Lev Tolstoj: “Resurrezione”, di Lavinia Capogna

Il passato che ritorna

È un giorno di primavera degli anni ’80 del 1800 quando il principe Dmitrij Ivanovič Nechljudov deve recarsi, per un dovere civico, in un tribunale come giurato ad un processo. Si trova in una città russa dove possiede una grande villa. 

È un ragazzo raffinato sui trent’anni. Alcuni anni prima aveva distribuito le terre ereditate dal padre ai contadini, aveva letto le idee degli economisti inglesi più avanzati (due elementi autobiografici), aveva vagheggiato di dipingere ma poi la carriera militare (era un tenente nell’esclusivo corpo di nobili della Guardia dello Zar) lo aveva velocemente corrotto.

Aveva rinunciato ai suoi progetti idealistici per diventare come gli altri, andare ai ricevimenti, bere, avere relazioni sociali superficiali, flirt senza importanza.

Il conformismo era la colpa di Nechljudov e ne aveva fatto un uomo indeciso, insicuro.

Aveva una stanca relazione con una signora sposata e frequentava una ragazza nobile per sposarla anche se non ne era innamorato.

Al processo – che Tolstoj descrive magistralmente – con la sua prosaica burocrazia sono giudicati una cameriera, un cameriere e una prostituta accusati di aver derubato e ucciso in un albergo un ricco mercante.

Questo sordido fatto di cronaca nera non interessa per nulla Nechljudov finché egli non riconosce, costernato, nell’avvenente prostituta con i riccioli neri Katjuša.

È il passato che ritorna. 

Figlia di una serva, la classe sociale più in basso, e di uno zingaro di passaggio in una cittadina rurale Katjuša era stata “adottata” da neonata da due principesse nubili, le zie di Nechljudov. Una, di buon cuore, aveva educato la bambina. Katjuša sapeva leggere, parlare in francese (la lingua dell’aristocrazia e della borghesia nel 1800) e aveva un’anima limpida. 

Un giorno era giunto il giovane Nechljudov. Si erano reciprocamente innamorati. Lui era timido, lei ingenua e il loro sentimento era rimasto un dolce amore vagheggiato e non detto.

Due anni dopo, lui, ormai cambiato dalla società e dalla vita militare, era ritornato.

Prima di partire era stato assai insistente con Katjuša. Lei lo aveva respinto ma non decisamente, tuttavia non era preparata emotivamente e lui non l’aveva rispettata pur non avendola aggredita: avevano trascorso la notte insieme e al mattino lui le aveva dato 100 rubli perché “così fanno tutti” prima di andarsene per sempre.

Umiliata, disperata per l’abbandono, lei aveva scoperto cinque mesi dopo di essere incinta, era stata cacciata dalle zie, il neonato era stato mandato in un orfanotrofio – Tolstoj raccontava quello che accadeva sovente al tempo senza nessuna inflessione retorica.

Katjuša aveva inoltre perso ogni fiducia negli esseri umani, era diventata l’amante di uno scrittore che seppure più colto non era migliore degli altri che la circuivano perché assai attraente. 

Assunta in alcune case come lavorante era stata aggredita dai datori di lavoro, insultata dalle loro mogli e, convinta da una danarosa donna equivoca, era entrata come prostituta nella sua casa chiusa gestita dallo stato.

Aveva guadagnato bene, acquistato begli abiti ma aveva incominciato a bere per dimenticare la sua infelicità. 

Questo incontro da lontano (Katjuša non fa caso ai giurati e viene condannata a quattro anni di lavori forzati nonostante sia innocente) provocherà una grande crisi in Nechljudov, un sincero desiderio di riparare alla sua colpa e di essere perdonato da lei, di aiutarla ma Katjuša non reagirà come si potrebbe credere.

Questo è in sintesi l’esordio di “Resurrezione” (Воскресенье, Voskresen’e) che Lev Tolstoj scrisse a 71 anni nel 1888 dopo capolavori come “Guerra e pace” (1867), “Anna Karenina” (1877), racconti lunghi come “La felicità familiare”, “La morte di Ivan Il’ič”, il singolare “La sonata a Kreutzer” e altri, tutti meravigliosi.

Il capitolo VI della terza parte del libro con il dolce rivoluzionario socialista Kryl’cov, gravemente ammalato, che racconta la vicenda del polacco biondo e fiducioso e del ragazzino ebreo è un capolavoro come quello di Pierre che conforta Natascia dopo il suo sventato piano di fuga in “Guerra e pace” o il finale di “Anna Karenina”.

Nel 1883, in fin di vita in Francia, lo scrittore Ivan Sergeevič Turgenev aveva inviato una preghiera a Tolstoj: di tornare a scrivere romanzi dopo la grande crisi che lo aveva colpito a 41 anni.

Il conte Tolstoj nato in una famiglia di antica nobiltà ma in disgrazia economica, ex militare disciplinato, appassionato di pedagogia, sposato in un matrimonio con luci e ombre con Sòf’ja Bers, figlia del medico dello zar, molto più giovane di lui e madre di dieci figli, scrittore di grande talento ma uomo semplice, alla mano, aveva avuto come Nechljudov una grande crisi ancora oggi in parte misteriosa.

A 41 anni alla fine dell’estate del 1869 aveva pernottato, durante un viaggio, in una locanda di una cittadina, Arzamas. Non si sa che cosa sia accaduto ma quella notte fu decisiva per il suo cambiamento spirituale e mentale. Egli stava attraversando una grande crisi esistenziale già da un po’ di tempo. 

Su di essa avrebbe scritto il racconto, pubblicato postumo, “Memorie di un pazzo”.

Il cambiamento fu un totale rifiuto della sua vita precedente: in realtà egli era stato un buon marito seppure infedele, un buon padre affettuoso seppure fosse stata principalmente la moglie ad occuparsi dei figli, aveva scritto molto, aveva avuto un grande successo, era diventato molto ricco ma era insoddisfatto.

Così Tolstoj, ex militare di alto grado dell’impero russo, divenne il più grande pacifista e sostenitore della non violenza del suo tempo. 

Divenne veramente cristiano, rilesse accuratamente i Vangeli. La Chiesa ortodossa lo avrebbe scomunicato per due capitoli che denunciano vigorosamente l’ipocrisia chiesastica proprio in “Resurrezione” e non è stato ancora riabilitato. 

Smise di andare a caccia, divenne vegetariano, abbandonò il tabacco, desiderò raggiungere la castità nonostante avesse solo una quarantina d’anni.

Abbandonò anche i vestiti borghesi per un camiciotto da contadino e spesso venne scambiato per uno di loro.

Nei suoi “Diari” Tolstoj definì, ingiustamente, i suoi capolavori precedenti “sciocchezze” anche se gli erano costati anni ed anni di lavoro e sua moglie li aveva più volte ricopiati a mano in bella calligrafia per proporli agli editori (solo “Anna Karenina” ben sette volte!).

Il passato che ritorna aveva atteso forse anche Tolstoj nella desolata locanda di Arzamas come era accaduto a Nechljudov?

Ma per iniziare una nuova vita (quella che Levin di “Anna Karerina” e Pierre Bezuchov di “Guerra e pace” avevano tanto desiderato) Nechljudov dovrà scendere all’inferno con Katjuša.

È interessante notare come in questa parte del libro sia Katjuša ad essere in gran parte cattiva verso di lui e lui non se ne renda conto.

Sono straordinarie le descrizioni del carcere, dello sconvolgente contrasto tra la ricchezza dell’aristocrazia e la povertà del popolo, tra la violenza bruta dei militari e la mitezza luminosa dei socialisti utopisti (come li avrebbe chiamati, un po’ frettolosamente, Karl Marx e che non erano come i nichilisti che Dostoevskij aveva negativamente descritto nel 1872 nel romanzo “I Demoni”)

“Resurrezione” è un affresco senza sconti del tempo dello zarismo descritto con un pathos tutto tolstojano con qualche eco di Victor Hugo e Charles Dickens.

Sono raffinatissime le accurate descrizioni degli stati d’animo dei personaggi come sempre in Tolstoj, personaggi mai scontati ma sempre variegati, mai solo buoni o solo cattivi.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Lascia un commento