Intervista a Enrico Gamba per “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima” (Bompiani, 2026), di Lavinia Capogna

Enrico Gamba, la mindfulness è un percorso

Se apriamo un manuale di storia della psicologia incontriamo nelle prime pagine colui che viene considerato il primo psicologo, Wilhelm Maximilian Wundt, un signore con la barba, gli occhiali e un’aria intelligente che nel 1879 aprì il primo laboratorio di psicologia sperimentale a Leipzig in Germania ma in realtà il desiderio di conoscere se stessi e di superare disagi e problematiche (o malattie) ha una storia millennaria.

Già nelle poesie degli antichi greci o nella filosofia di Socrate si trovano queste aspirazioni.

“Eppure gli uomini vanno ad ammirare le vette dei monti, le onde enormi del mare, le correnti amplissime dei fiumi, la circonferenza dell’oceano, le orbite degli astri, mentre trascurano se stessi” notava Sant’Agostino nel 400 d.C.

Anche Amleto di Shakespeare è un personaggio assai complesso e così Don Chisciotte di Cervantes (e nelle sue novelle lo stesso Cervantes inventò un dottore che aveva paura di essere di vetro e perciò non voleva essere sfiorato). Si potrebbe poi passare, facendo un brevissimo excursus, dalle raffinatissime psicologie dei personaggi di Lev Tolstoj o quelle di Dostoevskij, che hanno interessato anche Freud, fino a Italo Svevo.

La psicologia è una scienza con le sue teorie, i suoi esperimenti, i test, le diverse scuole, i suoi campi di indagini specifici, la sua parte umanistica e quella collegata allo studio del cervello che ha aperto nuove frontiere.

Oltre ai libri di studio, ai testi strettamente tecnici esistono saggi che possono essere letti anche dai non addetti ai lavori.

Tra questi ci sono volumi molto importanti: pensiamo alle opere di Erich Fromm, al prezioso saggio biografico di Viktor Frankl, all’intelligenza emotiva di Daniel Goleman, alle persone altamente sensibili di Elaine Aron, a quelli migliori dedicati alle donne – solo per citarne alcuni.

Nella sua storia, ancora relativamente recente ma densa di avvenimenti la psicologia ha dovuto affrontare anche critiche. Ci sono ancora persone che pensano che solo “i matti” dovrebbero fare una psicoterapia. Non è così.

Enrico Gamba è uno psicologo psicoterapeuta che ha un luminoso e confortevole studio a Milano, un’ampia esperienza ed è autore, finora, di due libri: “ONE 365 – Un insegnamento al giorno per un’esistenza eccezionale” e – appena pubblicato da Bompiani – “Se sei qui non è per caso. Viaggio dalla mente all’anima“, un libro ricco di spunti di riflessione, stimolante, sincero. Racconta, in uno stile scorrevole, mai ingarbugliato anzi chiarissimo la società attuale da un punto di vista psicologico con incursioni anche nella sociologia, la filosofia, i testi sacri Indiani, l’epigenetica, le costellazioni familiari, il vissuto di alcuni pazienti e soprattutto la mindfulness di cui Gamba è un grande praticante ed esperto.

Egli delinea una società che ha conosciuto enormi cambiamenti in poco tempo, che ha raggiunto possibilità prima impensate, ma in cui i progressi scientifici e tecnologici non sono andati di pari passo con quelli emotivi e spirituali.

Una società in cui è possibile comunicare in un minuto con qualcuno che vive nell’isola più sperduta del Pacifico ma nella quale la maggior parte delle persone si sentono estremamente sole, ansiose, svuotate.

Come ci dicono le statistiche i malesseri psicologici (da lievi a gravi) sono purtroppo aumentati in modo esponenziale. 

Il libro di Gamba non promette facili ed illusorie soluzioni ma propone un percorso. La mindfulness è infatti un percorso, una “strada” e la strada si fa andando, come scriveva il poeta Antonio Machado. 

Vuoi raccontarci come la meditazione usata da millenni dai monaci tibetani e dagli yogi indiani sia diventata la mindfulness, un valido e riconosciuto strumento della psicologia?

Se guardiamo alla storia, la meditazione nasce come pratica esperienziale, non come tecnica. Per millenni i monaci tibetani e gli yogi indiani l’hanno utilizzata come via di conoscenza di sé, di addestramento della mente e di trasformazione interiore. Non era qualcosa da “ottenere”, ma uno stato da coltivare: la capacità di stare presenti a ciò che accade, dentro e fuori.

Il passaggio verso la mindfulness avviene quando questo sapere antico incontra lo sguardo della scienza occidentale. A partire dagli anni ’70, soprattutto grazie al lavoro di Jon Kabat-Zinn, si è compreso che il cuore di quelle pratiche poteva essere estratto dal contesto religioso e proposto in modo laico, accessibile e rigoroso. Non si è trattato di snaturare la meditazione, ma di tradurla in un linguaggio comprensibile alla psicologia e alla medicina.

La mindfulness nasce proprio qui: dall’incontro tra tradizione contemplativa e metodo scientifico. È la stessa attenzione consapevole coltivata dagli yogi e dai monaci, ma osservata, studiata e validata attraverso la ricerca. Oggi sappiamo, grazie alle neuroscienze, che questa pratica modifica il funzionamento del cervello, del sistema nervoso e della regolazione emotiva. Non è più solo una “filosofia di vita”, ma uno strumento clinico efficace per stress, ansia, depressione, dolore cronico e molto altro.

In fondo, ciò che è cambiato non è la sostanza, ma il contesto. La mindfulness è la meditazione che ha imparato a parlare il linguaggio della psicologia moderna, senza perdere la sua anima. È un ponte tra Oriente e Occidente, tra esperienza interiore e conoscenza scientifica, che ci ricorda una verità semplice e rivoluzionaria: imparare a stare presenti può trasformare profondamente il modo in cui viviamo, soffriamo e ci prendiamo cura di noi stessi.

Nel tuo libro hai raccontato alcune cose di te assai private: incertezze giovanili, un viaggio in India, incontri singolari, sincronie junghiane, sogni. Credo che questo possa aiutare a vedere un terapeuta non solo come “un distaccato medico della mente” ma anche come un essere umano. Che ne pensi?

Sì, ed è esattamente il motivo per cui ho scelto di raccontare anche la mia storia.

Non perché sia “speciale”, ma perché è vera. È la mia. E perché ciò che mi è accaduto – le incertezze, i passaggi difficili, quel viaggio in India, gli incontri singolari, i sogni, le sincronie che Jung avrebbe chiamato “messaggeri dell’inconscio” – mi ha trasformato. Mi ha portato, passo dopo passo, a comprendere ciò che oggi sento importante trasmettere a chi attraversa momenti simili a quelli che ho attraversato io.

Credo che vedere un terapeuta solo come un “medico della mente” distaccato e neutrale sia un’immagine incompleta, e a volte persino dannosa. La cura non passa solo dalla competenza, ma anche dalla presenza. E la presenza è umana: fatta di ferite integrate, di consapevolezza conquistata, di vulnerabilità che non chiede di essere esibita, ma che può diventare un ponte.

Nel lavoro terapeutico possiamo offrire conoscenze, strumenti, intuizioni. Ma spesso ciò che davvero “sposta” qualcosa nell’altro è l’esempio: la testimonianza silenziosa che si può attraversare la notte e uscirne con uno sguardo più vero. Raccontare alcuni frammenti della mia vita nel libro è stato un modo per dire: non sei strano, non sei rotto, non sei solo. E soprattutto: si può trasformare il dolore in senso.

E poi c’è un’altra cosa. Le sincronie, i sogni, certi incontri… non li ho messi per creare fascino narrativo, ma perché fanno parte della realtà psichica di molte persone. Tante volte i pazienti vivono esperienze interiori profonde e non le raccontano per paura di essere giudicati o patologizzati. Dare loro dignità, con rispetto e misura, significa anche aprire uno spazio sicuro: uno spazio in cui l’essere umano può essere intero, non solo “corretto”.

Quindi sì: se il lettore, grazie a questo, riesce a vedere il terapeuta come un essere umano, allora il libro sta già facendo una parte del suo lavoro. Perché la relazione, prima di tutto, è un incontro tra due umanità. E da lì può iniziare davvero il cambiamento.

Secondo te, esistono ancora pregiudizi verso le psicoterapie nonostante la loro efficacia, se ben eseguite, sia stata ampiamente provata?

Sempre meno, nella mia percezione. E questo è un segnale molto bello: la psicoterapia sta diventando sempre più associata non solo alla “cura” di un disagio, ma a una scelta di maturità, di responsabilità verso se stessi, a un desiderio genuino di crescere e conoscersi.

Detto questo, i pregiudizi non sono spariti del tutto: spesso hanno solo cambiato forma. Per alcune persone andare in terapia è ancora sinonimo di “avere qualcosa che non va”, quasi fosse un marchio. Per altre è vista come un lusso, o come un parlare infinito senza risultati. E poi c’è un’idea molto radicata, soprattutto nella nostra cultura, che “bisogna farcela da soli”, stringere i denti, andare avanti. Come se chiedere aiuto fosse una debolezza, invece che un atto di lucidità.

Qui secondo me è fondamentale un passaggio: la psicologia non nasce soltanto per “curare la mente” come se la società producesse automaticamente persone serene e integrate. La psicologia serve anche — e direi soprattutto — a migliorare la qualità della vita. A riconoscere i modelli appresi, familiari e sociali, che spesso ci portiamo dentro senza averli mai davvero elaborati. A trasformare automatismi, paure, copioni relazionali che creano sofferenza anche quando, fuori, sembra “andare tutto bene”.

Quindi sì: la psicoterapia è certamente uno strumento clinico per la patologia, quando c’è. Ma è anche uno strumento di prevenzione, di crescita, di educazione emotiva. E questo ha un impatto non solo individuale: più persone imparano a conoscersi, a regolare le emozioni, a comunicare meglio, meno violenza invisibile produciamo nelle relazioni, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro. In questo senso la psicoterapia è anche un investimento sociale.

E forse è proprio questo che sta cambiando: la consapevolezza che stare meglio non è un colpo di fortuna. È una competenza. E, quando la terapia è ben condotta, può diventare uno dei percorsi più concreti e scientificamente fondati per svilupparla.

Ho letto il libro di Tucker e alcuni di Brian Weiss, di cui hai seguito un master, da te citati e trovo interessante questa apertura da parte di uno scienziato verso la spiritualità, elemento che è presente anche nel fisico Federico Faggin e altri. Pur rispettando le credenze di tutti, un accentuato materialismo scientifico non potrebbe ridurre le possibilità di apprendere e di ampliare le conoscenze?

Come ho scritto nel libro, la scienza per essere davvero scienza non deve mai trasformarsi in un dogma. Perché nel momento in cui diventa un sistema chiuso di credenze – anche se si chiama “materialismo” – smette di essere ricerca e diventa ideologia.

La grande avventura della conoscenza umana è sempre stata legata agli strumenti di osservazione che l’essere umano ha saputo sviluppare. Per secoli non abbiamo “visto” i batteri, non perché non esistessero, ma perché mancava il microscopio. Non potevamo misurare certe onde, non perché fossero fantasie, ma perché mancavano strumenti e modelli. In questo senso, è ragionevole pensare che possano esistere fenomeni che oggi trascendono l’esperienza comune e che non riusciamo ancora a descrivere con criteri oggettivi semplicemente perché non abbiamo ancora mezzi adeguati per osservarli e studiarli.

È qui che la psicologia diventa, inevitabilmente, una “scienza di confine”. Da un lato tende – giustamente – alla rigorosità: replicabilità, metodo, verificabilità. Dall’altro, però, lavora con la materia più complessa che esista: l’esperienza soggettiva, la coscienza, il significato, il vissuto. E nel vissuto delle persone, soprattutto in ambito clinico, accadono talvolta esperienze interiori che non rientrano in una mappa concettuale già consolidata: sogni trasformativi, sincronie, percezioni sottili, stati di coscienza non ordinari. Possiamo liquidarli come “niente”, oppure possiamo fare ciò che la scienza, nella sua forma migliore, ha sempre fatto: osservare, raccogliere, documentare, sospendere il giudizio e continuare a indagare.

Ed è qui che la tua domanda è centrata: un materialismo scientifico accentuato, quando diventa l’unica lente ammessa, rischia di ridurre le possibilità di apprendere. Non perché “la spiritualità” debba essere accettata come verità, ma perché l’apertura mentale è un prerequisito del metodo scientifico stesso. La scienza cresce quando sa dire: “Non lo so ancora” senza trasformare quell’ignoranza in negazione.

A me piace una posizione molto semplice: rispetto totale per le credenze di tutti, e al tempo stesso un atteggiamento esplorativo. Non credulità, non rifiuto. Curiosità rigorosa. È quello che vedo in alcuni studiosi che citi: non stanno dicendo “è tutto dimostrato”, ma stanno dicendo “forse il reale è più vasto di ciò che oggi sappiamo misurare”.

E forse la sintesi più sana è questa: tenere insieme due qualità che raramente convivono — umiltà e coraggio. Umiltà nel non pretendere certezze dove non ci sono. Coraggio nel non chiudere la porta a ciò che ancora non sappiamo spiegare. Perché, se è vero che la scienza deve essere rigorosa, è altrettanto vero che deve restare viva. E ciò che resta vivo, per definizione, continua a fare domande.

Vorresti dare un consiglio a chi oggi si sente smarrito, soprattutto ai ragazzi e alle ragazze?

Direi questo.

Se è vero che la scienza non ha ancora risposte definitive sul senso dell’essere umano, della mente e della coscienza, è altrettanto vero che ciascuno di noi ha un’opportunità enorme: imparare a rivolgere lo sguardo verso di sé.

E oggi questo è forse l’atto più rivoluzionario che un ragazzo o una ragazza possano compiere.

A chi si sente smarrito direi innanzitutto: non c’è nulla di sbagliato in te. Viviamo in un tempo che ci chiede continuamente di essere altrove, di performare, di confrontarci, di adattarci. È naturale sentirsi persi quando nessuno ci ha mai insegnato come funzioniamo dentro.

Il mio consiglio è imparare ad ascoltarsi. Imparare a prendere coscienza di ciò che accade dentro di noi: riconoscere le emozioni, dare loro un nome, comprendere i pensieri invece di esserne travolti, distinguere ciò che ci nutre da ciò che ci intossica. Queste non sono abilità “accessorie”, sono competenze fondamentali per vivere.

Pratiche come la mindfulness servono esattamente a questo: a sviluppare una presenza interiore stabile, una sorta di radicamento profondo. Quando manca questo radicamento è facile sentirsi sballottati, confusi, in balìa di tutto. Quando invece iniziamo a conoscerci, a sentirci, a stare con ciò che c’è, lentamente qualcosa si organizza dentro.

Per questo diffondo la consapevolezza da tanti anni: non come moda, non come tecnica miracolosa, ma come allenamento umano di base. È naturale sentirsi in difficoltà se non sappiamo come funzioniamo. È naturale perdersi quando non abbiamo radici interiori sufficienti a sostenerci.

E allora il messaggio è questo: il percorso su di sé non è qualcosa da fare solo “quando si sta male”. È un cammino che ciascuno di noi, prima o poi, è chiamato a fare non per correggersi, ma per vivere bene. Per abitare la propria vita con più lucidità, verità e gentilezza verso se stessi. E questo, soprattutto oggi, è un dono immenso.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Silent Reading: breve storia di lettori r-esistenti, di Luciana Amato

I partecipanti ancora non sono arrivati. Le sedie, a seconda del luogo che ospiterà il Silent Reading sono disposte in cerchio, o in file ordinate, oppure restano al loro posto, intorno ai tavoli ancora caldi di chiacchiere e tazzine di caffè. I clienti abituali del locale entrano e si fermano un poco disorientati. Le locandine all’ingresso non le legge quasi più nessuno: oggi sono le notifiche a fare da bussola alla vita sociale. Eppure uno o due allungano il collo, incuriositi da un armeggiare inaspettato: segnalibri che si fanno segnaposti, lavagna a fogli mobili in bella vista, post-it colorati, penne, pile di libri, la musica più bassa del solito.

Un primo iscritto alla serata si affaccia timido sulla soglia. Non sa bene chi salutare, si limita a un cenno di cortesia. È la sua prima volta a un silent reading. Arriva preparato e infatti porta con sé l’unico oggetto necessario: un libro. Lo tiene in mano come fosse un lasciapassare.

Il lettore solitario per una sera ha deciso di unirsi a dei perfetti sconosciuti e “compiere atti di lettura in luogo pubblico”, come recitava la pubblicità su instagram dell’organizzatore. Cosa ci guadagnerà ancora non gli è chiaro, ma il nostro lettore solitario è animato da un certo grado di curiosità e per ora gli basta. Si siede e aspetta guardandosi intorno, si rituffa tra le pagine del suo libro. Piano piano arrivano gli altri iscritti e la stanza si riempie di voci, qualcuno scrive il titolo del libro che leggerà su alcuni post-it messi a disposizione, qualcuno si riconosce, un saluto, un «Anche tu qui?», sguardi complici di chi ha rubato un attimo per sé.

Alle 18.00 in punto si comincia. Gli orologi si sincronizzano: i corpi si sistemano sulle sedie, i telefoni vengono lasciati nelle borse, le dita scorrono sulle pagine. Da quel momento si legge in silenzio per un’ora. L’unica regola è questa, ma basta a generare un clima insolito: nessuno controlla le notifiche, nessuno scrolla lo schermo, nessuno usa la pausa per lavorare di nascosto. Che lo facciano per pudore o per atto di resistenza poco importa, tutti si concentrano solo sulle parole. Per sessanta minuti la stanza diventa una capsula del tempo intrisa di concentrazione condivisa.

A dominare è il rumore lieve della carta sfogliata. Ogni tanto un sospiro, un cambio di posizione, un’occhiata rapida al resto del gruppo: una collettività temporanea che non ha bisogno di parlare per sentirsi tale. Chi passa accanto alla sala rallenta il passo, colpito dalla calma inusuale di un gruppo che, pur riunito, non interagisce secondo nessun modello abituale.

Quando l’ora si conclude, i libri si chiudono lentamente. Lo scioglimento della quiete non è immediato: qualche secondo di sospensione, forse timidezza, poi i primi commenti — «Com’è andata?», «Lo avevo cominciato stamattina», «Mi serviva proprio», — e così per altri sessanta minuti che scorrono rapidamente fino all’orario pattuito. Infine la dispersione naturale verso l’uscita. Gruppetti  si intrattengono per una chiacchiera, altri corrono ad acchiappare un autobus. La promessa di ritrovarsi in quel momento condiviso che nella sua semplicità ha stupito, rallegrato, ha saputo generare un’aspettativa e un desiderio, quelle che si possono raccogliere e vivere solo tra le pagine dei libri, ma con qualcosa di più, qualcosa dettato dalla presenza, dalla condivisione off line. 

Perché sempre più persone scelgono di leggere insieme, in silenzio, anziché farlo da sole?

È una domanda semplice, ma al centro di un cambiamento sociale più ampio, che riguarda il bisogno di spazi condivisi in cui sia possibile concentrarsi senza distrazioni, rallentare il ritmo e recuperare una forma di presenza collettiva non mediata da una schermata.

Parlando con Manuela, sessant’anni, appena entrata in pensione, si capisce quanto questi incontri abbiano inciso su di lei. «Avevo smesso di leggere», racconta, «ma qui riesco a ritagliarmi un’ora tutta per me». Da quando partecipa ai silent reading di Trieste ha portato a termine un progetto personale: leggere tutta l’opera di Gabriel García Márquez. «Non pensavo di farcela. Invece, pagina dopo pagina, è successo. E un merito va anche a questi incontri: rubati agli impegni che fagocitano le giornate.» 

E così continuano Elena, Elisa, Cristina, Tiziana, Alberto, Andrea che potrebbero essere lettori di Trieste come di Milano, Zero Branco o Cosenza. C’è voglia di presenza reale, fuori dagli schermi dei social, voglia di vita vera e di appartenenza: i libri creano comunità tolleranti, dove leggere è una spinta interiore, individuale ma è la condivisione che ne amplifica il valore.

silent reading, le letture silenziose, da dove nascono? Ovviamente dagli Stati Uniti dove tutto sembra accadere sempre in anticipo e la gente è dotata di formidabili antenne per le nuove tendenze, le creano, le captano e le trasformano in fenomeni di costume. Ma non sarebbe onesto liquidare queste iniziative come delle vacue americanate, o degli incontri all’insegna della leggerezza, banali e senza l’approfondimento tipico di un gruppo di lettura o di una conferenza. In effetti i silent nascono da piccoli gruppo di amici, molto similmente ai gruppi di lettura nati nell’Ottocento presso salotti e case private. 

Lungi dall’essere un semplice esercizio di stile, il silent reading agisce come una palestra per l’attenzione: un ecosistema protetto dal rumore delle notifiche dove la capacità analitica ritrova spazio vitale e lo stress si scioglie nella pagina. Immergersi nella lettura senza distrazioni non significa solo allenare la mente o stimolare la creatività, ma riscoprire un legame profondo con le storie e, per osmosi, contagiare chi ci sta accanto con la stessa, silenziosa, urgenza di leggere. 

La genesi del fenomeno, come spesso accade per i movimenti culturali della contemporaneità, non è spettacolare ma quasi domestica. Negli anni Dieci del Duemila, in una Silicon Valley satura di schermi, nasce il Silent Book Club di San Francisco, fondato da Guinevere de la Mare e Laura Gluhanich: un luogo in cui leggere insieme senza dover dimostrare nulla, primo segnale di stanchezza digitale in un’epoca che iniziava a misurare le relazioni in una notifica.

Ma è nella frenetica New York che quell’intuizione si trasforma in movimento. Qui, il bisogno di quiete prende forma nel Silent Reading Party. L’atto fondativo è sorprendentemente semplice: giugno 2023, quattro amici salgono su un rooftop cercano calma e dichiarano guerra, almeno per un’ora, alla gabbia dello smartphone. Da quella micro-rivolta nasce Reading Rhythms, una comunità internazionale capace di generare liste d’attesa e di trasformare bar, biblioteche e terrazze in veri e propri raduni di disintossicazione digitale.

Questa è l’occasione per costruire una nuova comunità, un luogo dove l’assenza di parole diventa infrastruttura sociale: un collante che permette a sconosciuti di condividere uno spazio senza dover performare una versione brillante di sé, in quella che è in definitiva una riscoperta necessaria del piacere della lettura.

Una sorta di micro-ritiro urbano dove ci si siede gomito a gomito uniti da un tacito accordo di concentrazione condivisa. È una risposta culturale raffinata a un paradosso del nostro tempo: la solitudine digitale può essere curata attraverso una vicinanza fisica che valorizza l’interiorità, non l’esposizione.

Il successo dei Silent Reading non può essere pienamente compreso senza un confronto con i tradizionali gruppi di lettura. Mentre il gruppo di lettura classico è centrato sulla prestazione intellettuale – la necessità di aver letto lo stesso libro, di analizzarlo, di argomentare e sostenere la propria interpretazione – il silent reading si fonda sulla non-prestazione. Non c’è un testo comune né l’obbligo di conversare; l’unico requisito è la presenza e la concentrazione. Questo rende il silent reading molto più accessibile e meno intimidatorio, abbassando la soglia di accesso che spesso tiene lontani i lettori meno sicuri ma che, con il passare del tempo, diventano chiacchieroni e assidui frequentatori degli eventi. Questa forma di socialità si accosta, per certi versi, al modello degli speed date letterari o degli eventi di bookcrossing, che enfatizzano lo scambio rapido e leggero. Tuttavia, a differenza di questi, il silent non richiede l’esposizione immediata di sé o delle proprie idee. La lettura agisce come un filtro, permettendo alla comunità di formarsi non attraverso il chiasso delle opinioni, ma attraverso la mutazione in rito collettivo dell’atto intimo del leggere. È, in definitiva, una forma di attivismo passivo, una protesta silenziosa contro la pressione a essere visti e sentiti costantemente.

Attraversato l’Atlantico, il fenomeno trova in Italia un terreno fertile sviluppando però una traiettoria autonoma, soprattutto nelle città con una forte identità letteraria. Trieste, ad esempio, non poteva che accogliere questa novità. Il Trieste Book Party, nato nel febbraio del 2025 con l’obiettivo dichiarato di creare una nuova comunità di lettori, radica l’esperienza con un’identità itinerante: il Museo della Letteratura LETS, la libreria Minerva, lo storico Caffè San Marco o la birreria Taverna Ai Mastri D’Arme, per citare alcuni partner che accolgono mensilmente la comunità. Luoghi che non sono solo cornici, ma dispositivi di significato: qui la quiete condivisa ha un’eco culturale. Il format triestino replica la formula internazionale – lettura individuale, facoltativo scambio finale – ma ne accentua la dimensione conviviale, propone esperienze di contatto e dialogo con editori (come previsto nel 2026 a gennaio con Vita Activa Nuova e Utopia Editore).

Questo esempio locale, sommato alla diffusione nelle altre regioni italiane, conferma che i Silent Reading non sono un trend esotico, ma una risposta culturale all’inquietudine contemporanea. In Italia, il silent viene interpretato come un atto di resistenza urbana: un modo per riprendersi la città attraverso un gesto collettivo di quieta ostinazione. La scelta di chiostri, librerie storiche e caffè letterari sottolinea questa volontà: mettere il libro al centro di una rinnovata socialità.

Far vedere che i lettori esistono, resistono, si informano e scelgono non è un dettaglio marginale. È un segnale. Dopo anni di polemiche sullo stato dell’editoria, spesso concentrate sull’assenza o sulla presunta disattenzione del pubblico, qualcosa sembra essersi incrinato più in profondità: il patto. Quello implicito tra chi pubblica e chi legge.

Come osserva Francesco Quatraro in un recente e lucidissimo intervento, il sistema editoriale contemporaneo appare sempre più schiacciato da una dinamica distributiva che incentiva la sovrapproduzione e indebolisce il ruolo storico dell’editore come filtro e selezionatore. In questo scenario, anche il lettore si trova strangolato: sommerso da titoli, chiamato a orientarsi da solo, spesso accusato di non saper scegliere.

Ma forse proprio qui si apre uno spazio inatteso. Se il patto si è incrinato, resta un diritto fondamentale da esercitare: quello di scegliere i propri interlocutori. Non i libri “giusti”, ma le relazioni giuste. I progetti coerenti nel tempo, le idee editoriali riconoscibili, le persone dietro ai cataloghi.

silent reading, allora, non sono solo un modo per leggere insieme. Sono una risposta pacata ma concreta a un rumore di fondo che ha saturato il sistema. Un gesto minimo, ripetuto, che afferma una possibilità: ricostruire comunità di senso a partire dalla scelta, dalla presenza, dall’attenzione. E forse, proprio da lì, ricominciare a immaginare un altro modo di fare editoria: partendo da chi legge, da chi può fare la differenza.

 Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa. 

Teatro: “Migliore” di Mattia Torre con Valerio Mastandrea, di Brunella Caputo

Un uomo normale. 

Alfredo Beaumont (interpretato da Valerio Mastandrea) è un uomo normale. 

Vive una vita ordinaria, fatta di piccole cose e lavoro di routine. 

Ha mille paure, le donne lo ignorano, è ammalato di infiniti mali. Tutte le porte per accedere anche alla più piccola forma di successo sono chiuse. Si sente disprezzato, non compreso. China la testa di fronte a tutti; è quasi un servo di innumerevoli padroni. 

Poi, un giorno, improvvisamente, come un fulmine a ciel sereno, il cambiamento si impossessa della sua persona. Un cambiamento radicale, definitivo, sorprendente: diventa cattivo. 

E la cattiveria, si sa, può regolare la vita in maniera tale da farti diventare ciò che non sei. 

Succede così che Alfredo avanza professionalmente, non sente più il peso delle sue paure, è desiderato da tutte le donne. Insomma, tutte le porte, chiuse per un tempo infinito, si spalancano al suo passaggio; e dietro ogni porta nasce, come un fiore raro in un campo di patate, un’opportunità unica di cambiamento e apprezzamento da parte della “società”.

“Migliore”, scritto e diretto dall’indimenticabile genio che era Mattia Torre, è una storia surreale che racconta con realtà (il gioco di parole è voluto) i nostri tempi, dominati da individui che fondano il loro successo sull’essere entità senza scrupoli nel disprezzare gli altri, sull’essere uomini cinici, senza rimorsi, insolenti, sfrontati. 

L’uomo normale viene considerato inferiore e quindi viene disprezzato e, davanti a queste persone, obbedisce abbassando lo sguardo.

Alfredo lavora in un’azienda che offre servizi ai benestanti che possiedono una carta di credito; ha qualche problemino di salute; partecipa alle attività di un’associazione. 

È un uomo medio che vive la sua vita senza slanci e senza entusiasmi.

Un grave incidente improvviso, da lui causato involontariamente ai danni di una signora anziana, crea una ferita profonda e devastante nella sua vita ordinaria. Viene salvato dall’accusa di omicidio da un esperto avvocato ma, la sua persona subisce una trasformazione radicale. 

Alfredo non si sente più un uomo ordinario e assiste al totale capovolgimento del suo essere: è disinvolto, ha successo al lavoro e in amore. Tutti gli mostrano rispetto: i colleghi, la famiglia, i vicini e i conoscenti. L’incidente provocato lo inorgoglisce e lo rende un uomo “Migliore”. 

Valerio Mastrandrea è un interprete straordinario di questo monologo scritto per lui. Riesce a far riflettere con leggerezza (ci si ritrova infatti spesso a ridere di situazioni tragiche e terribili; e ciò rende la narrazione drammaticamente vera), su temi che ci appartengono e che sottolineano la grande attualità del testo. 

I suoi innumerevoli cambi di tono e di voci e di personaggi, trasportano lo spettatore in un mondo fantastico fatto di situazioni tragiche e comuni, condite di una sana ed inimitabile ironia; la risata c’è ma è riflessiva, voluta. 

La precisione dei movimenti del corpo di Valerio Mastandrea e l’impeccabilità del disegno luci, rendono lo spettacolo un capolavoro del teatro di parola. Il palcoscenico infatti è vuoto, nessun oggetto occorre per raccontare dell’essere uomini. 

Le metafore sono davvero tante, in questo splendido monologo, ma la più forte è senza dubbio quella che porta lo spettatore a realizzare che la media vita quotidiana spesso ci condiziona a tal punto da non riconoscere il dramma della malvagità, ma solo la trasformazione di un uomo ordinario in un uomo cattivo. 

E forse è proprio questo il vero dramma. 

La domanda sorta dopo aver visto questo spettacolo è venuta immediata: cosa si è disposti a fare per sentirsi migliori? E, soprattutto, a spese degli altri, ci si sente davvero “Migliore”?

Perché uno spettacolo teatrale che si rispetti porta sempre lo spettatore a porsi una domanda. E quando l’immedesimazione è totale, questa domanda appare scritta negli occhi quando le luci si spengono.

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.

Napoli, due giorni con David Grossman: pace e letteratura, di Amedeo Borzillo

“David, noi stasera ti consegniamo un riconoscimento che si chiama Pellegrini di Pace, e mi sembra un nome giusto, perché la pace non è una poltrona: è una strada, è cammino, è pellegrinaggio.”

Con questa immagine intensa, il vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha accolto Grossman, protagonista di un programma dedicato alla parola come strumento di dialogo e riconciliazione.

Il primo appuntamento ha visto lo scrittore ricevere il premio Pellegrini di Pace “per il suo instancabile impegno pubblico e culturale a favore del dialogo, della non violenza e della giustizia”.

Ringraziando il pubblico, Grossman ha affrontato con voce ferma i temi del dolore e della responsabilità collettiva: “È difficile confrontarsi con la sofferenza dell’altro, soprattutto quando in parte ne siamo responsabili. Eravamo molto vicini alla pace, ma dopo ciò che è accaduto ci vorranno anni per ricostruire un equilibrio tra i due popoli.

Il giorno successivo, l’autore di “A un cerbiatto somiglia il mio amore“, nato a Gerusalemme nel 1954, è salito sul palco del Teatro Sannazzaro per un incontro promosso da Maurizio de Giovanni, presidente del Premio Napoli.

Lo scrittore napoletano ha definito Grossman “un autore capace di rendere straordinario ogni frammento di scrittura, dal primo romanzo all’ultimo articolo, per la sua capacità di declinare il coraggio e l’umano oltre ogni confine”.

Citando Carlo Levi – “le parole sono pietre” – De Giovanni gli ha chiesto quale valore attribuisse oggi al linguaggio. Grossman ha risposto con la consueta lucidità: “Quando scrivo sento il peso di ogni parola, e la sfida più grande è restarne fedele. Le parole non vanno lanciate nel computer: devono conservare la loro unicità. Viviamo in un bombardamento linguistico, e dobbiamo preoccuparci del loro significato profondo.” Da qui il suo invito a vigilare sulle manipolazioni del linguaggio, responsabilità che, ha detto, “spetta a tutti: insegnanti, giornalisti, scrittori, tassisti, a chiunque abbia a cuore la cultura”.

De Giovanni ha poi definito Grossman “il grande narratore della compassione”, ricordando come la sua scrittura traduca l’empatia in una forma di resistenza morale.

Alla domanda su quale fosse la storia per lui più cara, Grossman ha confessato di non saper scegliere: “Quando scrivo parto da una situazione in cui tutto può accadere. Invento una realtà, poi la sento insufficiente, e cerco qualcosa di nuovo, perché la letteratura non riproduce: crea. Quando riesco a dare vita a una voce autentica, lì nasce la letteratura.”

L’autore ha poi riflettuto sul conflitto israelo-palestinese, ribadendo la necessità di cambiare narrazione: “Da più di un secolo ripetiamo sempre la stessa storia. Servono nuove parole, un nuovo modo di raccontare per far nascere qualcosa di diverso.” E ha aggiunto, con un esempio provocatorio: “Se l’8 ottobre Netanyahu avesse incontrato i leader palestinesi per dire: ‘Dopo ciò che abbiamo visto, potremmo scegliere un’altra direzione’, forse si sarebbe aperta la possibilità di un nuovo racconto.

Nelle battute finali dell’incontro, De Giovanni ha chiesto a Grossman come riesca a conciliare il suo forte legame con la propria comunità con il dissenso verso chi la governa. Lo scrittore ha risposto sorridendo: “In realtà amano i miei libri, ma odiano la mia politica.

Amedeo Borzillo 

Antonio Machado, professore di francese e grande poeta, di Lavinia Capogna

Nel 1903 venne stampata a Madrid una raccolta di poesie intitolata “Soledades” (Solitudini). L’edizione era curata, il titolo e il nome dell’autore erano scritti in eleganti caratteri rossi.

Il titolo era dichiaratamente preso da un’opera del famoso poeta Barocco Luis de Góngora. 

Non vendette granché ma ebbe una recensione favorevole del poeta Jiménez. 

Era un’opera pregevolissima con la quale in pochi tratti, espressi con una grande forza quasi pittorica, l’autore esprimeva, in modo sobrio ma sottile, tinto di malinconia il rimpianto della vita che passa, una sorprendente precoce nostalgia. Ma anche un immobilismo, una monotonia, si direbbe, di quella penisola iberica ancora addormentata (egli come il padre e il nonno era un sostenitore della filosofia e della scienza, allora avversate), una malinconia che si stemperava in paesaggi agresti di grande bellezza. 

L’autore era un ragazzo timido e, come disse una sua conoscente, di modi gentili e squisiti: Antonio Machado.

Egli viveva allora quasi poveramente, abitava in una stanza che aveva solo un tavolino, il letto e uno specchio con una bacinella per farsi la barba. I suoi abiti erano spesso trasandati e la sua unica passione oltre alla poesia erano le sigarette. Però il più celebre poeta di lingua spagnola del tempo, il nicaraguense Rubén Darío, dimostrando lungimiranza, apprezzava i suoi versi. 

Antonio Machado era nato in una famiglia colta e di idee progressiste e repubblicane nel 1875 a Siviglia. 

Suo nonno era un medico che dopo il decesso di una ragazza che non era riuscito a salvare aveva abbandonato la professione. Interessato a scienza e politica era diventato professore universitario e saggista. Anche sua nonna, una donna simpatica e amante della conversazione, che suonava la chitarra, era una persona avanti sui tempi. Suo padre un avvocato, ricercatore appassionato delle tradizioni andaluse. Non sappiamo molto su sua madre, Ana Ruiz, ma ebbe un profondo legame con Antonio. Ebbe altri sei figli, tra cui Manuel, anch’egli poeta, e José, pittore. 

A fine Ottocento la famiglia si era trasferita a Madrid ma la morte del nonno e poi quella del padre a poca distanza la condussero ad un tracollo economico. Venne anche brutalmente colpita dal decesso di una sorella di soli 14 anni. 

Egli frequentò una scuola che era allora la più avanzata pedagogicamente e che stimolava la riflessione e il confronto. 

Insieme al fratello Manuel conduceva una vita bohémien, frequentava caffé, apprezzava il vino ma non divenne mai un alcolista. Conosceva aspiranti poeti, seguaci di Paul Verlaine, scriveva per qualche rivista letteraria. Fece due viaggi a Parigi (in cui incontrò anche Oscar Wilde) insieme allo scrittore anarchico Pio Baroja e al fratello Manuel. 

Divenne il poeta più giovane di quella che venne chiamata la “Generazione del ’98”.

Nel 1907 sostenne un esame per diventare professore di francese e come si usava allora poté scegliere fra alcune cittadine dove insegnare. Scelse Soria in Castiglia, che tanta parte avrebbe avuto sulla sua storia personale e sulla sua poetica. 

Secondo i suoi studenti Machado fu un ottimo professore, ben disposto, non bocciò mai nessuno, tentava di risvegliare un interesse per la cultura francese leggendo brani di libri e poesie oltre che insegnare la grammatica.

Egli abitava in casa di un ex sergente che per arrotondare il lunario affittava camere: era un uomo violento e irascibile. Aveva una moglie e una figlia che erano spaventate da lui.

La figlia, Leonor, era una ragazzina molto carina, bruna, con un colorito pallido, uno sguardo arguto ed innocente.

Il poeta si innamorò di lei e lei di lui. Era un opposto del temibile padre. 

Sembra che il garzone di un panettiere le avesse fatto la corte ma lei aveva scelto il timido professore. 

Secondo la legge spagnola del tempo quando Leonor compì 15 anni si poterono sposare. Era il 1909, lui aveva 34 anni. 

Questa grande differenza di età oggi può lasciare interdetti ma non era rara in una società ancora ottocentesca.

Essi continuarono a vivere nel paese ma poi lui fece richiesta di trasferimento a Parigi per poter seguire dei corsi culturali e anche le lezioni del filosofo Henri Bergson, che ammirava. 

Era anche un’opportunità di fuggire dal claustrofobico paese e di vivere in una grande capitale europea. 

Nel frattempo Machado aveva scritto altre due raccolte di poesia: una che sarebbe stata pubblicata qualche anno dopo e nel 1912 “Campos de Castilla (Campi di Castiglia) che inizia con i famosi versi:

“La mia infanzia è fatta di ricordi di un cortile a Siviglia e di un frutteto luminoso dove matura il limone; 

la mia giovinezza, vent’anni nella terra di Castiglia”.

Quest’ultima ebbe un grande successo, ne vennero stampate almeno due edizioni in poco tempo. 

In questa seconda opera nella quale Machado aveva ormai raggiunto la piena maturità espressiva, descriveva con accenti che susciteranno non pochi malumori a Soria i paesaggi selvaggi non solo nella natura ma anche negli animi del piccolo paese, il vagare nella natura, e, in qualche parola quasi sfuggita alla penna, con il suo consueto riserbo, l’incontro con l’amore. 

Purtroppo nel 1911 a Parigi la vita del poeta e della moglie aveva avuto un tragico cambiamento. Il 14 luglio, festa nazionale che celebrava la presa della Bastiglia del 1789 e che veniva festeggiata a Parigi con grandi balli popolari nelle piazze, Leonor aveva avuto un severo attacco di tubercolosi. Il marito aveva cercato vanamente in quella Parigi lieta, tanto in stridente contrasto con la sua sventura, un dottore. 

Il giorno dopo era riuscito a far ricoverare Leonor. La diagnosi era stata di una tubercolosi molto avanzata. 

Era allora una malattia pressoché inguaribile perché ancora non erano stati scoperti gli antibiotici. 

Nel 1912 i medici avevano consigliato a Machado e Leonor di tornare in Spagna e lui, che non aveva più denaro, aveva chiesto un prestito al poeta Rubén Darío che lo aveva immediatamente aiutato. 

Con grande dedizione Machado si prese cura della moglie. C’è chi lo ricordava con i suoi abiti trasandati e spettinato mentre la portava amorevolmente fuori casa su una sedia a rotelle. 

Ma a Soria la condizione di Leonor era peggiorata:

“Una notte d’estate — il balcone e la porta di casa mia erano aperti — la morte entrò nella mia casa. 

Si avvicinò al suo letto — senza nemmeno guardarmi — e con le sue dita sottili ruppe qualcosa di molto delicato. Silenziosa e senza guardarmi, la morte mi passò di nuovo davanti (…)”. 

Incomincia così una delle liriche più drammatiche di Machado in cui descriveva la morte di Leonor che aveva solo 18 anni. 

La madre di lui, Ana Ruiz, era arrivata per aiutarli ma pochi giorni dopo il funerale entrambi lasciarono Soria. 

Seguirono anni molto difficili per il poeta. 

Egli scrisse ad un amico che aveva pensato di spararsi ma che lo aveva trattenuto il successo che aveva avuto il suo secondo libro di poesie, “Campos de Castilla”. Egli scriveva: “E non per vanità, Dio lo sa bene! Ma perché pensavo che se in me c’era una forza utile, non avevo il diritto di annientarla”. 

Nelle poesie del 1913 echeggiano dolorosi accenti relativi a Leonor, domande a Dio a cui egli credeva (ma ben diversamente dai bigotti e dai reazionari) ma anche costernazione e smarrimento. 

Egli viveva insieme a sua madre continuando a fare, in un’altra cittadina, il professore. A 43 anni si laureò in filosofia con ottimi voti. Si appassionò allo studio del latino e del Greco ed ebbe l’idea di studiare anche l’italiano. 

Viaggiò in varie città spagnole. 

Negli anni Venti scrisse alcune commedie insieme al fratello Manuel e dedicò numerose liriche ad altri poeti. 

Scrisse anche un testo di riflessioni filosofiche e di vario genere in prosa. 

Pubblicò altre poesie assai diverse nello stile dalle prime, più brevi, alcune con accenti ironici, altre meditative. 

“Viandante, sono le tue impronte 

il cammino, e niente più, 

viandante, non c’è cammino, 

il cammino si fa andando.

Andando si fa il cammino,

e nel rivolger lo sguardo

ecco il sentiero che mai 

si tornerà a rifare.

Viandante, non c’è cammino, 

soltanto scie sul mare.”

Queste è una delle opere più celebri di Machado nella traduzione di Antonio Prete (*). 

Nel 1928 quando aveva 53 anni conobbe una donna di 39 anni. 

Sono dedicate a lei le poesie in cui la chiama con un nome fittizio, Guiomar. Tuttavia anche questo fu un amore non semplice: Leonor lo aveva sposato ma Guiomar o meglio colei che si celava sotto questo nome era invece già sposata. 

Era poeta lei stessa e amante del teatro. Lei e il marito erano assai benestanti e avevano tre figli. Il marito era un uomo infedele che l’aveva delusa. Proprio in quei giorni aveva conosciuto Machado. 

Li dividevano le opinioni politiche: Machado era di sinistra e partecipava attivamente alla vita sociale e culturale del paese, Guiomar invece aveva idee conservatrici ed era cattolica molto osservante. 

Machado si innamorò perdutamente di lei. 

Lei gli propose un’amicizia intellettuale con qualche sfumatura romantica: avrebbero potuto vedersi a scadenza regolare in un giardino pubblico accanto ad una vecchia fontana o in un caffè alla periferia di Madrid ma solo amichevolmente. 

Lui accettò. 

Nel 1981 venne pubblicato il testo autobiografico “Sí, soy Guiomar: memorias de mi vida” (Sì, sono Guiomar: memorie della mia vita) scritto dalla poeta e commediografa Pilar de Valderrama.

Detto per inciso, non ho potuto leggere il testo originale perché le poche copie ancora oggi disponibili hanno un costo astronomico però esso include 36 lettere autentiche delle 240 che Antonio Machado le aveva scritto come prova della veridicità delle sue affermazioni. Pilar de Valderrana era deceduta a 90 anni nel 1978 lasciando tutte le lettere alla Biblioteca nazionale di Madrid e le sue Memorie da pubblicare postume. 

Certamente lei non aveva nessun obbligo di corrispondere il sentimento del poeta però continuando a frequentarlo sia di persona sia per lettera non poteva far altro che alimentarlo.

Alimentandolo non poteva far altro che arrecare sofferenza e frustrazione a Machado: potevano condividere solo pochissimo tempo insieme, erano quasi sempre separati, lui non faceva parte della vita quotidiana di lei, c’era tra di loro una notevole confidenza emotiva ma senza alcuna intimità. 

Da sempre interessato ai sogni e alla psicoanalisi lui le descrisse un sogno che aveva fatto nel quale si erano sposati in una chiesa e lui si era sentito molto felice. 

Probabilmente “Guiomar” si sentì invece gratificata da questo amore sincero e idealizzato, che durò vari anni, da parte di un grande poeta. 

Nel 1936 i franchisti uccisero Federico García Lorca che Antonio Machado aveva conosciuto e di cui ammirava le opere. Egli scrisse una delle sue ultime poesie contro questo efferrato crimine. 

A fine gennaio del 1939, a 63 anni, quando era ormai evidente che Franco stava vincendo la sanguinosa guerra civile avendo come alleati Hitler e Mussolini, Machado, già provato nella salute da alcuni anni, andò in esilio insieme a sua madre, Ana Ruiz. 

Con grande sofferenza riuscirono a raggiungere il confine francese ma vennero abbandonati dai camionisti e lasciati senza soldi. 

Erano insieme a tanti altri esuli: uomini, donne, bambini sotto una pioggia torrenziale. 

Giunsero a Collioure, un villaggio francese sul mare abitato da pescatori. 

Trovarono un albergo a buon prezzo ma in pochi giorni la salute della madre si deteriorò. Machado tentò di assisterla ma anche le sue condizioni divennero drammatiche. 

La proprietaria dell’albergo, che simpatizzava con i repubblicani spagnoli, chiamò un medico che non poté far nulla. 

Il 22 febbraio 1939 Machado morì. 

Tre giorni dopo (era il giorno del suo 85esimo compleanno) anche la madre. 

Furono sepolti insieme. 

Pochi mesi dopo sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale. 

Inizialmente fu scritto sulla lapide solo “Antonio Machado, morto in esilio”, poi venne aggiunta una sua poesia:

“E quando verrà il giorno del mio ultimo viaggio, 

e salperà la nave che non tornerà mai più, 

mi vedrete a bordo leggero di bagaglio,

e quasi nudo, come i figli del mare”. 

….. 

*) Caminante, son tus huellas

el camino, y nada mas;

caminante, no hay camino,

se hace camino al andar.

Al andar se hace camino, 

y al volver la vista atrás

se ve la senda que nunca

se ha de volver a pisar.

Caminante, no hay camino, 

sino estelas en la mar.

Bibliografia:

Antonio Machado Poesie (Garzanti 2022)

Poesie “Soledados” e “Campos de Castilla” (Newton Compton 2012)

Pietro Tripodo traduce Antonio Machado, Introduzione di Roberta Alviti, con segni e incisione di Enrico Pulsoni, Roma, Edizioni Il Bulino, 2018.

Poesías Completas (in spagnolo – l’Aleph 2020)

Ian Gibson Ligero de equipaje. La vida de Antonio Machado (biografia).

Nel 1969 il cantante Joan Manuel Serrat ha musicato 12 poesie di Machado incidendo il famoso Album “Dedicato a Antonio Machado”. 

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.