Storie dalla storia persiana, di Francesca Chiesa

C’è un antico racconto che bisognerebbe leggere, per capire cos’è veramente il Paese che Israele e Stati Uniti si sono proposti di annientare. È il Romanzo di Alessandro nella sua versione persiana, ovvero Eskandar-Nāmeh[1]      

Mi spiego. Quando le autorità iraniane proclamano che l’Iran non è mai stato sconfitto, non la stanno sparando troppo grossa, si stanno semplicemente  rifacendo a un fenomeno che si è manifestato nel corso dei secoli e dei millenni, con poche varianti e basato sul riconoscimento di un assunto: se il tuo nemico adotta le tue usanze e la tua cultura, sostituisce la sua lingua con la tua e rispetta le tue tradizioni, non è più un tuo nemico. È già diventato parte di te.

Partiamo da Alessandro. Nel suo caso non è stato necessario operare alcuna forzatura, il conquistatore macedone ha fatto tutto da solo: dopo essere arrivato trionfalmente a Persepolis, vincendo tutto quello che c’era da vincere, sobrio o ebbro che fosse si è lasciato andare al gesto estremo di incendiare la reggia simbolo della persianità, con tutti i suoi arredi e tutti i suoi archivi. 

Operazione compiuta? No, perché siamo in Persia e le albe persiane cancellano anche le notti affogate nel vino e  le donne persiane oscurano anche il ricordo di Taïde e le altre.

Alessandro batte le mani e chiede di portargli una veste persiana. 

Ordina ai suoi di presentarsi, di lì a due giorni, vestiti bene. 

Raduna i dignitari persiani che si erano consegnati a lui dopo la sconfitta e chiede che ognuno porti, tra due giorni, una figlia. Non precisa che deve essere bella, perché le donne persiane sono tutte belle. 

Per sé vuole la figlia del Gran Re, Roshanakh, la Rossa.

Per sé pretende quanto è dovuto a un Gran Re, la proskynesis prima di tutto: l’inchino rituale.

L’Impero ha il suo nuovo Sovrano. Attenzione, non conquistatore e nemmeno usurpatore, giacché i mobad, gran sacerdoti zoroastriani, già sono al lavoro per codificare la leggenda dell’Alessandro persiano. Non sarà il figlio di Filippo, insignificante regolo di un regnucolo di provincia, a regnare sui Pars, ma il figlio di Dārā (Dario III Codomano nella storia), che è figlio di Darab, che è figlio di Humay.

Il percorso storico dell’Eskandar-Nāmeh prende quasi sicuramente le mosse da un resoconto della vita e delle gesta di Alessandro Magno scritto in greco. Il racconto probabilmente prese forma ad Alessandria tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C. Il testo greco del racconto fu tradotto in latino nel IV secolo d.C., e da lì si diffuse in tutte le principali lingue vernacolari d’Europa. 

Più o meno nello stesso periodo è stato tradotto in siriaco e presumibilmente in Pahlavi[2], e questa versione siriaca è diventata la fonte delle traduzioni nelle lingue del Medio Oriente e dell’Asia centrale e meridionale. Si è diffuso fino alla Cina e al sud-est asiatico, diventando uno dei racconti più conosciuti.

Non è chiaro come il racconto raggiunse la Persia sasanide ed entrò nelle tradizioni orali e letterarie persiane. Era già diventato tutta un’altra cosa.

Nel racconto dello Pseudo-Callisthenes e nella versione siriaca, Alessandro è il figlio del faraone egiziano Nectanebos e della moglie di Filippo di Macedonia, Olimpia. 

Nelle versioni persiane, inclusa quella di Ferdowsī, Alessandro è figlio di Dārāb (figlio del nobile Arsame, che era figlio di Ostane che era, forse, figlio di Dario II).

Diverse versioni del racconto sono state tramandate da poeti persiani e narratori popolari.

La versione di Firdūsī ci fa da pietra miliare.

Dārāb, figlio di Homāy, sconfigge Fīlakūs (Filippo) di Macedonia e chiede in matrimonio sua figlia Nāhīd. Subito dopo il loro matrimonio Dārāb rimanda Nāhīd da suo padre a causa del suo alito cattivo. Lei è incinta e dà alla luce Alexander. Da un’altra donna Dārāb ha un secondo figlio chiamato Dārā , che succede a suo padre all’età di dodici anni. Alessandro, ora re di Rūm, sceglie Arsṭālīs (Aristotele) come suo consigliere e cessa di rendere omaggio a Dārā. La guerra viene dichiarata e dopo tre sconfitte Dārā fugge a Kerman e fa appello a Porus (Fūr), re dell’India, per l’aiuto. È presto accoltellato da due dei suoi consiglieri, Māhīār e Jānūšīār. Mentre Dārā muore, chiede ad Alessandro di sposare sua figlia, Rowšanak (Roxana), e di preservare l’Avesta e la religione. Alessandro giustizia gli assassini e assume il dominio della Persia.

Le principali versioni persiane in poesia del racconto si possono leggere in traduzione italiana:

  • Nezami Ganjavi, nato a Ganja in Azerbaijan. Il suo Eskandar-Nameh/Alessandreida, si divide in due libri di cui uno, Sharaf Nameh, descrive Alessandro come un eroico re guerriero, e il secondo, Eqbal Nameh, come un saggio. Quest’ultimo, tradotto in italiano da Carlo Saccone, è pubblicato da Rizzoli-BUR;
  • Amīr Ḵosrow Dehlavī: nato in India, la sua opera su Alessandro si intitola Aina-ye Iskandari (Lo Specchio Alessandrino) e racconta Alessandro/Iskandar come scopritore e inventore. Tradotto in italiano da A.M.Piemontese per Rubbettino;
  • Abd al-Raḥmān Jāmī ha dedicato ad Alessandro il suo Khirad-Nama-ye Iskandari, Libro della Sapienza di Alessandro, di cui sono stati tradotti solo alcuni stralci.

Tra le versioni in prosa, la più affascinante è sicuramente il Dārāb Nāmeh/Romanzo di Dario, di cui esiste una versione integrale solo in russo e parziale in francese e italiano.[3]

Ora che di Alessandro abbiamo detto, torniamo a quell’Iran che è stato spesso sconfitto militarmente, ma ha quasi sempre conquistato i suoi conquistatori attraverso la superiorità della sua amministrazione, lingua e arte:

  • i Parti (III secolo a.C.): pur essendo una tribù nomade scitica proveniente dal nord-est, una volta preso il potere si proclamarono eredi degli Achemenidi, adottarono il titolo di “Re dei Re” e protessero la cultura e la religione zoroastriana.
  • i Selgiuchidi (XI secolo): guerrieri turchi nomadi entrarono in Iran come conquistatori ma divennero i più grandi patroni della cultura persiana. Adottarono il persiano come lingua ufficiale, promossero l’architettura delle grandi moschee a cupola e si affidarono a visir persiani per gestire lo Stato.
  • I Timuridi (XIV-XV secolo): i successori del crudele Tamerlano trasformarono le loro corti nei centri più raffinati della poesia e miniatura persiana, rendendo il persiano la lingua franca di un impero che arrivava fino all’India.

In altre parole:  l’efficacia e il fascino della  struttura amministrativa e il prestigio culturale e letterario dell’Iran erano talmente incisivi, che ogni invasore dovette rassegnarsi a diventare persiano, per potere governare la Persia, o Iran che dir si voglia. 


[1] Da non confondere con l’omonimo di tradizione greca, pubblicato da  a cura di Monica Centanni.

[2] Medio-Persiano

[3] Non è elegante autocitarsi ma facciamo di necessità virtù, dato che non c’è altro: Storia di donne persiane, ed. La CaseBooks.

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

(R)esistere attraverso la poesia: Forough Farrokhzad (Teheran, 1934 – 1967), di Barbara Gramegna

Proseguendo in un percorso ideale intorno alla poesia che si genera e alimenta nel e dell’esilio (vedi La mia scoperta di Nina Cassian), nella e della distanza, nella e della militanza – ma anche per e della resistenza – aprirò qui una finestra su una testimonianza di poesia persiana contemporanea della diaspora, con un precedente breve accenno all’opera ancora troppo poco conosciuta della troppo precocemente mancata Forough Farrokhzad (Teheran1934 – Teheran1967).

Mi riferirò infatti ad una raccolta curata da Rossella Renzi e Claudia Valsania dal titolo “Sia manifesta la tua voce – Forme di resistenza nella poesia persiana” uscita per Argolibri nel 2024 e presentata in diverse città d’Italia, fra le quali Bolzano, dove ho potuto partecipare personalmente.

Per il mio avvicinamento alla poesia persiana in generale devo e desidero ringraziare la “nutriente” frequentazione di una poeta e traduttrice persiana residente in Italia da quasi quarant’anni, presente nella suddetta raccolta con tre componimenti (“La forza della donna”, “Il coraggio”, “L’incertezza della libertà”), Nina Sadeghi.

Grazie a questa amica e a diverse occasioni che ci hanno visto collaborare in eventi culturali, sono entrata con curiosità, ma in punta di piedi, nella sua produzione poetica.

Sulle prime “leggo” i suoi versi da donna occidentale e ne colgo quindi un messaggio che, mi rendo conto solo successivamente, essere parziale e distorto. Pur apprezzandone globalmente le immagini, la simbologia e la forza espressiva, intuisco che mi mancano degli elementi per poterla apprezzare appieno e per riconoscere nei suoi versi la forte eco di una tradizione a me pressoché sconosciuta.

Da “La città dei sogni”: […] Nella mia città/piovono le mie credenze/sui corpi addormentati dei fiori/il giardino/prende una nuova freschezza/e la voce/nella gola della poetessa/trova la sua strada. (“Poetessa è femmina” di Nina Sadeghi, Galassia Arte, 2014, Roma). 

Individuo qui, infatti, la necessità di sottolineare come la forza generatrice della poesia riesca a farsi largo anche in spazi angusti e bui (la gola), e di come la poetessa trovi la sua voce, il suo sfogo, nonostante una paralisi dello scenario circostante (corpi addormentati dei fiori). Si tratta di allusioni sufficientemente forti alla necessità di “linfa vitale”, rimanendo nella metafora del giardino.

Il privilegio di potere però dialogare con lei mi consente di capire quali nuclei del suo poetare si rifacciano al misticismo sufi delle origini, e cosa, invece, la assimili preferibilmente alla poesia persiana moderna, sia nella forma che nelle tematiche (l’attualità politica e sociale, la condizione della donna, la riflessione sulla libertà ecc.): mi si traccia quindi un arco ideale che dalla poesia del XII secolo (quella di Rumi ad esempio) arriva ad un passato più recente sino ai giorni nostri.

Da “Un’altra Forough Farrokhzad” […] Tra le mie dita sono fiorite rose rosse/rosse/Ho portato lui/Nel giardino delle rose rosse/E sui petali di rose/Ho finalmente dormito con lui […] (ibidem)

Qui il legame con la tradizione è ancora più evidente; la simbologia della rosa e del giardino sono infatti topoi che ricorrono nella poesia persiana classica: la rosa (gol) e il giardino (bāgh o golestān) sono parte centrale di una serie di metafore che fonde e confonde amore terreno, bellezza estetica e profondo misticismo sufi. La natura è scenario e mezzo per elevare lo spirito.

L’esplicita dedica di questa poesia a Forough Farrokhzad mi invoglia però a prendere in mano i testi di questa poeta e artista del XX secolo.

Forough Farrokhzad vive poco, ma lascia una traccia indelebile nella vita culturale, artistica e politica dell’Iran e non solo quello degli anni ’50 e ’60; è una donna che può studiare, ma la sua vita familiare è scandita da codici e tradizione, in cui lei non decide nulla. La sua unica certezza è che la poesia sarà il suo veicolo di (r)esistenza alla condizione che le hanno imposto: quello di sposa e di madre.

Negli anni in cui vive Forough l’Iran assiste infatti ad una forte ingerenza americana, che causa la deposizione del primo ministro Mohammad Mossadeq e l’introduzione di un governo filo-occidentale, che avvia, attraverso una serie di riforme, un processo di modernizzazione, da un lato, ma che, per altri versi, mantiene inalterati le logiche di potere e il patriarcato.

Per ciò che riguarda la condizione della donna i messaggi lanciati dal governo di quegli anni sono dissonanti: dismissione del velo, ma divieto di voto, possibilità di accedere agli studi universitari ma conservazione dei privilegi maschili in ogni sede.  

Forough utilizza così la poesia per uscire dalla contenzione di un matrimonio combinato con un cugino e in cui la voce poetica le consente di parlare a nome e in nome di tutte le donne in sua eguale condizione. Un ulteriore proclama di volontà di affrancamento dal passato e da un presente non tanto diverso è rappresentato dalle sue scelte formali: il rifiuto del verso misurato e dei canoni a schemi fissi della poesia classica.

I temi sono quelli della vita e delle azioni domestiche quotidiane, che non la rappresentano nelle sue potenzialità, ma nei suoi limiti. La sua formazione artistica e la sua sensibilità la rendono inadatta e insofferente a qualsiasi costrizione; si sposa giovanissima e diventa madre, ma il matrimonio resiste solo tre anni, cosa che le costa la sottrazione del figlio Kamyar. Tormentata e ribelle, si unisce poi con il regista e scrittore Ebrahim Golestan. Da questo momento in poi Forough affronta nelle sue liriche anche i temi della passione amorosa (non quella sublimata per Dio espressa dai mistici) e dell’amore fisico con un’audacia che non lascia spazio a fraintendimenti.

Da “La conquista del giardino”: […]/Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna/con i papaveri bruciati del tuo bacio./E dell’intimità dei nostri corpi, serrata/e della nostra nudità che luccica/[…] (“La strage dei fiori”, Edizione Orientexpress, Napoli, 2007).

Una (r)esistenza poetica individuale quella di Forough che ci rimanda ad un altro tipo di (r)esistenza, quella corale del gruppo di autrici e autori della raccolta [sia manifesta la tua voce], in cui troviamo le poesie di: Ali Abdolrezaei, Mana Aghaee, Mina Assadi, Azam Bahrami, Aria Fani, Athena Farrokhzad, Maryam Hooleh, Granaz Moussavi, Leila Rahimian e Nina Sadeghi.

Si tratta di liriche civili, ovvero quelle che riguardano una comunità intera, che, pur partendo da una soggettività, escono da questa dimensione e da voce interiore, si fanno voce “manifesta” di una collettività, si trasformano in grido, in disperato appello, ma anche in spazio di catarsi e, forse, di futura salvezza.

Il famoso germanista Franco Fortini, in una sua lirica intitolata “Traducendo Brecht”, afferma: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi, invitando quindi, sempre e comunque, alla presa di parola, alla rivendicazione della libertà di espressione.

Il progetto sotteso alla pubblicazione di questa raccolta è proprio quello di “promuovere la libertà di espressione, di parola, di fare arte” perché “la poesia è intrinsecamente parte della cultura persiana […]. È un modo di stare nel mondo, un agire politico che diventa gesto di ribellione.”

Tutto quello che nell’Iran di oggi non è possibile.

I livelli di lettura della raccolta sono molteplici e quello forse più fruibile per chi non ce l’ha sottomano, è quella per nuclei tematici:

•la violenza (subita, assistita), la censura, l’esilio forzato, il sentimento della lontananza, ad esempio:

Un giorno torneremo/E quando si incontreranno i nostri rispettivi dolori per la vita di cui ci hanno privato/Qualcosa di orribile crollerà […] (di Athena Farrokhzad, da “I giorni dell’asino, estratto 88”)

•la poesia come vita, come voce manifesta, la donna come creatrice, “poeta” (da  fare, costruire, creare  – ποιέω), l’aspirazione alla libertà, ad esempio:

Un astuccio di colori verdi/e un vaso di fiori rossi/mi hanno invitata a sperimentare/quando l’amore si allenta al brulichio dei passeri.[…] (di Mina Assad, da “Poesie colorate”, traduzione dal persiano in inglese di Sheema Kalbasi, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

•il poeta come “tessitore di sogni” (رویا‌باف Roya-baf) e il sogno come dimensione della terza possibilità (tutto ciò che potrebbe essere e quindi, anche la libertà):

Ero qualcuno/Ho fatto la cosa più sciocca e sono diventato poeta (di Ali Abdolrezaei, da “Censura”, traduzione dal persiano in inglese di Abol Froushan, dall’inglese in italiano di Pina Piccolo)

La pluralità di voci e di stili della raccolta ci restituisce un quadro variegato di cosa succeda a livello culturale e linguistico nella “diaspora”, di come si individuino elementi comuni, ma diverse interpretazioni della nostalgia: dolce, disperata, speranzosa, orrorifica.

La poesia in Persia prima, in Iran poi, è patrimonio condiviso, viene recitata, cantata, è oggetto di festa durante la Notte di Yalda, Shab-e Yalda, antica festività che celebra il solstizio d’inverno, la notte più lunga e più buia dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre). In questa notte famiglie e amici si riuniscono intorno a una tavola imbandita con frutta ben augurante (anguria e melograno) per celebrare la vittoria della luce sulle tenebre e…leggere poesie!

Capiamo quindi forse meglio come la poesia possa rivestire nell’immaginario collettivo del popolo persiano ora il ruolo di messaggio divino, ora quello di viatico per la saggezza, ora di strumento di denuncia e di (r)esistenza, sia individuale che corale.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

“La guerra preventiva e la dissoluzione del diritto – Iran 2026 e la crisi morale dell’Occidente”, di Vincenzo Franciosi

Ci sono momenti nella storia in cui una violazione del diritto smette di essere un incidente e diventa un sistema. In quei momenti le norme continuano a esistere nei trattati, nei protocolli e nei discorsi ufficiali, ma cessano progressivamente di vincolare il potere. Restano come formule solenni, prive della loro efficacia.

La guerra scatenata contro l’Iran da Israele con il sostegno diretto degli Stati Uniti rappresenta uno di questi momenti. Non perché sia la prima violazione del divieto di guerra tra Stati, ma perché avviene mentre lo stesso Occidente continua a proclamare il diritto internazionale come fondamento dell’ordine globale.

L’ordine giuridico costruito dopo la Seconda guerra mondiale si basa su un principio elementare: l’uso della forza nelle relazioni tra Stati è proibito, salvo in caso di legittima difesa immediata o su mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Questo principio non è un dettaglio tecnico, ma la pietra angolare dell’intero sistema internazionale.

La guerra preventiva contro l’Iran si colloca esattamente al di fuori di questo quadro.

Non si tratta di una risposta a un’aggressione in atto, ma di un attacco giustificato sulla base di una minaccia futura. È la logica della guerra preventiva: colpire prima che l’avversario diventi pericoloso. Ma se la semplice possibilità di una minaccia può legittimare l’uso della forza, allora il principio stesso che proibisce la guerra tra Stati perde ogni significato. La norma sopravvive formalmente, ma la sua effettività scompare.

Tra i primi effetti della guerra vi sono stati bombardamenti che hanno colpito strutture civili — scuole, ospedali, infrastrutture non militari — con conseguenze tragiche per la popolazione. Uno degli episodi più drammatici, un bombardamento contro una scuola elementare femminile nelle ore di lezione del mattino, ha provocato la morte di oltre centocinquanta bambine e il ferimento e la mutilazione di molte altre.

Quando la guerra colpisce bambini, malati e civili indifesi, il diritto internazionale umanitario non lascia spazio ad ambiguità. Le Convenzioni di Ginevra stabiliscono l’obbligo di distinguere tra combattenti e popolazione civile e di proteggere in modo particolare strutture come scuole e ospedali.

Eppure la reazione dei governi europei è apparsa, ancora una volta, sorprendentemente prudente, per non dire inesistente.

Non si è assistito alla stessa indignazione che spesso accompagna altri conflitti. Non vi sono state condanne nette per questi attacchi contro civili. Le parole più severe sono state invece rivolte alle legittime reazioni militari iraniane successive agli attacchi iniziali.

Questa inversione del punto di osservazione — la severità verso la risposta e la cautela verso l’atto originario — alimenta inevitabilmente la percezione di un doppio standard morale.

La guerra contro l’Iran non può essere interpretata soltanto come un episodio della rivalità strategica nel Medio Oriente. Accanto alla dimensione militare emerge infatti un elemento che una parte significativa dell’analisi occidentale tende a rimuovere: la componente teologico-politica del nazionalismo israeliano. In questa prospettiva il conflitto territoriale non è soltanto una questione geopolitica, ma una missione storica radicata nella tradizione biblica. L’idea della terra promessa, dell’elezione del popolo e della restaurazione di confini ritenuti originari non appartiene soltanto alla sfera simbolica della religione: diventa programma politico.

Quando la sovranità territoriale viene interpretata come realizzazione di una promessa divina, il conflitto cambia natura. Non è più una disputa tra comunità politiche, ma una lotta per l’attuazione di un destino.

In questa prospettiva l’avversario smette di essere un interlocutore e diventa un ostacolo da rimuovere.

È qui che teologia e geopolitica si sovrappongono. La guerra assume il carattere di una missione storica e la distruzione diventa parte di una narrazione di restaurazione.

Accanto alle giustificazioni ufficiali — sicurezza regionale, deterrenza nucleare, stabilità geopolitica — esiste poi una dimensione più materiale che raramente viene discussa con la stessa chiarezza: quella delle risorse energetiche.

L’Iran possiede alcune delle più grandi riserve di petrolio e gas del pianeta. Il Venezuela, che negli ultimi anni è stato a sua volta oggetto di pressioni politiche e militari da parte di Washington, fino al recente sequestro del suo presidente, detiene le più vaste riserve petrolifere accertate al mondo.

Il controllo delle risorse energetiche e delle rotte di approvvigionamento rappresenta uno dei fattori strutturali della geopolitica contemporanea. Le crisi che coinvolgono Iran e Venezuela non possono essere comprese soltanto come conflitti ideologici o rivalità strategiche: si collocano anche all’interno di una competizione globale per il controllo delle materie prime che alimentano l’economia mondiale.

Quando le giustificazioni ufficiali — sicurezza, stabilità regionale, difesa o esportazione della democrazia — si intrecciano con interessi economici di tale portata, la pretesa morale della guerra perde inevitabilmente credibilità. Se la guerra contro l’Iran rappresenta una frattura del diritto internazionale, la reazione dell’Occidente ne rivela la crisi morale.

Gli stessi governi che invocano con forza la legalità internazionale quando condannano le aggressioni altrui si mostrano improvvisamente cauti quando la violazione proviene da alleati strategici. Il diritto diventa così una norma selettiva: inflessibile contro i nemici, sorprendentemente elastica con gli amici. 

Un diritto che pretende di essere universale ma viene applicato in modo selettivo smette inevitabilmente di essere percepito come tale. Diventa uno strumento politico.

In questo contesto la posizione dell’Europa appare particolarmente desolante. Di fronte alla violazione della norma che proibisce la guerra preventiva e di fronte agli attacchi che hanno colpito civili, soprattutto bambini, la voce delle istituzioni europee non si leva con la stessa chiarezza con cui si leva in altri casi. Si limita a esprimere preoccupazione e a condannare le reazioni di chi è stato aggredito.

È il punto più basso della retorica politica contemporanea.

La condanna dei belati dell’agnello mentre il lupo lo sta sbranando.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

A Teheran con Vita Sackville-West, di Francesca Chiesa

Tracce del suo passaggio[1][2]                                            

Mancavano pochi giorni al 25 aprile del 1926 quando Vita Sackville West, di ritorno da un viaggio a Isfahan, si trovò ad attraversare una città che sembrava colpita dal tornado. Teheran era in preda a una disordinata follia.

Non c’era dubbio: si erano finalmente resi conto che l’incoronazione era prossima, e si stavano dando da fare, colti dall’improvviso panico dell’ultimo minuto.

L’incoronazione era, naturalmente, quella dello Shah Reza Pahlavi, fondatore della dinastia e padre dell’ultimo Shah, Mohammad Reza.

Di aspetto, Reza era un uomo che incuteva timore: alto quasi un metro e novanta, i modi arcigni, un enorme naso, i capelli brizzolati e la mascella molto pronunciata, aveva in effetti l’aspetto di quello che era, un soldato di cavalleria cosacco, anche se non si poteva negare che avesse un’aria regale.

Anni dopo, ringraziai il cielo per avere letto “Passaggio a Teheran” prima di assumere servizio, appunto, a Teheran. Se non l’avessi fatto, sarei stata travolta dal panico ogni volta che dovevo organizzare un evento a scuola. Perché? Ma perché ogni volta, a due giorni dalla data fissata, nulla era pronto. Che si trattasse di una incoronazione o di una recita scolastica, per gli iraniani non  cambiava nulla. Perché affrettarsi? Fortunatamente ero preparata a dire a me stessa:”Beh, che c’è, pensavate di essere in Svizzera?”. 

Lungo la strada, qua e là, vennero disposti tavoli a cavalletto sui quali venne raccolto di tutto: orologi, vasi, teiere, fotografie, ninnoli di porcellana…ogni famiglia, anche la più piccola portò fuori i propri lumi a petrolio, i lumini da notte, i candelieri…sui muri delle case vennero appesi dei tappeti che quasi si toccavano tra loro, di modo che i miseri edifici scomparvero dietro gli arabeschi di Kirman e i velluti rosso sangue di Bukhara. Teheran non era più una città in mattoni e intonaco, ma si era trasformata in una città in tessitura, come una grande e sontuosa tenda dispiegata verso il cielo…

Ovvero: all’ultimo minuto, dalla più grande confusione, inaspettati arrivano risultati eccezionali. D’altra parte, noi che abbiamo visto Napoli… A proposito, avevo un’amica, a Teheran, una napoletana che parlava un ottimo inglese ma al bazar dialogava in napoletano. I persiani in persiano, naturalmente, e si capivano alla perfezione.

Teheran 1926 – 2026. Dal cammello all’aereo.

Passando per la bici, l’auto e la metropolitana. Ma attenzione, l’aereo è arrivato prima

È un Paese pieno di contraddizioni, dove niente colma l’abisso tra Medioevo e ventesimo secolo…Se per trasportare le tue carabattole da Teheran a Mashad ci vogliono trenta giorni di cammello, tu stessa puoi percorrere quella distanza in sei ore di volo…”È bloccato nella fanghiglia in pieno deserto”, sentirete dire, “gli hanno spedito un aereo ma è rimasto anch’esso bloccato”. 

Non si può entrare o uscire da Teheran se non attraverso una porta…Porta Mashad, Porta Qazvin, Porta Isfahan e così via. Sono costruzioni colorate e pittoresche, rivestite di piastrelle blu o gialle, ma ovviamente in rovina, come tutto il resto. Se vi sedete accanto a una porta, vedrete file di cammelli, branchi di asini, pedoni, donne velate, poche automobili, e molti ciclisti. In Persia, infatti, tutti vanno in bicicletta e si lasciano cadere a terra appena vedono un altro veicolo in arrivo. È molto istruttivo sedersi accanto a una porta per un paio d’ore. Avrete un’ottima impressione della vita di cortile nei Paesi orientali…È quasi altrettanto difficile, in Persia, credere nell’esistenza dell’Inghilterra, quanto in Inghilterra credere nell’esistenza della Persia.

La sensazione di essere diretti verso un mondo irrimediabilmente altro rispetto al nostro, rimane ancora. Io l’ho percepita, non tanto in me stessa perché all’epoca nulla per me era abbastanza altro, quanto nel comportamento di molti Italiani che si trasferivano in Iran per lavoro e ingombravano i container con chili di carta igienica, ad esempio. 

Non sono più una viaggiatrice, ma un’abitante

Ho la mia casa, i miei cani, i domestici. La ghiacciaia è in cucina, il grammofono sul tavolo e i miei libri negli scaffali. È primavera; lunghe file di Alberi di Giuda sono fioriti lungo le strade.

Detto in due righe, l’idea di civiltà come bellezza unita a comodità che ha fatto degli Inglesi il popolo più ammirato, invidiato, copiato. Dopo i Romani, naturalmente, da cui i Britannici hanno imparato una grande verità: se hai un Impero puoi avere anche le Terme.

Il bello è che a Teheran, quando ci sono vissuta io e cioè dal 1991 al 1996, ho verificato il compiersi di una curiosa metamorfosi: tutto il corpo diplomatico accreditato in quella città, di qualsiasi nazionalità, sembrava avere acquisito la nazionalità  inglese. Complice la profonda crisi economica di un Iran appena uscito dalla guerra con l’Iraq, e il conseguente calo dei costi di affitti e personale, anche l’ultimo Sottosegretario in prova di non-so-quale Paese si sentiva libero di/oppure obbligato ad avere domestici, argenteria e almeno una piscina. Senza pensare a quanto poco sarebbe durato. 

Per “fare come gli Inglesi” bisogna esserlo. Oppure essere Persiani: non ho conosciuto un popolo più britannico dei britannici, di quanto lo siano i persiani. 

La loro ansia di impressionare gli europei faceva tenerezza…I domestici del palazzo dovevano assolutamente avere le livree dello stesso tessuto rosso indossate dai domestici della legazione inglese. I ministri dovevano assolutamente avere una copia della procedura adottata alla Westminster Abbey in occasione dell’incoronazione di Sua Maestà Giorgio V.

Ricordo d’altra parte che nelle mie prime settimane di servizio presso il nostro Ministero degli Esteri, non riuscivo a capacitarmi della enorme quantità di Inglese /Americano che usavano i nostri diplomatici, soprattutto se giovani e in carriera. “Ma non dobbiamo rappresentare l’Italia, con tutte le sue bellezze, lingua compresa?”, mi chiedevo.

Vita, le donne di Persia, il chador e noi

La storia dell’Iran ha un andamento ciclico e ciclica è la loro concezione del tempo. Questa loro circolarità credo abbia una base storica: la posizione e la struttura dell’altopiano, ha fatto sì che nei secoli l’Iran sia stato un comodo corridoio per popolazioni in movimento da Est, dirette forse verso Ovest. Dico forse perché nella maggior parte dei casi questi popoli si sono fermati, hanno esautorato il sovrano regnante, hanno costruito una loro capitale in un punto diverso del Paese e vi si sono insediati. La lingua è sempre rimasta Farsī, dalla regione del Fars dove è sorto il primo impero iranico degli Achemenidi. Alcuni sono scomparsi, altri hanno proseguito il cammino verso Ovest. Vi siete mai chiesti perché la cucina turca assomigli tanto a quella persiana?

Sempre a proposito di ciclicità, immaginate che un giorno un sovrano shi’ita (Isma’il I safavide, probabilmente) ordini che tutte le donne debbano coprirsi la testa. E che dopo un certo numero di secoli, un altro Shah stabilisca che è proibito alle donne velarsi la testa, e siamo agli inizi del XX secolo con Shah Rezā Pahlavi, alla cui incoronazione assistette Vita: da un palco privato, in quanto consorte di diplomatico. Lo stesso Reza Shah che, trovandosi a fronteggiare una insurrezione di Mullah, non trovò di meglio che radunarli nel cortile interno della Moschea di Mashad, dopo avere disposto un congruo numero di mitragliatrici sui tetti.

Suo figlio Mohammad Rezā, invece, fu detronizzato da una rivolta di mullah. I quali, per convincere le donne a portare il velo che era tornato a essere obbligatorio, mandavano in giro delle squadracce che le spruzzavano con acido.

Vita, a Teheran

Ricordate la storia Di Alessandro? Conquistato l’Impero Achemenide, cosa fa? I Romani, dopo avere conquistato una terra, si affrettavano a ricoprirla di terme e altre piacevolezze romane, per trasmettere l’idea che essere romani fosse la cosa più bella del mondo. Ci sono tutt’oggi imperiali che adottano la stessa procedura. Alessandro no, lui si fa persiano. Io trovo in queste parole di Vita una possibile spiegazione.

Il cuore è rinnovato e i venti hanno soffiato via le ragnatele. Non considero una perdita di tempo starmene in ozio ad assorbire l’austero splendore di questo luogo; sono anche convinta che i suoi colori mi stiano penetrando completamente nell’animo. Per dirla con parole banali, la pianura è marrone, le montagne azzurre o bianche, le colline dolci e porpora….Qui la luce è una cosa viva, altrettanto varia del temperamento umano e altrettanto difficile da afferrare…Qui, sgombrata la mente da ogni preconcetto europeo, si è liberi di girovagare e di accostarsi a una struttura sociale…Personalmente, preferisco i bazar ai salotti.


[1] Testi di VSW in corsivo

[2] Vita Sackville-West, Passaggio a Teheran, 2007

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.

Storie parallele: ancora sull’Iran, di Francesca Chiesa

Ultimamente stiamo assistendo a un crescendo di tensione tra Stati Uniti e Iran. Atmosfera che mi fa ricordare una affermazione di Giles Deleuze, uno tra i padri dello strutturalismo francese: “Compie atto meritorio, chi individua una struttura”.

In questi mesi di sovvertimento di tutti i consolanti luoghi comuni in cui il mondo occidentale si è crogiolato dalla seconda guerra mondiale in poi, forse non è senza significato sforzarsi di capire quanto ci sia di antico nella storia contemporanea.

I fatti che seguono possono contribuire a chiarirci le idee sulla supposta rusticità dei nostri cugini d’oltre oceano. Partiamo da un modello di riferimento, astratto, come si conviene.

Lo Stato X vuole colpire lo Stato Y e per farlo distrugge il suo edificio più rappresentativo; a distanza di qualche anno Y organizza una spedizione punitiva nei confronti di X; il capo di Y, insieme ai suoi strateghi più abili e affidabili, cura l’aspetto organizzativo e poi sparisce dalla scena, sostituito dal figlio che porterà a termine l’impresa. 

E ora lo applichiamo.

Filippo e Alessandro

Atene, 480 a.C., settembre. Serse, ha invaso la Grecia in aprile e in agosto ha subito lo scacco delle Termopili. In settembre prende Atene e si vendica, o forse scarica la sua rabbia, dando fuoco all’Acropoli. Il luogo più sacro, dove verrà successivamente costruito il Partenone.

Trascorrono 154 anni. Nel 336 a.C. Filippo di Macedonia, che si è ormai assicurato il controllo della Grecia, proclama di voler vendicare l’insulto di Serse ad Atene e annuncia che guiderà una spedizione punitiva in Persia. Filippo lavora insieme ai suoi uomini più fidati: Attalo, suo cognato, Parmenione e Filota figlio di Parmenione. Quando è tutto pronto, Filippo viene assassinato. Da un sicario? Da un rivale? A guidare la spedizione. – vittoriosa come ben sappiamo – fu il figlio Alessandro accompagnato e assistito da Attalo, Parmenione e Filota.

Bush, padre e figlio

New York, 2001, 11 settembre. Storia più che nota. Aerei di linea americani vengono dirottati e portati a schiantarsi contro le cosiddette “Torri Gemelle”, sede del Word Trade Center, e il Pentagono ad Arlington, in Virginia. Simboli del potere statunitense: controllo dei commerci e delle guerre. È il primo anno di presidenza di George W. Bush, il Figlio.

Della vendetta si occupa George H.W.Bush, il Vecchio. Nel suo periodo di presidenza (1989-1993) ha vagliato e testato a uno a uno gli uomini di cui c’è bisogno: i generali Norman Schwarzkopf e Colin Powell, al suo fianco durante la Prima Guerra del Golfo del 1991. Gli stessi uomini saranno a fianco del figlio nel 2003, in occasione della Seconda Guerra del Golfo. Accanto a loro Donald Rumsfeld, Segretario della Difesa, che nel 1997 aveva creato il Centro di Ricerca “Project for the New American Century”, per la messa a punto di un progetto di guerra lampo in Iraq. Insieme a lui Dick Cheney, già Segretario della Difesa di Bush Sr., vicepresidente con Bush Jr.

Tutti gli uomini del primo Presidente Bush, per far vincere la guerra al secondo Presidente Bush. La quale guerra inizia il 20 marzo 2003 e termina il 18 dicembre 2011, con l’insediamento di autorità irachene gradite al Governo statunitense. 

Padri e figli, un successo di accoppiamenti a specchio, tra Pella e Washington. Storie complesse, allora come ora. A noi conviene rimanere tra XX e XXI secolo, per dare conto di  pochi altri fatti. 

Un amore, un film, un modello di insurrezione popolare

Chiediamoci, per cominciare, perché le due Guerre del Golfo non hanno interessato in alcun modo l’Iran, paese in cui dall’undici febbraio 1979 è al potere un regime che ha come parola d’ordine Morg bar Amrikā/Morte all’America. 

Dunque. Pochi mesi dopo l’instaurazione del regime islamico, il 4 novembre 1979 gli studenti islamici incitati da Khomeini assaltano l’ambasciata statunitense e prendono in ostaggio 52 persone. Il momento sembra scelto con la massima accuratezza. Un anno esatto dopo, le elezioni presidenziali negli  Stati Uniti registrano un risultato non comune: il presidente democratico uscente, Jimmy Carter, non ottiene la riconferma. Vince il repubblicano Ronald Reagan, ex attore. Il giorno del suo insediamento, 20 gennaio 1981, Khomeini rilascia i prigionieri americani che l’amministrazione Carter ha cercato invano di liberare.

È amore. Che si consolida tra il 1985 e il 1986 con l’affair Iran-Contra. In sintesi: sette ostaggi statunitensi sono nella mani di Hezbollah che, come ben sappiamo, è legato all’Iran; gli USA vendono armi all’Iran, su cui vige un embargo; il ricavato della vendita finanzia l’opposizione violenta dei Contras in Nicaragua.

Detto questo, il film.

Nel 2004 esce nelle sale Alexander di Oliver Stone. Il film narra la campagna di Alessandro, dalla Grecia all’Asia, e il suo culmine con la sconfitta di Dario III a Gaugamela, oggi Gomel nel Kurdistan iracheno. Dopodiché Alessandro torna a Babilonia e muore. In tutto il film l’Eroe non ha mai messo piede nella Persia vera e propria. 

Ovvero: l’Iran non si tocca, è un Paese amico. A questa fa seguito una storia che potremmo chiamare Il Bazar e le sue rivoluzioni.

Il Bazar, in Iran, rappresenta storicamente il cuore dell’economia, della società e quindi anche della politica. È il bastione, la garanzia, la radice da cui trae linfa il Paese.

Detto in soldoni: ogni volta che nella storia moderna dell’Iran la situazione politica ed economica è apparsa senza via d’uscita, i Signori del Bazar si alleano con le fazioni più determinate del clero, e cambiano il regime. Con un aiuto esterno.

È accaduto nel 1953, quando fu necessario far cessare il governo Mossadeq. Ricordate, quello che aveva nazionalizzato il petrolio, con l’unico appoggio dell’ENI di Mattei. Fu rovesciato dai bazarì, con l’aiuto del clero e degli USA. Inviato speciale per la cosiddetta Operazione Aiax fu Kermit Roosvelt Jr., nipote di Theodore Roosvelt.

La scintilla che ha fatto divampare la rivoluzione di Khomeini fu probabilmente la decisione dello Shah di prendere il controllo del commercio, favorendo tra l’altro l’apertura di supermercati e centri commerciali. Il Bazar, manco a dirlo, si ribellò e l’Ayatollah dovette lasciare il suo confortevole rifugio in Francia. Arrivato all’aeroporto Mehrabad, alla domanda “Cosa provi tornando in Iran?”, rispose “Ic-ci/Niente”.

Le manifestazioni sempre più violente e insanguinate che sono ora in corso in Iran, hanno avuto origine nel Bazar di Teheran, come c’informano i nostri notiziari.

Letture consigliate: Vite parallele di Plutarco e Mossadeq di Stefano Beltrame

Francesca Chiesa*

*Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia. 

Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi. 

Pubblicazioni recenti:

Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023

Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023.

Il suo ultimo lavoro è Diversamente sole, Edizioni Open, 2025.