Balletto drammatico, struggente e incantevole quello tratto da uno dei capolavori del romanzo russo: “Eugenij Onegin”, opera di Aleksandr Puskin che ha segnato una svolta decisiva nell’universo della letteratura russa del XIX secolo, tanto da essere definito “uno sparo nella notte” dalla critica moderna.
Iniziato da un giovane scrittore definito “l’ enfant prodige della poesia” nel 1823, il romanzo in versi fu pubblicato dieci anni dopo da colui che nel frattempo era diventato uno scrittore maturo e di successo.
Eugenij Onegin è la storia di uno spreco, di una storia d’amore mancata, un lieto fine negato, diventato poi modello del grande romanzo realistico russo. Il personaggio principale dà il titolo all’opera che nei suoi otto capitoli narra la storia di un tipico dandy dell’Impero zarista, scettico e disilluso, cinico e annoiato dalla sua vita oziosa. Viziato e vanesio solo apparentemente, perché in realtà il suo atteggiamento beffardo cela un profondo dolore esistenziale. Ricco giovin signore di città, in occasione di una vacanza nella sua tenuta di campagna conosce il poeta Lensky, romantico e idealista, fidanzato con Olga, che si dimostra subito gentile e generoso con lui e lo invita ad accompagnarlo ad un ricevimento a casa della fidanzata. Là Onegin incontra la sorella di Olga, Tatiana, che si innamora a prima vista di lui, affascinante sconosciuto, tanto da scrivergli una lettera in cui gli dichiara il suo amore. L’arroganza porta Onegin ad essere persino sgarbato; non solo strappa la lettera della ragazza davanti a lei, ma comincia persino a flirtare con Olga, dando un grosso dispiacere sia a Tatiana che a Lensky. Quest’ultimo, visibilmente infastidito, lo sfida a duello nonostante le due donne lo supplichino di rinunciarvi, e viene ucciso. Alcuni anni dopo Onegin ad un ricevimento incontra per caso Tatiana, che nel frattempo ha sposato un principe ed è diventata un’elegante nobildonna di città. Il suo nuovo fascino provoca molti rimpianti a Onegin, che si rende conto dell’errore commesso quando la rifiutò e trova il modo di confessarle il suo amore sperando di poterla recuperare, ma è troppo tardi. Tatiana, sebbene, in segreto, ancora innamorata di lui, preferisce restare fedele a suo marito. Stavolta sarà lei a strappare la lettera che Eugenij, pentito, le aveva scritto e gli ordina di andarsene per sempre.
Una personalità distruttiva quella del protagonista, che lo porta a rifiutare prima l’amore di Tatiana, poi l’amicizia sincera del fedele Lensky. Un male di vivere insanabile che lo condanna all’eterna infelicità. La sensibilità ancora tipicamente romantica, in queste pagine si apre ad un profondo realismo, offrendo al lettore un affresco straordinario dell’epoca di Puskin con i suoi ideali, conflitti e pregiudizi, e mostrando l’evoluzione del pensiero dell’autore durante gli otto anni di stesura del poema/romanzo. In virtù di queste peculiari caratteristiche, Il critico Belinskij definì l’Onegin “un’enciclopedia della vita russa”. Lo stile innovativo e multiforme di Puskin dà inoltre una forte connotazione alla lingua, che dispiega, forse per la prima volta, le sue infinite capacità espressive, tanto da fargli meritare il titolo di fondatore della lingua letteraria russa contemporanea.
Sebbene postumo, il successo del romanzo fu tale da ispirare un’opera lirica che fu commissionata a Tchajkovskij nel 1877 e, a distanza di circa un secolo, un balletto, capolavoro di John Cranko, considerato tuttora uno dei più struggenti della storia della danza. Il grande coreografo sudafricano fu incaricato di curare le coreografie per l’allestimento dell’opera “Onegin” nel 1952 a Londra. Innamoratosi della storia, propose di crearne un balletto, ma la sua proposta non fu accettata. Cranko non abbandonò il suo progetto e, dopo essere stato nominato coreografo del balletto di Stoccarda, tornò a lavorarci chiedendo al direttore d’orchestra Heinz Stolze di arrangiarne la musica. Stolze usò vari pezzi di Tchaikovskij ma nessuno tratto dall’opera; il risultato fu sorprendente e il balletto andò in scena per la prima volta, a Stoccarda, nel 1965. Migliorato e arricchito, fu rappresentato a New York nel 1969 nella versione definitiva, quella che è entrata nel repertorio della danza classica come uno degli esempi più riusciti di balletto drammatico, ed ebbe un successo straordinario.
Appena andato in scena al teatro dell’Opera di Roma, il balletto “Onegin” non ha tradito le aspettative di un pubblico esigente e preparato. Con la supervisione coreografica di Reid Anderson, assistito da Yseult Lendvai, il balletto in tre atti e sei quadri ha permesso di esaltare le peculiarità interpretative del corpo di ballo nelle danze d’insieme e degli interpreti principali. La prima ha visto protagonisti l’étoile scaligera Nicoletta Manni nel ruolo di Tatiana, Friedman Vogel, étoile del balletto di Stoccarda nel ruolo di Onegin, e Susanna Salvi e Alessio Rezza, dell’Opera di Roma, nei ruoli rispettivi di Olga e Lenskij. Nelle recite successive gli interpreti sono stati le étoiles di casa. Particolarmente rilevante lo struggente passo a due del terzo atto, in cui Rebecca Bianchi e Claudio Cocino hanno strappato applausi a scena aperta e ovazioni del pubblico a conclusione dello spettacolo per la potenza drammatica e la forza realistica della loro interpretazione. Le due étoiles dell’Opera hanno saputo coniugare perfettamente espressività e perfezione tecnica, regalando agli spettatori commossi quelle emozioni uniche tipiche del genere.
Nel prossimo mese di giugno, il balletto “Onegin” sarà rappresentato al San Carlo di Napoli.
Serena Cirillo
Serena Cirillo: già consulente per la comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli. Giornalista pubblicista, traduttrice, scrittrice, ghost writer. Laureata in lingue e letteratura, specializzata in didattica della lingua italiana agli stranieri. Esperta di letteratura, arte e spettacolo; scrive, anzi narra, di teatro, musica, arti figurative e soprattutto di balletto classico. Ha pubblicato racconti in antologie e ha in cantiere un romanzo ambientato nel mondo della danza. Scrive sulla pagina culturale del quotidiano Cityweek e della rivista Le Sociologie
Io non so che significhi vivere con un DCA (disturbo del comportamento alimentare), ma so che vuol dire convivere con una persona che l’ha avuto. Non voglio appropriarmi di un disturbo, nè sostituirmi alla narrazione di questo, ma il libro di cui vi parlerò mi ha restituito dei ricordi molto intensi a riguardo. Credetemi quando vi dico che è realmente così come scrive Melissa Broder.
Mettetevi comodi, questo libro è di una densità emotiva stravolgente.
Rachel, protagonista del romanzo, ha solo 25 anni e vive calcolando ossessivamente le calorie di ciò che ingerisce, ignora lo stimolo della fame, salta le pause caffè con i colleghi pur di non cedere al bisogno primario di nutrirsi. Ogni mattina fa colazione con una gomma alla nicotina e non si concede altro almeno fino a metà mattinata quando sgranocchia una barretta dietetica seduta alla scrivania del suo ufficio.
E così fino all’ora di pranzo. Le sue giornate sono scandite da una serie di conti: conta le calorie ingerite, conta le giornate che trascorrono tra un “pasto” e un altro, conta quando dovrà recarsi in palestra (spoiler non troppo spoiler: si reca ogni giorno), conta quando deve recarsi da “Yo!Good”, un locale che serve frozen yogurt ipocalorici e conta quando tornerà ad esibirsi sul palco.
Si, perché oltre a vivere a Los Angeles e lavorare come agente in un’agenzia per lo spettacolo che non la gratifica molto, ogni giovedì sera si esibisce come stand – up comedian.
Ma è proprio nella yougurteria che incontrerà e si innamorerà di Mirian, una commessa coetanea ebrea ortodossa, bionda e obesa, espansiva e invadente che le proporrà, mettendola in difficoltà, porzioni esagerate di yogurt con diversi tipi di topping.
“E soprattutto era grassa: innegabilmente, incontrovertibilmente grassa. Non era robusta, formosa o paffuta. Era più che carnosa, eclissava l’idea di robustezza. Era proprio grassa, come io non riuscivo a immaginarmi nemmeno nei miei incubi peggiori. Ma sembrava ignorarlo o fregarsene alla grande.”
Miriam ha una modalità disinteressata e disinibita nei confronti delle abbuffate e man mano che si conoscono, passano dal frozen yougurt, alla cena cinese fin quando Rachel comincia a mangiare spropositamente. Non riuscirà più ad avere il controllo sul cibo.
“Sgranocchiavo, succhiavo, scioglievo, ripulivo tutto con la lingua in preda all’estasi – solido e soffice, dolce e dolcissimo – in un prisma di bellezza al tempo stesso terrena e divina, mentre, ancorata al suolo, non ero altro che una bocca e una lingua giganti, e mangiavo e mangiavo per il puro e semplice piacere di mangiare.”
Miriam conduce Rachel in una spirale di nuove esplorazioni attraverso il cibo, il gusto e il piacere. Ma non solo: la invita a casa per la cena dello Shabbat dove la sua famiglia diventa un teatro di scontro sui grandi temi della religione e dell’occupazione israeliana della Palestina.
Per Rachel diventa tutto collegato e proporzionale: aumenta l’appetito e aumenta anche il desiderio sessuale. Rachel è in balia dell’erotismo, alterna fantasie sessuali a dir poco freudiane (qui è anche coinvolto il rapporto con sua madre), a scenari in cui immagina di fare sesso con donne che mangia, lecca, penetra, morde e fa bagnare.
Rachel annusa queste donne, annusa i loro odori e le loro secrezioni.
Ma parallelamente a questa storia, si svela senza troppo mistero, il rapporto complicato di Rachel con i suoi genitori, in particolare con la madre.
Se a un certo punto Rachel aveva iniziato a riconoscere il principio di un disturbo alimentare, verbalizzandolo in una conversazione con la madre, quest’ultima le aveva risposto che non poteva essere: le anoressiche sono molto più magre di così.
La madre di Rachel non appare come una donna cattiva, ma nonostante ciò svuota la figlia sia mentalmente sia fisicamente, tanto da indurla ad andare da una terapeuta per cercare di risolvere i suoi problemi.
“Affamata” è un libro che spinge i lettori e le lettrici ad esplorare la fragilità e le contraddizioni dell’esperienza umana.
Melissa Broder affronta temi come l’ansia, la solitudine, il sesso con uno stile diretto, crudo e ironico che non teme di esplorare la sofferenza e le difficoltà dell’essere umano.
Le tematiche dell’autoindulgenza, della solitudine, del desiderio di connessione e di lotta, rendono il libro contemporaneamente tragico ed ironico spingendo la lettura a volte verso il grottesco e a volte verso la ricerca di sé.
“Affamata” è il libro perfetto per chi è disposto ad immergersi in una vulnerabilità umana, emotiva e piena di autoironia.
Francesca Sorge
Francesca Sorge: pedagogista intersezionale e supervisora educativa. Lavoro come responsabile di comunità per minori stranieri non accompagnati. Femminista convinta e attivista per i diritti lgbtqia+. Presidente del circolo (H)astarci di Trani
La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimanala nostra Anne ci propone il rotolo al tè verde ispirato a “Kitchen”, il primo e più famoso romanzo della scrittrice giapponese Banana Yoshimoto. Scritto nel 1988, il romanzo ha per protagonista Mikage Sakurai, che, dopo aver perso la nonna, l’ultima persona cara che le resta al mondo, si rintana in cucina. Dice: “«Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina. Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano».
*** IL ROTOLO AL TE VERDE DI BANANA YOSHIMOTO ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
“Feci un sogno.
Stavo pulendo il lavandino della casa che avevo lasciato quel giorno.
La cosa da cui mi dispiaceva di più staccarmi era il colore verde chiaro del pavimento.
Era un colore che odiavo quando abitavo lì, ora che dovevo andarmene mi era carissimo.
La casa era svuotata, negli scaffali e sul carrello non rimaneva più niente […]
A un certo punto mi accorsi che dietro di me c’era Yuichi con uno straccio in mano che puliva il pavimento. Vederlo mi diede sollievo.
“Dài, fermati un po’ che facciamo un tè” dissi io. La mia voce echeggiava nella casa vuota. Avevo l’impressione che fosse grande, grandissima.
“Okay,” disse Yuichi sollevando la testa. […]
“E così questa era la tua cucina. Non era niente male!” disse, mentre beveva il tè […] seduto per terra su un cuscino.
“Sì, è vero,” dissi. […]
Tutto era tranquillo come in una campana di vetro. “
Ricette Letterarie: il rotolo al tè verde di Banana Yoshimoto
Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.
ROTOLO AL TE MATCHA
INGREDIENTI
Per il rotolo:
4 uova taglia M
90g zucchero bianco semolato fino
70g farina bianca per dolci
4g lievito per dolci
10g tè matcha in polvere
20g latte o bevanda vegetale
20g olio di semi di girasole
Per la farcitura:
250g panna fresca da montare (non zuccherata)
25g zucchero a velo
3g di tè Macha in polvere
80g lamponi freschi (o fragole tagliate a cubetti)
Q.b. cocco disidratato
PROCEDIMENTO
Per il rotolo:
In una ciotola setaccia la farina, il lievito e il tè Matcha.
In un’altra ciotola, monta le uova con lo dello zucchero (utilizzando un frustino elettrico) fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Quando il composto è montato aggiungi l’olio e il latte e amalgama bene.
Aggiungi le polveri alla montata di uova aggiungendole in tre volte e mescolando con una spatola dal basso verso l’alto per non smontare il composto.
Versa in una teglia rettangolare (circa 30×40 cm) rivestita con carta forno e livella la superficie della pastella.
Cuoci per 12 minuti in forno caldo a 180°C fin quando la superficie del dolce è leggermente dorata e soffice al tatto.
Estrai dal forno e lascialo raffreddare leggermente, poi capovolgilo su un altro foglio di carta forno e arrotolalo. Metti da parte.
Per la farcitura:
Monta la panna con lo zucchero finché non è soda ma soffice.
Mettine da parte 1/3 da spalmare sul rotolo (coperta in frigorifero), poi mescola la restante con il tè Matcha setacciato.
Per finire:
Srotola la base ormai fredda e spalmavi sopra la panna al tè Matcha. Distribuisci sopra i lamponi e i fiocchi di cocco disidratato.
Arrotola nuovamente la base (dalla parte più lunga del rettangolo) e avvolgila nella pellicola trasparente. Riponi in frigorifero o in congelatore per almeno due ore.
Servizio
Spalma la superficie del rotolo con la panna montata tenuta da parta e decorala con una pioggia di cocco disidratato. Conserva in frigorifero fino al servizio.
Il protagonista del racconto L’avventura di un fotografo,scritto da Italo Calvino nel 1955 e poi inserito nel volume Gli amori difficili del 1958, è Antonino Paraggi, un impiegato che esplica “mansioni esecutive nei servizi distributivi d’un’impresa produttiva”. A ridosso dei trent’anni, Antonino avverte un forte senso di isolamento perché tutti i suoi amici, uno dopo l’altro, si sono sposati e hanno cominciato a fare figli mentre lui è ancora scapolo e non sembra intenzionato a trovare una moglie. Ma c’è dell’altro. Gli amici sposati, come molti a quel tempo, sono stati contagiati da un morbo inguaribile: la sindrome della fotografia. Fanno parte di un vero e proprio esercito di dilettanti dell’obiettivo che condividono la passione fotografica, si scambiano opinioni sulle foto realizzate e non perdono occasione di vantarsi dei progressi raggiunti da attribuire soprattutto alle loro abilità tecniche e artistiche o, in qualche caso, alla bontà dell’apparecchio che hanno acquistato. Dopo aver fotografato tutto quello che c’è da fotografare, attendono con ansia di vedere le loro foto sviluppate e solo quando le hanno davanti prendono possesso della realtà fotografata e, ai loro occhi, le immagini catturate acquistano “l’irrevocabilità di ciò che è stato e non può più essere messo in dubbio. Il resto anneghi pure nell’ombra insicura del ricordo”.
Antonino Paraggi ha la vocazione del filosofo. Vuole capire, sdipanare “il filo delle ragioni generali dai garbugli particolari” e si interroga continuamente sull’essenza dell’uomo fotografico. Molto presto si convince che l’ossessione per la fotografia è un “fisiologico effetto secondario della paternità”. Come già detto, i suoi amici sono genitori novelli e uno dei primi istinti dei genitori, dopo aver messo al mondo un figlio, è quello di fotografarlo. Ma c’è un problema: i bambini crescono in fretta e, di conseguenza, bisogna fotografarli continuamente, non ci si può fermare perché “nulla è più labile e irricordabile d’un infante di sei mesi, presto cancellato e sostituito da quello di otto mesi e poi d’un anno” e poi… Seguire la crescita dei propri figli continuando a scattare fotografie diventa, per i genitori, un’ossessione pericolosa che, sostiene Antonino, li porterà inevitabilmente e inesorabilmente, alla follia. Riflessioni profetiche quelle di Paraggi: il “filosofo”, mentre si diverte con le sue elucubrazioni, non può immaginare che, come vedremo presto, chi corre il pericolo maggiore è proprio lui, lo scapolo”.
Nonostante le sue perplessità sui suoi amici fotografi, Antonino continua a frequentarli e partecipa alle gite fuori porta che vengono organizzate nei fine settimana. È un modo per vincere il senso di isolamento che lo pervade ma anche per continuare a esercitare il ruolo di osservatore critico che il protagonista del racconto si è attribuito. Nel corso di quelle escursioni, come possiamo facilmente immaginare, si scattano fotografie. Vengono immortalati i paesaggi naturali, montani o marini, ma, presto o tardi, arriva il momento della foto di gruppo, familiare o interfamiliare che sia. Chi viene chiamato a scattare queste foto? Antonino Paraggi, naturalmente, che, suo malgrado, si trova a svolgere il ruolo di fotografo. Come è facile immaginare, uno come Antonino non può essere un fotografo come tutti gli altri. Quando si trova tra le mani l’apparecchio fotografico, quasi istintivamente, invece di eseguire il compito assegnato, punta l’obiettivo per “catturare alberature d’imbarcazioni o guglie di campanili, o decapitare nonni e zii”. Gli amici, infastiditi, lo accusano di farlo apposta, di volere essere a tutti i costi originale. Ma non è così. Antonino si difende dalle accuse che gli vengono rivolte dicendo che lui vuole soltanto “servirsi della sua momentanea posizione di privilegio per ammonire fotografi e fotografati sul significato dei loro atti” perché, da quando ha cominciato a utilizzare la macchina fotografica, le sue acute riflessioni si arricchiscono di nuovi elementi e di nuove domande. Decidiamo di fotografare qualcosa perché ci sembra bello o la realtà ci appare bella perché è stata fotografata? E, rivolto ai suoi amici sempre più perplessi, afferma: “Basta che cominciate a dire di qualcosa: «Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!» e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografatile ogni momento della propria via. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia”. Anche quando gli amici non lo ascoltano più e lo considerano solo un rompiscatole, Antonino non demorde e continua con i suoi sermoni. Arriva a sostenere che chi decide di fotografare non può e non deve esercitare nessuna scelta. Dice che se lui si mettesse a fare fotografie, catturerebbe tutto, ogni attimo del soggetto fotografato, che il vero fotografo è colui che scatta almeno una foto al minuto. In caso contrario si cade inevitabilmente nella mediocrità perché la vera arte fotografica non può escludere i contrasti drammatici. Se si sceglie l’idillio, la consolazione, l’assenza di drammaticità, come fanno la maggior parte dei fotografi dilettanti, si evita la follia ma si piomba nell’ebetudine.
Nonostante la sua ostilità nei confronti della fotografia, Antonino Paraggi ha acquisito una certa dimestichezza con mirini ed esposimetri e, nel corso di una gita al mare, Bice e Lydia, due ragazze aggregate alla comitiva, gli chiedono di scattare delle istantanee che le ritraggano mentre giocano a palla sulla riva del mare. Accetta di fare le foto ma non può rinunciare alla sua vocazione di filosofo. Spiega alle ragazze la sua teoria sulle istantanee affermando che la foto spontanea, contrariamente a quello che tutti pensano, allontana il presente e assume subito un carattere nostalgico, “di gioia fuggita sull’ala del tempo”. Quando le foto verranno sviluppate, le ragazze restano colpite dal risultato. Antonino Paraggi, che gli piaccia o no, è diventato un bravo fotografo e, quando Bice gli chiede se ha voglia di scattare altre foto per loro due, accetta a una condizione: non devono essere istantanee ma foto in posa, come si facevano una volta quando le fotografie ufficiali, matrimoniali, scolastiche davano “il senso di quanto ogni ruolo o istituzione aveva in sé di serio e d’importante ma anche di falso e di forzato, d’autoritario, di gerarchico”. Insomma, secondo Antonino, ogni fotografia deve rendere espliciti i rapporti sociali invece di rimuoverli come avviene molto spesso nella pratica fotografica comune. Il “filosofo” scettico e critico sulla fotografia, accettando la sollecitazione di Bice, ha preso una decisione importante: la sua polemica antifotografica può “essere condotta solo dall’interno della scatola nera, contrapponendo fotografia a fotografia”. In Antonino è avvenuto un cambiamento irreversibile di cui egli stesso non è consapevole fino in fondo. Per adesso ha una sola certezza: per scattare foto in posa alla vecchia maniera, le uniche che lo interessano, è necessario dotarsi degli strumenti adeguati. Dopo lunghe ricerche tra i rigattieri della città, accompagnato da Bice e Lydia sempre più incuriosite, riesce a procurarsi una vecchia macchina a cassetta con scatto a pera completa di lastre. In una stanza del suo appartamento allestisce il suo laboratorio fotografico e invita le due ragazze a posare per lui, per fare delle foto coerenti con la sua “filosofia”. Lydia è diffidente e declina l’invito. Bice, al contrario, aderisce con entusiasmo. Si presenta il giorno dopo a casa di Antonino e diventa la sua modella. Con una docilità inattesa, si presta a tutte le richieste del fotografo che, dopo i primi scatti, non è convinto. Prima ancora di sviluppare le lastre sente che non potrà essere soddisfatto del risultato e presto capisce il motivo della sua frustrazione. “C’erano molte fotografie di Bice possibili e molte Bice impossibili a fotografare, ma quello che lui cercava era la fotografia unica che contenesse le une e le altre”. La invita ad assumere le pose più st, la obbliga a travestirsi, a indossare i costumi più strani ma, nonostante Bice assecondi gli ordini di Antonino, lui continua a ripetere: “Non ti prendo, non riesco a prenderti”. L’atteggiamento autoritario del fotografo filosofo, gli ordini perentori che impartisce alla ragazza, mi fanno pensare quello che Susan Sontag, molti anni dopo la scrittura del racconto di Calvino, dirà a proposito del carattere predatorio dell’atto fotografico. “Fotografare significa appropiarsi della cosa che si fotografa. Significa stabilire con il mondo una relazione particolare che dà una sensazione di conoscenza, e quindi di potere. […] L’atto di fare fotografia ha qualcosa di predatorio. Fotografare una persona equivale a violarla, vedendola come essa non può mai vedersi, avendone una conoscenza che essa non può mai avere: equivale a trasformarla in oggetto che può essere simbolicamente posseduto” (Susan Sontag, Sulla fotografia). Antonino Paraggi vuole “prendere” Bice, desidera possederla attraverso l’apparecchio fotografico. Il suo desiderio di possesso è un’evidente sublimazione del desiderio sessuale. Riesce a possedere la ragazza solo attraverso il filtro della macchina evidenziando, con il suo comportamento pateticamente autoritario, il carattere patologico della relazione instaurata con la donna. Riuscirà a farla sua, a prenderla solo quando lei, stanca di travestirsi e di eseguire gli ordini di Antonino, si mostrerà nuda davanti all’obiettivo. “Ecco, ora sì, così va bene, ecco, ancora, così ti prendo bene, ancora” dice lui. Poi, finalmente pago, esce dal drappo nero che guarnisce il vecchio apparecchio e, quando si trova Bice senza abiti che aspetta, le ordina di rivestirsi. Lei è delusa e piange. Lui è euforico, ha fatto l’amore con lei fermando la sua immagine dopo aver schiacciato la piccola pera che apre l’otturatore e non ha nessun bisogno che il suo corpo si unisca a quello della ragazza. La macchina fotografica gli permette di vincere la paura che prova per il sesso, di amare Bice rimuovendo definitivamente il timore del contatto fisico. Scopre di essere innamorato di lei e, ora che “l’ha presa” una volta, il suo amore non può avere limiti. Il suo diventa un desiderio sfrenato, incontrollabile, deve “prenderla” a ogni ora del giorno e con il vecchio apparecchio fotografico non è possibile. Compra macchine più moderne, dispositivi per poterla fotografare anche di notte mentre dorme. Lei lo ama e si ostina a scambiare come atti d’amore le violenze fotografiche di Antonino. Nel suo laboratorio “pavesato di pellicole e provini Bice s’affacciava da tutti i fotogrammi, in tutti gli atteggiamenti gli scorci le fogge, messa in posa o colta a sua insaputa”. Antonino ha messo in discussione la sua teoria secondo la quale solo le foto in posa hanno un senso. È ritornato all’idea che solo fotografando ogni attimo della vita di Bice, solo esaurendo tutte le immagini possibili di lei, sarà possibile possederla completamente. E allora la segue di nascosto, la fotografa per strada, vuole “prenderla” quando lei non sa che c’è lui a fotografarla. Vuole immortalare l’inconsapevolezza di essere fotografata.
Quando Bice, esasperata da questa passione ossessiva, lo lascia, Antonino cade in una crisi depressiva. Ma non smette di fare fotografie. “Con la macchina appesa al collo, chiuso in casa, sprofondato in una poltrona, scattava compulsivamente con lo sguardo nel vuoto. Fotografava l’assenza di Bice: […] portaceneri pieni di mozziconi, un letto sfatto, una macchia d’umidità sul muro”. Decide di comporre un catalogo di tutto ciò che, normalmente, è refrattario alla fotografia. Poi osserva i giornali vecchi disseminati sul pavimento del suo appartamento che ormai è in uno stato di abbandono. Si mette a fotografare anche quelli e osserva le immagini di “cariche della polizia, auto carbonizzate, atleti in corsa, ministri, imputati”. Prova invidia per i fotoreporter impegnati a seguire quello che accade nel mondo e si chiede se sia il fotoreporter il vero antagonista del fotografo domenicale. Prigioniero della sua ossessione, comincia fare a pezzi tutte le foto presenti nella sua casa, con Bice o senza Bice, “a tagliuzzare la celluloide delle negative, a sfondare le diapositive”. Ammassa tutti i frammenti ricavati sui giornali stesi a terra. “La vera fotografia totale è un mucchio di frammenti d’immagini private, sullo sfondo sgualcito delle stragi e delle incoronazioni”. Questo è quello che pensa. Piega i lembi dei giornali e crea un enorme involto da buttare nella pattumiera. Ma, prima di farlo, decide di fotografarlo. Lascia il pacco un po’ aperto in modo che nella foto che avrebbe scattato sarebbero state riconoscibili “le immagini mezzo appallottolate e stracciate e nello stesso tempo si sentisse la loro irrealtà d’ombre di inchiostro casuali”. Mentre prepara il riflettore capisce che “fotografare fotografie” è l’unica via che gli resta, “la vera via che lui aveva oscuramente cercato fino allora”. Non c’è più antagonismo tra fotografo dilettante e fotografo professionista, tra la quotidianità delle foto di Bice e l’eccezionalità dei grandi eventi politici, tra ciò che è fotografabile e le immagini dell’assenza. Il fotografo dilettante e quello professionista producono entrambi materiali destinati a fondersi in un patchwork pronto a finire nell’immondizia.
Quando le immagini catturate dall’occhio fotografico si moltiplicano a dismisura, invadono la nostra esistenza, si mescolano e si sovrappongono come succede a ognuno di noi nella nostra vita quotidiana, ricordiamoci di Antonino Paraggi e della sua nevrosi paranoica perché, anche noi che viviamo nell’era della foto digitale, quando non avremo più nulla da fotografare, potremmo ridurci a “fotografare fotografie”.
Dino Montanino
Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali.
Mathias Enard: ‘’Disertare’’ (Edizioni e/o, 2025) di Claudio Musso
“Disertare” e “dissertare” sono le due parole che pervadono la narrazione dell’ultimo romanzo di Mathias Enard, una delle voci più originali della letteratura francese contemporanea, pubblicato da poche settimane dalle Edizioni e/o nella traduzione di Yasmina Melaouah.
La diserzione, prescindendo dal sinonimo di tradimento in uso nella semantica militaristica, assume spesso il significato, certo più ampio, di un passo indietro rispetto ad una situazione o una appartenenza precedente, di un sottrarsi a qualcosa che ora ci appare estraneo e straniante. Ma, a ben guardare, è anche un passo in avanti verso una nuova e diversa percezione di sé stessi, è un’aggiunta alla visione delle cose, un nuovo modo di osservare il nostro mutato posto nel mondo. E, una volta che abbiamo disertato, possiamo dissertare su ciò che ci siamo lasciati alle spalle, trovare nuove parole per il lessico con cui ci diremo domani oppure presentarci davanti a quello stesso domani afoni?
Enard in queste pagine innesta due storie parallele raccontate con due stili contrapposti. Priva di riferimenti temporali e spaziali, senza nomi di protagonisti e luoghi, amante dell’ombra e dei non detti, vergata da parole nette, quasi brusche, con una punteggiatura volutamente libera di posarsi su pagina a suo piacimento, la prima; puntualmente datata, riferibile a eventi della seconda metà del Novecento e fino ai giorni nostri, rigogliosa e intima nel raccontare gli eventi della Storia e le storie che restituiscono il quotidiano, con una narrazione documentale che si nutre di dialoghi, lettere, aneddoti, la seconda.
Da un lato c’è un uomo in fuga da quello che è stato, un soldato, ora un disertore, che, incalzato dall’angoscia e dal fiato del sangue delle vittime che si è lasciato alle spalle, percorre zone boschive non lontane dal mare come se fosse l’ultimo uomo rimasto sulla terra. La sua è una lunga via dell’eremitaggio per sfuggire alla sofferenza di chi sente ora la divisa stretta, quasi un sudario, per farla finita con quella lunga quaresima che è la guerra che l’ha trasfigurato. I luoghi che attraversa, dominati dal silenzio, sono quelli sommersi dell’infanzia, i ricordi si rincorrono, gli occhi ritrovano paesaggi familiari, ma deve nascondersi perché in paese sanno chi è, come lo sa il branco di cui faceva parte.
Egli respira a fondo il profumo di quelle terre e si concede un momento di requie: a poco a poco si libera del peso della memoria, si riappropria dell’uomo che ancora potrebbe essere. Nell’osservare poi che i frutti della natura sono ancora rigogliosi nonostante la guerra abbia creato solo ceneri, buio e assenza di presente, si rafforza sempre più in lui l’ipotesi di futuro e la possibilità, chissà come e quando, di ricominciare. Nella sua fuga incontra una donna con la testa rasata accompagnata da un asino piuttosto mal ridotto, due superstiti, in fondo, che la violenza degli uomini ha violato nella loro natura. I due non si parlano, si osservano con diffidenza, forse stavano su barricate opposte, sono due solitudini, marchiate nella carne, che si uniscono per raggiungere, entrambe, la frontiera.
Dall’altro lato c’è una figlia che ricostruisce la biografia personale e politica del padre, uno dei più celebri matematici della DDR che rimane fedele all’utopia socialista fino alla fine. Un uomo, ostinato come un assioma, che ha dato del ‘tu’ alla recente storia tedesca. Ha vissuto infatti sei anni di prigionia a Buchenwald sotto il nazismo, periodo nel quale ha composto un’opera tra disperazione storica e speranza nella matematica, è stato membro dell’apparato della DDR, pur non condividendone diversi risvolti, ha visto sfilacciarsi la famiglia con una moglie che sceglie l’Ovest e la partecipazione politica attiva nella socialdemocrazia di Willy Brandt, fino al crollo del Muro di Berlino e alla sparizione del proprio paese dalle cartine geografiche. Poi ci sono state le guerre jugoslave in una vertigine e in un’alternanza nella sua storia personale di guerre fredde e calde. Non ha tuttavia fatto in tempo a vedere l’invasione russa dell’Ucraina, chissà cosa avrebbe detto.
Per lui l’11 settembre 2001 si organizza, ma verrà bruscamente interrotta, una conferenza commemorativa che raccoglie i ricordi e le testimonianze di chi è stato suo compagno di prigionia, suo allievo e collega nella professione matematica. Un incontro che rivela un senso di precarietà, che fa riaffiorare detto e non detto su un uomo che, ad un certo punto della sua vita, diserta dal mondo prima rifugiandosi nell’astrazione della matematica poi, mentre torna la guerra e prende in una morsa l’Est Europa, decide di fuggire. Fallito il sogno socialista in un mondo migliore e constatata la facilità degli uomini a imbracciare le armi rivelando, in modo definitivo, che la pace è sempre uno stato di eccezione, si isola sulla costa catalana lasciando che il mare lo sommerga con le sue onde e i suoi oblii.
Il soldato e il matematico sono, a loro modo, dei disertori che dissertano sul pensarsi altrimenti. Il primo fino all’ultimo non si separa dal proprio fucile in un tempo rapace fino a quando non si convince a diventare, per così dire, un contrabbandiere, a portare oltre il confine una nuova idea di sé stesso e di mondo. E il ragionare sulle nuove possibilità del proprio io è un dialogo che avviene nella sua mente, con un finale aperto. Il secondo vive prima le diserzioni degli altri, della DDR che deforma gli ideali socialisti nel ghigno del regime, della presenza della moglie che, nonostante l’affetto, sceglie l’Ovest, e poi, legato a doppio filo alla sua matematica, stanco di congetture decide si sottrarsi al consesso umano in cui si sente un paria perché le verità assolute non sono di casa in questo mondo.
Se a Buchenwald immergersi nella matematica gli aveva permesso di salvarsi la mente, quando intorno c’erano solo reclusione e una specie di lungo dolore dell’assenza, oggi i numeri sono sempre più quella di una roulette arbitraria dove siamo noi la pallina che gira. E allora il disertore è colui che, travolto dai destini della Storia, dice di no di fronte ad un mondo che si sgretola e lascia che sia l’immaginazione a guarire gli uomini, oltrepassa il Rubicone, consapevole che la frontiera non è altro che una riga tra due forme di dolore.
Claudio Musso
Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.