Maria La Tela: “Nel nome tuo” (Ventanas, 2026), di Rita Mele

 L’esordio che porta la ferita transgenerazionale nella lingua

Cosa abbiamo in comune noi de Il Randagio con l’autrice Maria La Tela? La passione per i libri e la letteratura? Sì, e poi cos’altro? L’amore per Napoli, ma certo. Può bastare? No, perché il forte anello di congiunzione è Italo Calvino. Se il 15 ottobre 2023, a cento anni dalla nascita dello “scrittore invisibile”, nasceva la nostra rivista letteraria, pochi mesi dopo, a giugno del 2024, il romanzo inedito Nel nome tuo di Maria La Tela viene scelto come finalista della XXXVII edizione del Premio Calvino.  

Oggi, dopo aver letto in un crescendo di trasporto emotivo le 324 pagine scandite da Maria La Tela nella sua lingua matura, incandescente e lavica, cerchiamo le parole che siano capaci di portare ai nostri lettori randagi la ricchezza narrativa del romanzo appena pubblicato nella collana Parole, da Ventanas, l’editrice indipendente, con il debole per gli argomenti forti e originali di prove letterarie moderne e di classici dimenticati. 

Il romanzo si apre al lettore con un esergo di Amelia Rosselli, ‘Poeta della ricerca’ che ha inventato la lingua nuova del dolore. Per noi ha funzionato come una dichiarazione della poetica intima che percorre l’intero romanzo: Lo scritto che in me è folle risponde a tutto questo dolore con parole sempre spero sempre vere. Suona come un avvertimento: la lingua di Maria La Tela che incontreremo nella concatenazione di storie sarà una lingua ferita, una lingua che tenta di dire ciò che non si può dire, una lingua che non consola ma rivela. Come Rosselli, La Tela sembra scrivere dal margine della coscienza, dove il trauma esistenziale non è un tema ma una forma, un abito, della vita stessa.

E come Tolstoj, che in apertura di Anna Karenina scriveva che tutte le famiglie felici si somigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, La Tela ci porta dentro un’infelicità familiare che non è mai generica, mai astratta: è un dolore incarnato, genealogico, irripetibile, che si trasmette come un’eredità emotiva.

In questa spaziatura trova posto naturale il titolo, Nel nome tuo, che ha l’impronta e la forza di una formula liturgica rovesciata. Non invoca il divino – i lettori se ne accorgeranno – ma la genealogia ferita da cui Teresa, la protagonista, proviene. È un titolo che suona come un atto d’accusa e insieme come una preghiera: tutto ciò che Teresa vive, lo vive nel nome di chi l’ha preceduta. È un titolo che, come il romanzo tutto, parla di colpa, di eredità, di un perdono impossibile. E che restituisce alla storia narrata, la sua natura più profonda: un rito di passaggio in cui la protagonista tenta — lasciamo a voi scoprire se ci riuscirà — di sciogliere il nodo che la lega alla sua linea femminile di discendenza: la madre, la nonna, la balia, e tutte le donne che l’hanno generata, affiancata e ferita.

Il romanzo che ci ha avvinti alle pagine è costruito come un rito a cui non è facile sottrarsi. Nell’architettura tripartita dell’indice, i titoli non sono semplici etichette, ma categorie di una liturgia morale che i lettori seguiranno e ritroveranno espanse nel testo — dell’odio, della purezza, del suo stesso sangue. 
Essenziale e spoglio, suggerisce che il romanzo non è una sequenza di capitoli, ma un unico movimento emotivo in tre tempi: come una tragedia antica o una partitura teatrale.

La Tela costruisce un mondo narrativo che procede per accumulo di tensioni, come se la casa gialla, scenario campano isolato in un Sud arcaico dove la storia si dipana tra gli anni Venti e il Secondo Dopoguerra, trattenesse il fiato insieme ai suoi personaggi. La struttura è compatta, coerente, necessaria: ogni scena è un tassello di un destino che si va compiendo.

La costellazione dei personaggi gravita in ambientazioni meridionali riconoscibili, ma nominate con fantasia come a tracciare una mappa di non luoghi, eppure autenticamente connotati da povertà, religiosità, rigidità.

La casa gialla è un microcosmo chiuso, quasi fuori dal tempo, dove il mondo esterno entra solo come eco o minaccia.

Tra i personaggi e i protagonisti del romanzo prevale la componente femminile, come se la genealogia del trauma transgenerazionale che percorre la storia, potesse trasmettersi solo attraverso i corpi delle donne:

Maria, la madre morta di Teresa e Amalia, origine della ferita; Teresa, la protagonista; Amalia, la sorella minore; Erminia, la nonna materna; Luciè, la balia e altre numerose donne tutte egualmente cruciali nei diversi snodi temporali e narrativi del romanzo.

Accanto a loro, non mancano le figure maschili, ridimensionate per lo più in profili marginali o prepotenti: Salvatore, il padre, un uomo che sopravvive più che vivere; l’uomo calvo, presenza simbolica, più sintomo che personaggio, Rafele, Michele, David, Domenico, Gaetano.

La Tela costruisce con metodo un universo in cui la trasmissione del dolore è un fatto materno, mentre gli uomini restano ai margini, incapaci di interrompere o comprendere il ciclo di colpa e ripetizione.

La Tela costruisce un romanzo che sembra ispirarsi direttamente al lessico psicoanalitico, pur senza mai dichiararlo o indugiare in esso. La casa gialla la racconta appunto come il luogo della scena primaria, dove il trauma originario — la morte della madre — si imprime nel corpo di Teresa prima ancora che nella sua memoria.
L’odio verso la sorellina Amalia, più piccola di lei di cinque anni, si può leggere come una forma di spostamento, un modo per colpire ciò che resta quando l’oggetto d’amore è perduto.
Luciè, la balia incarna il meccanismo della ripetizione del trauma: ciò che non è stato elaborato ritorna, si reincarna, si trasmette.

La lingua di Maria La Tela, spezzata, giustapposta, non subordinata, è la lingua di chi cresce in un Sud dove non si parla, dove il dolore non si elabora, dove le donne tramandano ferite più che parole.
È la lingua di Teresa, che non ha accesso alla complessità dell’ipotassi; la lingua delle donne della casa gialla, che parlano per sopravvivere più che per comprendere; la lingua del trauma, che procede per lampi e non per spiegazioni. E Teresa, che vive in un mondo dove nessuno nomina davvero ciò che accade, sviluppa un bisogno muto ma potentissimo: il bisogno di perdono. Un perdono che non sa chiedere, che non sa nominare, ma che attraversa tutto il romanzo come una corrente sotterranea.

La vita di Teresa è puntellata da una presenza ricorrente nella storia che è come un’ombra isolata e invisibile al resto del mondo: l’uomo calvo. Appare più volte, in momenti diversi della crescita di Teresa, come un sintomo che ritorna, come un segnale che la realtà sta cedendo sotto il peso del trauma, come una serie di epifanie che preparano il lettore al culmine della rivelazione finale. La figura dell’uomo calvo, ci fa tornare in mente altri personaggi e temi letterari incontrati in Kafka, Morante, la stessa Rosselli e nella scrittura teatrale di Emma Dante: il giudice muto, il trauma che prende corpo, la follia come linguaggio, il sacro inquietante. Lasciamo scoprire ai lettori randagi quali altri significati si concentrano in quella presenza muta e immobile dell’uomo calvo che non assolve e non condanna: esiste.

Il romanzo di Maria La Tela, nella sua inequivocabile ambientazione storico-geografica, dialoga non solo con la tradizione italiana, ma anche con alcune grandi autrici straniere che hanno esplorato il trauma familiare e la trasmissione intergenerazionale del dolore. Pensiamo a Toni Morrison che in Beloved fa prendere corpo al trauma nello spazio domestico; Alice Munro che riduce il dramma ai dettagli minimi e ai gesti quotidiani e domestici; Annie Ernaux la cui lingua è insieme personale e politica. Nel nome tuo è il contenitore parlante di un microcosmo sociale dove il trauma individuale è anche collettivo. E la lingua con cui Maria La Tela rende il suo esordio sorprendente è una lingua che incide e scolpisce le scene sino a farcele sentire respirare. La sua prosa è scarna ma non povera, densa ma non barocca, ritmica ma mai compiaciuta. È una lingua che sembra nascere dal corpo prima che dalla mente: una lingua che trema, che trattiene il fiato, che si spezza nei punti in cui il dolore non può essere detto. La Tela lavora per sottrazione, eliminando l’ornamento, asciugando il dialogo, lasciando che siano i gesti a parlare. In ogni passaggio costruisce scene come quadri teatrali affidando alla sintassi la tensione emotiva. La paratassi è il tatuaggio delle sue pagine: frasi brevi, giustapposte, subordinazione ridotta al minimo, costruiscono un ritmo che è insieme corporeo e psichico. È una lingua che non spiega, ma espone; che non interpreta, ma mostra; che non consola, ma incide.
La sua paratassi non semplifica: intensifica. Ogni frase è plastica come un gesto. Ogni gesto è un taglio sulla pagina, come nelle tele di Lucio Fontana che aprono varchi nello spazio infinito. Ogni taglio è una rivelazione. Quella paratassi nasce anche dall’ambientazione scelta dall’autrice, un Sud dove la parola è scarna, dove il dolore è muto, dove le donne parlano per necessità e non per stile.

Azzardare una previsione sul futuro di un’autrice è sempre rischioso, ma nel caso di Maria La Tela il rischio è minimo. Nel nome tuo non è un esordio promettente, è un esordio compiuto. La sua è una voce che resterà perché ha già tutto ciò che serve per durare: è riconoscibile, è ispirata da un immaginario coerente, è capace di tenere insieme corpo, lingua, dolore e verità, usa una struttura narrativa solida, si alimenta con radici culturali forti ma non folkloristiche, fa risuonare con sensibilità le ferite transgenerazionali.

Se La Tela continuerà a lavorare su questa linea del corpo, della memoria, della casa come teatro del trauma, è molto probabile che diventi una delle voci più interessanti della narrativa italiana dei prossimi anni. Non perché piacerà genericamente, ma perché ha qualcosa da dire. E lo dice con una lingua che non assomiglia a nessun’altra.

Nel nome tuo è un romanzo che non si limita a raccontare. Lo abbiamo letto ascoltando la ferita da cui nasce. Lo fa con una voce nuova, necessaria, capace di trasformare il dolore in forma e spazi riflessivi. È un libro che si sente. In un panorama narrativo spesso dominato dall’urgenza del presente, La Tela sceglie la profondità del passato, la genealogia, la memoria, il corpo. E ci ricorda che la letteratura serve a vedere e a sentire e che queste esperienze sono già una forma di salvezza, per l’autore e per il lettore.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare