Diego e Margherita intervistano la signora Coniglio, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla signora Coniglio!

Diego: Sei sicura che siamo nel posto giusto?

Margherita: Sì, Diego, la tana è sotto il ciliegio in fiore. È qui che abita la signora Coniglio. Mi ha dato appuntamento ieri.

Diego: Speriamo solo che non ci faccia scavare per entrare…

Margherita: Ahahah! Hai paura di sporcarti i vestiti nuovi eh? Ma tranquillo…la Signora Coniglio verrà fuori a momenti, vedrai… Eccola!

Signora Coniglio: Benvenuti, cari! È sempre un piacere ricevere bambini curiosi, specie se sono amici del professor Mundis!

Diego: Buongiorno, signora Coniglio. Intervistiamo gli animali e questa volta… tocca a lei!

Margherita: Vogliamo chiederle una cosa che ci frulla nelle orecchie da tempo: perché proprio i conigli sono diventati il simbolo della Pasqua?

Signora Coniglio: Una domanda profonda, cari miei. Dovete sapere che tutto nasce molto tempo fa. I conigli sono da sempre simbolo di vita, di fertilità, di rinascita. Simbolo di primavera e fertilità. E chi meglio di un coniglio rappresenta la vita che rinasce? Cose perfette per la primavera, no?

Margherita: è vero! Con tutte le vostre cucciolate…

Diego: Ah… quindi non c’entra con il cioccolato?

Signora Coniglio: Ahahah! Quello è arrivato molto dopo! In origine, i popoli antichi ci associavano alle dee della primavera. Poi, con l’arrivo della Pasqua cristiana, le tradizioni si sono intrecciate… e il coniglio pasquale è saltato fuori, agile e allegro!

Margherita: Quindi siete una specie di messaggeri stagionali?

Signora Coniglio: Esatto! Nella tradizione ormai portiamo uova colorate, che rappresentano la vita che nasce. Si racconta che le galline fanno le uova, ma noi le consegniamo. È un gioco di squadra!

Diego: E l’uovo di cioccolato?

Signora Coniglio: Una dolce evoluzione! Gli umani sono creativi… e golosi, vero Diego?

Diego: Eheheh! Già, slurp!

Margherita: Grazie signora Coniglio! E per ringraziarla come si deve le consigliamo una lettura, va bene?

Signora Coniglio: Ma certo! Non vedo l’ora, sono tutta orecchie, ahahah!

Diego: Ahahah! È proprio spiritosa… bene, allora le consigliamo: “La storia di Peter Coniglio” di Beatrix Potter. Tanto tempo fa, nel lontano 1893, una scrittrice inglese di nome Beatrix Potter scrisse una lettera speciale a un bambino, il piccolo Noel. Dentro c’era una storia tenerissima che parlava di quattro coniglietti: Flopsy, Mopsy, Coda-di-cotone… e Peter!

Signora Coniglio: Interessante… e che nomi graziosi!

Margherita: La storiella raccontava che un giorno, la mamma dei coniglietti deve uscire e raccomanda ai suoi piccoli di non andare mai, mai, MAI nel giardino del signor McGregor. Perché quel signore, tempo prima, aveva catturato e cucinato il povero papà coniglio…

Signora Coniglio: Oh no!

Diego: Ma Peter, che è un coniglietto curioso e un po’ testardo, appena la mamma esce, corre dritto dritto verso quel giardino proibito, attratto da deliziose carote croccanti! Ma… ops! Il signor McGregor lo vede! Da quel momento inizia una corsa piena di avventure, nascondigli segreti e un bel po’ di fiato corto! 

Margherita: Beatrix Potter non solo ha scritto la storia, ma l’ha anche disegnata con bellissime illustrazioni colorate, piene di dettagli che sembrano vivi ancora oggi! E sa una cosa? Beatrix non pensava che i bambini fossero troppo piccoli per parole difficili: ha usato anche termini più ricercati per stimolare la curiosità e far imparare nuove parole.

Diego: Questo libro è perfetto per chi ama gli animali, le marachelle, non troppe, eh! e i racconti pieni di avventura. Una lettura che fa ridere, sorprende e fa anche un po’ riflettere. Il libro è consigliato a tutti i piccoli esploratori dai 4 anni in su!

Signora Coniglio: Perfetto! Lo leggerò ai miei dodici cuccioli. Intanto grazie e buona Pasqua. Ah! non dimenticate di portare i miei auguri al Professor Mundis!

Cinzia Milite

“Ricette Letterarie”: la crostata di malvarosa di Daniel Pennac, di Anne Baker (video)

🍽 📚 Le Ricette Letterarie di Anne Baker  🍽 📚

La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura

Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura! 

La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.

🍲 Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.

Questa settimana la nostra Anne ci propone la crostata di malvarosa ispirata a “La prosivendola”, il terzo romanzo del ciclo di Malausséne di Daniel Pennac. Malausséne è il tenero protagonista dei cosiddetti “romanzi di Belleville”, che prendono il nome dal quartiere parigino dove Malausséne vive e lavora come “capro espiatorio professionista”: viene pagato da un grande magazzino per prendersi la colpa degli errori aziendali agli occhi della clientela. Ne “La prosivendola”, si ritrova coinvolto in una vicenda criminale nel mondo dell’editoria.

*** LA CROSTATA DI MALVAROSA DI DANIEL PENNAC ***

👉 Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.

“Julie è una bell’anima. 

Il mondo intero batte nel suo cuore. 

Non solo il mondo, ma ognuno degli sbarbatelli che lo popolano. 

Julie vuol bene a Clara, Julie vuol bene a Jérémy e al Piccolo, Julie vuol bene a Thérèse, Julie vuol bene a Louna, Julie vuol bene a Verdun – sì, anche a Verdun – e Julie vuol bene a Julius. 

Julie vuol bene a me, direi.

Ed ecco che in più Julie sa cucinare. Dettaglio superfluo? Col cavolo: tutti i giornali femminili ve lo confermeranno, la felicità è una ricetta di cucina.

– Una crostata di malvarosa, Benjamin.

– Di malvarosa? si stupisce Jérémy che è un figlio del cemento.

– Una ricetta di mio padre; la nostra casa del Vercors era invasa dalle malvarose. Fino al giorno in cui il governatore mio padre ha deciso di mangiarsele.”

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Ricette Letterarie: la crostata di malvarosa di Daniel Pennac 

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Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.

CROSTATA DI MALVAROSA

Dosi per una crostata di diametro 20cm

Per la pasta frolla:

Ingredienti

  • 240g farina per dolci
  • 4g lievito chimico
  • 1 uovo intero di taglia L
  • 80g di zucchero bianco semolato fine
  • 125g burro non salato tagliato a cubetti
  • La scorza di un limone non trattato

Procedura:

  1. In una ciotola setaccia la farina con il lievito e metti da parte.
  2. In un’altra ciotola mescola l’uovo con lo zucchero, il burro a cubetti e la scorza di limone. Crea una sorta di cremina e versala sulla farina.
  3. Impasta velocemente, forma un panetto e mettilo in frigorifero per almeno due ore.

Per la farcitura ho utilizzato 200g di confettura di rosa canina, se disponete di un giardino di malvarosa ecco la ricetta:

Per la confettura

Ingredienti:

  • 250 g di petali freschi di malvarosa (solo la parte colorata, eliminando il calice verde)
  • 250 g di mele tipo Granny Smith mondate e tagliate a cubetti (lasciare qualche pezzo con la buccia)
  • 500 g di zucchero semolato
  • Succo di 1 limone medio (circa 30-40 ml)
  • 200 ml di acqua

Preparazione:

  1. Sciacqua i petali di malvarosa e mescolali con le mele, lo zucchero e il succo di limone. Versa il tutto in una ciotola capiente e lascia macerare una notte in frigorifero (aperta).
  2. Il giorno dopo cuoci versa il tutto in una casseruola dal fondo spesso, aggiungendo anche l’acqua. Mescola spesso per evitare che la confettura si attacchi al fondo e rimuovi le impurità che si formano sulla superficie utilizzando una ramina.
  3. La confettura è pronta quando raggiunge i 103°C. Puoi verificarne la consistenza versandola in un piattino e inclinandolo per valutarne la viscosità.
  4. Nel frattempo fai bollire i vasetti di vetro (da 250g) e le capsule per sanificarli. Asciugali con un panno pulito e preparati per invasare. Potrebbe farti comodo un apposito imbuto.
  5. Quando la confettura è pronta versala nei vasi di vetro (puoi anche frullarla per un effetto setolo). Lascia un centimetro  di distanza dalla imboccatura. Chiudi subito con la capsula. Per assicurarti che siano salubri immergili in acqua bollente per 15 minuti (oppure anche in forno a 100°C). Infine capovolgili e lasciarli raffreddare completamente.
  6. Conserva la confettura in un luogo fresco e asciutto e verifica sempre che si sia formato il vuoto e la capsula non faccia “click-clack” prima di utilizzarli. Una volta aperto il vaso si conserva in frigorifero per 4/5 giorni.

Composizione:

  1. Ungi la tortiera con un poco di burro, poi stendi la pasta frolla con un matterello fino uno spessore di circa 0,5cm e fodera la tortiera. Infine bucherella il fondo con i rebbi della forchetta.
  2. Versa sul fondo 200g di confettura. Stendila e livellala bene con un cucchiaio. Stendi la pasta frolla restante e ricava delle strisce, poi ricopri la crostata. Spennella le strisce con un uovo sbattuto con un goccio di latte.
  3. Cuoci la crostata in forno caldo a 180°C per 30 minuti. Lasciala raffreddare prima di estrarla dalla tortiera.

“La fontana della vergine”, una narrazione bergmaniana del sacro, di Cristiana Buccarelli

‘La fontana della vergine’ (1960) di Ingmar Bergman è un’opera cinematografica ispirata alla ballata medievale “Töres döttrar i Wänge” del XIII-XIV secolo, che riprende una leggenda verosimilmente orale connessa alla costruzione della chiesa nel villaggio di Kärna; in origine la ballata narra la storia di una vergine che fu uccisa e di un monaco che vide la violenza e l’assassinio, tuttavia nel film sarà la serva Ingeri, uno dei personaggi principali della narrazione, a esserne la testimone nascosta. Si tratta dunque di un racconto sacro, realizzato da un regista che può definirsi prima di tutto un grande narratore, che si è sempre interrogato sui temi universali dell’esistenza attraverso il linguaggio cinematografico, e che qui riprende uno dei suoi argomenti più cari, cioè il tormento tra la Fede e dubbio, il senso del male e quello del ‘silenzio di Dio’. Si tratta di una narrazione che segue la traccia del ben più noto ‘Il settimo sigillo’ (1958), e che riprende l’ambientazione storica della Svezia del Medioevo in una dimensione anche qui fortemente allegorica e ancora più connessa al sacro.

Nella sceneggiatura de ‘La fontana della vergine’, come sempre avviene per le sceneggiature di Ingmar Bergman, scritte dal regista stesso, c’è la profondità di un vero e proprio testo letterario, di cui voglio riportare un brano che ho particolarmente amato:

Vedi come il fumo trema e si abbarbica sotto il tetto
come avesse paura dell’ignoto.
Eppure se si librasse nell’aria
troverebbe uno spazio infinito dove volteggiare.
Ma forse non lo sa, e così se ne sta qui nascosto
tremolante e inquieto.
Con gli uomini capita lo stesso. Essi vagano inquieti
come tante foglie al vento.

La storia si svolge in un’epoca cui alla religione cristiana secolarizzata si sovrappongono ancora dei culti pagani; si tratta di un residuo di paganesimo, di credenze rimaste vive e tramandate nei secoli che continuano a sopravvivere nell’ombra e che sono espressione di una realtà rurale. Questo aspetto viene rappresentato soprattutto all’inizio della storia, attraverso il personaggio della giovane serva Ingeri, che potrebbe essere definita una sorta di strega per la sua invocazione a Odino e l’esecuzione di un rito pagano o di maleficio ai danni della giovane, purissima e incantata padroncina Karin, figlia del ricco possidente Töre e di sua moglie Märeta, che è adorata dai genitori. Ingeri ha subito una violenza in passato, è rimasta incinta ed è trattata con disprezzo da tutti, per questo motivo prova molto rancore e invidia per Karin, fanciulla ricca, amata e vezzeggiata, che possiede tutto ciò da cui lei è esclusa. I personaggi bergmaniani sono spesso esposti al senso di colpa, alla rabbia, alle recriminazioni sull’ingiustizia della vita ed è emblematico in tal senso quello di Ingeri, assai interessante e sfaccettato, in quando si tratta di una figura femminile sofferente ma non malvagia, che quando sarà testimone della violenza e del male soffrirà e si sentirà in colpa per i sentimenti che ha provato nei confronti dell’innocente Karin. Saranno i genitori di Karin, ad esortare la medesima a eseguire un rito religioso che possono compiere solo le vergini, cioè attraversare il bosco a cavallo, accompagnata dalla serva, per portare delle candele alla Madonna in un giorno di festa. Nel momento cruciale dell’attraversamento del bosco, anch’esso luogo sacro e mistico, che permette una profonda connessione con la natura, ci sarà l’incorrere della tragedia, il raggelamento del tempo: Karin sarà violentata, uccisa e derubata da dei pastori, i quali per uno strano scherzo del destino chiederanno poi ospitalità e lavoro ai genitori della fanciulla.

Anche per quanto riguarda le due figure fondamentali dei genitori di Karin, Bergman indaga sul senso dell’inquietudine umana, sulla difficoltà di rapportarsi all’inspiegabile, sul senso impenetrabile della sofferenza umana e sul potersi dare una risposta attraverso la Fede. Da una parte c’è Märeta, la madre di Karin, profondamente fedele a Dio, che affronta il grande dolore dell’uccisione della sua unica figlia e quindi un’assoluta messa alla prova del suo credo, dall’altra c’è Töre, il padre, con una fede inizialmente più titubante, il quale metterà in atto una spietata vendetta sugli assassini della figlia in cui verrà coinvolto anche un innocente. Töre tuttavia alla fine si emanciperà completamente: una volta ritrovato il corpo della fanciulla, nel momento cruciale del dolore, si rivolgerà a Dio con le parole: <<Io non ti capisco, ma ti chiedo perdono lo stesso per quello che ho fatto>>, e lì avverrà la sua totale conversione, con la promessa di costruire una chiesa in quel luogo in segno di  espiazione. Infine ci sarà la risposta di Dio attraverso un miracolo, infatti nella terra verdissima e limpida si realizzerà un’estasi luminosa nel momento in cui, sollevando da terra il corpo di Karin, proprio in quel punto inizierà a scorrere dell’acqua sacra. 

Il tema religioso, quasi sempre vivo e centrale nella filmografia di Bergman, arriva dunque qui a risolversi in una totale coincidenza finale tra il piano umano e quello divino; questo rende La fontana della vergine, considerato dalla critica per moltissimo tempo come un’opera minore, in realtà un film di notevolissima importanza nell’ambito della riflessione esistenziale bergmaniana. È possibile per gli esseri umani avvicinarsi al divino attraverso un pieno atto d’amore che superi il contingente? Bergman si interroga sulla possibilità del superamento del dolore umano attraverso una Fede assoluta e un Perdono divino; in tal senso la narrazione, che nel suo svolgersi può considerarsi una vera e propria liturgia, volge alla fine verso la dimensione luminosa della Speranza. 

Cristiana Buccarelli  

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), presentato per Vibo Valentia Capitale italiana del libro all’interno del Festival di letteratura italiana Leggere&Scrivere 2021. Con I falò nel bosco (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni). Con Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni) è stata finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Conduce annualmente laboratori e stage di scrittura narrativa. 

“Sotto il cielo di Gaza”: Intervista a Betta Tusset e Nandino Capovilla, di Gabriele Torchetti

Nandino Capovilla e Betta Tusset sono attivi da svariati anni nel mondo del volontariato sociale, coordinando per Pax Christi Italia numerosi progetti di inclusione sociale, abitativa e lavorativa per persone senza fissa dimora e migranti. Don Nandino, come lo chiamano nella sua parrocchia a Marghera, ha già raccontato il dramma di Gaza in un precedente libro del 2010 dal titolo esplicito: “Un parroco all’inferno”, edito dalle Edizioni Paoline. Insieme hanno pubblicato testi sulla questione israelo-palestinese, nonché sulle esperienze condotte in prima persona con uomini e donne ai margini della società e del mondo. “Sotto il cielo di Gaza“, pubblicato dalle Edizioni La Meridiana, è il loro ultimo lavoro, nato da una serie di convensazioni con Andrea De Domenico, funzionario delle Nazioni Unite nei territori palestinesi occupati. Il libro è una denuncia necessaria degli orrori perpetrati da Israele in quella che don Nandino definisce senza esitazioni “la più perversa colonizzazione”. Betta Tusset e don Nandino Capovilla sono stati intervistati dal nostro Gabriele Torchetti.

Buongiorno Betta e don Nandino e benvenuti a Il Randagio. “Sotto il cielo di Gaza” è un libro-inchiesta scritto a quattro mani; quali sono le motivazioni che vi hanno indotto a pubblicare un libro e come siete approdati a Edizioni La Meridiana?

    BETTA: buongiorno! Siamo davvero onorati di poter collaborare con voi. Dal 2004 ci interessiamo della questione israelo-palestinese, anche come promotori della ‘Campagna Ponti e non Muri’ di Pax Christi Italia e da allora abbiamo cercato in tutti i modi di dare voce alle persone, alle comunità e alle realtà locali che in quella terra vivono e ricercano spiragli di pace nella giustizia. Questo libro, ed altri che abbiamo scritto insieme su questo tema è uno dei modi per soffermarsi a riflettere, parlarne, proporre una narrazione ‘altra’.  Siamo grati a edizioni La Meridiana per questa opportunità. Ci conosciamo professionalmente anche per un altro nostro testo (“Tanta vita. Storie meticce da una città plurale“) pubblicato da loro nel 2021. Soprattutto ci lega un’amicizia, un’affinità di intenti e di sguardi per una vita dignitosa e libera per tutte e tutti. 

    Don NANDINO: La nostra lunga esperienza in Palestina e Israele ci ha fatti sempre individuare ambiti e modalità per contribuire a cambiare il modo comune di vedere al cosiddetto “conflitto arabo-israeliano” smascherando miti consolidati che instillano nella gente l’idea di una guerra permanente e simmetrica di responsabilità da equiparare. Invece anche questo testo rivela la verità di una profonda ingiustizia, di un disegno di colonizzazione da insediamento che non confonde chi occupa da chi è occupato, il popolo che è colonizzato dallo stato responsabile della più perversa colonizzazione della storia, Israele. Pubblicare testi come questo richiedono case editrici libere e coraggiose…

    Questo testo è nato da conversazioni tra voi e Andrea De Domenico, funzionario delle Nazioni Unite e accompagnato dalle preghiere di Michel Sabbah, patriarca emerito di Gerusalemme. Come mai queste scelte così specifiche negli interventi? Sono state casuali o scelte consapevoli?

    BETTA: sicuramente sono state meditate e consapevoli. Nel giugno dello scorso anno don Nandino ha incontrato Andrea De Domenico a Gerusalemme est, dove ancora lui svolgeva il suo lavoro come coordinatore dell’OCHA, agenzia dell’Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari. Il prezioso, durissimo lavoro che Andrea stava svolgendo nel territorio palestinese occupato (a Gaza, in Cisgiordania inclusa Gerusalemme est), ci ha fatto pensare che fosse importante ascoltare la sua esperienza, che è quella di un operatore preparatissimo e attento. Soprattutto ci sembrava urgente porre in risalto quello che le Nazioni Unite fanno in quella terra, vista la situazione tragica, diciamo ormai genocidaria, in cui vive la gente di Palestina. Ci sembrava anche importante sottolineare, di volta in volta, quali strumenti giuridici il diritto Internazionale e il diritto internazionale umanitario mettono a disposizione della collettività, in un momento storico in cui sembrano essere sviliti e calpestati. E’ il momento invece di ricordarli, studiarli, difenderli. Il Patriarca Sabbah, che conosciamo da tanti anni (è stato anche presidente di Pax Christi International) e che i ‘pellegrini di giustizia’ (che dal 2006 accompagniamo nei nostri viaggi di condivisione e conoscenza) hanno sempre incontrato, in questo anno e mezzo di massacro è sempre stato a fianco del suo popolo. Ogni giorno a don Nandino e ad altri amici, ha mandato e continua a mandare le sue accorate, strazianti ma mai disperate preghiere. 

    Don NANDINO: E’ difficile registrare le reazioni emotive profonde che generano nei lettori le suppliche potenti del patriarca Sabbah. Ci dicono che ad ogni preghiera si resta scossi e senza più voglia non solo di accampare le nostre tesi e i nostri “secondo me però…” ma soprattutto le sue accorate denunce sembra salgano direttamente a Dio mentre obbligano chi le legge a restare in silenzio, a lungo. Davvero non casuale è poi l’effetto che abbiamo voluto produrre accostando questa liricità spirituale alla lucidità e precisione giuridica dei contributi di De Domenico. Ci sembra che nel ricco panorama di pubblicazioni sulla Palestina e Gaza non ci siano molti altri contributi delle Nazioni Unite.

    La tragedia di Gaza è sotto gli occhi di tutti, il massacro in corso è drammaticamente in continua evoluzione. Non soltanto bombardamenti e uccisioni, ma anche atti specifici e persecutori contro la popolazione civile di un territorio: sfollamenti, mancanza di cibo, risorse idriche esigue, una sanità letteralmente inesistente. Una situazione drammatica in cui nessuno è esente dalla sopraffazione, compresi bambini e anziani. Come avete raccolto queste storie? Qual è stata l’urgenza comunicativa più profonda?

    BETTA: Le abbiamo raccolte dalla viva voce di Andrea De Domenico, in lunghissime conversazioni durate tutto l’autunno e l’inverno scorsi. Non potevamo andare ovviamente a Gaza. Non potevamo, come abbiamo fatto altre volte in questi anni, scrivere ciò che ascoltavamo direttamente dalla voce di chi incontravamo tra le strade e nelle case di Palestina, ma l’umanità profonda di Andrea, la sua umanità, la sua partecipazione sofferta al destino di questa gente sono diventati per un po’ anche i nostri occhi e le nostre orecchie, oltre che il nostro cuore. Dopo che di fatto, nell’agosto del 2024, Israele ha espulso Andrea, funzionario ONU, non rinnovandogli il permesso di stare lì e di continuare il suo prezioso lavoro lui ha voluto consegnarci quello che aveva visto e fatto insieme al suo team, partendo dai volti, dalle singole storie, spesso durissime, che aveva ascoltato e incontrato. L’urgenza grande è stata insieme quella di denunciare un orrore che non riusciamo forse ad immaginare fino in fondo da qui. Di ricordare con fermezza che questa tragedia non nasce dagli accadimenti terribili del 7 ottobre 2023, che uno stato occupante sta opprimendo un intero popolo, sterminandone una parte stando al di fuori di qualsiasi norma e legge internazionale. L’urgenza era quella di restituire l’umanità negata al popolo palestinese e di affermare la nostra preoccupazione per gli effetti che ci saranno anche nelle generazioni future di quello israeliano. 

    Don NANDINO: La Meridiana ci ha aiutato a studiare una modalità comunicativa che evitasse il peso di un testo solamente giuridico o la banalizzazione di una simile ecatombe resa da racconti e testimonianze o preghiere. Il lettore giudicherà se siamo riusciti ad appassionarlo attraverso un’articolata composizione di stili letterari e contributi originali come le infografiche e soprattutto le due grandi mappe di Gaza e della West Bank. 

    In questa tragedia umanitaria si parla sempre meno di scuola ed educazione in Palestina e a Gaza. E allora prendendo in prestito il titolo di un vostro paragrafo, cosa succede quando ti tolgono l’istruzione?

    BETTA. Succede che se non vai a scuola e all’università per due anni di seguito, se non puoi proseguire nei tuoi studi (di cui il popolo palestinese va a ragione orgogliosissimo), se nemmeno hai avuto la possibilità di iniziare il tuo percorso formativo, il trauma cresce a dismisura. Non è solo una questione di non avere più i luoghi e gli strumenti per poter continuare a studiare: è veder interrotta anche la routine quotidiana, di socializzazione, di possibilità di elaborare collettivamente un trauma, dei lutti che non si sono mai interrotti. Il 100 % dei minori di Gaza, oggi, soffrono di sindrome da stress post traumatico. 

    Don NANDINO: Per me che ho tante volte visitato la Striscia di Gaza è inimmaginabile lo sconforto nel constatare questo “scolasticidio”, come lo descrivono le stesse Nazioni Unite. Io che restavo allibito dagli 8.000 studenti universitari del solo ateneo della Gaza University non mi dò pace nel riportare in questo nostro libro le prove e i numeri di una delle più gravi violazioni realizzate da uno stato che studia come distruggere non solo il presente di un grande sistema educativo ma soprattutto il futuro di una sua ripresa dall’incubo di un genocidio.

    Il libro nasce anche con la consapevolezza di un attento ascolto all’OCHA, voce delle Nazioni Unite. Che ruolo ha all’interno della vostra narrazione e più in generale nell’assetto geopolitico?

    BETTA: ha il ruolo di informare e far riflettere sul lavoro prezioso che questa agenzia fa e ha fatto sul campo, in Palestina dal 2001. Rilevamento dati, monitoraggio costante della situazione, delle violazioni del diritto internazionale. Azioni di Advocacy, di mediazione, quando è possibile. Collaborazione con tutte le altre agenzie e le ONG che si adoperano in quei luoghi per alleviare le sofferenze della gente. Ma come diciamo nel libro, perché Andrea ce l’ha ben fatto presente, OCHA siamo noi, perché noi siamo l’ONU. E finchè gli stati membri non incidono politicamente sulle decisioni da prendere, OCHA può fare da infermiere, non da dottore. 

    Don NANDINO: Ci colpisce ad ogni presentazione rilevare quanto sia sconosciuta l’agenzia dell’OCHA e per questo siamo ancora più soddisfatti di aver pubblicato in Italia un testo che ne restituisca la voce onorandone l’altissimo valore nell’attuale crisi delle istituzioni internazionali. L’assurdo sacrificio umano che l’organizzazione ha dovuto pagare in questi mesi nel contesto dell’uccisione di più di 200 operatori umanitari solo nel 2024 a Gaza. Mai si era registrato un numero così alto di crimini e soprattutto mai si era constatato un tale silenzio complice dei Paesi del mondo.

    All’interno del testo, i lettori che si cimenteranno nella lettura del libro troveranno anche due cartine geografiche. Come mai questa scelta? Che cosa rappresentano?

    BETTA: Sono due delle mappe aggiornate di Gaza e della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme est, che OCHA elabora periodicamente. Queste sono le più attuali. Fanno parte del lavoro certosino che OCHA fa per monitorare la situazione sul campo, quindi sono uno strumento del suo lavoro. I lettori potranno trovarvi lo stravolgimento che il governo israeliano ha fatto recentemente e nei decenni passati sul paesaggio e sulla vita di milioni di palestinesi: il muro, le colonie, i checkpoint, le strade di apartheid in Cisgiordania; i Corridor, le zone cuscinetto, le chiusure totali a Gaza.  Ci sembrava importante allegarle non solo per riconoscere il lavoro dell’Onu anche in questo senso, ma anche per rendere immediatamente visibile al lettore, mentre affronta i vari capitolo del libro, dove esattamente avvengono i fatti narrati.

    Don NANDINO: E’ incoraggiante vedere con quanta soddisfazione le persone aprono e soprattutto si impegnano ad appendere in un luogo pubblico le grandi mappe dell’OCHA. Sapeste quante scuole le hanno esposte nelle aule e quante comunità cristiane hanno utilizzato le enormi mappe per veglie di preghiera e incontri formativi!

    Abbiamo tutti la sensazione di essere inutili, di osservare passivamente lo sterminio sistematico di una popolazione, è una domanda complicata, ma proviamoci: concretamente noi nel nostro piccolo che cosa possiamo fare per questa situazione? Per la Palestina libera?

    BETTA: possiamo innanzitutto informarci trovando i canali di informazione liberi. A volte crediamo di saperne, di Palestina, ma ne sappiamo male. Possiamo parlarne, provare a partecipare ad una narrazione che sfida quella imperante. Cerchiamo di ascoltare direttamente i palestinesi, e quegli israeliani che si battono per un futuro che garantisca dei diritti uguali per entrambi i popoli. Proviamo ad andare o a ritornare lì, in quella terra martoriata. Perché siamo di fronte ad un disastro geopolitico ma soprattutto umano, che riguarda anche noi. Possiamo non cadere nella tentazione degli equilibrismi di comodo. Possiamo far pressione verso i nostri governanti.  Impariamo dai palestinesi il coraggio della loro resilienza e della loro speranza, del loro sumud.

    Don NANDINO: Primo: Cominciamo ad…esporre la mappa dove qualcuno la veda; Secondo: leggiamo Sotto il cielo di Gaza e segniamoci alcune osservazioni che ci hanno colpito; Terzo: quando qualcuno ci chiederà della mappa prendiamoci dieci minuti e illuminiamo anche la sua coscienza non con il nostro parere ma con la voce inascoltata e attaccata delle Nazioni Unite. Perché come ripete Andrea de Domenico, “L’OCHA siamo noi!”

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

    Intervista a Fabio Stassi per “Bebelplatz. La notte dei libri bruciati” (Sellerio), di Rita Mele

    Scrittore apprezzato dalla critica e dal pubblico, legato da dodici anni a Sellerio; bibliotecario di professione come Borges o Alberto Manguel, Fabio Stassi, classe 1962, una vita letteralmente vissuta tra i libri, con “Bebelplatz” non solo racconta uno dei momenti più bui della Storia del Novecento (il titolo fa riferimento alla piazza di Berlino in cui il 10 maggio 1933 vennero dati alle fiamme migliaia di libri), ma anche il dolore personale per il rogo di migliaia di volumi di autori cari, considerati “degenerati” dai nazisti. Bebelplatz è un libro composito e stimolante che si interroga sul senso della Letteratura, dei Libri e della Cultura; un libro necessario che è piaciuto tantissimo a noi del Randagio e alla nostra Rita Mele che ha avuto la fortuna di poter fare qualche domanda all’autore.

    ‘Bebelplatz’ è un romanzo che ci riporta a un capitolo oscuro della storia, la notte in cui i nazisti bruciarono i libri. Cosa l’ha spinta a rievocare questo evento, e perché proprio ora?

    Grazie per questa domanda e grazie anche per l’uso della parola “romanzo”. Io credo che sia anche questo Bebelplatz. E’ un romanzo ed è anche altre cose per me. È un “libro ornitorinco”, fatto di parti diverse. È un libro di viaggio, un reportage, è un saggio storico, è una resa dei conti, è un romanzo, appunto, è un memoir. Per scriverlo ho usato tutto quello che potevo e che negli anni ho cercato di imparare a fare. Nasce da una crisi di identità. Durante la pandemia, come molti, come forse tutti noi, ero caduto in uno stato di smarrimento. Per la prima volta mi sono sentito, forse più che mai, ho capito di essere un orfano del ‘900, di un altro secolo, di altri valori anche, di un’altra letteratura. La pandemia aveva squarciato il fondale, aveva squarciato il teatro. La realtà era tornata con tutta la sua drammatica pressione. E le conseguenze le vediamo ancora oggi: il ritorno della guerra in Europa, l’instabilità politica, il ritorno dei populismi, certe parole d’ordine, i fantasmi del passato. Ecco, per uscire da questa crisi d’identità, mi sono chiesto: “A quale letteratura appartengo? A quale letteratura marchiata da un marchio d’infamia come dicevano i nazisti? A quale idea di mondo?” E così ho cominciato questo che è stato un vero e proprio viaggio reale in molte città della Germania, ma anche un viaggio interiore.

    Quali differenze ha trovato tra le città italiane e quelle tedesche? E come si inserisce il tema della memoria in questo contesto?

    Io vivo in una città, Viterbo, a cento chilometri da Roma, che durante la guerra è stata in gran parte bombardata. Le città italiane hanno memoria di quello che è successo anche nel loro tessuto urbano, nei monumenti, nella ricomposizione di certi quartieri. Ma sono state soprattutto le città tedesche che ho visitato a impressionarmi. Conoscevo un po’ la Germania, ma in questo viaggio l’ho guardata con occhi diversi e mi sono reso conto che sono città vicarie, sostituite ad altre città. A Colonia ho visitato un museo che nelle fondamenta riporta la distruzione che quel luogo aveva subito e ti danno delle foto su come era quel quartiere. Poi esci per strada e provi a fare un confronto e non c’è più niente, è impossibile orientarsi. C’è un sito in cui alcune persone sono andate a fotografare le piazze in cui sono stati bruciati i libri e, se confronti le vecchie foto con quelle di adesso, i luoghi sono irriconoscibili, sono stati completamente ricostruiti. La domanda è forse sulla memoria, anche sulla memoria urbana. Viviamo un momento delicato perché la memoria umana, ossia la memoria diretta dei testimoni, è praticamente sparita. Qualche anno fa uscì un libro di storia, si intitolava “L’era del testimone” ed era un libro importante. Noi viviamo nell’epoca in cui sono ormai scomparsi i testimoni diretti della guerra e di tutte le tragedie di quel periodo storico, ma ne resta memoria nei luoghi. Ed è una memoria che va interrogata, che va indagata. E anche per questo ho intrapreso il mio viaggio.

    Nel romanzo, lei dà voce a scrittori e intellettuali che hanno subito la censura e la persecuzione. Qual è il ruolo della letteratura in tempi di crisi, e come può aiutarci a preservare la memoria?

    Io credo che il lettore sia il vero detective. In fondo il romanzo moderno nasce raccontando le avventure di un lettore che è Don Chisciotte. Tra l’altro questo è il primo libro in cui uso la prima persona, non avevo mai detto “io”. Per questo, forse, è anche un romanzo. Io sono un lettore che segue le tracce, che segue la pista, che va alla ricerca dei segni che hanno lasciato questi scrittori perseguitati dal fascismo. E cerco di riassumere e di unire i fili che li legano. E c’è una coerenza, c’è un comune discorso sulla libertà, da Pietro Aretino a Maria Volpi; c’è in Giuseppe Antonio Borgese un discorso sull’utopia, sul fatto che l’umanità è a un bivio: o si dà una Costituzione mondiale o non sopravvive; c’è un discorso sull’antimperialismo, sull’anticolonialismo portato avanti soprattutto da Salgari; c’è un antifascismo radicale in Ignazio Silone; e c’è una denuncia del patriarcato, un’affermazione della libertà della donna in Maria Volpi. Ecco, questi cinque scrittori hanno composto per me un’idea di mondo che è quella a cui appartengo. Oggi vedo che, come dicevo prima, le stesse parole d’ordine risuonano, con i medesimi vocaboli tali e quali. Quando Goebbels diceva degli intellettuali che sono infestanti parassiti che occupano le strade della città, sembra di risentire certe interviste. Il ruolo della letteratura è di preservare la memoria e di usare la memoria per criticare il presente. Un Cancelliere cinese di 2000 anni fa aveva detto: “chiunque usi la memoria per criticare il presente sarà giustiziato insieme alla sua famiglia”. Ecco, la letteratura usa la memoria, l’immaginazione, la fantasia, la ragione, soprattutto per criticare il presente e per impedire, come diceva Elsa Morante, la disintegrazione della coscienza umana.

    ‘Bebelplatz’ è un romanzo storico, ma anche una riflessione sul potere delle parole e sulla loro capacità di sopravvivere al tempo. Qual è il messaggio che vuole trasmettere ai lettori di oggi, in un’epoca in cui la disinformazione e la manipolazione sono all’ordine del giorno?

    C’è un proverbio spagnolo che dice: “la ribellione si impara leggendo”. Ecco, io penso che leggere è sempre un atto d’amore ed è anche sempre un atto di disagio e d’imbarazzo per il presente, per il mondo in cui viviamo e per le tante ingiustizie a cui spesso in maniera impotente assistiamo. Credo che sia un modo per ragionare con la propria testa, per cercare di essere liberi e di educare, magari anche sbagliando, il proprio spirito critico di fronte a questa invasione di informazioni spesso manipolate. Di fronte a questa imposizione da parte di un potere di un pensiero unico, la letteratura sarà sempre dalla parte del pensiero divergente e impura. Ed è dal lato della devianza.

    Nei prossimi giorni lei sarà a Bolzano, la città in cui vivo, che, come tutto il Sudtirolo, ha vissuto periodi storici complessi, segnati da cambiamenti politici e culturali. Che cosa rappresenta questa terra per lei e quali legami ha con la sua cultura e la sua storia?

    Sono venuto diverse volte a Bolzano, sempre per incontri letterari. Attraverso mia moglie ho conosciuto la montagna. E ricordo ancora la prima volta che andai in Trentino-Alto Adige, la grande, stupefacente impressione che ne ricavai. E da allora cerco di ritornarci quasi ogni estate. E ogni volta che vengo da quelle parti mi sento bene. Il paesaggio, la vicinanza delle montagne, le montagne mi hanno sempre comunicato un enorme senso di dignità. E un’idea di relazione tra le persone corretta, misurata, rispettosa. Ecco, pur essendo siciliano (ma venendo da un sud… ma anche il Sud Tirolo porta questa piccola parola nel nome, che per me più che un’indicazione geografica, è un’idea di mondo)… pur essendo siciliano, dicevo, preferisco la montagna al mare. E quindi ogni volta torno molto volentieri dalle vostre parti, che oltretutto sono luoghi carichi di storia che mi piace indagare.

    Qual è secondo lei, oggi, l’obiettivo politico culturale delle biblioteche? E quale il mandato professionale del bibliotecario?

    A stilare le liste nere durante il nazionalsocialismo dei libri che sarebbero dovuti andare al rogo fu proprio un bibliotecario. E questa cosa naturalmente mi ha colpito e mi ha coinvolto perché questo è il mio mestiere. E il Bibliotecario nazista aveva tradito il mandato del nostro mestiere, che è appunto quello di difendere la memoria, di esserne custodi e, in qualche modo, ambasciatori. Ricordo un racconto di Gesualdo Bufalino che si intitola “Le visioni di Basilio ovvero la battaglia dei tarli e degli eroi” in cui si racconta la storia di un bibliotecario messo a salvaguardia degli ultimi libri sopravvissuti al cataclisma atomico dell’umanità in cima al Monte Athos. I libri vengono attaccati da una specie di tarli che si erano sviluppati dopo le ultime guerre. E direi che, in ogni epoca dell’umanità, c’è sempre un re dei tarli che vuole incenerire le biblioteche. I bibliotecari sono, appunto, i soldati semplici che cercano di difendere il patrimonio della nostra memoria. In questo caso Basilio è un monaco e quando i tarli arrivano sino in cima al Monte Athos, attaccano i libri e lui si rende conto che non avrebbe potuto più difenderli in alcun modo. Studiando però aveva scoperto che questi tarli sono golosi di miele. Allora si denuda, si cosparge il corpo di miele, aspetta che tutti i tarli entrati nella fortezza si depositino sul suo corpo e si getta da una rupe sul mare Egeo. Ecco, non dico che i bibliotecari devono arrivare a questi estremi, ma sicuramente la loro funzione è fondamentale. In più devono cercare di favorire la creazione di una comunità intorno alle biblioteche, che, per me, sono luoghi vivi come dei porti, luoghi pieni di voci, che sono anche le voci dei libri, le voci dei lettori, le voci dei bibliotecari.

    Quale sarà il suo prossimo viaggio letterario?

    Il mio prossimo viaggio letterario sarà un altro viaggio nella memoria, ma questa volta nella memoria personale. Avevo detto prima che in Bebelplatz ho usato per la prima volta nei miei libri l’ “io” ed è stato un processo di avvicinamento alla realtà e un togliersi le maschere, e un provare a dire le cose in prima persona, a chiamarle col loro nome. Ecco, mantengo molto pudore, ma il mio prossimo viaggio letterario sarà un viaggio nella mia infanzia, nei miei primi dieci anni, nella memoria di una famiglia di migranti da cui provengo, nelle sue lingue, nel suo destino ramingo per il mondo. E non sarà in prima, ma in seconda persona, in quanto penso che forse solo alla fine riuscirò a tornare alla prima persona, perché davvero credo che ci voglia tutta una vita prima di poter dire, di poter balbettare sottovoce un “io”.

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    Fabio Stassi sarà a Bolzano martedì 15 aprile ospite della Biblioteca Provinciale Italiana.

    Rita Mele

    Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare