Caro Antonio,
dopo aver letto «Cammini a Sud» e «L’altra faccia di Partenope», credevo che con «La solitudine del cormorano» non saresti più riuscito a sorprendermi.
L’hai fatto!
Anche se la narrazione si dipana tra prosa e versi in un’apparenza di diario a balzi, in realtà, per me, l’opera è tutta Poesia d’una organicità davvero sorprendente.
Nell’originalità della tua Poesia sei riuscito a fondere, in compiuto amalgama, il mondo omerico-mediterraneo e il mondo contadino, mettendo in evidenza senza alcuna enfasi il suo modus vivendi, la sua filosofia di vita, a volte spicciola, che si esprimeva succintamente e senza logorroici ragionamenti con i “proverbi-sentenza senza appello”, ma non per questo meno saggia e, pur senza citarla in modo esplicito, tale saggezza l’hai trasmessa anche nei tuoi versi.
Quelle rime ricercate con determinazione, quei verbi latinamente messi a fine periodo, a me è sembrato ripercorressero, nel costrutto e nei ritmi, le poesie del mondo contadino come quelle dimenticate del nostro Cosimo Sindaco, una delle quali appresa dalla viva voce di Vito Carrozzo, ultimo depositario della nostra oralità contadina che con lui se n’è andata.
Ecco, la tua Poesia, sia pure in italiano, recupera musicalità e ritmi – all’occorrenza sincopati – e fa intuire siano frutto di una ricerca certosina che altri hanno solo cercato di imitare, ma che tu hai saputo, assorbire, facendola propria per poi estrinsecarla nella tua opera che va non tanto sulla nostalgica onda del ricordo, quanto invece su un percorso alla ricerca di se stessi.
Tra tutte le poesie, mi hanno colpito alcuni versi di “Novembre”:
«Orsù preparate la tavola
per i defunti di casa
cercate la tovaglia più bella
in fondo alla cassa panca
che custodisce ancora il corredo di mamma»
Mi è sembrato quasi di riudire il vecchio detto, secondo il quale le persone amate, anche se vanno via, continuano a vivere nella memoria e nel cuore di chi resta. Dunque non un pranzo funebre (lu cùnsulu), ma una festa nella quale il defunto sembra presenziare con i commensali e si inneggia alla vita.
Da quello che si percepisce, l’opera non è nostalgia del vecchiomondo bucolico-georgico, ma la presa di coscienza di ciò che la Scuola di Stato ha insistentemente cercato cancellare sin dalle elementari, rendendoci tutti degli innaturali borghesi piccoli-piccoli o aspiranti tali, combattendo in modo spietato i dialetti e cercando di uniformare le diversità culturali e anche colturali, trasformandoci da produttori in consumatori, che è il modo più efficace per renderci eternamente dipendenti da un potere assolutoche ci concede la sopravvivenza se vuole, quando vuole e come vuole e, se ha difficoltà, s’inventa un nemico e ci manda in guerra.
Le tue opere vanno certamente in direzione dell’onesto recupero di un’eredità culturale che è stata tralasciata in cambio di un nuovismo, spesso fatto di vuoto, se non di degenerazione deivalori sociali, colonna portante delle comunità produttive.
Con la contestazione globale del ’68 si è andati alla riscoperta della cultura di un mondo perduto, ma alla fine, tutto (o nella maggior parte dei casi) si è risolto in folklore spettacolare di cassetta, impegnando anche grandi e strapagati nomi. “La notte della taranta” ne è un esempio.
Non voglio aggiungere nulla oltre quello già acutamente detto in prefazione e in postfazione, rischierei di ripetere inutilmente ciò che è stato già detto da altri.
Con affetto e ammirazione.
Carlo
Carlo Petrachi
Carlo Petrachi da anni si dedica alla ricerca di pubblicazioni poco conosciute, scritti inediti o del tutto dimenticati. Ha collaborato con varie riviste – scrivendo di scrittori prevalentemente meridionali – e pubblicato libri di storia meridionale e di narrativa con racconti ambientati nel “suo” Salento.




