Nella storia della letteratura greca, pochi personaggi sono rimasti così vivi e attuali come Antigone. Figura tragica per eccellenza e protagonista dell’omonima opera di Sofocle, Antigone attraversa i secoli portando con sé interrogativi eterni: cos’è la giustizia? È giusto obbedire a ogni legge? Oppure è lecito disobbedire in nome di una verità superiore?
La tragedia greca si apre su uno sfondo drammatico: la città di Tebe è appena uscita da una guerra civile tra due fratelli, Eteocle e Polinice. Figli di Edipo e fratelli di Antigone, i due giovani avevano stabilito di governare la città a turno, un anno ciascuno. Ma, una volta al potere, Eteocle si rifiuta di cedere il trono. Polinice allora assale la città con un esercito straniero. Lo scontro fratricida si conclude con la morte di entrambi.
Dopo questa tragedia familiare, il nuovo re di Tebe, Creonte, zio dei ragazzi, decreta che Eteocle, difensore della patria, riceva una degna sepoltura, mentre Polinice, ritenuto traditore, resti insepolto, abbandonato agli animali e alle intemperie. Si tratta di una condanna infamante, un monito esemplare per chiunque osi sfidare l’autorità dello Stato. Nella cultura greca arcaica, la sepoltura non era soltanto un rito religioso, ma un dovere sacro: senza di essa, l’anima del defunto non poteva trovare pace.
Per Antigone, dunque, l’editto di Creonte è intollerabile. Negare la sepoltura a Polinice significa condannarne l’anima a un’esistenza sospesa tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Così, da sola, Antigone decide di agire. Sfida apertamente la legge degli uomini per obbedire a quella “non scritta e immutabile” degli dèi, che impone di onorare i morti.
Colta in flagrante mentre compie il rito funebre sul corpo del fratello, viene arrestata e condannata a essere murata viva in una grotta. Né le suppliche della sorella Ismene né l’intervento di Emone, suo promesso sposo e figlio di Creonte, riescono a salvarla. Solo troppo tardi il re, avvertito dall’indovino Tiresia dell’imminente catastrofe, decide di revocare la condanna. Ma è ormai tardi: Antigone si è impiccata. Emone, sconvolto, si uccide. Anche Euridice, moglie di Creonte e madre di Emone, si toglie la vita.
La tragedia si chiude nel silenzio e nel rimorso.
Ma cosa rende Antigone così potente e attuale? Perché la sua figura continua a interrogarci?
Perché non è un’eroina che cerca la gloria. Non è una ribelle per vanità. Non combatte per il potere né per vendetta. Lotta per ciò che ritiene giusto. La sua forza risiede in una coerenza assoluta, quasi inumana, nella determinazione con cui persegue un’idea superiore di giustizia. Sceglie la propria coscienza, anche a costo della vita.
Per questo la sua figura ha attraversato i secoli diventando il volto del dissenso e della disobbedienza civile.
Il filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel vede in lei l’incarnazione della legge della famiglia e degli affetti, in contrasto con la legge impersonale dello Stato rappresentata da Creonte. Nel corso del Novecento, la sua figura si è caricata di significati politici, etici e femministi, diventando simbolo di resistenza, pietà, libertà interiore e dissenso.
Per Simone Weil, filosofa e attivista francese, Antigone è la voce della giustizia morale e della solidarietà, un principio alternativo alla legge astratta e impersonale di Creonte. Antigone dà voce agli emarginati, inaugurando una nuova cittadinanza fondata sull’ascolto e sull’alterità.
Per Judith Butler, teorica del femminismo contemporaneo, Antigone rappresenta un’identità eccentrica, che sfida le norme sociali e familiari. È l’emblema delle soggettività marginali — queer, non conformi, resistenti — che chiedono visibilità contro le strutture dell’autorità patriarcale.
Antigone è tornata protagonista anche nei grandi momenti storici del Novecento. È l’eroina della resistenza al nazismo nell’interpretazione teatrale di Bertolt Brecht. È la madre dei desaparecidos nell’Antigone Furiosa di Griselda Gambaro, ambientata nell’Argentina della dittatura militare.
E oggi? Antigone parla ancora.
In un mondo in cui la legalità non sempre coincide con la giustizia, e in cui la coscienza individuale rischia di essere schiacciata da apparati istituzionali sempre più complessi, il suo “no” risuona ancora come un atto necessario. Non facile. Non indolore. Ma necessario.
Antigone non tace. Ci guarda e ci interroga: da che parte stiamo?
E quali leggi — scritte o non scritte — guidano davvero le nostre scelte?
Angela Molinaro
Angela Molinaro: Laureata in Filologia Classica, insegna Latino, Greco e Cultura dell’Antichità nel cuore dell’Inghilterra. Ama trasmettere ai suoi studenti il fascino del mondo antico e la bellezza della parola. Viaggia con la stessa curiosità con cui legge: per incontrare mondi e conoscere storie. Per questo vive con la valigia sempre pronta e un libro nello zaino. Scrive e collabora con case editrici e riviste letterarie per dare forma a pensieri che nascono tra una lezione, un aereo e le fusa dei suoi due gatti neri.
Abbiamo chiesto alla nostra amica Francesca Chiesa, veneta da Syros nelle Cicladi, di parlarci del suo ultimo libro “Diversamente sole” (Edizioni Open) da qualche giorno in libreria.
LA QUINTA STORIA
Borges individua, in El oro de los tigres, quattro racconti che percorrono la storia dell’umanità, Los cuatros ciclos.
L’inutile difesa di una città assediata. Achille sa che il suo destino è morire prima della vittoria. Omero e Yeats la canteranno.
La storia di un ritorno. Quella di Ulisse; e quella degli dei del Nord.
La storia di una ricerca. In passato, fortunata – Giasone e il Vello. Nella modernità, sconfitta – l’Achab di Melville, il K. di Kafka.
La storia del sacrificio di un dio. Attis, Odino, Cristo.
Inevitabilmente, ne manca una: l’innamorato di Maria Kodama forse l’ha dimenticata, forse non la conosceva. Anche noi vorremmo dimenticarla e invece va trasformata in racconti, in una quantità di racconti, nella maggiore quantità di racconti possibile: tutte le storie di tutte le solitudini di tutte le donne.
Per raccontare si possono usare romanzi o racconti. Anche poesie, che sono tuttavia racconti per immagini. Io ho scelto i racconti. Un racconto non è un romanzo breve, un racconto quando riesce proprio bene è un pugno allo stomaco, un lampo che ti lascia il segno sul fondo della retina. Un romanzo è progettato per un ambiente, un racconto è prodotto da un ambiente.
L’ambiente che produce le mie storie è un’ampia area che comprende il mondo indoiranico, la Russia a nord, a sud e ovest la penisola araba e l’Africa orientale, e in parte l’area mediterranea. Le terre in cui ho trascorso la mia vita, ma anche il mondo dove il racconto è nato, in forma di novella.
Il romanzo, che in un tempo assai lontano fu poema epico e successivamente romanzo alessandrino o greco-romano che dir si voglia, poi da roman cortese divenne romanzo borghese e tutto questo percorso fece senza che mutassero gli elementi che lo caratterizzano: essere un concatenarsi di eventi in forma causale e svolgimento temporale; essere l’espressione degli strati dominanti della società di una determinata epoca.
La novella/racconto è il memorandum della vita quotidiana, ciò che si annota per fissare la memoria, per conservare il ricordo. Il racconto mi ė sempre apparso lo strumento ideale per narrare un mondo in cui il reale ė ciò che accade.[1]
I miei racconti sono prodotti dai luoghi in cui sono vissuta. Dal tentativo di cogliere le forme di vita che fanno di ogni luogo ciò che ē.
Se fossi stata brava a usare matita e pennello, avrei disegnato l’eleganza delle euforbie in Eritrea, la fioritura degli Alberi di Giuda che tinge di sangue le strade del centro di Teheran, l’oro del brevissimo autunno di Mosca, l’azzurro del crudele mare di Libya.
Se fossi stata metodica, avrei annotato le ricette della cucina greca che amalgama oriente e occidente; le tradizioni della nostra cucina di campagna, arte di nonne che custodivano il segreto del soffritto; la chiave dello zafferano persiano che profuma e del colchico che uccide; il mosaico di colori del fattush libanese che fa dimenticare e si prepara insieme, sedute intorno a un tavolo a tagliuzzare.
Invece mi piace scrivere e così racconto quello che conosco meglio: le donne, perché sono donna, e la solitudine, sostantivo di genere femminile. Cercando di capire, donna dopo donna, chi davvero sostiene il peso di questa solitudine.
Dalla presentazione di Diversamente sole:
“Diversi sono i modi di essere donna che puoi incontrare sulle strade del mondo, ma c’è un aspetto dell’esistenza che ci accomuna tutte e appartiene solo a noi: la solitudine.
Questo è un libro scomodo, non racconta storie a lieto fine, anzi, le storie che racconta appartengono al genere di quelle che non finiscono mai.
Di tutte una soltanto, a mio giudizio, si risolve in una speranza di serenità: potrebbe essere definita fiaba di una nipotina che trova un nonno, ma questa è solo la seconda parte di La vergine di Malindi e La figlia della vergine.
Delle altre posso dire che offrono un’unica rassicurazione, si svolgono in una realtà molto lontana dalla nostra. Tranne l’ultima, che appartiene al passato povero della mia terra, il Veneto, al tempo in cui la solitudine si mescolava con la povertà e generava mostri: Tre + due ragazze belle, vendono il poco che hanno.
La trovi ovunque, la solitudine, negli interstizi della vita altrui e ovunque ci sia da portare pesi, nascoste agli occhi del mondo o appena appena sogguardate, come la donna che sputa quasi di nascosto sui dittatori (Ma i dittatori sognano isole sbagliate?) e le ragazze di Tripoli che rifiutano quelle di un altro colore.
Il mare che divide la Libia dalla Sicilia ne sa qualcosa, di solitudine: dentro uno di quei gusci di noce che ballonzolano disperatamente sulle onde, ho lanciato uno sguardo e ho trovato una novella Sherazade, il suo nome è Haben e rappresenta tutte le mie allieve eritree, e ricorda Tutte quelle in fondo al mare.
Ogni donna vive con la sua peculiare solitudine: non fa molta differenza che gliel’abbia regalata il mondo o se la sia ella stessa confezionata, come accade ad esempio a Sikina, la protagonista del racconto Di corsa, che ha sposato un uomo speciale ma se n’è accorta troppo tardi.
Ci sono le solitudini coraggiose, nobili, fiere e c’è la solitudine delle donne che vivono in mondi meschini che le hanno plasmate ma di loro non sanno che farsene: sono Quelle del Waddan, appendici di un mondo che si sente privilegiato
La solitudine ti guarda sempre con lo stesso volto, ma non tutte le storie di solitudine si assomigliano. Ci sono quelle che ti lacerano dentro e ti fanno sentire corresponsabile di quanto accade: ad Afra di Tawergha e alla figlia di Rosa, a Ghinda, cui è stato fatto assaggiare l’amaro Frutto di passione. Alle donne che mangiano insieme Fattush a Beiruth: sono amiche, in compagnia, allegre e felici: non dura.
C’è la gioia di Azadeh, che significa libertà in persiano: libera di vagare sola tra i misteri e gli incantamenti del Gran Bazar di Teheran. La mia gioiosa e stordita euforia – sì, la protagonista di Acido lisergico sono io – che sogna donne colorate, danzanti intorno al mio letto d’ospedale. E ancora Federica e Tahereh, senza uomini e senza soldi, che ubriacano di Uova sode la loro solitudine e lanciano le bucce giù dal ponte che congiunge Massawa e Taulud.
Ci sono anime rinsecchite, come quell’anziana ricca e colta persiana che non ha più nulla per cui vivere se non l’organizzazione del più perfido Matrimonio d’amore. C’è La solita vecchia storia degli uomini che inventano malignità sulle donne, e quella più lontana che racconta Come muoiono le regine. Sole, come volete che muoiano: all’ora sesta, quando tutti muoiono.
E poi vi racconto di una madre che non capisce, in Quelle della Qabila, e di una che s’innamora di Alex/Iskandar detto Alessandro Magno
C’è una sola storia, in questa raccolta, che narra di una solitudine condivisa, tra un pirata e una principessa: l’Isola Verde esiste, potete cercarla in Eritrea, loro due li ho solo sognati”.
[1] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logicus-philosophicus 1.1, 1922.
Francesca Chiesa
Francesca Chiesa, classe 1955, laureata in filosofia.
Ha lavorato per il Ministero degli Affari Esteri in Iran, Russia, Grecia, Eritrea, Libia, Kenia. Dal 2019 vive col marito prevalentemente a Syros, nelle Cicladi.
Pubblicazioni recenti:
Dalla Russia alla Persia – storia di un viaggiatore per caso: Peripezie di un marinaio olandese al tempo di Alessio I Romanov e Suleiman I Safavide, La Case Books, 2023
Una storia di donne persiane: Il romanzo di Humāy e Nahid, La Case Books, 2023
La concomitanza con l’appuntamento referendario, in particolare con il quesito sulla cittadinanza, offre al Randagio l’occasione perfetta per parlare di Nadeesha Uyangoda e dei suoi libri.
Non mi piace annoiare il prossimo raccontando aneddoti personali, ma per presentarvela, faccio un’eccezione… giurando di non rifarlo più! Qualche mese fa, durante un viaggio in Indonesia, mi è capitato un episodio che ancora oggi mi fa sorridere con una punta di fastidio. Sono un terrone doc, cresciuto all’ombra del Vesuvio, e quando sei lontano da casa e incontri altri italiani, scatta spesso quella voglia di scambiare due chiacchiere, magari condividere un pezzo di viaggio. Durante un’escursione in barca, mi ritrovo con una coppia anziana di veneti, rilassata, simpatica, persino di centrosinistra. Tutto tranquillo, finché, costeggiando un’isoletta con un villaggio di baracche malconce, tra lamiere arrugginite e legno marcio, il marito guarda la scena e dice alla moglie: “Pensa come stanno messi ‘sti marocchini!” Poi si volta verso di me e aggiunge: “Scusa, eh!” In quel “scusa” c’era un universo di sottintesi. Non si stava scusando per un’espressione infelice, ma per dirmi che, nonostante la mia napoletanità, non mi considerava – bontà sua – parte di quella categoria marocchina che, nella sua testa, era sinonimo di miseria, arretratezza, ecc…
Un momento imbarazzante, a prenderlo bene anche un po’ comico, che mi ha fatto riflettere su come il pregiudizio possa infilarsi in episodi apparentemente banali. Ci sono infatti occasioni che ti pongono di fronte a piccole espressioni di razzismo che, pur sembrando innocue o dette en passant, sono insopportabili quanto i grandi gesti d’intolleranza. Quelle parole, magari sussurrate, ti ricordano che il pregiudizio può ferire anche senza essere urlato. Talvolta basta un dettaglio, una smorfia, per capire quanto il razzismo sia radicato e difficile da estirpare.
Ma, per fortuna, a me episodi come questo capitano raramente. Mettiamoci invece nei panni di “una persona nera” in un Paese come il nostro, dove le battute insolenti o certi sguardi sono all’ordine del giorno.
È qui che entra in gioco Nadeesha Uyangoda, una voce che dovremmo tutti ascoltare. Nata a Colombo nel 1993, dall’età di sei anni in Brianza, la Uyangoda è una scrittrice italiana di origini singalesi che, con due libri, un podcast e articoli su giornali e riviste prestigiose, racconta l’Italia da una prospettiva che manca ancora quasi del tutto nel dibattito pubblico. La sua forza? Sa parlare di temi seri – a volte dolorosi – con una leggerezza e un’ironia che ti fanno sentire come se stessi chiacchierando con un’amica brillante, sincera, intelligente, mai scontata.
Il suo primo libro, “L’unica persona nera nella stanza” (66thand2nd, 2021), è un reportage sulla quotidianità di chi vive in un Paese dove essere neri può significare soltanto che sei “straniero” e “extracomunitario”, anche se sei nato e cresciuto qui. Non si tratta solo di razzismo esplicito, fatto di insulti o gesti eclatanti. La Uyangoda ci mostra quanto siano insidiose le microaggressioni che non fanno rumore, quei momenti apparentemente innocui che però pesano. Come quando sei l’unica persona nera in un gruppo e tutti ti guardano come se fossi un’eccezione, o ti chiedono “di dove sei veramente?” come se la tua risposta non possa essere “Italia”. Oppure quando vieni invitata a un evento non tanto per le tue idee, ma perché serve una “quota nera” per evitare critiche. L’unica persona nera nella stanza è quella cui l’impiegato di banca si rivolge col “tu”, ritornando al “lei” col cliente successivo; è la bambina cui la maestra dice “Nadeesha, tu la tesina la fai sul tuo Paese”, intendendo ovviamente lo Sri Lanka. L’unica persona nera nella stanza è quella che esce con tuo figlio al quale chiedi “quanto sia scura”. Sono tutti episodi che evidentemente fanno pensare ad un memoir, ma il libro è anche un serissimo piccolo saggio sulla società italiana, che parla di noi tutti, rivelando un razzismo “ordinario” che spesso non riconosciamo nemmeno.
Nel suo secondo lavoro, Corpi che contano (66thand2nd, 2024), la Uyangoda scrive con un registro da saggio del legame tra corpo, sport e identità, confrontando i ricordi d’infanzia legati al proprio corpo con le vicende di atleti razzializzati che hanno trasformato le loro capacità fisiche in una professione. Attraverso queste storie lo sport si rivela un modo per realizzare un riscatto sociale, un mezzo per abbattere muri e preconcetti, ma anche uno strumento di potere politico e controllo culturale. E il corpo dell’atleta diventa un simbolo, il ring sul quale si affrontano pregiudizi, discriminazioni e aspettative della società. È un corpo che viene celebrato, ma anche valutato, mercificato, controllato, politicizzato. L’autrice mette in chiaro quanto il razzismo sia ancora presente nel mondo dello sport e quanti stereotipi continuiamo a portarci dietro quasi per abitudine o per inerzia. Come per esempio l’idea che certi corpi siano “fatti” per alcuni sport e non per altri solo perché appartengono a una certa “razza”, oppure la convinzione ancora molto radicata che esistano sport “da maschi” e sport “da femmine”. Con un tono sempre intelligente e mai pedante, Nadeesha disfa queste narrazioni e ci invita a riflettere.
Ecco quindi perché è il caso di leggere i suoi libri. Perché Nadeesha Uyangoda ci regala una lente nuova per guardare l’Italia, quella delle persone nere o appartenenti a minoranze spesso invisibili. Con i suoi scritti e il podcast “Sulla razza“, sfida pregiudizi, parla di razzismo sistemico e di mancanza di rappresentanza in politica, media e cultura. Come dice lei: “Negli ambienti culturali italiani i neri esistono come oggetto del discorso, quasi mai come soggetto”. I suoi libri non solo informano, ma spingono a interrogarsi e a cambiare, a partire dai piccoli gesti quotidiani. Se vogliamo quindi capire cosa significhi essere una persona di colore in Italia oggi, iniziamo da Nadeesha. Ci lascerà con tante domande, ma anche con la voglia di fare la nostra parte. Seguiamola sui Social, dove, per esempio, il giorno 6 giugno scrive: “La settimana prossima mi scade il permesso di soggiorno (che non è più illimitato, ma va rinnovato ogni 10 anni). […] L’anno scorso ho iniziato il lungo processo verso la domanda di cittadinanza (ho avuto l’appuntamento per la legalizzazione a febbraio 2025, ad oggi non ho ancora ricevuto il documento). Non raccontiamoci tante storie: il referendum potrebbe portare la concessione della cittadinanza da 13 a 8 anni per gente che vive, lavora, va a scuola e paga le tasse in Italia. Non risolve il divario di potere tra passaporti, non è risolutivo in tema di cittadinanza, non snellisce le pratiche burocratiche. Non è poi molto, ma anche quel poco è importante perché concede in tempi meno incivili i diritti politici a persone che, pur nascendo o crescendo o vivendo in questo paese, non riescono a partecipare alla cosa pubblica.”
IL RANDAGIO SUGGERISCE: “ANDIAMO A VOTARE!”
P.S. Non c’entra niente, ma Nadeesha e io tifiamo per la squadra di calcio Campione d’Italia: forza Napoli sempre!
Gigi Agnano
Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.
Andare a votare per ridare dignità al lavoro ed agli immigrati oltre che all’Italia intera?
Certo. Ma c’è un altro motivo addirittura più pregnante: restituire diritto di cittadinanza al confronto e salvare dall’estinzione il dissenso.
Allora il referendum dell’8/9 giugno 2025 è quel che ci vuole per rimettere in piedi un’Italia rovesciata, se mai i suoi cittadini usciranno dal letargo e ignoreranno gli inviti del governo, della maggioranza che lo sostiene e del Presidente del Senato, a disertare le urne sventando e magari coprendo di ridicolo il tentativo di svuotare la dialettica democratica cancellando il dissenso, disinformando e limitando le possibilità oltre che la volontà ad esprimerlo addirittura inibendo gli spazi in cui esso si può e si deve esprimere.
È la risposta necessaria per fermare il declino della nostra democrazia, incamminata a diventare democratura.
Non è questione da poco. C’è un momento nella vita degli uomini e dei popoli in cui si impone il dovere morale, prima che civile, di negare e contraddire la volontà del potere pena il manifestarsi di una nemesi che potrebbe schiacciarli e condannarli alla assuefazione ad una vita da sudditi.
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Racconta Sofocle che Antigone diede sepoltura al fratello Polinice violando la legge di Creonte. La punizione fu tremenda e le conseguenze deflagranti.
Antigone venne condannata a morte e murata viva in una tomba.
Il vecchio Tiresia mise però in guardia Creonte contro tanta violenza.
Antigone aveva obbedito ad una legge morale che andava oltre la legge degli uomini e lo stesso decreto del re, avvertì.
Lo stesso popolo tebano manifestò pietà e a gran voce chiese clemenza per l’infelice creatura.
Creonte turbato tornò al fine sui suoi passi ordinando la liberazione di Antigone.
Troppo tardi.
La fanciulla si era tolta la vita, impiccandosi.
Emone figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone non resse al dolore e pose fine anch’egli ai suoi giorni suicidandosi a sua volta.
Al re di Tebe non restò che maledirsi per la durezza del suo cuore e la sordità della sua mente che avrebbe attirato su di lui e sulla città la nemesi divina.
I greci escogitarono così l’ostracismo per preservare gli equilibri della Polis ponendola al riparo dalle possibili conseguenze dell’azione degli oppositori.
La tirannide, forma di governo monocratica che non ammetteva dissenso e rendeva il popolo schiavo, secondo la definizione di Erodoto, era sempre in agguato, anche se era al popolo che il tiranno faceva riferimento per avallare o consolidare il proprio potere.
Le polis si trovarono così ad affrontare la questione del cambiamento e dell’impatto del dissenso rispetto all’azione del governo.
La democrazia greca doveva fare i conti con un’oligarchia di origine aristocratica spesso rissosa che deteneva ricchezze e potere e decideva le sorti stesse della città ma anche con il popolo che talora si produceva in clamorose sommosse soprattutto quando l’eccessiva concentrazione delle ricchezze negli oligarchi lo estrometteva dalla loro distribuzione, per esempio nel caso di guerre vittoriose allorquando esso rivendicava per sé un’equa ripartizione del bottino.
Gli imperatori romani risolsero la faccenda elargendo panem et circenses.
Platone nella Repubblica e Aristotele nella Politica intanto avevano definito i confini ed i caratteri del potere democratico e di quello monocratico. In essi la partecipazione dei cittadini rappresentava il discrimine.
Governo e dissenso si ponevano dunque come i poli della vita della polis.
Il potere monocratico prevalse anche a Roma allorquando la Repubblica venne sopraffatta dall’Impero.
Bisognerà attendere il rinascimento perché le antiche polis riemergessero nei liberi comuni che tuttavia evolsero anch’essi rapidamente in Signorie quando non confluirono nei recinti di re ed imperatori.
E bisognerà attendere l’illuminismo, la rivoluzione francese e la guerra civile nordamericana per la definitiva consacrazione del potere del popolo che peraltro dovette sempre fare i conti con le derive monocratiche che intanto nei tempi moderni avrebbero assunto la forma conclamata delle dittature che si appellavano al popolo, salvo privare quest’ultimo di ogni diritto, compreso quello di dissentire.
La Democrazia, quella nata dall’illuminismo, era l’unica ad aver assunto il dissenso come dato fisiologico del proprio essere, affermarsi e progredire.
Emblematica in questo senso l’affermazione della biografa di Voltaire ( Evelyn Beatrice Hall “Gli amici di Voltaire”) tesa a sintetizzare il suo pensiero “disapprovo quel che dite ma difenderò sino alla morte il vostro diritto di dirlo” … ma Voltaire aveva fiducia nella luce della ragione.
Ed arriviamo alla contemporaneità. Alle aberrazioni delle dittature e dei regimi totalitari che negarono il dissenso con ogni forma di violenza sino a quelle più estreme che, come per Antigone, contraddicevano anche la legge morale.
Servirono guerre estreme anch’esse per venir fuori dalle dittature.
E servirono sofferenze altrettanto inaudite e lunghe per la consunzione dei regimi totalitari, primo fra tutti quello sovietico che infine implose su sé stesso.
Le democrazie si diedero delle costituzioni che le avrebbero dovute difendere da ogni recrudescenza violenta.
Al centro di esse la volontà popolare che, sulla scorta del pensiero degli illuministi e dopo gli olocausti nazifascisti, si pensava fosse ormai per sempre vaccinata contro quelle derive.
Vi erano parlamenti e governi, istituzioni e magistrature atte a definire e garantire i percorsi dei popoli. E leggi furono varate per regolarne il funzionamento. Tra queste anche le leggi sui referendum che stabilivano la diretta chiamata alle urne del popolo tutto intero e dei singoli cittadini per dirimere dilemmi ed affermare principi fondamentali per essi.
I mutamenti delle competenze e attribuzioni del governo venivano sottoposti a procedure severe che contemplavano il pronunciamento popolare. I mutamenti epocali del sentire sociale, laico e religioso, vennero sanciti dai referendum e con essi l’allargamento degli spazi di civiltà e di liberazione del popolo.
L’espressione del voto era sale e lievito della democrazia.
In Italia le percentuali del voto sono state storicamente tra le più alte in Occidente.
Lo spavento del fascismo aveva fatto scuola.
Anche i referendum avevano un’aura di sacralità che si traduceva in una mobilitazione della gente e dei movimenti e partiti politici che su di essa basavano la propria legittimazione.
Poi il tempo e le incrostazioni della rappresentanza popolare cominciarono ad affievolire l’entusiasmo e a ridurre la partecipazione.
I miracoli economici e democratici rivelarono delle lacune da cui presero l’abbrivio derive niente affatto rassicuranti.
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L’economia prese il sopravvento sulla politica.
Le devianze iper capitalistiche imposero i loro interessi che tracimarono ovunque travolgendo le stesse istituzioni che per sé teorizzarono, al pari delle aziende multinazionali, efficienza di costi ed efficacia di risultati contro ogni idea, ritenuta inutilmente ed assurdamente utopistica, di benessere, felicità e partecipazione collettiva.
Le privatizzazioni fecero il resto. Ed anche le istanze democratiche subirono un deciso declino.
E seguì anche la mutazione genetica dei lavoratori, divenuti “forza lavoro”, “merce” da offrire su un mercato sempre più inflazionato che la pagava sempre meno avendone negato ogni valore umano, culturale ed ogni contenuto di libertà.
Così la società cominciò ad imbarbarirsi, a negare la cultura ed a deridere ogni espressione di crescita civile, sociale, individuale e collettiva.
L’imperativo per il potere era perpetuarsi contro ogni dissenso esattamente come era stato sancito da Creonte.
Per la gente, disillusa, prevalse la necessità di sopravvivere.
La competizione non lasciava spazi al pensiero, alla solidarietà, alla stessa vita partecipata.
Il lavoro finì di essere un percorso di affermazione individuale e di liberazione sociale per assurgere al ruolo di rimedio necessario quanto estemporaneo per tirare avanti alla meno peggio e magari da barattare con qualche bonus.
Niente tutele, niente certezze, niente sicurezze.
La mancanza di esse faceva il paio con la trasformazione stessa del lavoro in “prestazione d’opera” da offrire in mille modi e tutti precari, inclusa l’iscrizione al registro delle imprese o ad una agenzia di lavoro interinale, in ossequio all’efficienza delle grandi e meno grandi imprese ed alla loro religione del contenimento dei costi, a prescindere da tutto, sicurezza inclusa.
Piuttosto che ripristinare il primato del lavoro la nuova italica repubblica, sempre più irretita dai lacci della visione aziendalista e manageriale iniettata dal Club Bilderbeg, fece proprie le derive iper capitaliste.
Gli ospedali divennero aziende. Anche le scuole divennero aziende e pure le università si adattarono a mettere in cima ai loro obiettivi la competizione che intanto veicolava nei gangli del potere, dal governo al parlamento, alle istituzioni, la cooptazione contrabbandata per meritocrazia, rinunciando al sapere ed alle competenze oltre che alla giustizia sociale e alla crescita civile.
Le fabbriche erano ridotte a delle isole destinate a sopravvivere nelle attività residuali votate a distruggere l’ambiente circostante e la salute di chi vi abitava in attesa della definitiva consunzione.
La ricchezza si concentrava senza rimedio, capitalizzando, con l’innovazione tecnologica, anche le rendite liberate dall’impoverimento del lavoro.
La redistribuzione di essa veniva negata dai nuovi signori e padroni mentre la politica costruiva, in luogo dello Stato Sociale, lo Stato assistenziale che assegnava bonus in cambio di consenso. E mentre ragazzi e ragazze partivano a milioni dall’Italia e soprattutto dal Mezzogiorno con destinazione paesi europei e non, il potere di casa, divenuto schizofrenico, ignorava il fenomeno dello spopolamento e chiudeva verso i migranti che intanto percorrevano deserti e mari in cerca, a casa nostra, di pace e di quel minimo per sopravvivere.
La democrazia autoritaria avanzava verso la democratura coltivando il desiderio di trasformarsi, più in là, in dittatura conclamata, magari avallata da periodici successi elettorali costruiti su parole d’ordine e slogan vuoti quanto consunti e irrispettosi per i propri stessi connazionali nel frattempo espatriati all’estero in massa.
La difesa dei confini della “patria” contro “invasori” inermi e disarmati oltre che stanchi ed affamati venne affermata addirittura in termini epici come se dal mare arrivasse un’armata pronta ad oscurare il sole e ad annientare la sopravvivenza stessa della nazione.
Quanti erano, finalmente, entrati furono posti in quarantena decennale per ottenere la residenza per sé ed i propri figli, nel luogo dove vivevano e lavoravano, essendo nel frattempo divenuti parte integrante, e benemerita, insufficiente ahimè, della società italiana in caduta libera quanto a crescita demografica e addirittura quanto a lavoratori, tutti in fuga, quelli italiani, verso l’estero, visto che qui i salari e stipendi crollavano senza posa.
Nel frattempo le elezioni non erano più così importanti.
La gente prese a non recarsi più alle urne per eleggere rappresentanti che avevano sempre più le stigmate dei predestinati e cooptati.
La coscienza civile e culturale, dapprima ignorata e poi distorta con somministrazioni di dosi massicce di vuoto edonismo e ignoranza gratuita, era stata ridotta anch’essa ad una dimensione di intorpidimento.
I referendum previsti dalla costituzione, al pari del lavoro, furono svuotati del loro senso e ridotti a superfetazioni istituzionali inutili e fastidiose.
Di pari passo il dissenso era stato derubricato a rumore di fondo da cancellare per non disturbare i manovratori alla guida del paese. Non era più un diritto sacrosanto ma addirittura un reato dissentire, protestare. Leggi in tal senso venivano varate ed immaginate a spron battuto.
Tornava di prepotenza l’era di Antigone. Ancora una volta.
Ecco perché andare a votare assume oggi un valore etico e morale che riempie di contenuto esistenziale l’obiettivo referendario di ripristinare i diritti del lavoro cancellati e di riconoscere quelli ancora negati a quanti, immigrati e figli di immigrati, vivono e lavorano in questo paese.
Esprimersi sui cinque quesiti referendari del 8/9 giugno significa quindi riaffermare il valore costituzionale del lavoro contro la mercificazione di esso e affermare il primato dell’integrazione dei migranti che risponde allo stesso interesse nazionale in un paese in evidente declino demografico ed in affanno addirittura rispetto alle necessità dell’apparato economico-produttivo e alle esigenze del più ampio sistema sociale.
È tempo, dunque, di ribadire nelle urne il valore del lavoro per come esso è declinato dalla Costituzione e di esprimere la volontà inclusiva della nazione per quanti sono arrivati e si sono integrati in essa, secondo lo spirito della stessa costituzione.
Ed è anche tempo di fermare il disimpegno prodromo dell’indifferenza che spinge la democrazia verso la democratura che, ahimè, fa rima con dittatura.
Si tratta di fermare, finché siamo in tempo, ancora una volta, la nemesi della storia… o quella divina se più vi piace.
Antonio Corvino
Antonio Corvino, Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è uno scrittore, poeta, saggista ed economista di cultura classica. Ha alle spalle una ricca produzione saggistica. Da ultimo nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino, insieme a Francesco Saverio Coppola, “Mezzogiorno in progress“ un volume Summa sulle questioni aperte del Sud. Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso, tra il 2019 ed il 2024, numerosi cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale italiano coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi e romanzi. Nel settembre 2023 è uscito per Giannini Editore il suo primo romanzo di viaggio: “Cammini a Sud. Sentieri, tratturi, storie, leggende, genti e popoli del Mezzogiorno” Nel novembre 2024 è uscito per Rubbettino Editore il suo secondo romanzo di viaggio: “L’altra faccia di Partenope. In cammino tra Napoli e altre peregrinazioni”
Per l’Università Partenope, il CEHAM di Valenzano-Bari e l’Ordine nazionale dei biologi, ha realizzato un corso monografico in video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master post laurea. Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente. Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno. Collabora con la rivista letteraria Il Randagio. Collabora con quotidiani cartacei ed on line.
Nel panorama della letteratura tedesca Klaus Mann è una figura ombra e in ombra. Non solo perché oscurata dalla fama internazionale e ingombrante del padre Thomas ma anche perché la critica e gli editori non gli hanno mai riservato una adeguata valorizzazione. Per quello che aveva da dire e per come sapeva dirlo. Nel rendere musica quelle note stonate in lui insite ma frenate dalla partitura dell’etica. Meritoria dunque è l’opera di ricupero dell’editore Castelvecchi che, negli ultimi anni, sta pubblicando, in nuove traduzioni, buona parte dei romanzi di questo scrittore, membro di una ‘royal family’ letteraria ma con un suo accento peculiare, divisivo, controverso, discusso, randagio, per quelle scelte estreme che si riversano anche nelle pagine dei propri scritti.
Klaus, che da questo momento smetteremo di chiamare “il figlio di Thomas Mann”, non ha mai imparato a vivere a metà. Per questo ha bruciato ogni ponte, anche verso sé stesso, in un’epoca di compromessi. E rivela la propria creatività letteraria quando dal 1933 abbandona la Germania, già nella morsa nazista, per girare ovunque nel mondo, fare esperienza di vita e di vite e scrutare gli altri, fino ad approdare negli Stati Uniti. Qui sceglie il proprio rifugio adottando quella filosofia del lontano, cara a Pirandello, con la quale osservare e osservarsi con distanza critica, frantumando il proprio ‘io’, vedendo le cose come stanno, in sé e nel mondo di fuori, quello che lo rifiuta e quello che lo accoglie, nella libertà tragica di poterlo dire. Consapevole inoltre che è sempre difficile non smarrire la strada quando tutto intorno a noi si incrina, vacilla e collassa: la patria è, certo, lontana, l’identità di fatto si scolora, ma servono nuove bussole che letteratura spesso offre a patto che non si finisca nel mero intrattenimento di sé e dei lettori ma si faccia la radiografia scritta del proprio Sé.
È nel turbine e, al tempo stesso, nella vertigine dell’esilio e della solitudine che Klaus sviluppa una incrollabile volontà di verità. Mai disgiunta da una forma di lotta contro i fascismi cercando di aprire gli occhi alla coscienza del mondo. È in questo contesto che nascono i racconti dell’esilio, scritti tra il 1933 e il 1943 e pubblicati su varie riviste americane e non. Ora sono stati riuniti, e si tratta in gran parte di inediti in Italia, nella raccolta ‘‘Speed’’ pubblicata dall’editore romano nella traduzione limpida e spesso miniaturistica di Massimo Ferraris. Racconti dai forti risvolti autobiografici, con pochi personaggi o ambientazioni tipicamente tedesche, come ci si aspetterebbe da un esiliato, ma che crescono progressivamente di sostanza quando Mann mette per iscritto, in maniera più immediata e pregnante, la ricerca della propria identità in un contesto di dislocamento interiore, l’esilio non tanto da un luogo fisico quanto dal proprio ‘io’, la dipendenza e l’autodistruzione, tutte tensioni interiori vissute e raccontate con una ipersensibilità e una lucidità morale di chi scrive non solo per raccontare ma per provare a esistere e resistere contro le tenebre di sé e degli altri.
In queste pagine troviamo ragazzi che si accorgono di non avere mai dato peso al tempo che passa e si aggrappano a ogni secondo rimasto per viverlo con tenacia e tenerezza, immersi nella tempestosa gioia dell’attimo presente e, al contempo, nella disperazione per quello che fugge. Ci sono altri che, persa ogni illusione, non vogliono più aderire ad una causa a lunga postulata perché decidono di annullarsi in stanze di infimo ordine in alberghi topaie nella patologia della solitudine tra droghe, cinismo e consapevolezze che il mondo non cambierà mai, neanche con l’apocalisse, pervasi da un irresistibile desiderio di non vita che non amareggia il volto ma semmai lo trasfigura.
Poi ci sono giovani male in arnese che non riescono a trovare lavoro e avere qualche soldo in tasca per potersi permettere una gita con la propria fidanzata e accettano di trasformarsi in una caricatura ambulante di un cuoco che annuncia l’apertura di un ristorante per le strade di Praga mentre tutti lo riconoscono e dalle loro ‘altezze’ se ne prendono gioco per come sia sceso in basso. Dall’altra parte c’è un giovane americano, figlio di papà, uno degli ‘sdraiati’ di Michele Serra, vacanziere, che vorrebbe diventare scrittore, un po’ lezioso e un po’ spocchioso, ma che in fondo si sente uno straniero in patria e, benché abbia fatto il giro del mondo, questo mondo se lo immagina diverso quando scopre che la solitudine è sempre uguale dappertutto. Ma non c’è solo del negativo: per quanto amaro, questo periodo non va dimenticato, anzi va vissuto, basta ombre in cui rifugiarsi, perché in fondo, sussurra Mann, contiene un trionfo irragionevole di quello che solo la gioventù, certo senza limiti, senza morali altre se non la propria, può iniziare a dragare la vita.
C’è poi una certa baronessa, l’ultima vera cortigiana del secolo, che non esce mai dal suo hotel e che appartiene ad un mondo che non c’è più. La donna vive non in una casa vera, ma in un luogo di transizione dove si è sempre ospiti. E in questo spazio chiuso e limitato si consuma la tragedia della condizione dell’esule, sospeso tra un passato lasciato alle spalle e un futuro incerto. Ma c’è anche l’incapacità di inserirsi completamente in un mondo che corre troppo velocemente (Speed), trovandosi in una situazione di blocco, riluttante e alienata a entrare nella società ospitante.
In questa catena di racconti, alcuni più riusciti di altri ma eloquenti chiaroscuri della personalità autoriale, incontriamo meno personaggi reali e molte proiezioni di Mann come osservato da un prisma, meno storie da leggere più camere d’albergo parlanti come non luoghi identitari e, proprio per questo, epifanici, abitate dallo status di emigrato che porta con sé tristezza e indegnità. E in queste pagine si stagliano con forza due racconti: Finestra con le sbarre, già uscito in traduzione italiana, pubblicato nel 1937 ad Amsterdam e Speed, scritto in inglese, inedito in Italia e pubblicato per la prima volta in traduzione tedesca nel 1990 nel volume di racconti della Rowohlt. Entrambi si rivelano, tra Monaco e New York, preziosi sismografi della complessa personalità del loro autore.
Nel primo c’è il racconto delle ultime ore di Ludovico II Re di Baviera che viene rinchiuso in un castello, non in uno di quelli arditi e superlativi di cui è stato ispiratore, ma in uno spazio che è chiuso all’esterno con le sbarre alle finestre messe, si dice, a scopo decorativo. In realtà la famiglia Wittelsbach ha deciso di richiudere il principe di mezzanotte e la sua ‘paranoia’, questa la diagnosi ufficiale e lapidaria, perché ritenuto pazzo. Per spartirsi il trono e per mettere il bavaglio ai sogni.
Ludwig è il diverso, l’uomo solo che ha perso tutti, anche se non vuole trattenere nessuno, che si sente a casa nella splendida solitudine dei suoi castelli che invece la scienza definisce patologica, è una finestra sull’anima sensibile che ha scelto la bellezza in un mondo che richiede brutalità di azioni e approcci. È un Lohengrin che attraversa candido su una barca trainata da un cigno le sponde di un’anima incandescente e di un’omosessualità sempre vissuta nell’ombra su acque inquiete dove i pensieri vanno oltre le loro stesse definizioni e portano all’estro geniale. Egli è giudicato ‘malato’ perché non serve, non produce, non combatte ma sogna. Klaus Mann, come in un autoritratto speculare, lo usa per parlare di sé, degli artisti, degli emarginati e degli idealisti in tempi oscuri, per dare voce alla dignità della solitudine contro il fanatismo collettivo e per celebrare il diritto a essere improduttivi, chiudendosi in una torre dorata, in un’èra che alita solo efficienza.
Nel secondo incontriamo un austriaco che fugge a New York perché non ariano e con nozze naufragate. Vive in un ripostiglio che non può chiamarsi camera e durante le sue passeggiate notturne, lontano dal buio, dall’odore di polvere e dal senso di chiuso, incontra Speed, un ragazzo loquace quanto bizzarro, losco e probabilmente truffaldino e tossico, privo di punti di riferimento. Che è un po’ la persona sopra le righe che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo conosciuto e che non si prende troppo sul serio, che ci ha smosso per i suoi capricci, l’eleganza provocante, l’impetuosa vitalità, lo spirito malizioso ma anche la fluidità con cui attraversa il lecito e l’illecito.
L’uomo, che vive in una nebbia di costanti bugie e di deliranti fantasie, lo osserva, lo aiuta, si fa sfruttare e gli sembra di essere tornato a vivere. Ma Speed è un angelo della distruzione, attrae ma porta con sé il senso della rovina, di vuoto e di disorientamento della modernità americana. Per il narratore egli è oggetto di desiderio inappagabile, anche perché totalmente sfuggente, è una figura tragica segnata dalla solitudine e da una lenta discesa negli inferi in una conscia autodistruzione. Attraverso questa figura Mann offre uno spaccato intenso della sua vita interiore durante gli anni dell’esilio nell’attrazione verso figure limite dalla vita disordinata, che dipendono dalla dipendenza per l’incapacità di affrontare la realtà, che mantengono una barriera tra sé e gli altri, che non vogliono mostrare la propria natura forse perché non sanno ancora di quale sapore sia intrisa.
‘’Speed. I racconti dell’esilio’’ sono, certo, opere minori, tuttavia per chi non conosce Klaus Mann si configurano come una corsia preferenziale per cogliere il senso, mai unico, di una scrittura tersa ma dolente e per affrontare poi le opere di maggiore respiro come ‘’Mephisto’’, ‘’Il vulcano’’, ‘’Il punto di svolta’’, tra diagnosi su opportunismo, cronache di senza patria e lucide autoanalisi, nate negli stessi anni dei racconti dei quali hanno respirato le riflessioni e le rifrazioni esistenziali.
Queste pagine sono un sostrato di umane debolezze e di altrettanto umane altezze che ci permettono di immergerci nei mezzogiorni ciechi e nelle mezzanotti accecanti di uno scrittore che ha dato dignità letteraria alla doppia natura della dipendenza, sia come prigione sia come fuga, allo stato dell’esilio vissuto come una lunga insonnia e come un errare andando a chiedere alla luce se per caso ha visto orme di noi lungo le siepi o i gineprai della vita. Fuori da finestre con le sbarre, per poterci raccontare per quello che siamo, per lasciare traccia in questo mondo approfittando della distrazione dei nostri secondini, per osservare la vita altrui, libera, con malinconia e distanza.
Claudio Musso
Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.