Georgi Gospodinov: “Il giardiniere e la morte” (Voland, trad. Giuseppe Dell’Agata), di Gigi Agnano

Nell’ultimo canto dell’Odissea assistiamo a uno dei momenti più intensi e toccanti della letteratura universale. Ulisse, dopo un decennio di peregrinazioni, torna a Itaca in incognito e, travestito da mendicante, si reca al podere dove lavora il padre Laerte, ormai anziano e in abiti trasandati. Non riconosciuto, Ulisse lo elogia per la cura delle piante e, solo dopo qualche tentennamento, si rivela, ma Laerte scettico gli chiede una prova. Ulisse gliene fornisce due: mostra la cicatrice di una vecchia ferita lasciata da un cinghiale e elenca con precisione gli alberi da frutta (peri, meli, fichi, viti) che il padre gli aveva donato da bambino. La commozione è tale che Laerte sviene tra le braccia del figlio.

Se si volesse immaginare una serie televisiva, l’ultimo libro di Georgi Gospodinov, “Il giardiniere e la morte”, tradotto da Giuseppe Dall’Agata e pubblicato da Voland, rappresenterebbe probabilmente il “sequel” dell’episodio omerico.

Con un incipit che trasforma il lutto in poesia – “Mio padre era un giardiniere. Ora è giardino.” -, Gospodinov elabora un commosso addio al padre; un testo intimo che rappresenta con estrema delicatezza la tenerezza e il dolore imparagonabili che si provano dinanzi al tramonto e alla perdita di un genitore.

Scritto su un taccuino con la stessa mano che ha stretto quella del padre malato di cancro, il libro è una raccolta di frammenti, di ricordi che attraversano le diverse stagioni della vita di entrambi, di riflessioni sull’invecchiamento e la malattia, di aneddoti che trasudano malinconia ma anche un lieve umorismo (“le storie divertenti per ogni evenienza”). Emerge così il ritratto di un uomo forte, temprato da una vita dura, riservato, spesso assente, incapace di dimostrare l’affetto con abbracci o baci, eppure generoso nell’affrontare le difficoltà con un “niente di grave”, una formula per non essere di peso ai figli, per rassicurarli, equivalente ad un “non preoccupatevi, va tutto bene”.

A chi è chiuso e introverso spesso accade di dedicarsi a un’attività solitaria e il padre, infatti, riserva tutte le sue attenzioni e  la sua gentilezza ad un giardino. Gli si dedica con ostinazione – arando, seminando, innaffiando – anche e soprattutto quando la diagnosi è chiara, le forze cominciano a mancare e la malattia inizia a prendere il sopravvento. È la sua lotta contro l’inevitabile. È evidente la metafora che interessa Gospodinov come figlio e scrittore: le piante e gli alberi per il giardiniere sono come per il narratore i ricordi e le storie, gli sopravvivono. Il giardino come la pagina scritta, mantiene viva la memoria di chi se ne prende cura; continua a crescere, a fiorire e a produrre frutti anche quando chi lo ha piantato non c’è più. Il giardino come la scrittura, come ogni atto di creatività e di cura, è un presidio di vita contro la morte.

Già in “Fisica della  malinconia” Gospodinov aveva fatto ricorso al mito di Sherazade, la narratrice delle “Mille e una notte”. Come Sherazade guadagna un giorno di vita dispensando ogni notte una storia nuova, così ne “Il giardiniere e la morte” le storie che l’autore raccoglie nel taccuino e la cura del giardino da parte del padre sono un modo per ritardare la fine, per resistere al dolore e mantenere vivo ciò che è prossimo a sparire. 

Scrive Gospodinov: “Questo non è un libro sulla morte ma sulla malinconia per la vita che se ne va”. O ancora: “Mio padre è morto e mio padre sta morendo – sono due frasi del tutto diverse. La prima è un fatto, una conclusione, l’altra è un romanzo”. In tal senso, “Il giardiniere” più che un libro sulla fine – che in quanto fine non ha più nulla da raccontare – è paradossalmente un libro sulla vita (“La morte è un ciliegio che matura senza di te”). 

Infatti, benché l’opera descriva l’esperienza dolorosa di accompagnare il padre fino all’ultima soglia, Gospodinov riesce a trasmettere una sensazione primaverile di rinascita, una “luce morbida” e un calore consolatori. Il libro ci dona un sillabario della tenerezza, una grammatica delle emozioni familiare a chiunque abbia affrontato un’esperienza simile. Più che un romanzo, il libro sembra nascere come un percorso di scrittura terapeutica teso a elaborare il lutto, che l’autore ha solo successivamente deciso di condividere con i lettori. 

“Dei padri si scrive con maggiore difficoltà. Forse perché nell’infanzia continua a esistere un invisibile cordone ombelicale con la mamma, lei è ovunque intorno a te, lei ti prepara il pranzo, lei si prende cura di te quando sei malato, ti mette la mano sulla fronte, lei è l’aria in cui tu nuoti. Il padre è una cosa più opaca, incerta e oscura, talvolta minaccioso, spesso assente, aggrappato al bocchino della sigaretta, lui nuota in altre acque e altre nuvole”.

Pur potendo apparire confinato nell’ampia gamma di scritti spesso tutti uguali sulla perdita dei genitori, inclini a cadere in cliché sdolcinati e in lacrimevoli luoghi comuni (romanzi un po’ furbi che sfruttano il fatto che il lettore non fatica ad identificarsi e a commuoversi); “Il giardiniere e la morte” si distingue per il rigore di una prosa essenziale, misurata e lontana da qualsiasi enfasi. Gospodinov offre una narrazione priva di artifici melodrammatici, ricca di autentica intensità emotiva e profondità di pensiero, che si inserisce in modo coerente e significativo nel suo straordinario percorso narrativo. 

“Mio padre se n’è andato. Non so cosa fare.”

Come tutta la produzione pregressa (“Romanzo naturale”, “Fisica della malinconia”, “Cronorifugio”), anche “Il giardiniere” si confronta con i temi e le riflessioni cari all’autore bulgaro: il tempo, la memoria, la perdita, la malinconia. E come spesso accade nei suoi libri, una vicenda intima diventa l’occasione per raccontare una storia collettiva: la morte del padre coincide simbolicamente con la fine di un mondo e di una generazione cresciuta a cavallo della caduta del regime.

Quello che in quest’opera forse un po’ manca – parliamo di un libro scritto, per ammissione stessa dell’autore, in soli quattro mesi – è lo slancio di originalità, la ricchezza di sfaccettature, di riflessioni, di digressioni bizzarre, di spunti geniali che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti. Se Gospodinov dovesse un giorno – magari anche quest’anno – aggiudicarsi un meritatissimo Nobel, probabilmente non sarà per quest’opera; tuttavia “Il giardiniere e la morte”, per il suo carattere delicato e commovente, potrebbe rappresentare un ottimo primo approccio alla narrativa dell’autore di “Cronorifugio” e di “Fisica della malinconia“, che comunque conferma il suo immenso talento e la statura di una delle voci più importanti della letteratura contemporanea. 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Intervista a Barbara Baraldi per “Gli omicidi dei tarocchi” (Giunti, 2025), di Gabriele Torchetti

Oggi il Randagio incontra Barbara Baraldi che, con il suo ultimo lavoro, “Gli omicidi dei tarocchi” edito da Giunti, si conferma una delle regine indiscusse del thriller italiano. Ambientato in una Trieste magica e minacciosa, il romanzo segue la commissaria Emma Bellini alle prese con un misterioso serial killer che lascia sulle scene del crimine tarocchi creati a mano da Maia, sorella di Emma, artista ed esperta di esoterismo. La trama, che oscilla tra l’indagine razionale condotta da Emma e quella basata sull’occulto e sui tarocchi portata avanti da Maia, obbligherà le due sorelle, che non si frequentavano da anni, a confrontarsi con un passato doloroso pur di fermare l’assassino. Con una scrittura tagliente Baraldi, che peraltro è curatrice editoriale di Dylan Dog, ci regala un noir psicologico che fonde magistralmente suspense e introspezione, un thriller che ha “catturato” il nostro libraio di fiducia Gabriele Torchetti, che l’ha intervistata per noi.

Ciao Barbara, benvenuta al Randagio. Da appassionato di arcani e thriller, il tuo ultimo romanzo pubblicato da Giunti, Gli omicidi dei tarocchi, mi ha letteralmente catturato: non riuscivo a staccarmi dalle pagine. Ci racconti com’è nata questa storia e da dove ti è venuta l’ispirazione?

L’idea è sbocciata durante una conversazione con i miei editor Giunti, Nicoletta Verna e Antonio Franchini. Ci siamo incontrati al bar sotto la redazione milanese della casa editrice per una chiacchierata informale, durante la quale è uscita la mia passione per i tarocchi, che mi hanno sempre affascinato sia come strumento di conoscenza che dal punto di vista artistico. E poi… da un po’ di tempo c’era un libro seduto sulla mia libreria “esoterica”, che aspettava solo di essere letto. Un regalo di una cara amica: La via dei Tarocchi di Jodorowsky-Costa. Mi sono buttata a capofitto nella lettura e fin dalle prime pagine ha ribaltato la concezione che avevo dei Tarocchi: da strumento di divinazione a mezzo per conoscere se stessi, in una sorta di auto-analisi.

Emma e Maia Bellini sono protagoniste assolute, due sorelle agli antipodi: Emma è un’investigatrice lucida e metodica, Maia un’artista fragile ed emotiva. Qual è il loro rapporto? Come hai costruito il dualismo tra questi due personaggi così apparentemente distanti fra loro?

Sono da sempre interessata al tema della dualità, del doppio, sia in arte sia in letteratura. Le due protagoniste si sono affacciate alla mia mente fin da subito e ho lavorato alle loro caratteristiche per contrapposizione. Maia ha un temperamento artistico, è intuitiva, bravissima a prendersi cura degli altri, ma mette se stessa sempre in fondo alla lista delle priorità. Emma è una commissaria dal pensiero pragmatico, apparentemente tutta d’un pezzo, ma tende a reprimere le proprie emozioni, e questo si rivela una debolezza nel modo che ha di rapportarsi con gli altri. Da qui ho sviluppato la trama investigativa seguendo due metodi differenti, proprio a seconda della personalità della protagonista che si trova a indagare: l’una attraverso il metodo deduttivo tipico del mystery all’inglese e l’altra attraverso il metodo intuitivo, legato ai tarocchi e all’inconscio. Non è un caso se Narciso e Boccadoro – incentrato sul tema del dualismo dell’animo umano – è uno dei romanzi che più ho riletto durante l’adolescenza.

Nel romanzo i tarocchi non sono semplicemente uno strumento divinatorio, diventano una chiave per esplorare l’inconscio, per leggere il presente piuttosto che il futuro. Come sei arrivata a questa idea e in che modo hai integrato questo approccio nel percorso dei tuoi personaggi?

È un’interpretazione che segue il metodo Jodorowsky, che associa gli arcani agli archetipi junghiani. I riferimenti del romanzo sono dunque più legati alla psicanalisi che alla divinazione. Del resto, sono convinta che viviamo in un costante presente e il futuro lo costruiamo un passo alla volta tramite le nostre scelte. Come dice uno dei personaggi, “tutto ciò che è dentro i tarocchi è già dentro di te”. È una frase in cui mi ritrovo, anche perché per natura tendo a far caso ai simboli che mi circondano, e quando capita una coincidenza il mio pensiero va subito a Jung e alla sincronicità. A guidarmi, talvolta, sono state proprio le letture che ho fatto ai personaggi, adoperando i tarocchi di Marsiglia.

Trieste ha un’atmosfera particolare, a cavallo tra culture diverse. Perché hai scelto proprio questa città come ambientazione?

Svevo la chiamava la “città del vento”. Per Umberto Saba: “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore”. È una città letteraria, misteriosa, che mi ha affascinato sin dalla prima volta che l’ho visitata.

Sei la curatrice editoriale di Dylan Dog, personaggio iconico del fumetto e della cultura pop italiana (creatura di Tiziano Sclavi). Senti una responsabilità nel portare avanti un progetto così importante? E come immagini il suo futuro?

Credo che se mi fermassi troppo a pensare alla responsabilità di portare avanti un personaggio iconico come Dylan Dog, che del fumetto ha fatto la storia, mi tremerebbero i polsi. Per fortuna sono una persona pragmatica, quindi tendo a concentrarmi sul lavoro, a testa bassa, cercando di fare ogni giorno del mio meglio. Il focus è di proporre ogni mese storie imprevedibili, scritte con la voglia di entusiasmarsi (e di entusiasmare i lettori), all’insegna della varietà, sperimentando sia a livello di narrazione che di resa grafica, abbracciando tutte le sfumature dell’orrore, che rimane a oggi il genere che più di ogni altro ci permette di relazionarci con il nostro inconscio e con le nostre paure più profonde. Il futuro prossimo su Dylan lo stiamo letteralmente scrivendo (e disegnando): si avvicinano le celebrazioni del quarantennale. Quello che posso dirvi è “aspettatevi l’inaspettato”.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Ascesa e caduta di César Birotteau, profumiere di Balzac, di Lavinia Capogna

Friedrich Engels, rivoluzionario tedesco e amico e collaboratore di Karl Marx, scrisse che aveva imparato di più sulla società leggendo le opere del legittimista Honoré de Balzac che quelle di tutti gli altri (1).

I legittimisti erano coloro che sostenevano la monarchia borbonica in Francia. Balzac era nato in una famiglia di modesta condizione sociale ed era ammaliato dall’aristocrazia, cosa che probabilmente faceva benevolmente sorridere i suoi amici socialisti come Victor Hugo, Théophile Gautier, George Sand (di cui egli lasciò un significativo ritratto nel romanzo “Beatrix”). Egli aveva anche aggiunto un De, particella nobiliare al suo cognome. 

Dotato di grande volontà e inesauribile fantasia dopo essere stato un ghostwriter fino a 30 anni divenne, negli ultimi vent’anni della sua vita, uno degli autori più importanti della letteratura francese e internazionale. 

Nella sua “Commedia umana” composta di ben 137 romanzi “Balzac analizzò una società cinica dove c’era un solo dio: il denaro; una società senza scrupoli, una società di cui descrisse tutti i vizi e tutti i difetti: aristocratici, nuovi borghesi, proletari, contadini, giornalisti commercianti, medici, preti, avvocati, studenti, artisti, ragazze ingenue, cortigiane, tutto un mondo ed una società sfila nei romanzi di Balzac, dalla frenetica Parigi alle cittadine dove non c’era nulla da fare all’ombra dei tigli e delle persiane azzurre delle vecchie case” (2).

César Birotteau dà il nome ad un suo romanzo pubblicato nel 1837 il cui titolo completo suona: “Histoire de la Grandeur et de la Décadence de César Birotteau” (Storia dell’ascesa e della decadenza di C. B. ) in Italia tradotto solo con il nome proprio (3).

Secondo me, Birotteau è uno dei personaggi più interessanti di Balzac. 

Se Éugenie Grandet ci conquista con la sua limpidezza in un mondo gretto e meschino come quello del padre e del vanitoso cugino, César non è da meno. 

Egli viene dalla campagna (“se mancava di spirito e di istruzione egli aveva un’istintiva rettitudine e dei sentimenti delicati che provenivano da sua madre” scrive Balzac – 4) e a fine Settecento si ritrova da solo a Parigi in cerca di fortuna. Erano gli anni della rivoluzione, delle lotte tra le frazioni ma anche della guerra civile in Vandea.

Dopo ci sarebbe stato l’Impero Napoleonico e la rivoluzione industriale 

Fu la fine di molti mestieri che si potevano fare a casa, tessuti, oggetti artigianali, sopraffatti dalle nascenti industrie e l’inizio di una grande migrazione di contadini e piccoli artigiani verso la capitale: tutto un mondo arcaico stava svanendo. 

È importante mettere a fuoco il contesto storico in cui il romanzo si svolge perché esso non è solo la storia di un uomo (ispirato in parte ad una storia vera) ma di un ambiente sociale. 

A Parigi, Birotteau riesce a trovare un impiego presso un noto profumiere, ex fornitore della regina Maria Antonietta, e pian piano apprende la sua arte. Ragazzo, si trova invischiato in una relazione sentimentale con una cuoca, alcolista e brutale, che lo abbandona senza rimpianti per un coetaneo più avvenente nonché proprietario di un piccolo terreno. 

Il 13 Vendemmiaio (5 ottobre 1795) a Parigi, Birotteau viene convinto a partecipare alla rivolta dei monarchici contro la Convenzione. In realtà egli non sa nulla di politica e non capisce nulla degli eventi travolgenti in corso ma la rivolta viene sedata da un giovane artigliere corso, Napoleone Bonaparte

Si sparge così la voce mendace che Napoleone stesso abbia sparato contro Birotteau facendone, suo malgrado, un eroe monarchico. 

Il povero Birotteau sembra destinato ad una vita infelice quando entrando casualmente in un negozio di novità (articoli di vario genere, nastri, insegne dipinte, orologi eccentrici, cravatte colorate ed altro) che erano allora in gran voga rimane incantato da una bellissima commessa, Constance. 

Si innamora perdutamente di lei. 

Lei non fa caso al timido ragazzo di campagna, onesta, di buoni sentimenti, perspicace viene assillata da molti ammiratori ma suo zio, il sagace Pillerault, sostiene Birotteau perché ha compreso che lui è veramente innamorato di lei. 

Incoraggiato dalla moglie ed ambizioso egli inizia una grande ascesa sociale diventando lui stesso il primo profumiere di Parigi. Crea oli profumati e creme lenitive. È assai divertente quando Balzac racconta come Birotteau usi la pubblicità riempiendo la città di graziosi ed attraenti manifesti avendo come garanzia della validità dei suoi prodotti la firma di un chimico. 

Egli assume un assistente, un personaggio in apparenza grigio ma in realtà machiavellico, senza nessuno scrupolo e gratitudine, Du Tillet. 

Egli importuna la moglie del profumiere, le scrive anche delle lettere e lei riesce a farlo licenziare. Per vendicarsi, Du Tillet ruba dalla cassa una cospicua somma. 

Egli detesta Birotteau, che è ormai diventato ricco e famoso, non solo per la sua agiatezza, la sua fortuna o il fatto che sia sposato con una bellissima donna ma per la sua bontà: “Senza dubbio in quel momento Du Tillet ebbe verso di lui quell’odio inestinguibile che gli angeli delle tenebre hanno verso gli angeli della luce”.

Sarà infatti Du Tillet, in seguito diventato un ricco banchiere grazie a speculazioni e al fatto di essere diventato l’amante della moglie di un uomo di potere, a tramare contro il suo ex datore di lavoro un inganno economico che costituisce il fulcro del romanzo e che Balzac racconta in modo irresistibile. 

Chiaramente non si può raccontare nulla di questa vicenda per non sciupare la lettura del romanzo, né la parte finale.

A far da contrappunto a Du Tillet c’è il nuovo apprendista, Armand Popinot, un ragazzo disabile, zoppo. 

C’e da dire che fin dai tempi antichi le disabilità erano state insensatamente viste come una forma di espiazione per colpe e manchevolezze. I disabili venivano spesso ricoverati insieme ai pazzi e ai vagabondi in tetri (a dir poco) edifici/prigioni o erano personaggi inquietanti nelle fiabe popolari (5).

Furono proprio Balzac, Victor Hugo (con Quasimodo, il gobbo di Nôtre Dame) e Charles Dickens a dare un’immagine più positiva della disabilità. 

Popinot è un giovane bassino, sensibile e timido che inizia una propria attività commerciale associandosi a Birotteau. Egli è innamorato della leggiadra Césarine, figlia del profumiere, che è un ritratto perfetto di una ragazza agiata della borghesia di allora, suona il pianoforte e legge romanzi. 

Il padre, colto da manie di grandezza, decide di rimodernare la loro casa e il negozio. Esilarante il personaggio dell’impeccabile architetto che poi presenta una fattura esorbitante. 

Birotteau decide anche di dare una sontuosa festa, simbolo di prestigio sociale. 

Le vendite vanno a gonfie vele ed egli viene persuaso a partecipare ad una speculazione edilizia. Erano i tempi in cui Parigi incominciava a ingrandirsi, le strade strette e fangose venivano demolite per far spazio a palazzine popolari o borghesi. 

Accecato dal miraggio di diventare sempre più ricco e nonostante l’opposizione della moglie, egli non si rende conto che i suoi soci sono in realtà una masnada di farabutti: tra di loro ci sono stimati notai, avvocati, un potente banchiere tedesco e dietro, come uno Jago shakesperiano, Du Tillet. 

Un altro personaggio in antitesi con questi truffatori è Pillerault, zio di madame Birotteau, un uomo di idee molto progressiste, ex proprietario di una ferramenta, che vive dignitosamente la terza età e che osserva attentamente la gente (a differenza del profumeriere). Sarà l’unico, insieme a Popinot, personaggio che ha un imprevedibile sviluppo, che tenterà di aiutare il suo avventato parente monarchico. 

Il romanzo è scritto in uno stile scorrevole, assai avvincente, per nulla prolisso, evita qualche elemento kitsch o esotico che a volte si ritrova nei romanzi balzacchiani in sintonia con il gusto della sua epoca. 

Birotteau è un personaggio commovente di cui Balzac registra accuratamente i moti del cuore, non ha nulla di un eroe, non bello, non audace, non romantico, non è un Dantès o un Julien Sorel, è un uomo comune, ingenuo, preso in giro da tutti (eccetto che da Pillerault e da Popinot) che cerca di barcamenarsi in una società sempre più complessa e corrotta di cui egli neppure immagina i meccanismi. 

Ma è anche un self made man che non sa moderare la sua ambizione. La sua debolezza lo rende umano ed egli ci dice molto anche sull’umanità del suo autore.

Note:

1) “(Balzac) dà nella ‘Comédie humaine” (…) una storia completa della società francese dalla quale io, perfino nelle particolarità economiche (… ) ho imparato più che da tutti gli storici, gli economisti, gli statisti di professione di questo periodo messi insieme” 

(F. Engels, Il realismo di Balzac, lettera a M. Harkness (primi aprile del 1888), in K. Marx, F. Engels, Scritti sull’arte) 

2) “Balzac, una vita piena di opere più che di giorni” di Lavinia Capogna (2022).

3) “César Birotteau” di Honoré de Balzac a cura di Paola Dècina Lombardi, traduzione di Francesca Spinelli – Oscar Mondadori, 2021

4) Le traduzioni dei brani del libro citati sono state fatte da me dal testo originale francese. 

5) Michel Foucault Storia della follia nell’età Classica

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

“Ricette Letterarie”: il sorbetto di ananas di Nero Wolfe, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone il sorbetto di ananas ispirato a “Alta cucina” di Rex Stout, il quinto romanzo con protagonista Nero Wolfe, pubblicato nel 1938. Va apprezzata la scelta di Anne, perché il caso da risolvere è l’assassinio di uno chef.

*** IL SORBETTO DI ANANAS DI NERO WOLFE ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

Rex Stout, Alta cucina, 1938.

“Un paio di minuti prima che si cominciasse a entrare in sala da pranzo, arrivò Dina Laszio. I brusii cessarono. […] E non potevo certo disapprovare che si fosse fatta vedere alla festa, dato che era stato Nero Wolfe a chiedere a Servan di invitarla e di insistere perché anche lei fosse presente […]

Su ogni piatto trovammo, appena ci sedemmo, un menu stampato in rilievo:

Les Quinze Maîtres

Terme Kanawha, West Virginia

Giovedì 8 aprile 1937

CENA AMERICANA

Ostriche arrostite nel guscio

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Tartaruga del Maryland – Biscotti macinati

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Tacchinella alla griglia

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Crocchette di riso con gelatina di mela cotogna

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Fagioli di Lima alla panna – Tartine Sally Lynn

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Avocado alla Todhunter

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Sorbetto di ananas – Sponge Cake

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Formaggi del Wisconsin – Caffè nero”

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Ricette Letterarie: il sorbetto di ananas di Nero Wolfe

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Vuoi provare a farla in casa? Eccoti la preparazione.

Sorbetto di ananas

Ingredienti per 4 persone

– 1 ananas maturo o 500 g di polpa di ananas fresco

– 130 g di zucchero

– 150 ml di acqua

– 1 cucchiaio di succo di limone

– 30 ml di rum (opzionale)

– 100g di panna fresca da montare più 10g per scioglierci la gelatina

– 1 foglio di gelatina (circa 2 g)

Preparazione

  1. Come prima cosa prepara lo sciroppo di zucchero: versa lo zucchero in un pentolino antiaderente poi aggiungi l’acqua, mescola e porta a bollore. Fai sobbollire mescolando finché lo zucchero si è sciolto completamente. Spegni e lascia raffreddare.
  2. Pulisci l’ananas: elimina la buccia e il torsolo, poi taglialo a rondelle e infine in cubetti.
  3. Frulla l’ananas con lo sciroppo di zucchero e il succo di limone. Aggiungi il liquore (opzionale) e frulla ancora fino a ottenere un composto omogeneo.
  4. Ammolla il foglio di gelatina in acqua fredda. Poi versa la panna fresca in una ciotola e montala non troppo ferma (lucida). Metti la ciotola in frigorifero.
  5. In un pentolino scalda gli altri 10g di panna, poi strizza la gelatina e scioglila nella panna calda, mescolando bene per creare un composto omogeneo. Aggiungi questo composto di ananas e frullalo per distribuire uniformemente la gelatina.
  6. Versa l’ananas frullato in una ciotola e incorpora la panna montata utilizzando una spatola di silicone. Poi metti la ciotola in congelatore.
  7. Mescola il composto di ananas con una frusta (o una forchetta) ogni 30 minuti per due ore, quindi 4 volte in tutto.
  8. Servi in bicchieri o coppette fredde, magari decorando con qualche fogliolina di menta fresca.

“Terra abbandonata”, un racconto di Apolae

Le rovine del villaggio Querandì, osservate dall’alto grazie alle riprese da drone, mostrano i segni di un passato che resiste. I pavimenti sono irregolari, i muri attraversati da crepe, le fronde coprono i tetti scomparsi. La natura sta riconquistando il proprio spazio. Le costruzioni giacciono come scatoloni scoperchiati e svuotati. Il disfacimento procede paziente. Tra quelle rovine abita un uomo. Il suo nome nativo è Kam’ne, registrato dallo Stato argentino come Pedro Gonzales, nome imposto a Verónica, cittadina costiera della provincia di Buenos Aires. Il villaggio, fondato secoli prima su un terreno libero presso un bosco di ceiba, rientra oggi nel comune di Punta Indio.

Un tempo vivevano qui fino a cinquanta famiglie. I villaggi erano disposti a mezz’ora di cammino l’uno dall’altro, per razionare le risorse e facilitare gli spostamenti. In inverno si stringevano verso la costa, in estate si spingevano nelle Pampas per la caccia. Alcuni insediamenti, ritenuti esplorativi, furono scoperti lungo il Paraná. Le prime abitazioni erano tende di pelle e tessuto, smontabili in fretta. Con il tempo, le costruzioni divennero stabili: legno di ombù, resina, ciottoli e fango. Oggi restano solo frammenti.

Dodici stagioni fa, il villaggio era popolato. Poi le partenze. Poche. Altre. Tante. Un giorno, rimase solo Kam’ne. Quando partì l’ultima famiglia, pianse. Come se avessero tagliato via un pezzo di sé. Arrivarono gli stranieri con grandi bestie di metallo. Presero i pascoli, chiusero il bestiame nei recinti, offrirono denaro, una nuova vita in città. Kam’ne non sapeva dove andare. Non sapeva cosa comprare. Tutto era già attorno e dentro lui.

La luce di Chachao illumina gli uomini, racconta. Il corpo crea ombre. Wualichú guarda le ombre. Kam’ne invita chi lo visita a osservare la propria, ma non a raccontarla. Contro le ombre esiste la musica. La sua pifilca di ombù ha tre buchi. Unica nel villaggio. Il secondo buco si fa dopo un grande dolore. Kam’ne lo scavò quando rimase solo. Il terzo giunse con la vecchiaia, quando comprese l’ombra dietro la luce. La risposta arriverà dopo aver dimenticato la domanda. L’attesa deve essere in movimento, come fa la natura.

La pifilca nasce per i rituali. Nascita. Maturità. Morte. L’uomo la mostra titubante. Nel rituale di nascita, alla prima luna piena, un anziano solleva il neonato al cielo. Il villaggio canta. La luce lo illumina. Dopo quattordici stagioni, ogni ragazzo decide dove farsi bucare. Kam’ne scelse la mano, per ricordare che le cose vanno via. Serve coraggio per crescere. Il rito di maturità è segreto. Per uomini. Per donne. Dopo tanti inverni, i segreti devono essere seminati, o morire. Nel rituale di morte degli uomini, un anziano riempie il buco. La luce non entra. L’ombra non esce. Il ciclo si chiude in equilibrio. Per le donne, un’anziana versa acqua nelle narici. Il sangue viene lavato. Le sofferenze si sciolgono. Anche qui, il ciclo si chiude in equilibrio.

La natura fa quello che deve fare. Il sole sorge dalla prateria, in linea con l’orizzonte. Kam’ne non ha bisogno di ricordarlo: lo guarda ogni mattina. Gaspar ha dormito nel villaggio con lui, su un tappeto logoro. All’alba, ha visto l’erba illuminarsi e Kam’ne lo ha condotto al vecchio pozzo, ai limiti dell’appezzamento. C’era ancora acqua.

Se il governo considera il villaggio abbandonato, Kam’ne lo sente vivo. Il governo appartiene agli uomini di città, ma il villaggio appartiene ancora al mondo.

La prateria si apre a crepacci, che restano nell’ombra o si riempiono di luce. I Querandì sono fili d’erba. Non possiedono nulla. Non c’è nulla da proteggere, né da perdere. Conta il qui-ed-ora. Il resto è ricordo, o fantasia. Non importa chi è andato o chi è rimasto. Ogni Querandì deve seguire la propria strada. Kam’ne resta. Finché rimane, il villaggio vive.

Spera che, un giorno o l’altro, da qualche parte, ci si rincontri lungo la via. Per piangere insieme. O ridere. Il popolo Querandì rimarrà vivo, attraverso i discendenti trasferiti nelle città, oppure si estinguerà con la scomparsa di Kam’ne? 

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Apolae: si fa chiamare Apolae per scrivere liberamente. Suoi racconti compaiono online su varie riviste. Altri testi popolano la pagina Instagram apolae_fotoracconti. Ama la sua famiglia, la letteratura e la musica. Si impegna per coniugarle, ma non sa se riuscirà.