LEGGERE GEREMIA DI STEFAN ZWEIG, OGGI
Stefan Zweig non è mai stato uno scrittore di nicchia. Occuparsi di lui rischia di suscitare ancora oggi, forse anche per questo, quantomeno un’inarcatura di sopracciglio da parte dei germanisti più arcigni e intransigenti. Eppure, Zweig non è stato solo uno scrittore, e probabilmente, tra l’altro, la penna di lingua tedesca più letta del suo tempo, subito dopo quella di Thomas Mann. Egli è stato un intellettuale ebreo austriaco sensibile a tematiche di urgenza politica e sociale. In primo luogo, l’orrore della Prima guerra mondiale, che Zweig seppe cogliere non solo come evento storico, ma come crisi morale e spirituale dell’Europa.
Leggere Stefan Zweig significa immergersi nella Vienna della Belle Époque, un mondo fatto di caffè e avanguardie, una città dove positivismo e neoromanticismo, un imperatore senescente dai proverbiali favoriti e un movimento di giovani scrittori e artisti chiamato Wiener Moderne convivono fianco a fianco, non sempre senza margini di frizione, in un equilibrio tanto fragile quanto fecondo. Emancipazione e nevrosi, pluralità di lingue e forme di vita e un serpeggiante antisemitismo convivono sotto lo stesso cielo. In questa città, vibrante di paradossi, e proprio per questo, forse, dallo charme inesauribile, si muovono figure come Sigmund Freud e Ludwig Wittgenstein, Gustav Klimt e Arnold Schönberg, Martin Buber e Hugo von Hofmannsthal, e, naturalmente proprio lui, Stefan Zweig.
Studiare Stefan Zweig ci conduce non solo in Austria, ma anche nel cuore delle contraddizioni della condizione ebraica all’albeggiare del Ventesimo secolo. Il suo è un ebraismo cosmopolita e liberale, incentrato non sul culto di Dio, né su quello dello Stato, ma che trova invece il proprio baricentro nella piena accettazione della diaspora. Nella condizione post-esilica, Zweig non scorge un triste destino da cui affrancarsi, attraverso il sionismo, oppure mediante l’assimilazione. La diaspora diventa piuttosto, per lui, l’epicentro di un ebraismo vissuto come possibilità di fratellanza universale, sita aldilà di qualsivoglia appartenenza nazionale: un umanesimo senza limiti o confini, per molti versi profondamente illuminista, il cui esito più coerente è, negli anni del Primo conflitto mondiale, la scelta del pacifismo.

Il pacifismo di Zweig emerge con massima forza dirompente nel dramma teatrale Geremia, recentemente e meritoriamente tradotto da Diana Battisti, in un’edizione corredata da due autorevoli saggi firmati da Arturo Larcati e Irene Kajon. Non stupisce che il testo fosse stato composto mentre la Grande guerra insanguinava l’Europa, per la precisione tra la primavera del 1915 e l’autunno del 1917. Il suo protagonista è l’archetipo del profeta veterotestamentario. Geremia è un uomo che nulla possiede se non la voce divina che, invasandolo di un entusiasmo sconcertante e destabilizzante, fa di lui uno strenuo oppositore di ogni forma di idolatria. Con indomita energia, Geremia si contrappone tanto ai potenti più superbi quanto alle masse più volubili. Rifiuta con sdegno onori e conforti di questo mondo. La sua unica arma è la parola, la sua unica forza la fede. Con quel coraggio della verità che ha nome parresia, egli si scaglia indefesso contro il culto dello Stato, il cui esito, egli sa, è sempre e solo la guerra. Così, Geremia cerca a più riprese di dissuadere il sovrano Sedecia dal suo fervore bellicista, che si concretizzerà in una evanescente e catastrofica alleanza con l’Egitto. E con parole durissime egli rigetterà l’idea di guerra santa propagata dal sommo sacerdote Anania, contrapponendovi, con impareggiabile risolutezza, la nozione di sacralità della vita, di ogni vita.
Naturalmente, una simile voce non è gradita. L’esortazione alla pace viene fraintesa in presagio di sventura, quando non in aperto disfattismo. Persino la madre ripudia e maledice Geremia. Egli si dà interamente alla causa della pace, senza trattenere nulla di sé o per sé, offrendosi senza riserva alcuna. Il profeta viene disprezzato, deriso, scacciato, imprigionato. Ma egli nulla teme. Il suo io non è “suo”. Geremia è ricettacolo del divino, e serenamente sa che niente di questo mondo gli appartiene. Non si tratta, tuttavia, di affermare solamente lo spossessamento dell’ego. Anche nozioni come popolo, nazione, Stato, se viste nella prospettiva profetica di Geremia, divengono vacui e perniciosi idoli, venerati all’interno di una concezione antropocentrica dell’esistenza, dove l’avidità di potere non lascia spazio al Divino – e con ciò, nemmeno all’Umano. Non stupisce allora che, come spesso accade a chi cerca di porre un freno alla deificazione di sé e del proprio gruppo, Geremia venga accusato di tradimento, e vessato quindi da sofferenze tanto atroci quanto immeritate.
L’uomo dello spirito è tale, ci insegna Zweig, nella misura in cui sfida ogni identità particolarista, politica o religiosa essa sia. Geremia parla in nome di Dio, ovvero, il che è lo stesso, dal punto di vista di una pace messianica. Questo significa pensare e agire in nome di un’umanità intera, non soggetta a partizioni di nessuna natura, in cui non esistono più “noi” contro “loro”. Geremia si pone dal punto di vista, tutto a venire, della riconciliazione. Che il suo messaggio sia non solo importante, ma terribilmente urgente, per noi, che siamo appena entrati nel secondo quarto del XXI secolo, in un’epoca in cui la pulsione dicotomica è diventata dapprima polarizzazione, e quindi guerra planetaria su più fronti, è sotto gli occhi di ciascuno.
Francesco Ferrari

Francesco Ferrari è ricercatore e docente presso l’Università Friedrich Schiller di Jena; è coordinatore dello Jena Center for Reconciliation Studies; è autore di tre monografie dedicate al pensiero di Martin Buber e di vari saggi su e traduzioni di autori della filosofia e della cultura ebraica del XX secolo (tra cui Arendt, Buber, Derrida, Landauer, Scholem, Zweig); svolge attività di ricerca sul concetto di riconciliazione dopo Auschwitz, ed è editore dell’epistolario di Martin Buber nel progetto Buber-Korrespondenzen Digital.
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