mondo antico e la bellezza della parola. Viaggia con la stessa curiosità con cui legge: per incontrare mondi e conoscere storie. Per questo vive con la valigia sempre pronta e un libro nello zaino. Scrive e collabora con case editrici e riviste letterarie per dare forma a pensieri che nascono tra una lezione, un aereo e le fusa dei suoi due gatti neri.