Intervista a Ritanna Armeni per “A Roma non ci sono le montagne” (Ponte alle Grazie, 2025), di Gabriele Torchetti

Siamo davvero contenti di festeggiare il 25 aprile, ovvero la liberazione dell’Italia dalla tirannia nazifascista, con un libro appassionante di un’autrice autorevole, già impegnata in precedenti pubblicazioni nel racconto della Storia del ‘900 italiano. Stiamo parlando dell’ultimo romanzo di Ritanna ArmeniA Roma non ci sono le montagne“, edito da Ponte alle Grazie, che ci porta nella Roma occupata del 1944, dando voce ai partigiani protagonisti dell’azione di via Rasella, episodio cruciale e controverso della Resistenza. Il nostro Gabriele Torchetti ha avuto la fortuna di porle alcune domande.

Ciao Ritanna e benvenuta a Il randagio. “Una donna può tutto – 1941: volano le Streghe della notte”, “Mara. Una donna del Novecento”, “Il secondo piano”, “A Roma non ci sono le montagne. Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà”, sono gli ultimi quattro romanzi pubblicati per Ponte alle Grazie. Storie diverse ma accumunate da due elementi specifici, il contesto storico e la Resistenza (più o meno esplicitata), è una casualità o una scelta consapevole?

E’ una casualità, ma, come spesso accade, dietro quelli che appaiono casi ci sono motivazioni più profonde che riaffiorano magari qualche tempo dopo. Viviamo tempi incerti, in cui anche i valori più profondi della nostra identità vengono messi in discussione, in cui è difficile persino definire se stessi. E allora ripercorrere il contesto storico delle nostre origini democratiche, rifletterci, capirle, raccontarle è stato per me istintivo. Sono nata e cresciuta in una democrazia: come si è formata? con quali vincoli? quali debolezze? C’è stato un periodo della nostra storia nel quale tutto era “in nuce”. Ripercorrerlo, capire di nuovo e attraverso le storie e i sentimenti delle persone , come avviene  nei miei romanzi, è un modo per capire che cosa dobbiamo fare oggi quando siamo più incerti e ci pare che gran parte di quei valori si siano oscurati.

“A Roma non ci sono le montagne. Il romanzo di via Rasella: lotta, amore e libertà”è l’ultimo appassionato romanzo fresco di stampa, con un titolo lungo ma incisivo, che si scopre durante la lettura.  Che cosa vuol dire che “A Roma non ci sono le montagne”?

Vuol dire che la resistenza romana non va raccontata e giudicata come la Resistenza in altre parti del paese, come quella sulle montagne. A Roma non c’erano gli operai in sciopero, non c’era un esercito di liberazione con le sue gerarchie, il suo ordine,  non c’era un ambiente naturale che riparasse dal nemico. A Roma i partigiani erano più soli, per ripararsi avevano solo i portoni, le case degli amici, a volte le chiese. Potevano contare su una resistenza “sociale” ma spontanea, disorganizzata.   E il tradimento la delazione erano all’ordine del giorno. In questo contesto nascono i Gap e nascono i Gap centrali quelli che agiscono nel centro della città e organizzano l’azione di via Rasella.

Il 23 marzo 1944 ha segnato la storia, un’azione armata antifascista che ha ucciso 33 tedeschi e che ha avuto come conseguenza la condanna a morte di 335 civili italiani. Il romanzo fa un passo indietro e ci conduce alla preparazione dell’attentato messo in atto dai giovani partigiani dei Gruppi di azione patriottica? Qual è la motivazione che spinge questi giovani a combattere in prima persona? Hanno in qualche modo scontato l’ardore della lotta armata?

I giovani di cui parlo sono borghesi, colti, spesso studenti o professori universitari. Avrebbero potuto avere una vita sicuramente più facile di tanti loro coetanei, invece scelgono di vivere nella clandestinità, di mangiare quattro volte alla settimana, di dormire dove è possibile, spesso in luoghi malsani. Per capire i motivi di questa scelta bisogna ricordare che cosa era Roma occupata dai nazisti. Altro che “città aperta”! Il nemico era dappertutto, dominava. Era stato rastrellato il ghetto, trasferiti i carabinieri, le prigioni erano luoghi di tortura , c’era la fame e l’oppressione più spietata. I giovani dei Gap volevano dare un segnale ai romani. Ribellarsi era possibile. Era possibile , come fecero loro in decine di azioni nel centro della città, colpire il nemico. Via Rasella fu una di queste azioni. La più importante nell’Europa occupata dai nazisti. 

Donne e Resistenza è un binomio di cui si parla sempre troppo poco, eppure nelle tue pagine c’è una figura che inconsapevolmente ruba la scena con ardore e coraggio, chi è Carla Capponi? Qual è stato il suo ruolo all’interno di questa vicenda? E quali sono state le altre donne della Resistenza romana?

Mi è sembrato di capire leggendo e studiando le donne dei Gap, ascoltando le loro voci che sono differenti dalle donne partigiane del nord. Queste ultime, come è stato da più parti sostenuto, avevano un ruolo subalterno che nulla toglie al loro coraggio e al loro eroismo, ma che fa capire quali fosse il rapporto uomo -donna anche in un periodo così fecondo di cambiamenti. Le gappiste romane  erano donne colte, agivano in piccoli gruppi – due tre persone – o da sole. Di fatto erano più autonome, più libere. Non si limitavano ad accompagnare gli uomini, organizzavano le loro azioni  anche se spesso gli uomini non approvavano pienamente. Questo mi ha molto colpito.

Un romanzo corale, i protagonisti sono i ragazzi dei Gruppi di azione patriottica, c’è qualcuno tra questi che hai amato particolarmente?

Scrivendo questo libro ho avuto molti innamoramenti. Ho trovato splendide le donne, Carla, Maria Teresa, Lucia. Sono rimasta affascinata da una figura come quella di Carlo Salinari, letterato illustre che diventa capo dei Gap, dalla tormentata figura intellettuale di Franco Calamandrei. Potrei continuare… ognuno di loro aveva qualcosa da dirmi. E io ho cercato di ascoltarli fino in fondo.

6) Nel libro appare per poche pagine, eppure la sua aura ha lasciato il segno anche nel libro. Da pugliese, da terlizzese adottivo devo chiederlo necessariamente. Vuoi dirci qualcosa su Gioacchino Gesmundo?

Mi è dispiaciuto non potere raccontare nel mio romanzo  più diffusamente di Gioacchino Gesmundo, vittima delle Ardeatine e figura di riferimento morale e intellettuale per i giovani di cui parlo. Era per loro un maestro, nel senso più nobile di questa parola. L’uomo il cui esempio era da seguire sempre, nella lotta, ma anche nella riflessione, nella critica. Di cui tutti si fidavano. Fiducia ben riposta. Quando Gesmundo fu preso dai nazisti subì atroci torture ma non tradì nessuno dei suoi compagni. È una figura su cui c’è ancora tanto da indagare e da scrivere.

Gabriele Torchetti

Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

Wanda Marasco: “Di spalle a questo mondo” (Neri Pozza), di Valeria Jacobacci

 Non esiste un solo Ottocento, come sa bene chi è appassionato di un’epoca così significativa per i presupposti tutt’altro che scontati dei tempi futuri. Di quel periodo la Marasco mette in luce lo spaccato degli intelletti nostri tipicamente meridionali, volontariamente rinunciatari della propria individualità in favore di un bene più alto, nazionalista, che porta all’Unità d’Italia e a gran parte degli eventi che si affacciano al Novecento.

  

Non c’è da meravigliarsi se accanto alla tisi, che faceva strage di eroine romantiche nelle opere liriche, si manifestassero almeno due mali estremi per gli animi sensibili, la follia che si accompagna alle allucinazioni degli artisti, e il male di vivere, un’anticipazione dell’esistenzialismo del secolo successivo. Oppure si tratta di un rinvio al taedium vitae di Lucrezio, che lo associa alla malattia dello spirito, e forse alla noia di cui parla Seneca, l’assenza di senso, che fa dire a Cicerone di tornare indietro, al barcaiolo che lo sta portando lontano dalla lama del sicario venuto a tagliargli la gola. Questa ricerca della morte si camuffa da malattia mentale, nient’altro che uno stato di lucidità estrema, l’orrore della verità senza veli.

Ma cominciamo dall’inizio, come si diceva, appunto, nei romanzi dell’Ottocento. Il male di vivere nel Sud dell’Italia ottocentesca risiede nei due momenti fondamentali dell’esistenza, il tempo racchiuso fra il primo vagito e l’ultimo respiro e la dimensione estesa di un tempo  fermo sempre uguale a se stesso. Quest’ultimo è il dramma del Gattopardo,  inorridito ma impassibile di fronte al “tutto cambia affinché tutto resti uguale”, dall’altra parte c’è la percezione di un movimento che comunque esiste e al quale bisogna dare un contributo personale. Almeno per alcuni decenni, questo  sembra possibile, la volontà trova intoppi ma poi si libera, segue il percorso a tratti faticoso e a tratti in picchiata verso qualcosa.  

Il medico Ferdinando Palasciano è  un personaggio storico, di straordinario talento ma non possiede il cinismo necessario alla sopravvivenza. Chissà, forse se avesse conosciuto Giuseppe Moscati, il medico santo che sarebbe nato a Napoli poco dopo, avrebbero collaborato, invece le cose andarono diversamente. Come altri personaggi eccellenti che appaiono nel romanzo, il pittore Vincenzo Gemito e il meno famoso ma celebre Eduardo Dalbono, autore di paesaggi indimenticabili di Napoli e del Vesuvio, il giovane Ferdinando Palasciano riceve riconoscimenti internazionali per il suo pregevole lavoro di medico e si fa notare per i suoi incrollabili princìpi.

Sarà l’ispiratore per la creazione della Croce Rossa. Durante la spedizione di Garibaldi in Sicilia  era stato arruolato fra le file borboniche, sul campo di battaglia, dov’era ufficiale medico, non esitò a curare i feriti di entrambi gli schieramenti. Chiamato a giustificare il suo operato dal generale Carlo Filangieri, spiega che il soldato va onorato e rispettato qualunque sia la sua appartenenza. Viene condannato lo stesso per tradimento e solo in seguito assolto dopo un anno di carcere grazie all’intercessione di re Ferdinando II. Il Risorgimento napoletano è doloroso, complicato. Questo spiega quella sorta di inguaribile frattura subita da tanti personaggi divisi fra onori e disillusioni.

 

Fatta l’Italia, Palasciano guadagna stima e onori, sposa un’affascinante contessa russa, Olga di Vavilov, che ama appassionatamente e che guarisce da una zoppìa considerata incurabile. Insieme costruiscono e abitano una bella villa dominata da una torre. La Torre è simbolo di spiritualità eccelsa ma prefigura la morte come in un romanzo gotico. L’eccesso di sensibilità racchiude una consunzione morale alla quale i due non possono sottrarsi, quasi che lo sforzo fosse di troppo superiore alle reali capacità umane.

Lo spirito romantico racchiude una radice esoterica che a Napoli è particolarmente sentita. Tutti i personaggi vivono almeno due dimensioni, parlano più lingue, a quella della scienza si affianca il dialetto dei servi ma anche dei napoletani tutti, un linguaggio nobile, forbito, pieno di significati. Il cimento politico del dottor Palasciano diventa frenetico, nella bella villa si svolgono serate e concerti, Olga canta i più difficili lieder, non rimpiange la Russia, ha nugoli di ammiratori, nulla di fronte al legame indissolubile che la lega a colui che l’ha salvata dalla zoppìa. Si tratta di una zoppìa reale o psicologica? Entrambe le cose, la femminilità di Olga è di per sé zoppa.                                                                                                                                       

Il colpo di grazia alla salute mentale del dottor Palasciano lo dà la perdita della sala operatoria, fiore all’occhiello del suo ospedale. Così è la pazzia a fare da padrona, il medico è rinchiuso in una casa di cura, Villa Fleurant, dove a fargli compagnia è il fantasma di Vincenzo Gemito, anch’egli fuori di sé per l’incomprensione della sua arte, o, forse, per il sospetto di averne persa la reale ispirazione. Un altro artista attende al varco il dottore all’uscita dal manicomio, quando sembra ormai guarito. E’ Eduardo Dalbono, al quale il medico commissiona una serie di vedute del Vesuvio, da eseguire in una “camera della poesia” che si trova all’interno della Torre. E’ nella Torre che l’amore di Olga cambia obiettivo, il pittore è irresistibile, ma i princìpi morali e la fedeltà al marito lo sono di più. Ferdinando lo sa, capisce, ama parimenti l’amico pittore e la meravigliosa contessa che è sua moglie. Il ménage a trois non è possibile, non ci siamo arrivati, ammesso che si possa considerare una via di fuga. La Torre resta simbolo esoterico di un’immortalità  messa costantemente in dubbio, l’amore è sacrificato, la felicità è una poetica zoppìa.

“Di spalle a questo mondo” di Wanda Marasco è nella dozzina dei candidati al Premio Strega 2025.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi. 

Teatro: “Re Chicchinella” – Emma Dante rilegge Basile, di Brunella Caputo

Dopo “La scortecata” e “Pupo di zucchero”, Emma Dante conclude l’ideale trilogia dedicata a “Lo cunto de li cunti” con “Re Chicchinella”, una rilettura della favola nera, grottesca e amara, tratta dal capolavoro di Giambattista Basile.

La storia, surreale e immaginaria, ha come protagonista un re che per sbaglio, dopo aver defecato, si pulisce con una gallina viva. Da questo insolito, insano e impensabile gesto deriva la sua condanna: da quel giorno lo sfortunato sovrano dà alla luce, con sforzo sovrumano, bellissime uova d’oro.

Una fortuna incalcolabile! 

Questa fantastica e alquanto insolita ricchezza farà la felicità dell’intera corte e dell’ ingrata famiglia del re. Infatti, quest’ultimo verrà quotidianamente adulato con pranzi luculliani affinché possa continuare a produrre questa innaturale ricchezza. 

Il re, dal canto suo, soffre in maniera indicibile e decide di lasciarsi morire di fame pur di distruggere il male che domina il suo corpo: la sventurata gallina.

La scena è nera e vuota. La luce che la riempie confonde, tanto è perfettamente studiata e precisa. Gli attori, tutti, sono perfetti nel corpo e nella voce: abili personaggi variegati, dotati di intensità e forza non comuni, danzatori e attori intorno al bravissimo Carmine Maringola (il re) che, in una particolare veste nera, a torso nudo, si dimena, affannandosi e soffrendo, davanti allo spettatore attonito e affascinato dalla sua potente fisicità.

 

La scena vuota fa parte del linguaggio teatrale di Emma Dante, ma ogni volta è vuota talmente bene da sembrare piena, nel senso che tutto ciò che non è reso visibile è perfettamente illustrato con corpo e voce dagli attori (tutti bravissimi e che meritano di essere applauditi infinitamente). Il racconto della storia somiglia ad una grande lotta tra tanti eserciti di emozioni in combattimento continuo: l’esercito della rabbia, quello della compassione e quello dell’amarezza; l’esercito spirituale, quello concreto e quello fantastico; l’esercito arcaico, quello contemporaneo e quello del quotidiano; l’esercito delle presenze, quello delle assenze e quello delle illusioni.

Emma Dante, con il suo perfetto adattamento della fiaba/novella di Basile, elimina dal palcoscenico la magia fiabesca del testo originale e catapulta lo spettatore nel nero vortice di temi come la corruzione e la sete di ricchezza dell’uomo.

La talentuosa regista è abile nell’uso della metafora per rappresentare la profondità dell’animo umano e trascina con maestria chi guarda, nel sogno e nell’incubo di questo spettacolo. 

La strada che lo spettatore percorre è impervia ma perfettamente trascinante nel potente universo della regista; un universo dove ci si disseta alla fonte del dialetto napoletano del seicento, abilmente rivisto e mescolato con parole francesi e di cui si apprezza la leggerezza e la forza, la nostalgia e la musicalità. Ma la parola è resa essenziale; è il corpo a dettare ritmi e regole.

In questo spettacolo i ruoli si confondono; si alternano buio e luce, silenzio e rumore, danza e riposo, abiti e nudità. 

È una giostra senza tempo, che gira continuamente come il re con il suo abito circolare. Gira, gira, gira fino alla fine della musica che corrisponde alla fine della vita del re e del suo tempo, ma che continua in un altro tempo, in cui a governare sarà una bellissima gallina bianca (apparsa in scena viva, in carne e ossa) che rappresenta la più vivida fonte di luce sul nero palco e che diventa protagonista dell’intera scena. 

È la sopravvivenza degli ultimi. 

L’ultimo sforzo del re per deporre l’ultimo uovo fa nascere la splendida gallina che aveva in corpo, quella che gli faceva mettere al mondo uova d’oro. Ma ora che la gallina è fuori dal corpo di un re, continuerà a deporre uova d’oro?

All’immaginazione di chi ha assistito, il compito di considerare ciò che ha visto un semplice gioco grottesco o un raffinato affresco dell’umana meschinità. 

Applausi!

*Brunella Caputo è nata e vive a Salerno. È regista teatrale, attrice, scrittrice, cura progetti culturali e scrive racconti per Il Mattino. Per Homo Scrivens ha pubblicato “Attesa – Frammenti di pensiero”, da cui è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale, “Dell’acqua e dell’amore” , “Le notti dei Barbuti – Il teatro dei sogni” e “Le ore dell’alba”. Ha pubblicato molti racconti in diverse antologie. Coordina il gruppo di lettura di Feltrinelli Salerno e della Biblioteca Comunale di Maiori. È direttore artistico della rassegna teatrale La notte dei Barbuti.

Cristiana Buccarelli: “Taccuini di viaggio” (Cervino edizioni), di Gigi Agnano

Cara Cristiana,

dopo aver letto i tuoi Taccuini, ho sentito il desiderio di scriverti perché mi sono riconosciuto nella tua stessa inquietudine, quella che ci spinge verso strade lontane alla ricerca non solo di nuovi luoghi, ma anche – in qualche modo – di noi stessi.

Il tuo lavoro è un atlante narrativo di terre diverse, una galleria di panorami culturali e ritratti umani, di paesaggi non solo geografici, ma profondamente esistenziali. Mi hai fatto sentire un compagno di viaggio nelle tappe di un cammino che attraversa un Messico rarefatto, i mercati del Guatemala con la loro densità cromatica abbagliante, fino agli odori e alle voci del Marocco che si presenta come una visione, dove ogni pietra racconta storie e i vicoli sono labirinti nei quali si entra per perdersi. La tua scrittura cattura ogni luogo con una sensibilità che trascende la descrizione turistica, toccando corde ben più profonde.

Sono racconti che evocano un’esperienza sensoriale intensa: sentiamo il calore della giungla di Tikal, la luce mediterranea di Rodi, il “silenzio tenero e compatto” del Sahara. C’è una forma di purificazione nelle esperienze rievocate, come quando la guida Kareem versa acqua sui tuoi capelli e sul corpo, creando un momento tanto tattile quanto spirituale (forse anche sensuale). E attraverso la tua scrittura, anche noi lettori ci purifichiamo bagnati dalla stessa acqua a Chellah come a Rodi, a Tulum o sul Bagmati. Ci immergiamo nella stessa luce e respiriamo la stessa aria, accarezzati o sferzati dallo stesso vento, sia che lo chiami “Meltemi” in Grecia, “forte vento di mare” a Essaouira o semplicemente “folate” a Berlino.

A proposito di Essaouira, immagino abbiano raccontato anche a te la leggenda di Jimi Hendrix che, affascinato dalla bellezza del luogo, nel ‘69 voleva acquistare il vicino villaggio di Diabat per farne una comune hippie. Me ne sono ricordato perché la tua narrazione è intrisa di musica, dai Cure al fado, da Mozart a Vivaldi; e di poesia – quella che citi nei tuoi pellegrinaggi letterari e quella che scrivi tu stessa con delicatezza a chiusura del volumetto.

Per quel po’ che ti conosco, non mi sorprende la tua attenzione all’elemento linguistico: le citazioni dal Popol Vuh, l’arabo, il kalimera a Rodi o il namastè in Nepal, le riflessioni sui culti nordici diventano chiavi per aprire – come scrive Daniela Marra nell’introduzione – “nuove porte percettive” in cerca di un contatto autentico con le tradizioni e le culture incontrate.

Parlando di viaggi, sorrido pensando che torneremo a discutere del tuo libro sulla rivista letteraria che abbiamo voluto chiamare Il Randagio. C’è qualcosa di perfettamente calzante in questo, come se il “randagiare” fosse essenza del nostro essere lettori e viaggiatori. Mi viene in mente Foster Wallace quando diceva: “Un vero viaggio non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.” È questo l’invito che il tuo libro porta con sé: viaggiare per guardarsi dentro con occhi rinnovati, più profondi e consapevoli – che, se ci rifletti, è lo stesso invito che noi del Randagio rivolgiamo a chi affronta il viaggio della lettura.

Fabio Stassi, in un’intervista che ci ha rilasciato qualche giorno fa, ha definito il suo “Bebelplatz” un “libro ornitorinco” per la molteplicità di generi che contiene. Credo che questa definizione si adatti perfettamente anche ai tuoi Taccuini, che sono diario di viaggio, raccolta poetica, memoir e reportage insieme. Amo gli autori che sanno districarsi tra spazi fisici e interiori, in particolare mi piacciono quei libri che nascono dall’inquietudine per cui manca sempre un luogo alla geografia personale dell’autore e del lettore.

Grazie per aver condiviso la tua meravigliosa sete di viaggio.

Con stima e affetto

gigi 

 Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori – il 15 ottobre 2023 – de “Il Randagio – Rivista letteraria“.

Fausta Cialente: “Le quattro ragazze Wieselberger” – uno Strega dimenticato, di Sonia Di Furia

Questo meraviglioso romanzo, in cui l’autrice coinvolge il lettore attraverso la forza evocatrice delle parole, narra la storia delle sorelle Wieselberger e le vicende della loro famiglia, in un arco temporale che va dal 1860, anno dell’unificazione dell’Italia, alle due guerre mondiali. Si prende in considerazione l’edizione Mondadori-De Agostini nella collana “Grandi premi della letteratura italiana” del 1996. Il romanzo è vincitore del Premio Strega 1975.

Angelo Vivante l’8 dicembre del 1910 scrive su La voce: “che nella Giulia vivono da secoli due popoli; che l’uno (l’italiano) si è nutrito fin d’ora dell’altro (lo slavo) perché questo dormiva, ma ora lo slavo si è svegliato e non si riaddormenterà, mentre l’irredentismo parolaio, regnicolo e giuliano pare pagato apposta per strappare il ridesto dal letto e sospingerlo nel suo cammino. Occorre che chi parla e scrive d’irredentismo, anche professandosi tale, rinunzi a tutto il corredo delle frasi fatte. Dopo di che potrebbe anche darsi che di questo irredentismo, ritemprato in un bagno di realtà, rimanga ancora qualche cosa almen di sincero!” Questo a prefazione del libro.

 Scrive Cavour nel 1860, in una lettera a Lorenzo Valerio, regio commissario in Ancona, che aveva fatto nascere un incidente diplomatico con la Prussia, chiamando in un documento ufficiale Trieste città italiana: “Debbo pregare la S.V. di evitare ogni espressione dalla quale possa risultare che il nuovo regno italiano aspira a conquistare non solo il Veneto, ma anche Trieste con l’Istria e la Dalmazia. Io non ignoro che nelle città lungo la costa vi hanno centri di popolazione italiana. Ma nelle campagne gli abitanti sono tutti di razza slava, e sarebbe inimicarsi gratuitamente i croati, i serbi, i magiari e tutte le popolazioni germaniche, il dimostrare di volere togliere a così vasta parte dell’Europa centrale ogni sbocco sul Mediterraneo. Ogni frase avventata in questo senso è un’arma terribile nelle mani dei nostri nemici che ne approfittano per tentar d’inimicarci l’Inghilterra stessa, la quale vedrebbe essa pure di malocchio che l’Adriatico ridivenisse com’era ai tempi della repubblica veneta, un lago italiano. (Tratto da <<Irredentismo Adriatico>> di Angelo Vivante ed. Parenti). Ancora a  prefazione al libro.

Le prime tre sorelle si chiamavano Alice, Alba e Adele, la quarta Elsa. Adele era bellissima, la più bella fra tutte, non solo in famiglia. Una bionda con grandi occhi neri, alta e snella, e nessuno poté mai sapere quanti cuori palpitarono al suo passaggio mentre in cima alla torre Mìkeze e Jàkeze battevano le ore.  Era il 1872 e, nonostante non fosse lei l’ultima depositaria dell’iniziale che era toccata alle altre, fu quella che, all’incirca diciottenne, ebbe l’occasione di danzare più volte, durante i balli della famosa Società Filarmonica triestina, con quel signor Ettore Schmitz che si rivelerà essere Italo Svevo.

Quando, nei primi decenni del 1800, Vienna aveva preso la decisione di far ampliare il porto di Trieste, che godeva del privilegio di essere porto franco dal 1719, per merito di Carlo VI, padre di Maria Teresa, e poiché ciò causava l’inevitabile progredire dell’edilizia, il governo austriaco aveva mandato in città i suoi più celebri architetti e i suoi più rinomati costruttori. Questo spiegava il carattere viennese che era rimasto ai vecchi quartieri nobili della città, ma come lo stile si fosse mantenuto anche dopo; difatti, assai più tardi la piazza della Posta veniva rifatta, tale da sembrare una piazza di Vienna. Anche il Lloyd triestino, sede della compagnia di navigazione, stava per nascere.

 Nella casa della famiglia Wieselberger il tempo passava e scorreva a un ritmo idilliaco di musica, dolci affetti, vivere cauto ma sereno. Erano anni violenti, in cui la storia non aveva insegnato veramente nulla: l’ombra del Grande Impiccato sarebbe tristemente caduta dal capestro sulla terra (Guglielmo Oberdan, patriota irredentista italiano, impiccato il 20 dicembre 1882 dalla giustizia austriaca per alto tradimento e diserzione in tempo di pace, avendo confessato le intenzioni di attentare alla vita dell’imperatore Francesco Giuseppe); e il re, cosiddetto buono, sarebbe caduto sotto i colpi dell’anarchico Bresci (per vendicare le vittime di Milano, uccise durante le 4 giornate, conosciute come i moti del pane, e punire il comportamento tenuto dal sovrano, l’anarchico italiano, Gaetano Bresci, che viveva in America, tornò in Italia per uccidere re Umberto I di Savoia. I moti iniziarono il 6 maggio 1898 fra gli operai della Pirelli, che accusavano il governo di essere responsabile della carestia che subiva il popolo). Nel frattempo, nella loro villa di campagna, le ragazze continuavano a fare musica, avendo tutte studiato fin da bambine pianoforte con maggiore o minore disposizione. Elsa era anche brava nel canto; la Bella leggeva poesie in lingua italiana e tedesca; Alba, la scorbutica, considerata da tutti l’intellettuale della famiglia, l’ascoltava con passione. 

La villa confinava con un possedimento ancora più ricco e vasto che apparteneva a una famiglia ebrea, i cui discendenti avevano cominciato ad arricchirsi mezzo secolo prima in Somalia ed Eritrea. Molti anni dopo, gli eredi sarebbero andati tutti in rovina, quando le generazioni fortunate erano già scomparse. Uno degli avvenimenti più elettrizzanti che aveva luogo durante la villeggiatura era la vendemmia. Quelle erano giornate quasi sempre bellissime. I vendemmiatori erano in maggioranza sloveni, amici o parenti di Ursula e suo marito Giacomo, i contadini- guardiani della tenuta, anch’essi sloveni. I rapporti con i due coloni erano sempre stati buoni e cordiali e la famiglia non si sarebbe mai permessa in loro presenza e nei loro riguardi un linguaggio men che rispettoso. Nel privato, invece, avevano anch’essi la deprecabile abitudine di chiamarli in dialetto “s’ciavi” o, meglio, “sti maledeti s’ciavi”, incapaci com’erano di interpretare la realtà e capire la situazione nella quale la lunga e abile mano dell’impero austriaco apponeva e aizzava gli uni contro gli altri, in modo che tutti si sentissero offesi e provocati. 

Trieste non decadeva, ma questo non dipendeva dal buon volere o la generosità degli Asburgo ai quali si era affidata completamente, ma per l’inarrestabile decadenza di Venezia. Ciò le permetteva di sviluppare i suoi commerci, ma la incorporava sempre di più nell’impero austriaco, rendendola la porta occidentale dell’immenso retroterra orientale, un destino al quale sembrava naturalmente e geograficamente legata. Gli orrori del razzismo erano ancora lontani; un paio di generazioni sarebbero nel frattempo maturate, invecchiate e morte, ma certi discorsi e toni erano già l’alba dell’orrore. 

Gli avvenimenti che suscitarono nuove memorabili emozioni nella famiglia, al di fuori della permanente ossessione irredentista che ogni tanto saltava fuori nelle discussioni, furono le nozze della primogenita Alice e, qualche anno dopo, la partenza per l’Italia della giovane Elsa, che si recava a Bologna a studiare canto. Il matrimonio di Alice aveva introdotto l’elemento ebraico nella famiglia, che era conosciuta anche per non essere particolarmente osservante del proprio cattolicesimo. Negli anni però il padre aveva preso l’abitudine di dire con ironico disprezzo “quell’ebreo” riferendosi al genero, non particolarmente stimato. In realtà, in mezzo a tante questioni politiche che esacerbavano gli animi e agitavano la città e le campagne, a Trieste l’antisemitismo non era particolarmente diffuso a quei tempi o, perlomeno, non era ostentato, forse perché la comunità ebraica era una delle più ricche e potenti fra gli alti ceti sociali e una simile avversione non si era palesata. 

I sentimenti familiari verso i parenti erano ondeggianti, insicuri, ostacolati dalle vicende storiche, quindi poco inclini all’affetto; nonostante ciò, le ragazze non riuscivano a capire perché un ebreo dovesse valere meno d’un cristiano, anzi non sapevano addirittura dove fosse la differenza. Loro, d’altronde, erano state tenute fuori da qualsiasi pratica religiosa, a scuola erano perfino esenti dalle lezioni di catechismo, che del resto non sempre faceva parte del programma scolastico nell’Italia laica di quei tempi. Pensavano che, quando si è messi difronte a un tempio e invitati ad ammirarne l’architettura, che il tempio dove la gente usa raccogliersi e pregare sia cattolico o ortodosso, sia una sinagoga o una moschea, sono dettagli puramente formali. Ciò che esse guardavano era la pura bellezza.

Da tempo, Lidia, la cugina maggiore, amoreggiava con Felice, nipote del famoso Giacomo Venezian, morto nella difesa della Repubblica Romana nel 1849, in pieno Risorgimento. Anch’esso ebreo, giovane intriso dell’irredentismo familiare, era diventato gran capo del partito nazionalista triestino e della Lega Nazionale. Nel 1908 l’uomo morì e la numerosa comunità irredentista gli riconobbe il merito di aver voluto creare a Trieste le condizioni politiche necessarie a denunciare la Triplice alleanza (Germania, Austria-Ungheria, Regno d’Italia), cosa che puntualmente accadde sette anni dopo allo scoppio della guerra con l’Austria.

In realtà, già allora gli avversari non erano più gli “austricanti”, coloro che alla fine dei conti avevano rappresentato e difeso i grossi interessi di una città tanto ricca, dipendente da uno Stato ancora ricchissimo e potente, e non avevano mai voluto compromettersi con un irredentismo troppo acceso. Gli avversari erano fatalmente diventati i socialisti insieme agli sloveni, una minoranza, indubbiamente, ma la cui nascente solidarietà dava fastidio e forse preoccupava. Questo spiega la trionfale votazione che ebbero gli irredentisti nel 1897.

Dieci anni dopo, la situazione era capovolta e la ricca e ottusa borghesia, nei suoi discorsi, non lasciava mai entrare le questioni dei lavoratori, sembrava anzi volerle ignorare. Nella forma di governo che essa auspicava per la città, quando fosse “divenuta italiana”, la voce dei lavoratori era esclusa. Respingeva la massa condannandola all’emarginazione per antica miseria. Al razzismo, che stava alla base dell’annosa e insoluta questione slovena, si aggiungeva, quindi, l’incomprensione o addirittura l’indifferenza, quando non la sprezzante ostilità nei riguardi dei lavoratori; ma il peso degli enormi sbagli commessi nell’Ottocento, che non furono solamente triestino- irredenti, ma italiani, avrebbero finito, dopo una disastrosa Prima guerra mondiale, per trascinare la nazione italiana nel fascismo, e Trieste con essa. 

Non si dovette aspettare molto, perché le roventi trattative dell’Austria con la Serbia e la Russia, la tracotanza della Germania, le faticose diplomazie della Francia e della Gran Bretagna, che erano durate tutto il mese di luglio, non servirono a nulla: il primo giorno di agosto l’Austria dichiarava guerra alla Serbia e, pochi giorni dopo, la Germania invadeva il Belgio, mentre l’Italia rimaneva neutrale poiché, ufficialmente, la guerra di aggressione dell’Austria era contro il carattere difensivo della Triplice. 

Per quello che riguardava i Wieselberger, erano in quel momento soltanto una famiglia allo sbaraglio costretta a trasferirsi a Firenze. Gli stolti ottimisti che l’estate precedente avevano annunciato il “Tutto finito” per Natale, cioè tutti a casa per il Natale 1914, erano stati tragicamente smentiti dall’autunno e dall’inverno appena trascorsi. La guerra si era svolta soprattutto nelle trincee e si era abbattuta in maniera talmente nefasta e mortale sulle milizie, da portare il soldato Giuseppe Ungaretti ad esprimersi attraverso la parola poetica che interagiva con la storia, quella privata del poeta e quella collettiva dell’umanità.

 Trascorreva intanto quel terribile 1916 e iniziava l’anno più drammatico, il 1917. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra al fianco degli Alleati, grosso smacco per gli Imperi Centrali; lo zarismo era crollato in Russia e la parola bolscevismo spaventava tutti. La massa dei combattenti, ormai stremata, non era più formata dagli “eroici soldati che si sacrificavano per l’onore e la grandezza della patria”, ma da “ignobili simulatori” che fingevano di combattere e invece se la squagliavano appena potevano, preoccupati soltanto di riportare “la pancia a casa, la pancia per i fichi”. C’era, insomma, già la puzza di Caporetto che il 24 ottobre sarebbe caduta, seguita dal cedimento del pilastro difensivo del Monte Maggiore.

Qualche anno dopo la fine della guerra, il fascismo si era messo al servizio di una miope politica di conservazione e andava facendosi le ossa. La borghesia, sia gli industriali del nord che gli imprenditori agrari del sud, finalmente si vendicava sulla massa di tutte le paure sofferte dopo Caporetto, le rivolte, gli scioperi, le settimane rosse, e si proponeva di agguantare il potere. Da Milano, una sparuta e scarsa marmaglia in camicia nera e nappe ballonzolanti si radunava in piazza del Duomo per la Marcia su Roma. Seguivano l’assassinio di Matteotti, la morte di Gobetti e di Gramsci e più tardi la guerra d’Etiopia e la Seconda guerra mondiale. Dopo di essa, finisce un’epoca maledetta, durante la quale, ad una ad una se n’erano andate le protagoniste Wieselberger, ormai anziane ma sempre vive nel tragitto della storia.

L’autrice, nel consegnare alle stampe le “sue quattro ragazze”, si libera della dolorosa fatica di chi tornando con la mente indietro nel tempo, negli anni e nei decenni, non può rimanere distaccato dalla storia che non è, come afferma Pasolini, unica e unilineare, ma ha un suo spessore fatto di persone, luoghi e vicende, gioie e sofferenze. In questo libro, Fausta Cialente ci ha raccontato la sua storia per come l’ha vissuta e si è svolta, a cominciare dalle sue antenate.

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.