Lev Tolstoj: “Resurrezione”, di Lavinia Capogna

Il passato che ritorna

È un giorno di primavera degli anni ’80 del 1800 quando il principe Dmitrij Ivanovič Nechljudov deve recarsi, per un dovere civico, in un tribunale come giurato ad un processo. Si trova in una città russa dove possiede una grande villa. 

È un ragazzo raffinato sui trent’anni. Alcuni anni prima aveva distribuito le terre ereditate dal padre ai contadini, aveva letto le idee degli economisti inglesi più avanzati (due elementi autobiografici), aveva vagheggiato di dipingere ma poi la carriera militare (era un tenente nell’esclusivo corpo di nobili della Guardia dello Zar) lo aveva velocemente corrotto.

Aveva rinunciato ai suoi progetti idealistici per diventare come gli altri, andare ai ricevimenti, bere, avere relazioni sociali superficiali, flirt senza importanza.

Il conformismo era la colpa di Nechljudov e ne aveva fatto un uomo indeciso, insicuro.

Aveva una stanca relazione con una signora sposata e frequentava una ragazza nobile per sposarla anche se non ne era innamorato.

Al processo – che Tolstoj descrive magistralmente – con la sua prosaica burocrazia sono giudicati una cameriera, un cameriere e una prostituta accusati di aver derubato e ucciso in un albergo un ricco mercante.

Questo sordido fatto di cronaca nera non interessa per nulla Nechljudov finché egli non riconosce, costernato, nell’avvenente prostituta con i riccioli neri Katjuša.

È il passato che ritorna. 

Figlia di una serva, la classe sociale più in basso, e di uno zingaro di passaggio in una cittadina rurale Katjuša era stata “adottata” da neonata da due principesse nubili, le zie di Nechljudov. Una, di buon cuore, aveva educato la bambina. Katjuša sapeva leggere, parlare in francese (la lingua dell’aristocrazia e della borghesia nel 1800) e aveva un’anima limpida. 

Un giorno era giunto il giovane Nechljudov. Si erano reciprocamente innamorati. Lui era timido, lei ingenua e il loro sentimento era rimasto un dolce amore vagheggiato e non detto.

Due anni dopo, lui, ormai cambiato dalla società e dalla vita militare, era ritornato.

Prima di partire era stato assai insistente con Katjuša. Lei lo aveva respinto ma non decisamente, tuttavia non era preparata emotivamente e lui non l’aveva rispettata pur non avendola aggredita: avevano trascorso la notte insieme e al mattino lui le aveva dato 100 rubli perché “così fanno tutti” prima di andarsene per sempre.

Umiliata, disperata per l’abbandono, lei aveva scoperto cinque mesi dopo di essere incinta, era stata cacciata dalle zie, il neonato era stato mandato in un orfanotrofio – Tolstoj raccontava quello che accadeva sovente al tempo senza nessuna inflessione retorica.

Katjuša aveva inoltre perso ogni fiducia negli esseri umani, era diventata l’amante di uno scrittore che seppure più colto non era migliore degli altri che la circuivano perché assai attraente. 

Assunta in alcune case come lavorante era stata aggredita dai datori di lavoro, insultata dalle loro mogli e, convinta da una danarosa donna equivoca, era entrata come prostituta nella sua casa chiusa gestita dallo stato.

Aveva guadagnato bene, acquistato begli abiti ma aveva incominciato a bere per dimenticare la sua infelicità. 

Questo incontro da lontano (Katjuša non fa caso ai giurati e viene condannata a quattro anni di lavori forzati nonostante sia innocente) provocherà una grande crisi in Nechljudov, un sincero desiderio di riparare alla sua colpa e di essere perdonato da lei, di aiutarla ma Katjuša non reagirà come si potrebbe credere.

Questo è in sintesi l’esordio di “Resurrezione” (Воскресенье, Voskresen’e) che Lev Tolstoj pubblicò a 71 anni nel 1899 dopo capolavori come “Guerra e pace” (1867), “Anna Karenina” (1877), racconti lunghi come “La felicità familiare”, “La morte di Ivan Il’ič”, il singolare “La sonata a Kreutzer” e altri, tutti meravigliosi.

Il capitolo VI della terza parte del libro con il dolce rivoluzionario socialista Kryl’cov, gravemente ammalato, che racconta la vicenda del polacco biondo e fiducioso e del ragazzino ebreo è un capolavoro come quello di Pierre che conforta Natascia dopo il suo sventato piano di fuga in “Guerra e pace” o il finale di “Anna Karenina”.

Nel 1883, in fin di vita in Francia, lo scrittore Ivan Sergeevič Turgenev aveva inviato una preghiera a Tolstoj: di tornare a scrivere romanzi dopo la grande crisi che lo aveva colpito a 41 anni.

Il conte Tolstoj nato in una famiglia di antica nobiltà ma in disgrazia economica, ex militare disciplinato, appassionato di pedagogia, sposato in un matrimonio con luci e ombre con Sòf’ja Bers, figlia del medico dello zar, molto più giovane di lui e madre di dieci figli, scrittore di grande talento ma uomo semplice, alla mano, aveva avuto come Nechljudov una grande crisi ancora oggi in parte misteriosa.

A 41 anni alla fine dell’estate del 1869 aveva pernottato, durante un viaggio, in una locanda di una cittadina, Arzamas. Non si sa che cosa sia accaduto ma quella notte fu decisiva per il suo cambiamento spirituale e mentale. Egli stava attraversando una grande crisi esistenziale già da un po’ di tempo. 

Su di essa avrebbe scritto il racconto, pubblicato postumo, “Memorie di un pazzo”.

Il cambiamento fu un totale rifiuto della sua vita precedente: in realtà egli era stato un buon marito seppure infedele, un buon padre affettuoso seppure fosse stata principalmente la moglie ad occuparsi dei figli, aveva scritto molto, aveva avuto un grande successo, era diventato molto ricco ma era insoddisfatto.

Così Tolstoj, ex militare di alto grado dell’impero russo, divenne il più grande pacifista e sostenitore della non violenza del suo tempo. 

Divenne veramente cristiano, rilesse accuratamente i Vangeli. La Chiesa ortodossa lo avrebbe scomunicato per due capitoli che denunciano vigorosamente l’ipocrisia chiesastica proprio in “Resurrezione” e non è stato ancora riabilitato. 

Smise di andare a caccia, divenne vegetariano, abbandonò il tabacco, desiderò raggiungere la castità nonostante avesse solo una quarantina d’anni.

Abbandonò anche i vestiti borghesi per un camiciotto da contadino e spesso venne scambiato per uno di loro.

Nei suoi “Diari” Tolstoj definì, ingiustamente, i suoi capolavori precedenti “sciocchezze” anche se gli erano costati anni ed anni di lavoro e sua moglie li aveva più volte ricopiati a mano in bella calligrafia per proporli agli editori (solo “Anna Karenina” ben sette volte!).

Il passato che ritorna aveva atteso forse anche Tolstoj nella desolata locanda di Arzamas come era accaduto a Nechljudov?

Ma per iniziare una nuova vita (quella che Levin di “Anna Karenina” e Pierre Bezuchov di “Guerra e pace” avevano tanto desiderato) Nechljudov dovrà scendere all’inferno con Katjuša.

È interessante notare come in questa parte del libro sia Katjuša ad essere in gran parte cattiva verso di lui e lui non se ne renda conto.

Sono straordinarie le descrizioni del carcere, dello sconvolgente contrasto tra la ricchezza dell’aristocrazia e la povertà del popolo, tra la violenza bruta dei militari e la mitezza luminosa dei socialisti utopisti (come li avrebbe chiamati, un po’ frettolosamente, Karl Marx e che non erano come i nichilisti che Dostoevskij aveva negativamente descritto nel 1872 nel romanzo “I Demoni”)

“Resurrezione” è un affresco senza sconti del tempo dello zarismo descritto con un pathos tutto tolstojano con qualche eco di Victor Hugo e Charles Dickens.

Sono raffinatissime le accurate descrizioni degli stati d’animo dei personaggi come sempre in Tolstoj, personaggi mai scontati ma sempre variegati, mai solo buoni o solo cattivi.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Diego e Margherita intervistano la Signora Mosca, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

Diego e Margherita

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Prof. Cosmo Mundis

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla Signora Mosca!

Diego: Ciao Margherita, sei pronta per una nuova intervista?

Margherita: Prontissima! Il professor Mundis ci ha lasciati entrare nel suo giardino per osservare da vicino i piccoli animali.

Diego: Perfetto! Allora iniziamo. Chi intervistiamo oggi?

Margherita: Io direi… una mosca! È minuscola, velocissima e ronza sempre qua e là. Però sono curiosa di conoscerla meglio.

Diego: Ottima idea! Guardiamo un po’… ecco! Vedo una mosca posata sul bordo dell’annaffiatoio. Signora Mosca, ci sente?

Signora Mosca: Altroché se vi sento! Buongiorno, ragazzi. Con chi ho il piacere di parlare?

Diego: Ci chiamiamo Diego e Margherita. Siamo amici del professor Mundis e vorremmo farle qualche domanda per un’intervista.

Signora Mosca: Davvero? Amici del professor Mundis? Che tipo curioso! Ogni volta osserva tutto con una lente enorme. Come sta?

Margherita: Sta bene! È sempre impegnato con esperimenti e invenzioni per scoprire i segreti della natura.

Signora Mosca: Ah, allora non è cambiato per niente! Bene, miei cari, chiedetemi pure quello che volete sapere.

Margherita: Io vorrei farle una domanda sui suoi occhi. Sono grandissimi rispetto alla testa! È vero che vedete in un modo speciale?

Signora Mosca: È proprio così! I nostri occhi sono composti da tantissime piccole parti, come tante finestrelle tutte insieme. Questo ci permette di accorgerci in fretta dei movimenti. E infatti, quando qualcuno prova ad avvicinarsi troppo… zzz! Noi siamo già volati via.

Diego: Ecco spiegato perché siete così difficili da prendere! Io invece volevo chiederle una cosa un po’ delicata. Diciamolo sinceramente: a volte voi mosche siete un po’ fastidiose. Ronzate intorno, vi posate dappertutto e in estate fate impazzire un sacco di persone. Ma allora… a cosa servite in natura?

Signora Mosca: È una domanda importante, Diego, e ti ringrazio di averla fatta. È vero, a volte possiamo sembrare seccanti. Però anche noi abbiamo un ruolo nel mondo. Molte mosche aiutano la natura a trasformare e far sparire la materia organica in decomposizione. Inoltre siamo cibo per tanti animali, come uccelli, ragni, rane e lucertole. E alcune di noi, passando di fiore in fiore, possono anche trasportare il polline. Insomma, pure gli animali meno amati sono utili all’equilibrio della natura.

Margherita: Quindi anche se a volte siete un po’ insistenti, è importante che esistiate.

Signora Mosca: Proprio così. In natura ogni creatura ha il suo compito, anche la più piccola e ronzante.

Margherita: Io invece le voglio chiedere una cosa buffissima. Vi vedo spesso strofinare le zampette tra loro. State facendo ginnastica?

Signora Mosca: Oh no, non proprio! Ci stiamo pulendo. Per noi l’igiene è importante. Puliamo zampe, occhi e ali per tenerci in ordine e percepire meglio quello che ci circonda.

Diego: Quindi siete molto più curate di quanto si pensi!

Signora Mosca: Cerchiamo di fare del nostro meglio, caro Diego.

Margherita: Un’ultima domanda: è vero che riuscite addirittura a sentire i sapori con le zampe?

Signora Mosca: Verissimo! Quando ci posiamo su qualcosa, possiamo percepirne il sapore proprio attraverso le zampe. È un sistema molto pratico per capire se quel posto o quel cibo ci interessa.

Diego: Incredibile! Quindi voi… assaggiate con i piedi!

Signora Mosca: La natura ha fantasia da vendere, questo è certo.

Margherita: Grazie, Signor Mosca! Ci ha raccontato davvero tante cose interessanti.

Signor Mosca: Sono felice di esservi stato utile. Ma adesso dovrò proprio andare: ho visto laggiù un angolino pieno di profumi niente male.

Diego: Certo! Ma prima vogliamo ringraziarla consigliandole un libro a tema. Si intitola “Pina la mosca”, di Gusti, pubblicato da Il Castoro.

Margherita: È un libro molto divertente, di quelli che fanno ridere davvero tanto. Non vuole per forza dare una morale o insegnare qualcosa a tutti i costi, ma racconta una storia buffa e sorprendente.

Diego: E poi ha dei disegni particolari, strani nel senso più bello del termine: diversi dal solito, originali e capaci di rendere tutto ancora più curioso.

Margherita: La protagonista è proprio Pina, una mosca che un giorno decide che è arrivato il gran momento di farsi un bel bagno.

Diego: Così prende tutto l’occorrente: il telo per stendersi, la palla per giocare e perfino la radio per ascoltare un po’ di musica.

Margherita: Quando arriva al mare, però, esita un pochino. Poi mette zampa uno, zampa due e… splash! Finalmente si tuffa in acqua.

Diego: Pina si diverte tantissimo: gioca a palla, ascolta la musica, si rilassa e si gode quel bagno che aspettava da tanto tempo.

Margherita: Ma a un certo punto succede qualcosa di stranissimo. Il cielo si oscura all’improvviso, come durante un’eclissi. Tutto sembra tremare, quasi stesse arrivando un maremoto o un diluvio.

Diego: Pina guarda in alto e vede qualcosa di enorme scendere dal cielo. Poi splash! Si forma un vortice sempre più grande che rischia di trascinarla sott’acqua.

Margherita: Per fortuna, con un colpo d’ali, riesce a salvarsi e ad aggrapparsi a un pezzetto di carta. Ed è proprio lì che arriva la sorpresa finale.

Diego: Perché la particolarità del libro è questa: nulla è come sembra. E lo capisci davvero solo alla fine.

Margherita: È proprio questo il bello della storia. Ti fa guardare tutto dal punto di vista minuscolo di una mosca e, quando scopri che cosa sta succedendo davvero, ti viene da ridere ancora di più.

Diego: Sì, perché quello che a noi sembra piccolo o normale, per Pina può diventare gigantesco, avventuroso e perfino un po’ spaventoso.

Margherita: È una storia leggera, spiritosa e molto originale, perfetta per chi vuole farsi due sane risate.

Diego: E in più ci ricorda una cosa importante: il mondo cambia a seconda di chi lo guarda. Basta osservarlo da un’altra prospettiva per scoprire qualcosa di nuovo.

Signora Mosca: Ma che meraviglia! Una protagonista mosca, una giornata al mare e pure una grande sorpresa finale? Questo libro mi incuriosisce moltissimo!

Diego: Insomma, Signora Mosca, se leggerà questo libro scoprirà che anche una piccola avventura può diventare grandissima.

Margherita: Proprio come voi: piccoli, velocissimi, a volte un po’ invadenti… ma importantissimi per la natura!

Diego: E noi oggi abbiamo imparato una cosa fondamentale: anche gli animali che sembrano fastidiosi hanno un posto prezioso nel mondo.

Margherita: Basta fermarsi un attimo, guardare meglio… e ascoltare con attenzione anche il ronzio di un nuovo amico

Cinzia Milite*

*Nata in provincia di Milano, vive nel comasco. Ha vinto diversi premi letterari tra i quali il “Premio Montessori”. Il suo ultimo lavoro è “Il falconiere del conte”: https://heybook.it/catalogo/84-il-falconiere-del-conte.html.

Sito web: www.cinziamilite.com;

Canale Youtube “Cinzia Milite Scrittrice”https://www.youtube.com/channel/UCW3Yoroc713XdqnPuUU8UvA

Stefan Zweig: “Geremia” (E & S, 2025, trad. Diana Battisti), di Francesco Ferrari

LEGGERE GEREMIA DI STEFAN ZWEIG, OGGI

Stefan Zweig non è mai stato uno scrittore di nicchia. Occuparsi di lui rischia di suscitare ancora oggi, forse anche per questo, quantomeno un’inarcatura di sopracciglio da parte dei germanisti più arcigni e intransigenti. Eppure, Zweig non è stato solo uno scrittore, e probabilmente, tra l’altro, la penna di lingua tedesca più letta del suo tempo, subito dopo quella di Thomas Mann. Egli è stato un intellettuale ebreo austriaco sensibile a tematiche di urgenza politica e sociale. In primo luogo, l’orrore della Prima guerra mondiale, che Zweig seppe cogliere non solo come evento storico, ma come crisi morale e spirituale dell’Europa.

Leggere Stefan Zweig significa immergersi nella Vienna della Belle Époque, un mondo fatto di caffè e avanguardie, una città dove positivismo e neoromanticismo, un imperatore senescente dai proverbiali favoriti e un movimento di giovani scrittori e artisti chiamato Wiener Moderne convivono fianco a fianco, non sempre senza margini di frizione, in un equilibrio tanto fragile quanto fecondo. Emancipazione e nevrosi, pluralità di lingue e forme di vita e un serpeggiante antisemitismo convivono sotto lo stesso cielo. In questa città, vibrante di paradossi, e proprio per questo, forse, dallo charme inesauribile, si muovono figure come Sigmund Freud e Ludwig Wittgenstein, Gustav Klimt e Arnold Schönberg, Martin Buber e Hugo von Hofmannsthal, e, naturalmente proprio lui, Stefan Zweig.

Studiare Stefan Zweig ci conduce non solo in Austria, ma anche nel cuore delle contraddizioni della condizione ebraica all’albeggiare del Ventesimo secolo. Il suo è un ebraismo cosmopolita e liberale, incentrato non sul culto di Dio, né su quello dello Stato, ma che trova invece il proprio baricentro nella piena accettazione della diaspora. Nella condizione post-esilica, Zweig non scorge un triste destino da cui affrancarsi, attraverso il sionismo, oppure mediante l’assimilazione. La diaspora diventa piuttosto, per lui, l’epicentro di un ebraismo vissuto come possibilità di fratellanza universale, sita aldilà di qualsivoglia appartenenza nazionale: un umanesimo senza limiti o confini, per molti versi profondamente illuminista, il cui esito più coerente è, negli anni del Primo conflitto mondiale, la scelta del pacifismo.

Il pacifismo di Zweig emerge con massima forza dirompente nel dramma teatrale Geremia, recentemente e meritoriamente tradotto da Diana Battisti, in un’edizione corredata da due autorevoli saggi firmati da Arturo Larcati e Irene Kajon. Non stupisce che il testo fosse stato composto mentre la Grande guerra insanguinava l’Europa, per la precisione tra la primavera del 1915 e l’autunno del 1917. Il suo protagonista è l’archetipo del profeta veterotestamentario. Geremia è un uomo che nulla possiede se non la voce divina che, invasandolo di un entusiasmo sconcertante e destabilizzante, fa di lui uno strenuo oppositore di ogni forma di idolatria. Con indomita energia, Geremia si contrappone tanto ai potenti più superbi quanto alle masse più volubili. Rifiuta con sdegno onori e conforti di questo mondo. La sua unica arma è la parola, la sua unica forza la fede. Con quel coraggio della verità che ha nome parresia, egli si scaglia indefesso contro il culto dello Stato, il cui esito, egli sa, è sempre e solo la guerra. Così, Geremia cerca a più riprese di dissuadere il sovrano Sedecia dal suo fervore bellicista, che si concretizzerà in una evanescente e catastrofica alleanza con l’Egitto. E con parole durissime egli rigetterà l’idea di guerra santa propagata dal sommo sacerdote Anania, contrapponendovi, con impareggiabile risolutezza, la nozione di sacralità della vita, di ogni vita. 

Naturalmente, una simile voce non è gradita. L’esortazione alla pace viene fraintesa in presagio di sventura, quando non in aperto disfattismo. Persino la madre ripudia e maledice Geremia. Egli si dà interamente alla causa della pace, senza trattenere nulla di sé o per sé, offrendosi senza riserva alcuna. Il profeta viene disprezzato, deriso, scacciato, imprigionato. Ma egli nulla teme. Il suo io non è “suo”. Geremia è ricettacolo del divino, e serenamente sa che niente di questo mondo gli appartiene. Non si tratta, tuttavia, di affermare solamente lo spossessamento dell’ego. Anche nozioni come popolo, nazione, Stato, se viste nella prospettiva profetica di Geremia, divengono vacui e perniciosi idoli, venerati all’interno di una concezione antropocentrica dell’esistenza, dove l’avidità di potere non lascia spazio al Divino – e con ciò, nemmeno all’Umano. Non stupisce allora che, come spesso accade a chi cerca di porre un freno alla deificazione di sé e del proprio gruppo, Geremia venga accusato di tradimento, e vessato quindi da sofferenze tanto atroci quanto immeritate. 

L’uomo dello spirito è tale, ci insegna Zweig, nella misura in cui sfida ogni identità particolarista, politica o religiosa essa sia. Geremia parla in nome di Dio, ovvero, il che è lo stesso, dal punto di vista di una pace messianica. Questo significa pensare e agire in nome di un’umanità intera, non soggetta a partizioni di nessuna natura, in cui non esistono più “noi” contro “loro”. Geremia si pone dal punto di vista, tutto a venire, della riconciliazione. Che il suo messaggio sia non solo importante, ma terribilmente urgente, per noi, che siamo appena entrati nel secondo quarto del XXI secolo, in un’epoca in cui la pulsione dicotomica è diventata dapprima polarizzazione, e quindi guerra planetaria su più fronti, è sotto gli occhi di ciascuno.

Francesco Ferrari 

Francesco Ferrari è ricercatore e docente presso l’Università Friedrich Schiller di Jena; è coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies; è autore di tre monografie dedicate al pensiero di Martin Buber e di vari saggi su e traduzioni di autori della filosofia e della cultura ebraica del XX secolo (tra cui Arendt, Buber, Derrida, Landauer, Scholem, Zweig); svolge attività di ricerca sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, ed è editore dell’epistolario di Martin Buber nel progetto Buber-Korrespondenzen Digital.

https://www.jcrs.uni-jena.de/about/team/dr-francesco-ferrari
https://francescoferrari.academia.edu/

Intervista a Anna Mallamo per “Col buio me la vedo io” (Einaudi, 2025) – Capitolo Zero: Ep. 11 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep. 11 Anna Mallamo, “Col buio me la vedo io” (Einaudi)

​Lo pseudonimo social di Anna Mallamo, Manginobrioches, da tempo cattura l’attenzione per la sua arguzia, spesso corredata da un sano sarcasmo rispetto a ciò che accade intorno a noi. 

Con il suo ultimo romanzo, Col buio me la vedo io” (Einaudi, vincitore del Premio SuperMondello 2025 e finalista al premio europeo Chambery), l’autrice rivela la sua levatura letteraria.

​Ambientato in una Reggio Calabria dei primi anni Ottanta, oppressa da una ’ndrangheta che ne delinea i confini fisici e comportamentali, il romanzo colpisce innanzitutto per il suo stile: una melodia incalzante fatta di contrasti estremi.

Il primo contrasto evidente è il linguaggio: il dialetto calabrese è il codice degli adulti usato per tacere o distorcere la realtà, i ragazzi utilizzano invece un registro colto, alternato a dei passaggi in lingua locale che volontariamente devono squassare, intimidire, ferire o utilizzati solo per disobbedire.

Lucia, la protagonista, studentessa di lettere classiche, cerca proprio nella parola la chiave per sollevare il velo di segreti che avvolge la sua adolescenza, mescolando la ricerca della verità con la vendetta personale. Uno stato d’animo incerto, che si muove sul filo della suspence e contemporaneamente sulla trasformazione dei personaggi da ragazzine anonime a “fimmine” attraverso sguardi, carezze, piccoli momenti.

​Il libro è costruito tutto sull’architettura dell’ossimoro: “sopra” e “sotto”, i luoghi in cui si estende proprio quell’incertezza di Lucia; la dicotomia tra Luce (il nome, Lucia) e Buio (il cognome, Carbone). Ne deriva un affascinante ribaltamento prospettico: l’oscurità si fa rivelatrice di verità e legami familiari indissolubili, mentre il bagliore solare agisce come una facciata che nasconde l’omertà e le bugie in una specie di coltre che si taglia con una lama.

​Il ritmo è quello serrato di un thriller psicologico: il lettore viene risucchiato dalla necessità di scoprire fin dove si spingerà l’oscurità di Lucia e se, in questa lotta, la figura di Caino saprà infine cedere il passo a quella di Abele.

​Anna Mallamo affronta nel suo romanzo due tematiche complementari: da un lato, l’incapacità delle famiglie di offrire ai giovani un modello autentico di felicità, lasciando i figli in uno stato di fragilità, amati solo per il fatto di esistere e non per ciò che sono realmente; dall’altro, emerge la complessa “questione femminile”: Lucia è figlia di una stirpe di donne forti, di una forza però distruttiva e letale, una tempra che la corazza, rendendola pronta ad affrontare dolore, solitudine e umiliazione, ma che è radicata in valori arcaici e spesso feroci, che lei rifiuta e combatte con una enorme spinta  verso la libertà sessuale e l’urgenza di affermarsi a proprio modo, affrancandosi in parte dalle sue radici.

“Col buio me la vedo io” è un romanzo che diventa a tratti un’indagine antropologica e a tratti poesia. Anna Mallamo ci trasmette una storia dove la lingua è sostanza reale e dove il riscatto non passa mai per facili consolazioni, ma attraverso l’accettazione coraggiosa delle proprie tenebre. Un racconto dove se sei a metà non vedi l’ora di tornare per sapere come va a finire.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Maria Teresa Rovitto: “L’aneddoto dei calchi” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

Leggendo il primo romanzo di Maria Teresa Rovitto, L’aneddoto dei calchi, scopriamo che la sua scrittura non si accontenta di narrare fatti, storie e personaggi, ma pretende di farne nascere corporeità, materia, colore, arte. L’esordio nella schiera degli originali scrittori ‘Sperimentali’ di Terra Rossa Edizioni, fa di Maria Teresa Rovitto, lucana, alla soglia dei suoi primi quarant’anni, ricercatrice accademica nell’area di studi Law and Humanities, un interessante quanto raro esempio di opera letteraria in cui la parola non orna, ma performa. L’autrice, la cui formazione la tiene sospesa tra il rigore del diritto e la sintesi della poesia – ha già pubblicato testi su riviste e antologie vincendo il concorso Esordi di Pordenonelegge 2025 – nella sua opera prima fresca di stampa, ‘L’aneddoto dei calchi’, si rivela capace di generare una prosa che somiglia alla voce sensibile di una scrutatrice di realtà trasversali alle storie dei personaggi e delle esperienze che vivono nelle 174 pagine del libro. 

La struttura del romanzo si articola in undici capitoli condensati in una prima e seconda parte. A noi de Il Randagio sono apparsi come l’anatomia di un corpo che insegue la sua sfuggente integrità e quella dei suoi personaggi, l’archeologa Livia, l’artista Zoa e il biologo Bruno, pagina dopo pagina, parola dopo parola, non senza farci interrogare continuamente su vita, morte e generazione. I numi tutelari che sorvegliano questa architettura li abbiamo incontrati in esergo nelle tre citazioni scelte per ispirare i lettori quasi come virgiliane figure guida: Francis Bacon, alla maniera di Philippe Sollers, con la sua etica dei resti da dissotterrare; Krasznahorkai, il Nobel per la letteratura, che ci avverte dell’inquietudine di un “tutto” ridotto in pezzi e Govoni, l’anticipatore della poesia visiva, che tinge il crepuscolo come un Vesuvio traboccante di un sangue floreale. Questi i punti cospicui della mappa in cui ci muoviamo con la Rovitto mano a mano che tesse la sua narrazione, rifiutando l’incenerimento del ricordo e rinvenendo e conservandone piuttosto i pezzi, con la pazienza di un’archeologa e la crudeltà di un artista. 

Quegli stessi pezzi che a noi de Il randagio sono apparsi proprio quali aneddoti nel senso etimologico di inediti, qualcosa che non è stato ancora pubblicato o reso pubblico. L’aneddoto nel titolo e nel romanzo della Rovitto non richiama a una storiella divertente, ma a fatti nudi, dettagli biografici che precipitano e interrompono il flusso della vita ordinaria. L’aneddoto è l’unità minima della memoria: non ricordiamo la nostra vita come un film intero, ma come una serie di aneddoti, spesso slegati, che tentano di dare un senso a un vuoto. Facendosi struttura, l’aneddoto diviene il calco verbale delle esperienze narrate: un frammento di storia che tenta di arginare il vuoto dell’esistenza. Gli aneddoti che costellano il romanzo — dalla migrazione dei granchi alla nebbia di Vienna — sono forme che i personaggi possono abitare per non essere travolti da quel vuoto. 

Sin dalle prime pagine, siamo stati proiettati in una dimensione dove l’identità è anche una questione topologica. Attraverso capitoli come Fare del proprio corpo, la Rovitto sembra evocare l’intensità radicale dell’artista concettuale madrina della performance art, Marina Abramović: il corpo di Livia, la protagonista, è un ordigno semantico, un terreno di resistenza. E come nella sua ricerca artistica la Abramović incarna il corpo come sacrificio, resistenza e confine così in contrappunto con la staticità del corpo-oggetto le installazioni di Vanessa Beecroft, esplicitamente citata nel romanzo attraverso il riferimento alla performance VB66 tra i marmi di Carrara, fanno diventare le biografie dei corpi calchi di dolore e di bellezza che chiedono di essere guardati ‘a porte aperte’. 

Per questi e altri motivi che lasciamo scoprire ai lettori randagi, non è un caso che la prosa di Rovitto evochi le atmosfere della body-art più radicale. Tanto più che giunti al decimo capitolo, penultimo della struttura narrativa, Il ventre materno è un ambiente, la scrittura prorompe nel nodo teorico della decostruzione della maternità in cui il ventre femminile muta da rifugio biologico ad ambiente, viene scardinato il binomio si/no alla procreazione, e la maternità è descritta come una ‘cancellatura del sé’ che Livia, la protagonista, negozia attraverso la partecipazione a un progetto artistico di procreazione medicalmente assistita. In un’ottica psicoanalitica, Livia rifiuta di essere il calco del desiderio dell’Altro per farsi passaggio anonimo: una firma illeggibile di artista che garantisce la persistenza della specie senza soccombere alla fusione identitaria. 

In questo primo romanzo, la lingua della Rovitto ci è parsa di un realismo anatomico che non arretra davanti al dettaglio scabro dei corpi e della memoria. La sua sintassi procede per sottrazioni, mescolando il lessico scientifico con il mito e la storia dei luoghi e delle persone. I lettori de Il randagio saranno attratti da una scrittura densa che vuole testimoniare e non solo piacere in cui ogni frase, scolpita sulla pagina, lascia un’impronta che è essa stessa un calco emotivo. L’aneddoto dei calchi è un romanzo che non indulge in consolazioni per il lettore, anzi lo prende per mano e lo accompagna a scavare archeologicamente nelle memorie e a incarnare l’arte. Maria Teresa Rovitto e TerraRossa ci consegnano un’opera necessaria per questi nostri tempi dove la letteratura torna a essere un atto performativo pericoloso e vitale. È un libro che non si legge soltanto: lo si abita come una cavità, lasciando che siano le sue parole a prendere il calco dei nostri silenzi. In un tempo che insegue rammendi impossibili, la Rovitto ha il coraggio di usare aghi spuntati, dando valore identitario alle scuciture e alla bellezza della separazione. Una nuova, brillante voce nel panorama letterario contemporaneo. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare