Intervista a Raffaele Passerini per “Love bombing” (Castelvecchi, 2026), di Loredana Cefalo

Il sogno americano non esiste più. 
Non esiste più la terra delle opportunità, della libertà, della democrazia, della meritocrazia.
Raffaele Passerini, regista, per otto anni ha inseguito il sogno americano. Era giovane, talentuoso e per un attimo la New York dei film di Woody Allen lo aveva catturato, fino a farlo innamorare.
Il suo primo romanzo, Love Bombing (Castelvecchi) non è solo la narrazione di un amore malato e che consuma, ma è proprio il racconto di chi, alla ricerca della felicità, insegue qualcosa che gli sfugge e sfuggendo lo attanaglia, lo mastica e poi lo risputa senza pietà.
Love Bombing si distacca dalla narrativa tradizionale per assumere i connotati di una sceneggiatura di vita. L’esordio letterario del regista documentarista de Il principe di Ostia Bronx, che fra il 2017 e il 2019 ha collezionato svariati premi, ripercorre la sua parentesi newyorchese, mettendo a nudo una parabola che va dall’ascesa professionale al burnout psicofisico. 

​Il testo si distingue per un’autenticità priva di fronzoli, sia nel linguaggio che nella struttura del racconto. Al centro della vicenda non c’è solo il successo nella giungla di New York, ma l’analisi di una serie di legami tossici, basati sul narcisismo. 
Passerini descrive con lucidità la perdita di controllo e il mascheramento emotivo necessari a sopravvivere in una relazione manipolatoria, un’esperienza che, pur essendo personale, tocca temi universali e purtroppo comuni. 

​Invece di cercare il lieto fine, il libro si concentra sulla presa di coscienza post-traumatica: un resoconto onesto su quanto sia doloroso, ma necessario, affrontare le proprie fragilità per riappropriarsi della propria identità. 

Il libro di Raffaele Passerini mi ha molto incuriosita, perché il Love Bombing in questo caso non è soltanto relativo alla storia d’amore raccontata, ma soprattutto viene da un ambiente, che ti utilizza, ti controlla, ti sfianca, ti risucchia e la maggior parte delle persone che ne vengono attratte fanno molta fatica ad uscirne.

Così ho incontrato virtualmente Raffaele e, come mia consuetudine, gli ho rivolto qualche domanda.

Perché hai sentito l’esigenza di affidare questo racconto alla scrittura invece che a un documentario? Cosa ti ha permesso di dire la parola che l’immagine non poteva esprimere?

Ho fatto corti, documentari, video, podcast e, ora, per la prima volta, un romanzo. Un romanzo che assomiglia un po’ a una serie di piani sequenza in soggettiva, un po’ a un inseguimento e forse, un po’ al documentario. La forma di scrittura-romanzo mi ha però permesso di entrare direttamente nella testa, nel cuore e nel corpo del personaggio-me-stesso più giovane, come in una sorta di flusso di coscienza e maratona fisica. L’unica strada che mi sembrava possibile per raccontare questa storia era quella del pozzo emotivo: la scrittura è stata la corda con cui scenderci e rivivere, di volta in volta, i sentimenti e il corpo di quel trentenne che ho abitato. Una specie di viaggio nello spazio e nel tempo, come se avessi messo una telecamera dietro ai miei occhi e un sondino vicino al mio cuore, tipo speleologo. È un viaggio faticoso, fisicamente, e la scrittura, con i suoi tempi dilatati, mi offriva sempre zone di ristoro. E poi la sovrapposizione tra il me autore e l’io personaggio non era per me sostenibile attraverso un racconto audio-video: non sarei riuscito a essere sia regista che narratore che, per di più, protagonista. Troppi io da gestire.

Nel libro descrivi il crollo nervoso come una scala in discesa, sempre più ripida e sempre più grave. Come si concilia la necessità di mantenere una carriera di successo a New York con il progressivo sgretolamento del proprio equilibrio mentale?

Si dice che a New York, “you make it or break it”. “Se ce la fai lì, ce la puoi fare ovunque”, cantava Sinatra. Le regole del gioco dichiarate sono chiare: l’arena è aperta a tutti, chi è più sveglio, preparato, scaltro, informato, talentuoso, veloce vince. Dipende da come ti giochi le tue carte. Se fallisci, in altre parole, è solo colpa tua. Le vere dinamiche però, lo sappiamo, sono ben altre. Premetto che per me l’America è stata una grande occasione di crescita e esplorazione: sono stato accolto, formato, incoraggiato e ne sarò sempre grato. Ma questo scollamento tra le regole dichiarate e la realtà può essere molto pericoloso a livello emotivo e psicologico. 

Sono stato uno dei pochissimi, forse l’unico non statunitense del mio corso di filmmaking ad avere una borsa e a riuscire a lavorare e rimanere a New York. Questo ha creato in me un forte senso di responsabilità verso le aspettative mie e degli altri. La collisione tra il desiderio di farcela, il bisogno di dimostrare di farcela e la concreta possibilità di resistere e sopravvivere in una città estremamente competitiva e costosa, a volte ti toglie l’aria, la luce, il silenzio, lo spazio, il respiro, il pensiero. 

Spesso chi affronta un’esperienza come la tua prova vergogna nel parlare della propria fragilità. Qual è stata la sfida più grande nel raccontare la tua vulnerabilità senza filtri protettivi?

Nel libro parlo di un me che non ha saputo proteggersi per mancanza di amor proprio, cercando di esplorare un’anatomia tutta personale di questo tipo d’incrinatura. Quando scrivevo pensavo solo ad essere lì e a non farmi domande, tipo: cosa penseranno ora di me? Mi sono esposto troppo? Mi sono messo di nuovo in una posizione di fragilità? L’unica mia preoccupazione in fase di scrittura era di non fare uno sfogo, una vendetta o un’autoanalisi fine a sé stessa. Sono stato coraggioso e  dissociato insieme? Non lo so. È stato per me essenziale lavorare con la mia editor, Maria Carmela Leto. La sua accoglienza mi ha fatto sentire in un luogo mentale sicuro e rigoroso, e mi ha dato molto coraggio. Ora per me la sfida più grande è lasciarlo andare, il libro. Ormai è fatta. Spero solo che possa accompagnare il lettore come uno specchio dove potersi guardare, nudo, in un luogo intimo e protetto che solo la scrittura sa offrire. 

Credi che il contesto di una metropoli così competitiva e spietata e la pressione che ne deriva, abbia favorito l’insorgere della dinamica tossica che descrivi, o si è trattato di un caso isolato?

Se mentre corri una maratona ti fai una brutta ferita alla gamba e non la medichi subito, perché devi correre, devi farcela, devi vincere, quella ferita rischia di infettarsi, a meta è probabile che non ci arriverai comunque, e i danni potrebbero perdurare. Le dinamiche tossiche nelle relazioni proliferano in una metropoli come New York dove tutto è accelerato, amplificato e tu devi sempre correre. Se esci dalla maratona per prendere fiato o medicarti, ne esci per sempre. In un posto così competitivo, sono tutti nella tua stessa situazione: è difficile prendersi cura gli uni degli altri. Nel caso dei due protagonisti del romanzo, entrambi vivono la pressione della città e le aspettative delle rispettive famiglie in Europa, ma uno reagisce, diciamo, con “violenza e prevaricazione”, l’altro, forse, con il vittimismo. Entrambi, però, partono dalle stesse paure: quella di soccombere e quella di non essere amati. Non credo che questa sia una combinazione tossica rara.

Sono rimasta molto colpita dalla tua autenticità stilistica. È stato difficile resistere alla tentazione di romanzare i fatti per renderli meno amari?

Il tempo della memoria ottunde, il ricordo deforma, la scrittura imbriglia, taglia, sposta, ricodifica. L’unica cosa che si cristallizza e non muta, per me, è il ganglio emotivo soggettivo. Settata l’arena e le dinamiche tra i personaggi secondo rimandi reali, l’unica aderenza assoluta al reale che mi interessava mantenere era quella della dimensione emotiva, e l’autofiction questo lo permette. Questo mi ha dato la libertà di non concedere deroghe al dolore e all’amarezza. Mio padre ha letto gran parte di questo libro e mi ha detto: daglielo uno zuccherino al lettore, è molto amaro. Ci teneva che fosse accolto bene dal pubblico, che io ne uscissi bene. Ne abbiamo parlato e ha capito: il libro doveva essere sincero rispetto alle mie fragilità. Ci teneva che lo pubblicassi: ogni volta che tornavo a casa o mi chiamava, mi chiedeva se avessi trovato una casa editrice. Non sono riuscito a pubblicarlo prima della sua morte. Per tutto questo ho voluto dedicarglielo.

Love Bombing termina con una consapevolezza sofferta. Oggi che per te come per molti altri il sogno americano è finito, cosa vorresti che il tuo futuro ti riservasse?

Il sogno americano è stato per oltre un secolo un potente magnete. Sicuramente grazie al soft power esercitato dal cinema, ma anche perché si basava sulla premessa del merito, una chimera in grado di attirare chiunque. Purtroppo, il merito, negli U.S.A. come ovunque, è innanzitutto frutto del privilegio. Le declinazioni del sogno americano sono tante: per un cittadino messicano che attraversa il confine senza documenti, il sogno è un golden ticket che tutto salva e risolve. Ben diverso da quello di un trentenne europeo, bianco, della medio-alta borghesia, che arriva lì grazie a una borsa di studio post-laurea. Per me che ci ho vissuto a cavallo del primo decennio degli anni duemila, era il sogno del cinema. Ma c’è un tipo di sogno americano che è forse più difficile da decifrare: il sogno di chi resta, di chi quel confine non è mai riuscito o non ha mai voluto varcarlo. Se tu vai in America e ce la fai, certifichi a chi resta che se vuole, anche lui può farcela e che, se dove è rimasto ha fallito, non è per colpa sua. Ora, pare, il sogno americano si sta sgretolando. Ma quando decisi di andarmene, ricordo le conversazioni accorate con alcuni miei amici europei che vivevano come me negli U.S.A. e che mi dicevano: “Ma davvero vuoi rinunciare alla tua doppia identità? Qui sei speciale perché sei europeo, in Europa sei figo perché vivi in America. Ma io non mi sentivo né l’uno, né l’altro, e ho deciso di tornare. Tradire un sogno, si sa, è imperdonabile. 

Sono tornato in Italia ormai dieci anni fa e qui sto costruendo il mio futuro. In definitiva faccio quello che facevo negli U.S.A. ma con il bagaglio di quell’esperienza che mi ha aiutato tanto: insegno, scrivo, creo audio-video. Ma ora, dopo il Covid, anche da qui posso parlare al resto del mondo (le piattaforme di streaming e i social ce lo permettono). Da qui posso cercare di contribuire alla vita sociale e culturale del mio paese, qui posso sentire un senso di appartenenza radicato nel passato. Qui sono stato vicino ai miei genitori. In definitiva, il mio sogno lo sto vivendo. E ne sono grato. Ora sogno un’Europa pacifica e coesa.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

Video di “Dice… e quindi” ispirato a “Nessuna voce dentro – Un’estate a Berlino Ovest” (Einaudi) di Massimo Zamboni

Cosa succede quando due generazioni si incontrano alla vigilia di una grande partenza? In questo breve racconto audio, assistiamo al momento in cui “Coso” regala un libro speciale a Gabriel, pronto a partire per l’India. Il libro è “Nessuna voce dentro – Un’estate a Berlino Ovest” di Massimo Zamboni.

Attraverso un monologo intimo e nostalgico, il narratore riflette sul divario tra la sua esperienza di viaggio – fatta di macerie e storia punk a Berlino – e quella di Gabriel, un ragazzo del ’90 che forse vivrà la sua avventura attraverso le lenti di Instagram e nuovi linguaggi che noi non comprendiamo appieno. Un viaggio tra passato e futuro, tra l’incertezza e la scoperta.

Il regalo prima del viaggio: un talismano letterario.
Il confronto generazionale: la Berlino del muro vs l’India dei Reel.
L’accettazione del diverso modo di “sentire” il mondo dei giovani d’oggi.

Buona visione!


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A Teheran con Vita Sackville-West, di Francesca Chiesa

Tracce del suo passaggio[1][2]                                            

Mancavano pochi giorni al 25 aprile del 1926 quando Vita Sackville West, di ritorno da un viaggio a Isfahan, si trovò ad attraversare una città che sembrava colpita dal tornado. Teheran era in preda a una disordinata follia.

Non c’era dubbio: si erano finalmente resi conto che l’incoronazione era prossima, e si stavano dando da fare, colti dall’improvviso panico dell’ultimo minuto.

L’incoronazione era, naturalmente, quella dello Shah Reza Pahlavi, fondatore della dinastia e padre dell’ultimo Shah, Mohammad Reza.

Di aspetto, Reza era un uomo che incuteva timore: alto quasi un metro e novanta, i modi arcigni, un enorme naso, i capelli brizzolati e la mascella molto pronunciata, aveva in effetti l’aspetto di quello che era, un soldato di cavalleria cosacco, anche se non si poteva negare che avesse un’aria regale.

Anni dopo, ringraziai il cielo per avere letto “Passaggio a Teheran” prima di assumere servizio, appunto, a Teheran. Se non l’avessi fatto, sarei stata travolta dal panico ogni volta che dovevo organizzare un evento a scuola. Perché? Ma perché ogni volta, a due giorni dalla data fissata, nulla era pronto. Che si trattasse di una incoronazione o di una recita scolastica, per gli iraniani non  cambiava nulla. Perché affrettarsi? Fortunatamente ero preparata a dire a me stessa:”Beh, che c’è, pensavate di essere in Svizzera?”. 

Lungo la strada, qua e là, vennero disposti tavoli a cavalletto sui quali venne raccolto di tutto: orologi, vasi, teiere, fotografie, ninnoli di porcellana…ogni famiglia, anche la più piccola portò fuori i propri lumi a petrolio, i lumini da notte, i candelieri…sui muri delle case vennero appesi dei tappeti che quasi si toccavano tra loro, di modo che i miseri edifici scomparvero dietro gli arabeschi di Kirman e i velluti rosso sangue di Bukhara. Teheran non era più una città in mattoni e intonaco, ma si era trasformata in una città in tessitura, come una grande e sontuosa tenda dispiegata verso il cielo…

Ovvero: all’ultimo minuto, dalla più grande confusione, inaspettati arrivano risultati eccezionali. D’altra parte, noi che abbiamo visto Napoli… A proposito, avevo un’amica, a Teheran, una napoletana che parlava un ottimo inglese ma al bazar dialogava in napoletano. I persiani in persiano, naturalmente, e si capivano alla perfezione.

Teheran 1926 – 2026. Dal cammello all’aereo.

Passando per la bici, l’auto e la metropolitana. Ma attenzione, l’aereo è arrivato prima

È un Paese pieno di contraddizioni, dove niente colma l’abisso tra Medioevo e ventesimo secolo…Se per trasportare le tue carabattole da Teheran a Mashad ci vogliono trenta giorni di cammello, tu stessa puoi percorrere quella distanza in sei ore di volo…”È bloccato nella fanghiglia in pieno deserto”, sentirete dire, “gli hanno spedito un aereo ma è rimasto anch’esso bloccato”. 

Non si può entrare o uscire da Teheran se non attraverso una porta…Porta Mashad, Porta Qazvin, Porta Isfahan e così via. Sono costruzioni colorate e pittoresche, rivestite di piastrelle blu o gialle, ma ovviamente in rovina, come tutto il resto. Se vi sedete accanto a una porta, vedrete file di cammelli, branchi di asini, pedoni, donne velate, poche automobili, e molti ciclisti. In Persia, infatti, tutti vanno in bicicletta e si lasciano cadere a terra appena vedono un altro veicolo in arrivo. È molto istruttivo sedersi accanto a una porta per un paio d’ore. Avrete un’ottima impressione della vita di cortile nei Paesi orientali…È quasi altrettanto difficile, in Persia, credere nell’esistenza dell’Inghilterra, quanto in Inghilterra credere nell’esistenza della Persia.

La sensazione di essere diretti verso un mondo irrimediabilmente altro rispetto al nostro, rimane ancora. Io l’ho percepita, non tanto in me stessa perché all’epoca nulla per me era abbastanza altro, quanto nel comportamento di molti Italiani che si trasferivano in Iran per lavoro e ingombravano i container con chili di carta igienica, ad esempio. 

Non sono più una viaggiatrice, ma un’abitante

Ho la mia casa, i miei cani, i domestici. La ghiacciaia è in cucina, il grammofono sul tavolo e i miei libri negli scaffali. È primavera; lunghe file di Alberi di Giuda sono fioriti lungo le strade.

Detto in due righe, l’idea di civiltà come bellezza unita a comodità che ha fatto degli Inglesi il popolo più ammirato, invidiato, copiato. Dopo i Romani, naturalmente, da cui i Britannici hanno imparato una grande verità: se hai un Impero puoi avere anche le Terme.

Il bello è che a Teheran, quando ci sono vissuta io e cioè dal 1991 al 1996, ho verificato il compiersi di una curiosa metamorfosi: tutto il corpo diplomatico accreditato in quella città, di qualsiasi nazionalità, sembrava avere acquisito la nazionalità  inglese. Complice la profonda crisi economica di un Iran appena uscito dalla guerra con l’Iraq, e il conseguente calo dei costi di affitti e personale, anche l’ultimo Sottosegretario in prova di non-so-quale Paese si sentiva libero di/oppure obbligato ad avere domestici, argenteria e almeno una piscina. Senza pensare a quanto poco sarebbe durato. 

Per “fare come gli Inglesi” bisogna esserlo. Oppure essere Persiani: non ho conosciuto un popolo più britannico dei britannici, di quanto lo siano i persiani. 

La loro ansia di impressionare gli europei faceva tenerezza…I domestici del palazzo dovevano assolutamente avere le livree dello stesso tessuto rosso indossate dai domestici della legazione inglese. I ministri dovevano assolutamente avere una copia della procedura adottata alla Westminster Abbey in occasione dell’incoronazione di Sua Maestà Giorgio V.

Ricordo d’altra parte che nelle mie prime settimane di servizio presso il nostro Ministero degli Esteri, non riuscivo a capacitarmi della enorme quantità di Inglese /Americano che usavano i nostri diplomatici, soprattutto se giovani e in carriera. “Ma non dobbiamo rappresentare l’Italia, con tutte le sue bellezze, lingua compresa?”, mi chiedevo.

Vita, le donne di Persia, il chador e noi

La storia dell’Iran ha un andamento ciclico e ciclica è la loro concezione del tempo. Questa loro circolarità credo abbia una base storica: la posizione e la struttura dell’altopiano, ha fatto sì che nei secoli l’Iran sia stato un comodo corridoio per popolazioni in movimento da Est, dirette forse verso Ovest. Dico forse perché nella maggior parte dei casi questi popoli si sono fermati, hanno esautorato il sovrano regnante, hanno costruito una loro capitale in un punto diverso del Paese e vi si sono insediati. La lingua è sempre rimasta Farsī, dalla regione del Fars dove è sorto il primo impero iranico degli Achemenidi. Alcuni sono scomparsi, altri hanno proseguito il cammino verso Ovest. Vi siete mai chiesti perché la cucina turca assomigli tanto a quella persiana?

Sempre a proposito di ciclicità, immaginate che un giorno un sovrano shi’ita (Isma’il I safavide, probabilmente) ordini che tutte le donne debbano coprirsi la testa. E che dopo un certo numero di secoli, un altro Shah stabilisca che è proibito alle donne velarsi la testa, e siamo agli inizi del XX secolo con Shah Rezā Pahlavi, alla cui incoronazione assistette Vita: da un palco privato, in quanto consorte di diplomatico. Lo stesso Reza Shah che, trovandosi a fronteggiare una insurrezione di Mullah, non trovò di meglio che radunarli nel cortile interno della Moschea di Mashad, dopo avere disposto un congruo numero di mitragliatrici sui tetti.

Suo figlio Mohammad Rezā, invece, fu detronizzato da una rivolta di mullah. I quali, per convincere le donne a portare il velo che era tornato a essere obbligatorio, mandavano in giro delle squadracce che le spruzzavano con acido.

Vita, a Teheran

Ricordate la storia Di Alessandro? Conquistato l’Impero Achemenide, cosa fa? I Romani, dopo avere conquistato una terra, si affrettavano a ricoprirla di terme e altre piacevolezze romane, per trasmettere l’idea che essere romani fosse la cosa più bella del mondo. Ci sono tutt’oggi imperiali che adottano la stessa procedura. Alessandro no, lui si fa persiano. Io trovo in queste parole di Vita una possibile spiegazione.

Il cuore è rinnovato e i venti hanno soffiato via le ragnatele. Non considero una perdita di tempo starmene in ozio ad assorbire l’austero splendore di questo luogo; sono anche convinta che i suoi colori mi stiano penetrando completamente nell’animo. Per dirla con parole banali, la pianura è marrone, le montagne azzurre o bianche, le colline dolci e porpora….Qui la luce è una cosa viva, altrettanto varia del temperamento umano e altrettanto difficile da afferrare…Qui, sgombrata la mente da ogni preconcetto europeo, si è liberi di girovagare e di accostarsi a una struttura sociale…Personalmente, preferisco i bazar ai salotti.


[1] Testi di VSW in corsivo

[2] Vita Sackville-West, Passaggio a Teheran, 2007

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Antonio Corvino: “La solitudine del cormorano” (‘round midnight, 2025), di Valeria Jacobacci

Ben trovato fior di Camomilla / Memoria antica / Segno dell’infanzia amica

Un  tuffo nell’infanzia, questo scritto di Antonio Corvino, non solo del poeta e dell’uomo ma di un’epoca, di un secolo, di un periodo storico, il nostro, in cui il passato si scioglie come neve al sole, il più antico come il più recente, e l’illusione di un eterno presente sbiadisce perché neanche l’attimo si lascia individuare e svanisce come un’immagine insostenibile. Uno Zibaldone ricchissimo di suggestioni, bucoliche e georgiche insieme, nel disperato salvataggio di una cultura che nessuno vuole. Nessuno? I tratturi erano percorsi tracciati dai pastori per portare le mandrie al pascolo, probabilmente le stesse mandrie contribuivano a scavare il percorso calpestandolo con gli zoccoli, in autunno il percorso era dalle montagne verso la pianura e in primavera il contrario. Antonio Corvino descrive il suo peregrinare attraverso pascoli e terre solitarie, un mitico pastore, Titiro o Melibeo, fuori tempo e dentro il tempo poetico. Chi abbia fra le mani l’ultimo libro di Ken Follet, “Il cerchio dei giorni”, per Mondadori, in bella vista sui banchi delle librerie durante il periodo natalizio, avrà letto una storia di pastori, coltivatori e abitanti dei boschi, intenti, in una mitica Valle, sprofondata in una lontana preistoria, a trasportare enormi pietre guidati da una sacerdotessa, al fine di costruire un tempio di pietra all’ombra del quale sviluppare il commercio e crescere come umanità. Si tratta evidentemente di un mito antico,  da Stone Age, suggerito dall’imponente e misterioso Stonehenge o dalle Piramidi egiziane, indubbiamente la storia stessa dell’umanità alla quale manca però la dimensione poetica. Dietro questa storia infatti non c’è Teocrito, l’inventore della poesia bucolica, manca evidentemente Virgilio, perché l’antico non è stato rivisitato nei secoli dei secoli, lo sguardo del narratore è obiettivo, pragmatico e smanioso di omologazione. Che farci? Abbiamo perso alcune prospettive per favorirne altre.  Il “cormorano”, uccello acquatico e solitario a rischio di estinzione, nel quale l’autore si individua, segue invece un altro percorso, almeno metaforicamente, ama  la solitudine e la contemplazione, il panteismo dei poeti. La letteratura latina si rifaceva a quella greca, il taglio filosofico pervadeva lo studio del mito, in breve, era già cultura, oggetto di studio.  La modernità di Greci e Romani era  matura quando nasceva la poesia bucolica e pastorale.  E’ ancora questa la matrice culturale del “cormorano”. 

La commozione davanti a una pianta di oleandro, la suggestione di un profumo di basilico o l’emozione davanti alle distese di ginestre e alle terre ricoperte di arbusti selvatici coprenti centri distrutti dai Saraceni o templi greci di pietra una volta policroma sono gli elementi costitutivi del libro di Corvino. I personaggi di Follet non possono commuoversi e non commuovono nessuno perché sono veri, ragionevoli e molto consapevoli di una loro metastoricità.  La cultura classica era smaliziata e modernissima quando Tibullo tesseva l’elogio della vita campestre e Virgilio rimpiangeva il campicello perduto. Chi ha ancora una vecchia casa in campagna può capire. I poeti romantici  e preromantici scombussolarono l’idillio classico, anche all’orrido il mondo antico era abituato e lo contrapponeva nel dualismo apollineo-dionisiaco del teatro greco, l’horror batte ancora cassa al cinema, l’apollineo è più difficile e lo è perché la pace sospirata dopo gli orrori della guerra non è più legata alla primavera profumata e alle messi estive immerse nella canicola. Essere poeti è un lusso e un caso, dipende da dove si nasce e dall’animo in grado di cogliere certi sussurri. La poesia vive un momento critico, è troppo dolce o troppo salata, troppo facile e troppo difficile, troppo semplice e troppo complicata. Inoltre, la solitudine non piace, in solitudine prevale la noia perché non c’è bellezza da contemplare.

Torniamo al poeta di “La solitudine del cormorano”: ha avuto la fortuna di nascere nel Sud, in un luogo di rara bellezza, in lui si incontrano il passato e il presente, in questo scritto fatto di versi e pagine in prosa, il diario di Corvino mette insieme una placida quiete e un grande dolore di partecipazione ai mali dell’umanità: “I dittatori parlano di libertà, gli aggressori di pazienza, i violenti di bontà, i ricchi di povertà, gli ignoranti di sapienza, i guerrafondai di pace, i blasfemi di perdono e Dio stesso era diventato ateo, tanto Cristo taceva.” L’autore sintetizza così le contemporanee assurdità, l’elemento cristiano si sovrappone al mondo classico, il “cormorano” contempla le attuali incongruenze in attesa di possibili spiegazioni. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Agustina Bazterrica: “Le indegne” (Eris, 2025, trad. Stefano Lo Cigno), di Silvia Lanzi

Con la sua nuova prova letteraria Augustina Bazterrica si conferma una grande scrittrice. Con il suo nuovo romanzo, l’argentina continua ad esplorare l’animo umano con una profondità ed una finezza incredibili.
“Le indegne”, che ci porta in un mondo post-apocalittico, segue la storia di una giovane donna senza nome affiliata alla Casa della Sacra Sorellanza, una sorta di oasi rispetto al mondo esterno, distrutto da molteplici catastrofi e inquinato da miasmi pestilenziali.
Ma questo rifugio si rivela essere una prigione dove una Madre Superiora comanda con piglio dittatoriale creando paura e sospetto tra le sue sottoposte – una paura strisciante, che si autoalimenta di invidie in un’atmosfera allucinante e allucinata che, a tratti, ricorda la Atwood, Dickens, e il Miller di “Un canto per Leibowitz”, oltre a Golding.
Le sorelle sono messe una contro l’altra in ossequio al detto “divide et impera”: comportamenti gretti, malelingue, piccole vendette e meschinerie sono all’ordine del giorno e aiutano la Superiora e un misterioso Lui, che officia strani rituali al cospetto del suo piccolo gregge, nella chiesa, ormai casa di un altro dio (molto diverso dal “Dio ignobile, il Figlio mendace e la Madre negativa” una volta adorati nell’edificio) a mantenere una disciplina solo in apparenza imperturbabile.
Ed è proprio questo che ci racconta la protagonista: ne lascia nota, infatti, in un diario segreto che spesso si porta addosso come una seconda pelle o nasconde in pertugi segreti: sa bene a quali dolorosissimi castighi si dovrebbe sottomettere se fosse scoperta. Per scrivere fabbrica l’inchiostro, proibitissimo, prezioso e quasi introvabile, con ogni ingrediente possibile: noci di galla, carbone e addirittura sangue – forse per i posteri, forse per nessuno.
E questo suo scritto oscilla tra presente e passato (che pian piano e dolosamente, inizia ad emergere) – tra il santuario e il mondo di fuori. Ed è proprio la scrittura che autorizza la protagonista a riscoprire le sue radici dimenticate e soffocate. 
E sarà poi l’incontro con una ragazza “di fuori” che lei salva da una morte quasi certa e e che sarà cooptata nella sorellanza, a far scoprire alla narratrice l’amore e la passione, l’abnegazione e l’altruismo, fino a rischiare la propria vita per salvare la novizia.
Questa in buona sostanza la trama del romanzo che si pone come un viaggio allucinato, ma allo stesso tempo di un’estrema lucidità, nell’intimo dell’animo umano, con le sue grandezze che a volte sembrano solo tali e piccoli gesti che valgono un’intera vita. 
Raccontare il finale sarebbe inutile e dannoso: meglio godersi pagina dopo pagina questo racconto assolutamente unico, ispirato e scritto con una maestria a cui la Bazterrica aveva attinto anche per “Cadavere squisito” la sua formidabile opera prima.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).