Lo spettacolo di Elena Ferrante dentro se stessa
Con “I margini e il dettato” siamo dietro le quinte di un’ opera tra le più celebri del secolo, quella di Elena Ferrante. Colei che, per molti versi, ha caratterizzato la letteratura contemporanea, non solo italiana. Che spettacolo!…Molto più di un saggio: un binocolo sui grandi romanzi, gli stessi che hanno, letteralmente, timbrato i nostri giorni. E la scrittrice ci racconta in che modo è arrivata alle sue carte, per quali strade. Raccordi affollati e contraddittori, più che altro. Non si riesce a immaginarla alla tastiera: è una figura complessa, anche problematica. Lei scrive su due binari e lo fa perché l’autore «ha il compito di mettere in parole gli spintoni che dà e che riceve dagli altri». A monte di un racconto vi è uno tsunami che investe lo scrittore, «il mondo che gli arriva addosso», lo definisce così la Ferrante. “I margini e il dettato” è una opera colta, scientifica, sofisticata, di spessore filosofico. Si parla di scrittura con una profondità abissale, non è affatto la semplice esposizione di una poetica, ma una riflessione minuziosa, cosmica, intensa, dotta. Credevo che Elena Ferrante fosse una scrittrice geniale, la più ricca del secolo, ma è anche una studiosa arguta, capace di penetrare i fondali.

I margini
Elena sin da bambina ha un problema con i margini: «Scrivendo, mi distraevo facilmente e se quasi sempre rispettavo il margine di sinistra, finivo spesso oltre quello di destra per completare la parola». Pensate a quanto traumatici possano risultare i quaderni. E subentra, così, la censura, tipica di una scuola che fa del limite un dogma: «Sono stata punita così spesso che il senso del limite è diventato parte di me e quando scrivo a mano sento la minaccia di quel filo rosso verticale, anche se da tempo, sui fogli che uso, non c’è più». Ed ecco che scrivere diventa per Elena anche un gioco dei contrari, galleggiamento tra gli opposti: «Credo che il senso che ho dello scrivere – e anche tutte le difficoltà che mi trascino dietro – abbia a che fare con la soddisfazione di riuscire a stare bellamente nei margini e, insieme, con l’impressione di perdita, di sciupo, per esserci riuscita». Si pone negli anni una coabitazione, non propriamente pacifica e neppure lineare, tra due scritture, quella acquiescente e quella rumorosa. Afferma Ferrante: «Mi sento stretta, a disagio, nella scrittura ben calibrata, che, per capirci, mi ha fatto pensare di saper scrivere. (…) Allora ne cerco un’altra, impetuosa, ma niente da fare, scatta di rado. (…) O irrompe dopo pagine e pagine e avanza strafottente senza stancarsi, senza soffermarsi, non badando nemmeno alla punteggiatura, forte solo del suo stesso impeto». La Ferrante vive quella sensazione di auto disgusto, nota a molti autori, scoprirsi brutti: «Nessuna mia pagina era all’altezza dei libri che mi piacevano, forse perché ero ignorante, forse perché ero inesperta, forse perché ero donna e quindi mielosa, forse perché ero stupida, forse perché ero senza talento». Chi scrive ha un rapporto tossico con il suo prodotto: si trova troppo grasso, o troppo magro, non si piace e va in crisi. La Ferrante parte dalla realtà: da dinamiche sociali, variazioni di luce, ma il risultato sono notti insonni, annotazioni e frustrazione.
I primi romanzi e la solitudine delle protagoniste
Delia, Olga, Leda: una carrellata di donne sole, che non hanno amiche, non si fidano del mondo. Creature poco definite e perimetrate, senza fisionomia, voci senza contradditorio. «Delia, Olga e Leda – ci racconta Elena Ferrante – sono immaginate come donne che, per le vicende della loro vita, sono diventati corpi rigorosamente sigillati. (…) E per di più pare che si siano spinte così vicini ai fatti della loro storia, da non averne una visione di insieme, da non conoscere davvero il senso del loro discorso. Io le ho volute coì. Ho scritto rifiutando il distanziamento canonico». La scrittura di questi primi libri è «aggregante, nutrita di coerenze, mette su un mondo con tutte le sue impalcature al posto giusto». Tuttavia, tanta razionalità viene minacciata dai paradossi, ovvero sia dalla scrittura disgregatrice, la quale, «confonde i corpi di madre e figlia, rovescia i ruoli prestabiliti, trasforma il veleno del dolore femminile in un veleno che coinvolge le bestie».
Siamo quello che abbiamo letto
Elena Ferrante in questo è chiarissima: in nessuna scrittura esiste una verginità autentica. Scriviamo quello che abbiamo letto. Nulla di miracoloso nel mettere insieme le sillabe. «Scrivere è entrare ogni volta in uno sterminato cimitero dove ogni tomba attende di essere profanata. Scrivere è accomodarsi in tutto ciò che è già stato scritto – la grande letteratura e quella di consumo. (…) Tutto nello scrivere, ha piuttosto una lunga storia alle spalle». E affermare ciò per una autrice è rischioso, visto che quasi tutta la letteratura è fatta da uomini. Infatti: «l’io femminile che scrive – ha avuto davanti un percorso arduo, si sta ancora aprendo la sua strada».
I romanzi maturi
“L’amica geniale” e “L’amore bugiardo” hanno al centro il raccontarsi delle donne. Il gioco è diventato complesso e corale, le donne sono ufficialmente fuori dall’isolazionismo. «Ora che l’io narrante ha delle amiche, lo sforzo non è più scrivere per sé dei traffici col mondo, ma raccontare le altre, esserne raccontata, in un gioco complesso di immedesimazione ed estraneità». Ne “L’amica geniale” le due scritture di Elena Ferrante si fecondano, prendono corpo: quella di Lenù è diligente, che ti fa pensare di essere scrittrice; quella di Lila, benché sconosciuta, è disgregatrice e straordinaria. Il saggio si conclude con un monito intellettuale e civile: «Se la letteratura scritta di donne vuole farcela ed avere una scrittura sua di verità, serve il lavoro di ognuna». L’imperativo categorico è unire: «Dobbiamo confondere, fondere i nostri talenti, non un rigo va perso nel vuoto».
Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.


