Scritta attorno al 1595, Sogno di una notte di mezza estate è forse la più amata tra le commedie di William Shakespeare, capace di attraversare oltre quattro secoli senza perdere il potere di sedurre pubblici e artisti di ogni epoca. La sua fortuna, però, non è stata un percorso lineare: dagli allestimenti sontuosi dell’Ottocento alle radicali reinvenzioni del Novecento, la commedia ha continuato a rispecchiare le sensibilità mutevoli di chi l’ha messa in scena.
Il testo intreccia tre piani narrativi che si confondono nel bosco fuori Atene: la corte, dove Ermia si vede negare dal padre Egeo il permesso di sposare Lisandro; il regno delle fate, dominato dalla contesa tra Oberon e Titania, che con l’aiuto del folletto Puck scatena un carosello di incantesimi tra gli innamorati; e una brigata di artigiani ateniesi, guidata dal buffonesco Bottom, alle prese con una maldestra rappresentazione teatrale. Dopo una notte di equivoci e sortilegi, l’ordine viene ristabilito e la commedia si chiude con il celebre commiato di Puck al pubblico.

Dopo il debutto, la commedia non fu più rappresentata integralmente fino alla metà dell’Ottocento, quando fu resa spettacolo grandioso, tra scenografie minuziose e cast sterminati, mentre nel 1841 Felix Mendelssohn compose a Berlino le musiche di scena, riutilizzando la celebre ouverture del 1826, che avrebbero accompagnato gli allestimenti per generazioni. Il nuovo secolo reagì a tanto sfarzo. Nel 1914 Harley Granville-Barker propose una messinscena essenziale, orientando per decenni il gusto verso la sobrietà interpretativa. Max Reinhardt, dal canto suo, portò il Sogno in scena tredici volte, culminando nel 1934 in un adattamento all’aperto all’Hollywood Bowl con una vera foresta sul palcoscenico; il successo generò l’anno dopo un film premiato con due Oscar. Ma fu Peter Brook, nel 1971, a rompere ogni convenzione: azione in una scatola bianca, fate acrobate interpretate da uomini, e l’idea del doppio ruolo Teseo/Oberon e Ippolita/Titania, a suggerire che il bosco sia lo specchio distorto del mondo umano. Da allora si è imposta anche una lettura legata alla sessualità: il palazzo come repressione, il bosco come spazio selvaggio e liberatorio.
Anche il cinema ha inseguito il Sogno, da Peter Hall nel 1968, tra atmosfere psichedeliche, fino alla versione hollywoodiana di Michael Hoffman nel 1999. La sua vitalità ha contaminato linguaggi lontanissimi dal teatro elisabettiano: l’opera lirica di Benjamin Britten, debuttata ad Aldeburgh nel 1960; il fumetto, da Neil Gaiman — con un episodio di The Sandman insignito di un World Fantasy Award — a Dylan Dog, Corto Maltese e Topolino; persino i Beatles, che nel 1964 ne misero in scena l’ultimo atto per celebrare i quattrocento anni dalla nascita di Shakespeare.
L’intreccio romanzesco e le atmosphere oniriche della storia hanno ispirato generazioni di coregrafi, da Petipa a Fokine, da Balanchine ad Ashton, fino alla versione di Paul Chalmer, vivace e godibile, scelta per l’attuale stagione di danza del Teatro San Carlo dal direttore Renato Zanella, con una produzione del massimo partenopeo. Avendola concepita inizialmente per il Teatro dell’Opera di Roma nel 2009, con un ruolo di Ippolita cucito addosso alla divina Carla Fracci a fine carriera, Chalmer ha modificato la coreografia prima per l’adattamento del San Carlo del 2019, poi di volta in volta, leggermente, per adeguarla alle peculiarità dei vari interpreti. Ha continuato la sapiente opera di rivisitazione per la produzione appena andata in scena al San Carlo, nel luglio 2026, dovendo tra l’altro tamponare l’assenza di vari ballerini infortunati. Il risultato è stato sorprendente, gli interpreti hanno dimostrato grande preparazione e professionalità coinvolgendo il pubblico che ha reagito con ovazioni ed applausi a scena aperta.
Uno spettacolo riuscito, capace nella sua fusione di danza, musica e canto di riportare in scena l’incanto ambiguo del testo shakespeariano: un sogno che, calata la tela, continua a interrogare lo spettatore sul confine tra illusione e realtà. Non è un esito scontato: tradurre in movimento la doppiezza del bosco incantato di Shakespeare — dove gli amanti si perdono, gli dèi giocano e la ragione cede il passo all’incantesimo — richiede un equilibrio sottile tra rigore coreografico e abbandono onirico. In questa produzione, quell’equilibrio è stato trovato: la coreografia non illustra il testo, lo prolunga, lo interroga con un linguaggio proprio, capace di restituire l’ambiguità di un’opera che non si lascia mai fissare in un’unica interpretazione.
Serena Cirillo

Serena Cirillo: Laureata in Lingue e Letterature Straniere, già docente di comunicazione istituzionale al Consolato Americano di Napoli, specializzata in didattica dell’Italiano agli stranieri. Giornalista e critico di danza per il ROMA, Corriere dello Spettacolo e Cityweek. Redattrice della rubrica Danza e Letteratura sulla rivista letteraria “Il Randagio”. Responsabile Stampa del Festival di danza Anima Flegrea. Senza aver mai smesso di studiarla, scrive, anzi narra di danza in tutte le sue forme.











