Aedi e cantastorie: cunti, ballate e canzoni, di Antonio Corvino

Li Cunti e le storie sono delle forme letterarie legate alla tradizione orale del racconto epico e drammatico o semplicemente popolare. 

In essi storie e canti di lavoro, melodie e balli dell’aia, storie di proteste e ribellione, guerre  e sopraffazioni, Janare, stulare e tarantate si sono affiancate ai racconti fantastici popolati di orchi e streghe, principesse e fate, cavalli parlanti, cavalieri generosi e re fetenti, guitti deformi e boschi bui e fitti dove non penetrava luce del sole e splendore di stelle. 

Castelli e locande, campagne e piazze, villaggi e città erano i luoghi di aggregazione che richiamavano cantori, menestrelli e cantastorie. 

Spesso erano gli stessi protagonisti della vita rurale ad alimentare la tradizione orale e innervare il patrimonio dei canti e dei cunti. 

Erano i mietitori e le raccoglitrici di olive nei momenti di pausa e a fine lavoro, la sera intorno all’aia sotto le stelle, con Orione, Sirio e Vega, i Carri e le costellazioni ad osservare, a imbastire canti a cappella e danze al suono dell’organetto o della tammorra napoletana, tamburello messapico, chitarra calabrese,  scacciapensieri siciliano, oppure intrecciare storie e racconti che avevano destinatari diversi negli adulti e nei bambini. 

Questi ultimi partecipavano alla vita degli adulti sia pure come spettatori in attesa di crescere e diventare grandi a loro volta. 

Si raccoglievano intorno alle vecchie zie o nonne, esse pure parti integranti della vita e della comunità arcaica, le quali raccontavano storie e cunti che attingevano alla tradizione fantastica ed immaginifica condita di adrenalina e tensione narrativa sufficiente a tenere desta l’attenzione dei più  piccini nel mentre i grandi si scambiavano informazioni ed esperienze nel cuore dell’aia ed i giovani amoreggiavano ai margini di essa. 

Poi arrivava il momento corale. 

La rievocazione di un ricordo. 

Un groviglio di serpi tra stoppie o un grosso ragno, diventavano lo spunto per scavare nella memoria e nella sofferenza, frustrazione e ribellione anche… 

Qualcuno narrava  la vicenda delle donne Stulare che a sera assumevano forme animalesche, uccelli, serpi, volpi e si davano convegno sotto i carrubi, gli ulivi secolari, i noci ed i lecci dove riprendevano le loro sembianze per dedicarsi a danze sfrenate e liberatorie o raccontava delle streghe e Janare che evocavano le sacerdotesse di Iside ed Osiride, Horus il cui culto era sopravvissuto nei territori dell’impero per molti secoli mischiato con le pratiche cristiane finché non erano state scacciate e si erano trasformate in Janare. 

A turno raccontavano le drammatiche epopee delle Tarantate vittime dei morsi dei neri ragni tra le stoppie estive dove le donne cercavano le spighe cadute ed i covoni dimenticati dai mietitori e che, secondo scritture, dovevano essere lasciate a vedove ed orfani, poveri e vittime della miseria…

Le stesse storie in inverno venivano riproposte intorno al camino o nelle osterie dove contadini con un bicchiere di vino in corpo erano pronti a raccontare e cantare sino a notte fonda per il piacere di ragazzi e ragazze, intellettuali, musicisti, poeti e scrittori dediti a estrarre quelle storie dal silenzio che le aveva avvolte, in cerca della memoria antica.

Era la tradizione popolare che assumeva appunto la dimensione corale della memoria collettiva. Essa diventava così patrimonio di etnomusicologi, antropologi, cantori e narratori, autori teatrali, attori e registi. 

E si saldava con le epopee cavalleresche, le lotte tra cristiani e saraceni, le imprese di Rolando e dei paladini di Francia, mentre anche i fatti di cronaca legati alle migrazioni di massa sui treni affollati diretti da Sud a Nord  e sui piroscafi che a volte affondavano nell’oceano cancellando le speranze di quella povera gente, diventavano storie cantate e tramandate sulle piazze con l’aiuto di grandi pannelli su cui immagini e tragedie trovavano la descrizione visiva del racconto. 

E infine vi era la grande eredità aedica che arrivava direttamente dalla tradizione greca e magnocreca di cui la Sicilia era l’epicentro epico oltre che storico cui si affiancavano da protagoniste la Calabria con Crotone e Rhegium Julii, Taranto e Sibari, Metaponto e Cuma con la Sibilla e Megaride e Neapolis,  Phitecusa e le terre delle sirene e Circe con il promontorio del Circeo…

Dovunque la civiltà greca aveva messo radici, aveva creato culture che poi sarebbero state assorbite dalla Romanità dopo aver fatto proprie le radici autoctone con le loro divinità ctonie depositarie delle memorie primordiali. 

Tutto confluiva nelle rievocazioni delle antiche patrie e delle antiche storie che si mescolavano con le nuove fino ad arrivare all’oggi. 

Ed il compito era affidato al canto, al racconto orale, al coro, alle epopee tramandate di voce in voce, alle conquiste e reconquiste, alle gioie ed alle  tragedie individuali e collettive. 

Le veglie intorno ai morti e le feste nuziali non  erano momenti occasionali ma situazioni fondanti della coesione comunitaria e della condivisione sociale affidate alle nenie, ai cori, ai canti che davano continuità alla morte e vita al futuro.

Quelle forme di racconto, di danza, di ballata e di canzone erano la quintessenza della cultura popolare. 

Esse progredivano in parallelo con la cultura codificata nella scrittura. 

Mentre Giovan Battista Basile scriveva Lu Cunto de li Cunti e in Oriente nasceva l’intreccio delle Mille e Una Notte, sulle aie, sulle piazze, in mare e sui campi la gente continuava ad alimentare la propria cultura ben oltre quanto era stato codificato da poeti e scrittori, potenti e popolani.

Si trattava di una tradizione antica nata per dare consistenza e senso alle comunità che si riconoscevano come tali in un luogo e consacravano i territori come patria. 

Le vicende a quelli legate erano rivissute come storia e i loro sogni, le loro sofferenze, le loro battaglie e addirittura le guerre diventavano cultura comune che sedimentava nel senso di appartenenza. 

Erano gli Aedi a tessere la trama del tessuto che portava l’umanità a riconoscersi nei popoli.

Gli antichi Aedi furono inventori e cultori di tale straordinaria forma d’arte che era al contempo espressione della storia, della civiltà e della cultura di ciascuno di essi.

In questo caso il popolo greco, magno greco ed ancor prima pelasgico, cretese e miceneo, giunto sino a noi.

Omero ne fu la più alta espressione se non la sintesi ed egli affiderà  proprio ad un aedo cieco come lui, Demodoco, il compito di narrare la storia di Odìsseo alla mensa di Alcinoo provocando il pianto dell’eroe che così rivelerà la sua identità.

Sarebbero giunti i grandi tragediografi, Eschilo ed Euripide con Sofocle a dare seguito a quelle epopee, spesso rovesciandone la prospettiva. 

Non più gli eroi guerrieri ma i popoli sconfitti ed in fuga, le donne ridotte in schiavitù e costrette a subire la violenza dei vincitori sarebbero state le protagoniste delle scene su cui coro e attore prima da solo e quindi supportato da un secondo, davano voce al dramma sempiterno dell’umanità costretta a inventarsi sentieri e vie tortuose per sopravvivere, riscattarsi e riscattare ogni sconfitta ed ogni violenza. 

Il mito a sua volta conservava la sua essenza di filtro e riconoscimento del tempo ancestrale e di metro di misura delle aberrazioni che allontanavano dalla virtù, dal rispetto delle leggi divine e dal senso del limite e della misura che definivano i parametri della virtù individuale e collettiva.

Gli Aedi non verranno comunque mai meno. 

Nonostante l’avanzare della poesia e della tragedia, della commedia e delle fiabe che sostanziavano in forma scritta la memoria e la fantasia dei popoli essi sono rimasti i depositari della coscienza collettiva, dei drammi e delle speranze popolari e sono sopravvissuti sino a noi, sebbene, ahimè, confinati in angoli sempre più angusti e lontani dalla ribalta dove tuttavia sopravvive, come lievito a futura memoria, la dimensione ancestrale del mondo.

La trasmissione orale della cultura non poteva morire. 

Essa anticipava e alimentava la cultura scritta e ne tracciava i futuri sentieri. 

Omero o chi per lui raccolse l’epopea della guerra di Troia che viveva da secoli nei racconti degli Aedi alle corti dei re e nelle agorà. 

Quell’epopea continuò ad alimentare la loro fantasia dilatandone le storie, inventando o registrandone di  nuove intorno alla prima e scoprendo finali non immaginati e percorsi variegati di dei ed eroi, dee e sacerdotesse, regine e ancelle, re e consigli di re. 

Così come intorno all’epopea di Odìsseo gli Aedi avrebbero cantato la volontà umana di non arrendersi nemmeno  alle violenze più  terribili e ricercare la via della conoscenza sempre, dovunque e comunque. 

Saranno gli chansonnier provenzali a recuperare la tradizione aedica. 

Essi avrebbero cantato le epopee degli eroi loro contemporanei esattamente come gli Aedi antichi avevano celebrato gli eroi del loro tempo. 

Sono stati gli Chansonnier ad aver tramandato le gesta del paladino Rolando a Roncisvalle e il tradimento di Gano di Magonza e l’epopea della conquista saracena della Spagna divenuta Al Andalus e della reconquista cristiana nel nome di Santiago  mentre in Sicilia cresceva la storia di Ruggero che sconfiggeva i Saraceni senza tuttavia scacciarli e preparava l’arrivo di Federico, Stupor Mundi.

Saranno trovatori e giullari a tramandare il ciclo di Re Artù ed i menestrelli a cantare e raccontare, inventare, nelle corti e nei palazzi medievali così come saranno uomini e donne del popolo a continuare la tradizione nei campi e sulle aie. 

Toccherà a Dante riscrivere il mito di Odìsseo e farne rivivere la tragica epopea finale aperta alla conoscenza ed alla virtù, dandole  forma e fama imperitura così come Omero aveva santificato le vecchie. 

E sarà Shakespeare a sua volta a dare consistenza alle infinite storie e drammi raccontati da menestrelli e giullari per le corti e le piazze medievali prima e rinascimentali poi.

Il canto popolare giungerà sino a noi negli artisti di strada e nei cantori e improvvisatori teatrali.

Nei tempi recenti Dario Fo riceverà il premio Nobel per le sue creazioni giullaresche che esprimevano in forma teatrale la quintessenza della cultura  popolare al pari di Bob Dylan altro epigono dei cantastorie popolari che affidava alla canzone ed alla ballata le proteste e le speranze dell’umanità  in cammino tra violenze, sfruttamento, guerre e sopraffazioni e, insieme a Joan Baez, dava voce alla ribellione ed alla vocazione libertaria della stessa. 

In Italia Giovanna Marini ridava voce alla tradizione orale e raccontava la fuga dei meridionali dalla povertà e le speranze dei migranti mentre gruppi di musica popolare in tutto il Sud andavano a scoprire quanto la vergogna e la sofferenza avevano per troppo tempo tenuto nascosto.

I Cantastorie erano tornati a girare piazze e paesi esponendo i quadri che illustravano, alla maniera di altrettanti fumetti giganti, le drammatiche vicende della contemporaneità. 

Personalmente serbo in fondo ad un ricettacolo della mia memoria bambina la rappresentazione di un cantastorie giunto non si da dove, che raccontava dell’affondamento dell’Andrea Doria, la nave più bella, cantava. Di notte in mezzo all’Oceano e con la voce trasformata in canto notturno evocava la gente partita per l’America e rimasta sepolta in fondo al mare con tutte le sue speranze. 

La storia era finita. 

Eran tutti andati via. 

Ero rimasto io solo incollato a quei quadri a illudermi di consolare la disperazione di quei morti che avevano rivissuto nella voce di quel cantastorie. 

Poi, allorquando quello aveva tutto raccolto e mi aveva fatto segno che la storia era finita, misi le mani nelle tasche dei corti calzoni e me ne andai prendendo a calci tutte le pietre, ed eran tante,  che comparivano davanti ai miei piedi.

I cantastorie sono stati gli ultimi epigoni della tradizione letteraria orale.  

Essa è ovunque ormai tramontata e dimenticata… 

Sopravvive, forse sarebbe meglio dire è sopravvissuta, nei teatri d’avanguardia e popolari (il newyorkese Living Theatre di Julian Beck e Judith Malina o l’Odin Teatret danese del salentino Eugenio Barba ne sono state forme addirittura eccelse quanto isolate) ed in alcune forme di rappresentazione corale. 

Nella sua forma aedica e giullaresca continua nella straordinaria esperienza siciliana che recupera il canto ditirambico, la ballata e la canzone e la declamazione popolare. 

Salvatore, un mio amico nisseno, dalle spiagge siciliane mi ha inviato, in queste torride ferie augustee, un accenno, solo uno spezzone corredato da suggestive foto notturne, del maestoso canto ditirambico imbastito, sulla spiaggia Giallonardo, da Salvo Piparo con Margherita Riotta voce e lira greca sull’epopea di Odìsseo, l’Ulisse della tradizione latina. 

Tra Agrigento e Selinunte ma anche in Puglia, in Messapia dove ho avuto la fortuna di assistere personalmente, Giana Guaiana erede dei cantastorie e interprete del canto popolare ripropone la storia, la vita, le canzoni di Rosa Balistreri, una straordinaria donna siciliana che proprio nel canto popolare cercò e trovò il riscatto personale metafora del riscatto degli ultimi.

Qualche anno addietro a Palermo mi addentrai nei vicoli suggestivi, immaginifici e tracimanti vita da ogni parte. 

Cercavo via Bara all’Olivella. 

Si, si, proprio via Bara all’Olivella. 

A sud nascita e morte sono le due facce della stessa medaglia ossia della vita e quindi bara e fonte battesimale si mischiano e non fanno impressione. 

A Via Bara all’Olivella vi era ( e vi è) il Teatro dei Pupi di Santa Rosalia di Mimmo Cuticchio e dell’Associazione “Figli d’arte Cuticchio”. 

Ci ero andato perché volevo ascoltare e vedere dal vivo il teatro dei pupi e sentire l’incedere sincopato, melodioso ed affannoso, incalzante incedere, come una cavalcata in mezzo ad una foresta selvaggia e senza sentieri, di Mimmo, l’ultimo Aedo erede di Omero e di quanti hanno attinto alla vocalità popolare per conservare le epopee della storia umana.

I cantastorie e le cantastorie siciliane, a cominciare da Otello Profazio per finire a Mimmo Cuticchio, sono gli ultimi sopravvissuti degli antichi Aedi e dello stesso Omero oltre che dei cantori medievali. 

Si tratta, ahimè, di forme letterarie in via di estinzione e, dunque, da salvare, riproporre e proporre come patrimonio dell’umanità, che oggi possono essere arricchite con immagini di straordinaria potenza ed intensità immaginifica come le foto del mio amico che hanno accompagnano il canto di Salvo Piparo ed i dipinti che accompagnano le proposte di Giana Guaiana.

Che la onnivora civiltà contemporanea non le consumi insieme ai riti ferragostani.

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Opere letterarie di riferimento:

Lo Cunto de li Cunti. Giovan  Battista Basile. Salerno Editrice, Roma 2013

Le fiabe italiane. Italo Calvino. Mondadori 2019

Lo Cunti de li Cunti. Elio Pecora riscrive Gian Battista Basile. Bibliotheka Edizioni 2025

Odissea. Omero. Einaudi, 2025

Eschilo-Sofocle-Euripide, Tutte le tragedie. A cura di Angelo,Tonelli. Bompiani, 2011

Antonio Corvino

Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica.
Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud.
Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024,  numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi.
 Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno
 Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”.

Del 2025 è la raccolta di poesie e racconti poetici “La solitudine del cormorano”, edito da ‘Round midnight”.


Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari  e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in  video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. 
Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente.
Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno.
Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
Collabora con quotidiani cartacei ed on line. 

Il nostro primo cartaceo, uno spazio per profili esitanti, di Gigi Agnano

Molti genitori – per la verità, sempre meno – si prodigano con sforzi titanici perché i figli leggano. Credono, a ragione, che i libri li migliorino, li armino per la vita, arricchiscano il loro vocabolario e affilino la capacità di argomentare un pensiero, una tesi. E i risultati balzano agli occhi: chi ha “studiato” sfoggia un’eloquenza trionfante, che trasmette sicurezza e contagia. Pendiamo dalle labbra di chi articola alla perfezione una riflessione che noi non avremmo mai saputo esprimere così bene. Sono coloro che, qualunque cosa dicano, la dicono in modo impeccabile. E più il ragazzo proviene da un retroterra svantaggiato, più la nostra ammirazione cresce. Giustamente.

Eppure, a me i libri – la narrativa in particolare – hanno insegnato a balbettare. Ho sviluppato una balbuzie interiore, un’incertezza cronica: non riesco a enunciare un concetto senza dubitarne, senza vacillare. Per certi versi, credo che i libri mi abbiano nuociuto più che giovato, rendendomi “un insicuro della madonna”, come dice un amico. E più invecchio, più leggo, più peggioro. Mi conforta però scoprire, anche attraverso l’esperienza di questa piccola ma onesta rivista, che questa balbuzie è una modalità profonda della letteratura. Un’esitazione che non è solo stilistica, che frammenta il discorso, che ripete, dubita e che molto spesso tace. È la cifra di autori che non raccontano per risolvere, ma per scavare nel silenzio, in quel vuoto dove il linguaggio si perde.

Uno dei motivi per cui amiamo Calvino – abbiamo dato il via al Randagio il 15 ottobre 2023, giorno del centenario della sua nascita – è anche per il suo “pensiero balbuziente”. Palomar vorrebbe “guardare un’onda e basta”, ma il mare ne produce infinite varianti, obbligandolo a un’osservazione che si corregge continuamente, come il balbuziente esausto che riavvia la frase. Antonino Paraggi in “L’avventura di un fotografo” (di cui parla Dino Montanino in questo volume) ripete: “Non ti prendo, non riesco a prenderti”. Ci piacciono autori senza sguardo predatorio sulla realtà, che si perdono nel caos, indecisi, balbuzienti, con il pudore di tornare sul già detto.

Così Beckett con i suoi loop ossessivi, Kafka arrovellato su accuse mai chiarite, Virginia Woolf nei flussi impetuosi, ma anche nei singhiozzi e nelle esitazioni, Celan che frammenta la sintassi di una lingua non sua, o, per arrivare ai giorni nostri, la protagonista muta di Lezioni di greco di Han Kang, i monologhi sospesi di Jon Fosse in Vaim (si veda l’articolo).

In troppi romanzi del nostro tempo, chi scrive pretende di “dare voce” a migranti, emarginati, vittime di traumi e violenze, di consegnare un “messaggio” di diverse centinaia di pagine ai posteri, laddove basterebbe un post, uno slogan o un whatsapp. È ammirevole – non si discute -, ma lo scrittore raramente prova davvero la sofferenza dell’altro; spesso parla da estraneo, con l’eloquenza fluida di chi osserva da troppo lontano, imponendo narrazioni che “risolvono” il dolore e alleviano la coscienza del lettore. Il mercato, per esempio, inonda gli scaffali di doppioni seriali di dame dolenti ma emancipate dell’800, di romanzi storici confusi e deludenti sia nella fiction come nella parte storica, biografie imbarazzanti, con copertine clonate e trame omologate da editori aggressivi, che privilegiano il conformismo commerciale. Preferiamo chi nelle storie entra in punta di piedi, chiedendo scusa e permesso ai protagonisti: chi non risolve casi, chi pone domande anziché dare risposte, chi balbetta il limite della propria voce, esita, tace, lascia crepe perché sia l’altro a parlare. O rallenta i tempi narrativi contro i ritmi roboanti da serie TV o social (leggi Edoardo Pisani sull’ultimo McEwan).

Nell’autofiction imperante, che ibrida privato e pubblico, amiamo Didier Eribon (articolo di Francesco Ferrari) – nato in condizioni di disagio economico e culturale nella classe operaia francese, estraneo al suo ambiente – e il suo sentire “altro, diverso”. O l’ultimo Gospodinov de Il giardiniere e la morte, che tratta la scomparsa del padre con poesia autentica, senza cliché sdolcinati (vedi la recensione).

Sono solo pochi esempi della letteratura che ci piace e che proviamo a proporre in questo volume: voci balbettanti, eticamente umili, che dubitano e tacciono per rivelare l’essenziale. Non ci accontentiamo di storie interessanti: pretendiamo libri che durante la lettura ci rendano attivi, che stimolino la fantasia anche a vagare in pensieri diversi e lontani da quelli della pagina. Siamo devoti e grati ai libri in quanto cantieri di visioni e leggiamo per passione, non per vincere dibattiti, ma per educarci al dubbio e alla balbuzie. 

Questo anima il primo numero cartaceo de Il Randagio: uno spazio per profili esitanti, narrazioni frammentate, silenzi condivisi. Qui, la balbuzie non è inciampo, ma essenza genuina di una letteratura che entra piano e ascolta i vuoti, che, farfugliando, incespicando sulle sue stesse parole, costruisce mondi autentici per quanto immaginati. Buona lettura 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Italo Calvino: “Sotto il sole giaguaro”, di Dino Montanino

Sotto il sole giaguaro è un’opera di Italo Calvino pubblicata postuma, nel maggio 1986, dall’editore Garzanti. Calvino si proponeva di scrivere cinque racconti dedicati ai cinque sensi ma la morte improvvisa non gli consente di portare a termine il suo progetto. Il libro dell’86 contiene i tre titoli compiuti: Il nome, il nasoSotto il sole giaguaro, Un re in ascolto, dedicati rispettivamente all’olfatto, al gusto e all’udito. 

Il racconto Sotto il sole giaguaro è la storia di un viaggio in Messico. Chi racconta è il protagonista maschile che viaggia con Olivia, la sua compagna. Il racconto si apre con la descrizione di un dipinto. Siamo a Oaxaca, tra Città del Messico e il Chapas e, in una saletta che porta al bar dell’hotel dove sono ospitati i due viaggiatori, c’è una grande tela oscura che rappresenta “una giovane monaca e un vecchio prete, in piedi, affiancati, le mani leggermente staccate dal corpo, quasi sfiorandosi”. Una didascalia nella parte bassa del quadro ci racconta che lui era stato il cappellano e lei la badessa del convento. Si tratta del convento di Santa Catalina successivamente trasformato in albergo. Nella didascalia si trova un’affermazione strana che cattura l’attenzione dei due viaggiatori. Si dice che la donna, di nobile famiglia, era entrata in convento all’età di diciotto anni e che lui era stato il suo confessore; i due erano ritratti insieme per l’amore che li aveva legati per trent’anni. Quando lui era morto lei, più giovane di vent’anni, si era ammalata gravemente ed “era spirata d’amore per raggiungerlo in cielo”. Che amore poteva essere quello che legava il cappellano alla badessa? Sicuramente un “amore difficile” per citare Calvino al punto che il narratore sente di trovarsi “in presenza d’un dramma o d’una felicità” che impedisce ogni commento; che intimidisce, suscita timore e comunica un senso di malessere. Olivia, di fronte al dipinto, resta in silenzio poi esprime il desiderio di mangiare chiles en nogada, peperoncini rossobruni in salsa di noci. Perché, dopo la vista del dipinto, Olivia afferma di voler mangiare? Ce lo spiega il suo compagno, di viaggio e di vita. Pochi giorni prima, in un ristorante di Tepotzotlán, anche questo ricavato da un vecchio convento, i due avevano assaggiato pietanze preparate secondo le antiche ricette delle monache. Pietanze raffinate ed elaborate che richiedevano ore e ore di lavoro. Quelle monache passavano intere giornate in cucina? La curiosità di Olivia è legittima ma le viene spiegato che le figlie di famiglie nobili entravano in convento “portando con sé le proprie donne di servizio; cosicché per soddisfare i veniali capricci della gola, i soli a esser loro concessi, le monache potevano contare su uno stuolo alacre e infaticabile d’esecutrici”. Risultato: piatti nati da “vite intere dedicate alla ricerca di nuove mescolanze d’ingredienti e variazioni nei dosaggi, all’attenta pazienza combinatoria, alla trasmissione d’un sapere minuzioso e puntuale”. Piatti capaci di generare un’estasi barocca e ridondante, una mescolanza tra tradizione india e cultura ispanica che ricorda gli eccessi degli edifici coloniali. La sfida tra le antiche civiltà d’America e lo sfarzo barocco introdotto dai conquistatori dall’architettura si era estesa alla cucina dove era avvenuta una mirabile e inattesa fusione. “Attraverso bianche mani di novizie e mani brune di converse, la cucina della nuova civiltà ispano-india s’era fatta anch’essa campo di battaglia tra la ferinità aggressiva degli antichi dèi dell’altopiano e la sovrabbondanza sinuosa della religione barocca…”.  

Ma torniamo a Olivia e al suo desiderio di mangiare. Da quando è iniziato il viaggio in Messico, la donna mangia in modo diverso. “Le labbra d’Olivia nel bel mezzo della masticazione indugiavano fin quasi a fermarsi, ma senza interrompere del tutto la continuità del movimento, che rallentava come non volendo lasciar allontanare un’eco interiore, mentre il suo sguardo si fissava in un’attenzione senza oggetto apparente, quasi come in allarme”. Ma, nonostante possa sembrare un approccio teso a vivere in solitudine l’esperienza della scoperta di nuovi sapori, in realtà la donna sente continuamente il bisogno di condividere le sue emozioni gustative coinvolgendo continuamente il suo compagno “come se in quel preciso momento i nostri incisivi avessero triturato un boccone di composizione identica e la stessa stilla d’aroma fosse stata captata dai recettori della mia lingua e della sua”. Il narratore gradisce moltissimo il bisogno di condivisione manifestato dalla sua compagna anche perché, dall’inizio del viaggio in Messico, l’intesa fisica con Olivia sta vivendo un momento di rarefazione e la nuova complicità costruita a partire dalla degustazione di cibi esotici porta l’uomo a notare con compiacimento come “certe manifestazioni della carica vitale di Olivia, certi suoi scatti o indugi o struggimenti o palpiti, continuassero a dispiegarsi senz’aver perso nulla della loro intensità, con una sola variante di rilievo: l’aver per teatro non più il letto ma una tavola apparecchiata”. Ma la speranza che dalla tavola apparecchiata si possa tornare alla ritrovata pratica dell’amore fisico è destinata, almeno per ora, a restare frustrata. La cucina messicana evoca e stimola il desiderio, ma si tratta di un desiderio che trova soddisfazione solo nell’ ambito che lo ha fatto nascere: il cibo. E, di conseguenza, si alimenta mangiando sempre nuovi piatti senza, per questo, investire l’intimità amorosa.

Tornando alla badessa e al cappellano, il narratore è convinto che, come stava accadendo a lui e a Olivia, anche quell’amore immortalato nel dipinto, se riusciamo a sconfinare oltre la cornice del quadro e al di là delle parole contenute nella didascalia, dobbiamo immaginarlo come un sentimento “perfettamente casto, e nello stesso tempo d’una carnalità senza limiti in quell’esperienza dei sapori raggiunta per mezzo d’una complicità segreta e sottile”.

Il racconto potrebbe finire qui. Utilizzando la metafora del viaggio potremmo dire che siamo arrivati alla meta. Il percorso del narratore e di Olivia li ha portati a una scoperta inattesa, a ritrovare una complicità nuova e mai immaginata. Ma quando si viaggia evitando di ancorarsi a programmi rigidi è possibile scoprire in ogni momento realtà e suggestioni impreviste. È quello che accade ai viaggiatori protagonisti del racconto che, come molti turisti in Messico, vanno a visitare, in prossimità di Oaxaca, gli scavi archeologici di Monte Albán. Monte Albán “è un complesso di templi, bassorilievi, grandiose scalinate, piattaforme per i sacrifici umani”. Tre civiltà si sono succedute a Monte Albán: Olmechi, Zapotechi, Mixtechi. La guida che accompagna il narratore e Olivia è un uomo grosso di nome Alonso che fornisce le sue spiegazioni accompagnandole con ampi gesti teatrali; si sofferma a lungo sui bassorilievi detti «Los Danzantes» che raffigurano scene legate a riti sanguinosi e a sacrifici umani. Si fa riferimento anche a gare sportive: “figure che corrono o lottano o giocano a palla”. Quella gare non hanno nulla di olimpico, di pacifico. Coloro che gareggiano sono prigionieri di guerra obbligati a entrare nell’agone per decidere chi di loro dovesse salire per primo sull’altare del sacrificio. E, con grande sorpresa di Olivia, si scopre che erano i vincitori a essere sacrificati per primi: avere il petto squarciato dal coltello d’ossidiana era un onore. La donna, sempre più incuriosita, chiede ad Alonso quale fine facessero i corpi delle vittime, le loro membra, le loro viscere. Le bruciavano? Alonso, interdetto e imbarazzato, risponde che non venivano bruciati, venivano lasciati in pasto agli avvoltoi. Olivia incalza l’uomo come se sapesse che non sta dicendo tutta la verità, come se avesse capito che c’è dell’altro che Alonso non vuole riferire. Lui continua a illustrare lo scavo ma Olivia è pensierosa e resta in silenzio per tutta durata della visita.   

Quando rientrano in albergo scoprono che in una delle grandi sale dell’ex convento è in corso una manifestazione elettorale in occasione delle imminenti elezioni presidenziali. Tra i partecipanti compare Salustiano Velazco, un amico di Città del Messico che aveva dato alla coppia molti consigli sul viaggio che si accingevano a compiere. L’uomo va incontro ai due viaggiatori e si informa su quello che, fino a quel momento, hanno visto. Quando gli viene raccontato che sono di ritorno da Monte Albán, Salustiano fa fatica a contenere la sua emozione e, nel fragore della sala, comincia a parlare di sangue, coltelli di ossidiana, sacrifici. Lo fa con un misto di partecipazione ammirata e di sacro orrore e Olivia non si lascia sfuggire l’occasione di chiedergli quello che non era riuscita a sapere da Alonso: il cibo che gli avvoltoi non si portavano via… come finiva? Salustiano risponde e non risponde. Parla di sacerdoti che assumevano le funzioni del dio, di cerimonie segrete, di pasto rituale, di cibo divino… Olivia non si accontenta e chiede come si svolgeva questo pasto. L’interlocutore risponde che, in verità sono solo supposizioni, che forse anche i principi e i guerrieri partecipavano a quel pasto, che la vittima era già parte del dio perché trasmetteva la sua forza divina… e che “solo il guerriero che aveva catturato il prigioniero sacrificato non poteva toccare la sua carne… Stava in disparte piangendo”. Quello che Olivia aveva sospettato si rivela terribilmente vero. Le vittime venivano mangiate, il pasto rituale era fondato sul cannibalismo. Ma alla donna non basta questa sconcertante scoperta, vuole sapere di più. Chiede come veniva preparata quella carne perché, dicono, non è buona da mangiare e allora, forse, ci volevano condimenti forti, per coprire quel sapore. Ma magari quel sapore veniva fuori lo stesso, non era possibile coprirlo. E i sacerdoti? Non hanno lasciato qualche indicazione scritta. Sembra incredibile ma in pochissimo tempo siamo passati dalle raffinate preparazioni delle monache, all’ipotesi di un ricettario utile a preparare piatti a base di carne umana. Salustiano non può dare risposte precise. Ribadisce che quei riti restano avvolti nel mistero e che quella era una “cucina sacra… doveva celebrare l’armonia degli elementi raggiunta attraverso il sacrificio, un’armonia terribile, fiammeggiante, incandescente…”. Poi resta in silenzio e si congeda dalla coppia di amici. 

Durante la cena, Olivia e il suo compagno non possono fare a meno di ritornare sul cannibalismo e sulle modalità con cui venivano preparate le pietanze a base di carne umana. Forse, ipotizza Olivia, il sapore di quella carne “non si poteva, non si doveva nasconderlo… Altrimenti era come non mangiare quel che si mangiava… Forse gli altri sapori avevano la funzione d’esaltare quel sapore, di dargli uno sfondo degno, di fargli onore…”. Come in tutto il racconto, Olivia assume su di sé il ruolo dell’osservatrice attenta del mondo che la circonda. È una viaggiatrice-antropologa che indaga usando strumenti originali. Pone domande, come tutti gli antropologi, e si aspetta risposte esaustive. Ma la sua indagine va ben oltre le modalità consuete. Lei vuole scoprire il mondo anche attraverso i sensi, in particolare attraverso il gusto. E la scoperta del cannibalismo la porta a desiderare di squarciare il diaframma che separa la modernità, a cui lei e il suo compagno, in quanto viaggiatori-turisti, appartengono a pieno titolo, dalla misteriosa e indecifrabile cultura mesoamericana.  

Anche per il narratore l’incontro con il cannibalismo rituale rappresenta un elemento di forte novità. Lui, contrariamente alla sua compagna, non sembra interessato a scoprire i misteri che nascondono gli antichi riti precolombiani. Lui è interessato solo a Olivia, osserva lei perché vuole capire in che modo il rapporto della donna con il cibo messicano possa rappresentare l’occasione per ritrovare gli amplessi rimossi. E dopo le rivelazioni sui banchetti rituali nei quali si serviva carne umana, a cena, osserva Olivia con occhi nuovi. La guarda masticare ogni boccone delle pietanze che ha ordinato e gli sembra di sentire i denti di lei che lo azzannano, che si conficcano nella sua carne, sente la lingua della donna che penetra la sua bocca fino al palato e, poi indietro, sotto la punta dei canini. “Ero seduto lì, davanti a lei ma nello stesso tempo mi pareva che una parte di me, o tutto me stesso fossi contenuto nella sua bocca, stritolato, dilaniato fibra a fibra”. Una situazione di grande intensità ma, anche, di grande reciprocità. Perché mentre viene “masticato” da lei, sente di non essere vittima passiva delle sue fauci. Mentre era “divorato” si convince che sta trasmettendo a Olivia “sensazioni che si propagavano dalle papille della bocca per tutto il suo corpo: era un rapporto reciproco e completo che ci coinvolgeva e ci divorava”. Il narratore non ha la vocazione dell’antropologo. Ci appare, più che altro, un sognatore innamorato desideroso di indagare i comportamenti della sua compagna per immaginare tutte le possibili strade che lo portano a lei, per ritrovare l’intimità perduta. Per questo motivo, quando scopre il cannibalismo rituale, sogna di stabilire con Olivia un rapporto erotico attraverso il cibo arrivando a immaginare di essere “mangiato” per vivere fino in fondo un’unione totale: se mi mangi io posso entrare completamente in te provocando nel tuo corpo vibrazioni mai vissute. 

Ma è un’illusione. Olivia non condivide i desideri del suo compagno. Lo accusa di restare sempre chiuso in se stesso, indifferente al mondo, insipido. Insipido? Se lui è insipido la cucina messicana, forse, può venirgli in aiuto. I suoi sapori accesi potrebbero aiutare Olivia a nutrirsi di lui, della sua sostanza. Ma lei azzera ogni speranza. “La cucina è l’arte di dar rilievo ai sapori con altri sapori, ma se la materia prima è scipita, nessun condimento può rialzare un sapore che non c’è!”. Il viaggiatore, agli occhi di Olivia, è insipido perché non ha nessuna voglia, nessuna intenzione di rompere il diaframma che lo separa dal mondo arcaico. Lui resta un uomo del nostro tempo e le suggestioni che provengono dai cibi messicani lo attirano solo perché possono portarlo alla donna che desidera. 

Con l’amico Salustiano Velazco vanno a visitare uno scavo ancora poco conosciuto. C’è una statua che rappresenta una figura umana semisdraiata che tiene un vassoio posato sul ventre. È il chac-mool. Su quel vassoio venivano offerti al dio i cuori delle vittime. Il narratore chiede come avveniva l’offerta agli dei e Salustiano prefigura varie ipotesi. “Potrebbe essere la vittima stessa, supina sull’altare, che offre le proprie viscere sul piatto… O il sacrificatore che assume la posa della vittima perché sa che domani toccherà a lui…”. In quei riti misteriosi non è facile stabilire la linea di confine tra il carnefice e la vittima. Vigeva una sorta di reversibilità dei ruoli e la vittima accettava di essere tale perché “aveva lottato per catturare altri come vittime…”. Il narratore tira le conclusioni: i sacrificati potevano essere mangiati perché erano loro stessi mangiatori di uomini. Ma Salustiano non lo ascolta perché sta parlando del serpente, l’animale che simboleggia la continuità della vita e del cosmo.

Dopo la visita al chac-mool il narratore crede di aver capito dove ha sbagliato con Olivia: per essere mangiato da lei deve essere lui, per primo, a mangiarla. La sera a cena ordinano due piatti di gorditas pellizicadas con manteca, polpette mantecate al burro, e lui le divora immaginando di mangiare “tutta la fragranza di Olivia attraverso una masticazione voluttuosa”. Quando, dopo cena, si ritrovano in camera da letto, per la prima volta, dopo tanti giorni, ritrovano l’intesa fisica che sembrava assopita. Le proiezioni fantastiche del narratore sono state finalmente appagate. Lui e Olivia hanno fatto l’amore, è riuscito nel suo intento e il racconto, ancora una volta, potrebbe terminare qui.

Ma il viaggio in Messico continua nei territori dei Maya e, di conseguenza, continua anche il racconto. E, nel finale, ci attende una svolta che potrebbe mettere in discussione molte delle nostre osservazioni. A Palenque il narratore visita il Tempio delle Iscrizioni. Olivia, che non ama salire le scale, decide di non seguirlo. Assistiamo ad un improvviso rimescolamento dei ruoli. Lei, l’antropologa indagatrice, resta da sola “confusa nella folla di comitive chiassose di suoni e colori che i torpedoni scaricavano e ingurgitavano di continuo nello spiazzo tra i templi”. Rinuncia per sempre a cogliere il mistero che ammanta quelle affascinanti civiltà e si lascia risucchiare dalla modernità, dalla caciara dei turisti numerosi e disattenti. Lui, al contrario, sale fino al bassorilievo del Sole-giaguaro ed entra nella cripta sotterranea dove c’è la tomba del re-sacerdote. Quando ritrova la luce e comincia la discesa prova una sensazione inattesa. “Il mondo vorticò, precipitavo sgozzato dal coltello del re-sacerdote giù dagli alti gradini sulla selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese, l’energia solare scorreva per reti fittissime di sangue e clorofilla, io vivevo e morivo in tutte le fibre di ciò che viene masticato e digerito e in tutte le fibre che s’appropriano del sole mangiando e digerendo”. L’uomo che ha vissuto tutto il viaggio nella posizione privilegiata di osservatore di Olivia ha scoperto una vocazione nuova? La sensazione di vertigine che lo avvolge, l’esperienza panica che vive, per un attimo ci fanno pensare a uno scambio di ruoli. Come se dopo gli amplessi notturni, Olivia avesse ceduto al suo compagno il suo desiderio di aprire un varco per andare oltre i limiti angusti della modernità. Ma è un attimo, un’illusione. La “selva di turisti con le cineprese e gli usurpati sombreros a larghe tese” sono lì davanti a ricordare che il nostro destino è segnato. Pure i viaggiatori più attenti e raffinati, coloro che sono capaci di cogliere la raffinatezza dei cibi esotici e la misteriosa e inquietante profondità di civiltà arcaiche, sono ancorati al tempo limitato e angusto del turismo di massa che può solo immaginare di collegarsi al tempo ciclico e tragico che caratterizzava le civiltà precolombiane. Ma, nonostante tutto, anche nel tempo del turismo di massa il viaggio può assumere una funzione importante. Forse non sarà mai possibile varcare la soglia che dall’oggi ci conduce nei meandri delle società del passato, ma due viaggiatori sensibili come Olivia e il suo compagno riescono a trovare comunque una strada originale per ritrovarsi. Quando sono a tavola, nell’ultima scena del racconto, i denti dei due amanti, per la prima volta, si muovono lentamente con pari ritmo e il loro sguardi si fissano l’uno nell’altro con l’intensità dei serpenti. “Serpenti immedesimati nello spasimo di d’inghiottirci a vicenda, coscienti d’essere a nostra volta inghiottiti dal serpente che tutti ci digerisce e assimila incessantemente nel processo d’ingestione e digestione del cannibalismo universale che impronta di sé ogni rapporto amoroso e annulla i confini tra i nostri corpi e la sopa de frijoles, lo huacinango a la veracruzana, le enchilladas…”.

Il cannibalismo universale riferito al rapporto tra i due protagonisti chiude la storia con una suggestiva e problematica ipotesi di pratica dell’amare e del viaggiare che, fino alla fine, non può prescindere dalla degustazione condivisa di cibi raffinati. 

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali.

Italo Calvino: “I nostri antenati”, di Valeria Jacobacci

Ero al liceo, secondo classico, quando ho letto i libri che avrebbero formato la trilogia “I nostri antenati”.  Circolavano gli scritti di Calvino, fra noi liceali, fuori programma,  il primo  era stato “Il sentiero dei nidi di ragno”, ancora interamente ispirato alla Resistenza. “Il barone rampante” ci colpì tutti straordinariamente, sarà poi il secondo della “trilogia araldica”. Pubblicato nel 1957, ci arrivava dopo una decina d’anni, quando non eravamo più troppo giovani per apprezzarlo ma già abbastanza maturi per comprenderne tutte le implicazioni culturali. Avevamo alle spalle quarto e quinto ginnasio e poi il liceo, ci inoltravamo verso l’anno della maturità. Calvino era l’autore capace di racchiudere, rappresentare ed esemplificare tutto quello che avevamo studiato fino a quel momento. Lo faceva evocando, ironizzando ed esaltando, al tempo stesso, l’intera letteratura precedente. Avevamo respirato epica fin dalle scuole medie, assorbito il Medio Evo, il Rinascimento dominava la scena e l’Ottocento filtrava dal panorama delle letture degli autori stranieri, letti per conto nostro, principalmente russi, francesi e inglesi, subito dopo arrivarono gli americani e il Novecento. L’anno dopo sul banco avremmo avuto, diversamente languidi, Pascoli e D’Annunzio, poi, sentinelle  del traguardo finale, Pirandello e Svevo. Sotto il banco, in primo liceo, avevamo Steinbeck ed Hemingway, in secondo, Calvino.  Calvino non somigliava a nessuno e in qualche modo li inglobava tutti. Non che ci fosse arrivato in totale antitesi, rappresentava, appunto, tutto quanto lo aveva preceduto, lo aveva per così dire riattualizzato, come uno stilista che gioca con sete e merletti, tirandoli fuori da una scatola magica e improbabile.

La trama del “Barone rampante” è a tutti nota: un ragazzino di dodici anni, sul finire del ‘700, in una località della Liguria che non esiste, di nome Ombrosa, rampollo di una famiglia aristocratica e di nome Cosimo Piovasco di Rondò, un giorno rifiuta di mangiare una disgustosa zuppa di lumache. Il barone, suo padre, gli ordina di farlo ma lui esce in giardino e si arrampica su un albero. Chi, cinquant’anni fa, non ha  rifiutato di mangiare un cibo che non gli piaceva? E chi non ha avuto un padre che si è imposto di farsi ubbidire, pena, per lui, la perdita di ogni autorità? Nessuno, cinquanta e passa anni fa. C’era chi si piegava e chi no, nessuno che, dopo essersi arrampicato su un albero, non ne sia mai più disceso. Cosimo lo fa: promette di non scendere mai più e non scenderà mai più.

Metaforicamente gli alberi sono tuttora pieni di gente che non è più scesa, ma non si vede. La ribellione però covava nel profondo e ben presto cominciò a farsi sentire in quegli anni che precedevano il ’68, sebbene fosse un messaggio che proveniva dal profondo di un subconscio culturale. Sì, è vero che Calvino aveva partecipato alla Resistenza, aveva raccontato della Resistenza, ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, del 1947, in un immediato dopoguerra, tuttavia il protagonista era un bambino, e la prospettiva di un bambino è senza compromessi, priva di schemi mentali. In verità, a guerra finita, restavano ancora molti conti in sospeso e molta strada da fare, Calvino lo fa camminando su molti percorsi, viaggiando, scrivendo, interessandosi di scienze e letteratura, servendosi di stili e linguaggi diversi. Di tutti i suoi modi espressivi, quello che mi piacque, e continua a piacermi di più, è quello della fantasia e della fiaba, che si àncora alla cultura classica, alla storia e alla tradizione popolare, indifferentemente e a volte contemporaneamente.

Perciò Cosimo, il barone rampante, che passa la vita sugli alberi, è colui che osserva, da una prospettiva distaccata, tutto quello che gli accade intorno, riuscendo, tuttavia, a parteciparvi lo stesso. Non è un caso che, dall’alto, il protagonista osservi i fatti della Rivoluzione Francese e dell’avvento napoleonico, che partecipi alla guerra contro i Turchi e alla sconfitta dell’Impero Ottomano, e che, infine, si aggrappi a una mongolfiera, simbolo di progresso scientifico e tecnologico, e proprio da lì si lanci in mare, per morire senza rimettere più piede a terra, come aveva promesso. Si tratta del distacco dell’intellettuale, Calvino stesso, che aderisce alla Resistenza partigiana ma non è convinto del PCI, che ne esce quando vede, in concreto, la negazione di libertà del pensiero, della parola e dell’opinione, non gratuita, certo, ma indipendente, sì.   

E, nel fitto dell’assurdità narrativa e fiabesca, lo scenario è quello della Liguria, dove ha vissuto, a Sanremo; la villa del barone Piovasco di Rondò è la villa di famiglia, dove i genitori, entrambi agronomi di fama internazionale,  sperimentavano novità botaniche. Calvino era nato a Cuba nel 1923, dove il padre aveva avuto un incarico ministeriale per la coltivazione della canna da zucchero, la madre era stata assistente della cattedra di Botanica all’Università di Pavia. In una foto, Calvino è con il fratello, seduto su un albero. L’argomento fantasioso non esclude infatti i riferimenti biografici, così Arminio, il personaggio del padre autoritario, ha come modello il padre dell’autore, Mario, e la madre di Cosimo, Corradina, è la madre, Eva. Il narratore, Biagio, fratello minore di Cosimo, è proprio il fratello minore dell’autore, Floriano. I tre rappresentano l’autorevolezza genitoriale e l’obbedienza filiale, lui, il protagonista, invece, fa eccezione. Personaggi e categorie, corrispondenze dei caratteri e dei ricorrenti fatti storici, appaiono in una prospettiva chiara, come solo nelle favole è possibile. Il personaggio di Viola, conosciuta da Cosimo da bambina, persa e poi ritrovata, è strutturato sul personaggio della Pisana, protagonista de “Le memorie di un Italiano” di Ippolito Nievo, lo afferma lo stesso Calvino, al quale i genitori hanno dato il nome Italo, affinché, vivendo all’estero, non dimentichi di essere italiano.  Viola è una ragazzina viziata e capricciosa ma dal temperamento forte e ardimentoso, l’unica che Cosimo possa amare.

E  l’arrampicata sugli alberi? Di certo influenzò un’epoca.

Il primo romanzo della trilogia, che apparve nel 1952 per Einaudi, curata da Calvino, che collaborava con la Casa editrice, è “Il visconte dimezzato”. Si sviluppa fra Seicento e Settecento, durante la guerra dell’Austria con i Turchi, lo lessi per secondo,  mi affascinò non meno dell’altro.  Sul finire del liceo le descrizioni della peste le avevamo lette forse tutte, quella manzoniana de “I promessi sposi”, la boccaccesca che incornicia il “Decameron”, la peste di Atene del V secolo, narrata da Tucidide, alcuni avevano letto, per proprio conto, “La peste” di  Albert Camus, di enorme successo,  Camus ebbe il Nobel per la letteratura nel 1957. “Il visconte dimezzato” era  diverso,  altro clima narrativo, altra espressività, anche qui una peste decima l’esercito, il visconte difende la cristianità ma è un losco figuro, vessatore e prepotente. Poi una palla di cannone lo divide  esattamente a metà, di lui rimane solo la parte malvagia, Medardo “il Gramo” (la parte destra), quella buona è andata perduta. Così pensano gli abitanti della terra alla quale fa ritorno dopo la guerra con gli infedeli (la Liguria), ma anche il buono, Medardo “il Buono” (la parte sinistra),  si salva, e proverà a rimediare ai mali provocati dall’altro se stesso. Le due parti si sfidano a duello per sposare Pamela, amata da entrambi, non vince nessuna delle due: mentre giacciono in fin di vita,  il medico, il dottor Trelawney, le ricuce insieme riportandole all’interezza.

Affascinante allegoria  umana, storica e politica! La peste è quella degli intoccabili e segregati lebbrosi, gli Ugonotti sono i religiosi che non ricordano più le parole dei salmi che cantano. Se la peste e la carestia si accompagnano alle guerre, la guerra stessa è lotta fra bene e male, così confusi e inestricabili che è impossibile porvi termine. E’ la guerra fratricida del Peloponneso narrata da Tucidide: la malattia che si trascinano dietro gli eserciti, con il suo corredo di cortigiane infette. Il ricongiungimento del bene e del male segna una tregua, fino alla prossima palla di cannone.  Fine della guerra è la pace, fine della pace è la guerra, in un ciclo che rincorre se stesso. Nessuno l’ha mai raccontato in modo divertente come Calvino: non è satira, non è tragedia, non è epica e non è poesia, è Calvino.

“Il cavaliere inesistente” è un omaggio ai poemi cavallereschi, non rifà il verso e non sbeffeggia, Carlo Magno e i paladini di Francia sono seri come l’opera dei pupi. Come i pupi i personaggi sono vuoti dentro, non hanno corpi ma sono pieni di ideali. “Ecchisietevoi” chiede  Carlo Magno alle armature schierate prima della battaglia, uguali a quelle che visitiamo nei musei, idea brillantissima che mi fece ridere di gusto quando lessi quella pagina la prima volta. Gli elementi del poema cavalleresco ci sono tutti, con le lotte fra mori e cristiani, gli inseguimenti e gli amori ingannevoli e fatali, fino al dissolvimento completo del cavaliere che, appunto, è inesistente.  Non manca  il riferimento a Don Chisciotte, con la figura dello scudiero del cavaliere inesistente, che qui è  Agilulfo, mentre Gurdulù è Sancho Panza. E’ però sparita la nostalgia per la cavalleria, che era propria del Cervantes: i contadini capiscono bene che possono farne tranquillamente a meno. E questo è un lieto fine. Così sembrò a noi ragazzi, che all’epoca in cui leggevamo Calvino eravamo al liceo. 

 La guerra è fra Mori e cristiani, l’imperatore ha duecento anni, la contesa molti di più. Siamo ancora oggi a contendere, dalla Chanson de Roland  ai giorni nostri la lotta si ripropone come una malattia endemica. Occidente e Oriente non vanno d’accordo, si odiano,  si fanno la guerra, poi fanno la pace, poi fanno la guerra. A volte i Mori vanno in Occidente e i Paladini veleggiano verso Oriente. I Mori non hanno cambiato abbigliamento, i Paladini non hanno più le armature: in giacca e cravatta, non hanno l’elmo con la visiera, perciò è difficile scoprire che dietro non c’è niente.                   

Il Mediterraneo è pieno di vele colorate.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Lavinia Capogna: “Il giovane senza nome”, di Silvia Lanzi

Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta, regista romana, disabile da una quindicina d’anni che ha già pubblicato otto libri, tra cui alcune sillogi poetiche, un saggio e un romanzo immeritatamente passato in sordina intitolato “Il giovane senza nome”.

La storia è ambientata nel 1200 e si svolge in alcune località italiane: un paese di incerta localizzazione, Firenze, Bologna, Roma, l’Umbria, le Marche ma anche Toledo e non mancano riferimenti a Napoli e alla Provenza.

Il racconto è molto avvincente e pieno di colpi di scena ma, come dice l’autrice, “non è un fantasy né un romanzo storico”.

È un romanzo con una trama accattivante imprevedibile.

Non anticipiamo nulla: quello che possiamo dire è che i personaggi, dal simpatico ed intenso Gutierrez, al delicato ma determinato Giovanni, dalla bellissima Beatrix alla volubile Vereda, dalla maligna Violante alla commovente Judith sono tratteggiati a tutto tondo e sono pieni di sfaccettature. Ma è Isabella, il personaggio femminile, ad essere al centro della scena: stanca e delusa cambierà in modo incredibile la sua vita.

E così Agnolo e Antoniazzo, il feudatario.

E certamente non vanno dimenticati Matteo L’Alchimista e Gabriel l’Alemanno, le cui intricate vicende rendono la storia ancor più avvincente.

Al centro del romanzo c’è un grande segreto che ovviamente non sveleremo in queste poche righe: al lettore scoprirlo.

Lo stile di Lavinia è chiaro e scorrevole, semplice ma mai banale: i 42 capitoli in cui è divisa questa storia, che non esiterei a definire sontuosa, aiutano a non smarrirsi nei numerosi eventi di cui è costellato il libro.

Il Medioevo che l’autrice ci narra è ricostruito con grande accortezza ma senza pedanteria e ha una forte valenza sociale: nella vicenda non troverete donzelle, draghi o regine, cavalieri e duelli ma la vita reale che vi sorprenderà tenendovi incollati alla pagina. È anche per questo, oltre che per il suo innegabile valore artistico, che “Il giovane senza nome” si presenta come un’opera innovativa nell’odierno panorama letterario italiano.

Per poter dare vita alle vicende narrate in questo volume, Lavinia Capogna ha condotto un’ampia ricerca storica leggendo approfonditamente i lavori dei principali storici (prevalentemente italiani e francesi) che si occupano di questo periodo per certi versi ancora misterioso: nel romanzo vengono menzionati accuratamente ma senza prolissità, strumenti musicali e cibi, affreschi e testi letterari che contribuiscono a creare una cornice accurata e verosimile.

Il romanzo racconta anche di vicende amorose assai delicate, sia etero che omosessuali che l’autrice tratta in modo peculiare, inquadrandoli al di là dei frequenti luoghi comuni.

Nella storia si riscontra anche un’accurata ricerca psicologica che trova il suo culmine nella storia dei bambini tessitori che si dimostra un pezzo di alto livello letterario.

Concludo dicendo che vale davvero la pena di perdersi tra le pagine di questo libro che le case editrici si sono lasciate sfuggire in modo poco saggio.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).