Lettera a Antonio Corvino per “La solitudine del cormorano” (‘round Midnight), di Carlo Petrachi

Caro Antonio,

dopo aver letto «Cammini a Sud» e «L’altra faccia di Partenope», credevo che con «La solitudine del cormorano» non saresti più riuscito a sorprendermi. 

L’hai fatto!

Anche se la narrazione si dipana tra prosa e versi in un’apparenza di diario a balzi, in realtà, per me, l’opera è tutta Poesia d’una organicità davvero sorprendente. 

Nell’originalità della tua Poesia sei riuscito a fondere, in compiuto amalgama, il mondo omerico-mediterraneo e il mondo contadino, mettendo in evidenza senza alcuna enfasi il suo modus vivendi, la sua filosofia di vita, a volte spicciola, che si esprimeva succintamente e senza logorroici ragionamenti con i “proverbi-sentenza senza appello”, ma non per questo meno saggia e, pur senza citarla in modo esplicito, tale saggezza l’hai trasmessa anche nei tuoi versi.

Quelle rime ricercate con determinazione, quei verbi latinamente messi a fine periodo, a me è sembrato ripercorressero, nel costrutto e nei ritmi, le poesie del mondo contadino come quelle dimenticate del nostro Cosimo Sindaco, una delle quali appresa dalla viva voce di Vito Carrozzo, ultimo depositario della nostra oralità contadina che con lui se n’è andata.

Ecco, la tua Poesia, sia pure in italiano, recupera musicalità e ritmi – all’occorrenza sincopati – e fa intuire siano frutto di una ricerca certosina che altri hanno solo cercato di imitare, ma che tu hai saputo, assorbire, facendola propria per poi estrinsecarla nella tua opera che va non tanto sulla nostalgica onda del ricordo, quanto invece su un percorso alla ricerca di se stessi.

Tra tutte le poesie, mi hanno colpito alcuni versi di “Novembre”:

«Orsù preparate la tavola

per i defunti di casa

cercate la tovaglia più bella

in fondo alla cassa panca

che custodisce ancora il corredo di mamma»

Mi è sembrato quasi di riudire il vecchio detto, secondo il quale le persone amate, anche se vanno via, continuano a vivere nella memoria e nel cuore di chi resta. Dunque non un pranzo funebre (lu cùnsulu), ma una festa nella quale il defunto sembra presenziare con i commensali e si inneggia alla vita.

Da quello che si percepisce, l’opera non è nostalgia del vecchiomondo bucolico-georgico, ma la presa di coscienza di ciò che la Scuola di Stato ha insistentemente cercato cancellare sin dalle elementari, rendendoci tutti degli innaturali borghesi piccoli-piccoli o aspiranti tali, combattendo in modo spietato i dialetti e cercando di uniformare le diversità culturali e anche colturali, trasformandoci da produttori in consumatori, che è il modo più efficace per renderci eternamente dipendenti da un potere assolutoche ci concede la sopravvivenza se vuole, quando vuole e come vuole e, se ha difficoltà, s’inventa un nemico e ci manda in guerra.

Le tue opere vanno certamente in direzione dell’onesto recupero di un’eredità culturale che è stata tralasciata in cambio di un nuovismo, spesso fatto di vuoto, se non di degenerazione deivalori sociali, colonna portante delle comunità produttive.

Con la contestazione globale del ’68 si è andati alla riscoperta della cultura di un mondo perduto, ma alla fine, tutto (o nella maggior parte dei casi) si è risolto in folklore spettacolare di cassetta, impegnando anche grandi e strapagati nomi. “La notte della taranta” ne è un esempio.

Non voglio aggiungere nulla oltre quello già acutamente detto in prefazione e in postfazione, rischierei di ripetere inutilmente ciò che è stato già detto da altri.

Con affetto e ammirazione.

Carlo

Carlo Petrachi

Carlo Petrachi da anni si dedica alla ricerca di pubblicazioni poco conosciute, scritti inediti o del tutto dimenticati. Ha collaborato con varie riviste – scrivendo di scrittori prevalentemente meridionali – e pubblicato libri di storia meridionale e di narrativa con racconti ambientati nel “suo” Salento.

 

Antonio Corvino: “La solitudine del cormorano” (‘round midnight, 2025), di Valeria Jacobacci

Ben trovato fior di Camomilla / Memoria antica / Segno dell’infanzia amica

Un  tuffo nell’infanzia, questo scritto di Antonio Corvino, non solo del poeta e dell’uomo ma di un’epoca, di un secolo, di un periodo storico, il nostro, in cui il passato si scioglie come neve al sole, il più antico come il più recente, e l’illusione di un eterno presente sbiadisce perché neanche l’attimo si lascia individuare e svanisce come un’immagine insostenibile. Uno Zibaldone ricchissimo di suggestioni, bucoliche e georgiche insieme, nel disperato salvataggio di una cultura che nessuno vuole. Nessuno? I tratturi erano percorsi tracciati dai pastori per portare le mandrie al pascolo, probabilmente le stesse mandrie contribuivano a scavare il percorso calpestandolo con gli zoccoli, in autunno il percorso era dalle montagne verso la pianura e in primavera il contrario. Antonio Corvino descrive il suo peregrinare attraverso pascoli e terre solitarie, un mitico pastore, Titiro o Melibeo, fuori tempo e dentro il tempo poetico. Chi abbia fra le mani l’ultimo libro di Ken Follet, “Il cerchio dei giorni”, per Mondadori, in bella vista sui banchi delle librerie durante il periodo natalizio, avrà letto una storia di pastori, coltivatori e abitanti dei boschi, intenti, in una mitica Valle, sprofondata in una lontana preistoria, a trasportare enormi pietre guidati da una sacerdotessa, al fine di costruire un tempio di pietra all’ombra del quale sviluppare il commercio e crescere come umanità. Si tratta evidentemente di un mito antico,  da Stone Age, suggerito dall’imponente e misterioso Stonehenge o dalle Piramidi egiziane, indubbiamente la storia stessa dell’umanità alla quale manca però la dimensione poetica. Dietro questa storia infatti non c’è Teocrito, l’inventore della poesia bucolica, manca evidentemente Virgilio, perché l’antico non è stato rivisitato nei secoli dei secoli, lo sguardo del narratore è obiettivo, pragmatico e smanioso di omologazione. Che farci? Abbiamo perso alcune prospettive per favorirne altre.  Il “cormorano”, uccello acquatico e solitario a rischio di estinzione, nel quale l’autore si individua, segue invece un altro percorso, almeno metaforicamente, ama  la solitudine e la contemplazione, il panteismo dei poeti. La letteratura latina si rifaceva a quella greca, il taglio filosofico pervadeva lo studio del mito, in breve, era già cultura, oggetto di studio.  La modernità di Greci e Romani era  matura quando nasceva la poesia bucolica e pastorale.  E’ ancora questa la matrice culturale del “cormorano”. 

La commozione davanti a una pianta di oleandro, la suggestione di un profumo di basilico o l’emozione davanti alle distese di ginestre e alle terre ricoperte di arbusti selvatici coprenti centri distrutti dai Saraceni o templi greci di pietra una volta policroma sono gli elementi costitutivi del libro di Corvino. I personaggi di Follet non possono commuoversi e non commuovono nessuno perché sono veri, ragionevoli e molto consapevoli di una loro metastoricità.  La cultura classica era smaliziata e modernissima quando Tibullo tesseva l’elogio della vita campestre e Virgilio rimpiangeva il campicello perduto. Chi ha ancora una vecchia casa in campagna può capire. I poeti romantici  e preromantici scombussolarono l’idillio classico, anche all’orrido il mondo antico era abituato e lo contrapponeva nel dualismo apollineo-dionisiaco del teatro greco, l’horror batte ancora cassa al cinema, l’apollineo è più difficile e lo è perché la pace sospirata dopo gli orrori della guerra non è più legata alla primavera profumata e alle messi estive immerse nella canicola. Essere poeti è un lusso e un caso, dipende da dove si nasce e dall’animo in grado di cogliere certi sussurri. La poesia vive un momento critico, è troppo dolce o troppo salata, troppo facile e troppo difficile, troppo semplice e troppo complicata. Inoltre, la solitudine non piace, in solitudine prevale la noia perché non c’è bellezza da contemplare.

Torniamo al poeta di “La solitudine del cormorano”: ha avuto la fortuna di nascere nel Sud, in un luogo di rara bellezza, in lui si incontrano il passato e il presente, in questo scritto fatto di versi e pagine in prosa, il diario di Corvino mette insieme una placida quiete e un grande dolore di partecipazione ai mali dell’umanità: “I dittatori parlano di libertà, gli aggressori di pazienza, i violenti di bontà, i ricchi di povertà, gli ignoranti di sapienza, i guerrafondai di pace, i blasfemi di perdono e Dio stesso era diventato ateo, tanto Cristo taceva.” L’autore sintetizza così le contemporanee assurdità, l’elemento cristiano si sovrappone al mondo classico, il “cormorano” contempla le attuali incongruenze in attesa di possibili spiegazioni. 

 Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.