Le vite sprecate di Marco Lodoli – Leggendo “Solo un giorno” (Einaudi, 2026)

Sono anni che Marco Lodoli ha trovato la sua forma ideale, cioè il romanzo breve. Questo mese è uscito Solo un giorno, un romanzo o racconto di un’ottantina di pagine che secondo me è fra i suoi libri più riusciti. Racconta la storia di un giovane uomo, Scipione, e di quello che dovrebbe essere il giorno della sua laurea, a trent’anni. I genitori si sono indebitati con uno strozzino – il famigerato Zio Porco – per farlo studiare, ma la verità è che Scipione non ha dato nemmeno un esame. Ha studiato, sì, i suoi libri sono “sottolineati da cima a fondo” e i suoi quaderni pieni di appunti, però non ha mai sopportato il giudizio altrui e così ha preferito, dice, “non valere niente”, cioè non laurearsi. Solo che i suoi genitori non lo sanno. 

Qui il lettore affezionato di Lodoli ricorderà forse una comparsa di un altro suo romanzo, Il preside (Einaudi, 2020), nel quale un preside si barrica dentro la propria scuola armato di fucile. La comparsa è un “uomo orrendo” che dà un esame per diventare preside di una scuola ma che poi dice che non intende farsi giudicare “da quattro idioti” e perciò se ne va senza firmare né consegnare i fogli. Il protagonista del libro, il futuro preside in rivolta, prende quindi i fogli al posto suo e li consegna appuntandovi il proprio nome. Lo fa per caso, per gioco, forse per destino, sbadatamente, e così vivrà la propria esistenza, come molti malinconici personaggi di Lodoli che sembrano sempre un po’ fuori posto nella realtà che li circonda, in questo terzo millennio che fugge. 

Nel romanzo precedente a Solo un giorno e successivo a Il presideTanto poco (Einaudi, 2024), Lodoli raccontava dell’ossessione di una bidella per uno scrittore e insegnante che a tratti sembrava assomigliargli. La donna scrive: “Ogni due anni Matteo pubblicava un breve romanzo, storie evanescenti di gente scombinata che forse lo facevano sentire un po’ più libero, un dente fuori dall’ingranaggio. Ma ormai il suo momento d’oro era passato, c’erano altri scrittori, molto più giovani di lui, che sapevano raccontare le sciagure del presente nel modo che piaceva ai giornali, alle televisioni, ai giurati dei premi importanti.” 

Lo scrittore, Matteo, in qualche modo lo stesso Marco Lodoli, continua però a scrivere e a pubblicare, malgrado le recensioni “rare e pallide” ai suoi libri, scritte “per segnalare l’ennesimo velleitario tentativo di raggiungere ciò che non esiste, un viaggio in punta di piedi verso il nulla, angeli balordi, visioni sfocate e una poesia un po’ appiccicosa”, dice la bidella. 

Qui Lodoli scrive davvero di se stesso. E sì, la sua poesia è “un po’ appiccicosa” e forse ci piace proprio per questo, perché nei suoi romanzi ci sono delle metafore che non troviamo altrove e che possono appartenere soltanto ai suoi personaggi – questa, ad esempio, per tornare a Solo un giorno:  “Un dolce tepore mi invade il corpo, come se ogni fibra, dopo essere stata tesa come la corda che solleva il secchio dal fondo del pozzo, ora si rilassasse.” Nei libri di Lodoli ci sono molti come, perfino nella stessa frase, tuttavia la cosa non disturba affatto. Anche questo significa saper scrivere, saper raccontare. 

Scipione dunque non si è laureato e i suoi genitori non lo sanno. Vaga per la città di Roma insieme a Cecilia, d’un tratto diventata la sua ragazza, in un giorno che è anche una finestra aperta sul suo futuro e dunque il suo futuro stesso, una vita vissuta con il passo sciancato di quei fragili malinconici che non si rassegnano a odiare il mondo e chi lo abita, come tanti personaggi inquieti di Marco Lodoli – che scrive romanzi che ci consolano, che sono belli perché ci consolano. 

C’è un brano di Tanto poco che mi è rimasto impresso. Lo scrive la bidella innamorata dello scrittore, e riguarda Rimbaud. Eccolo: “Ricordo un verso, ogni tanto me lo ripeto in francese, alle medie ho studiato proprio questa lingua e la professoressa diceva che me la cavavo benino, ma temo che la mia pronuncia non sia perfetta: «Par délicatesse / j’ ai perdu ma vie». Che meraviglia perdere la propria vita per delicatezza, infinite volte meglio che salvarla con l’arroganza e la volgarità.”

Ebbene, neanche noi intendiamo salvare a tutti i costi le nostre vite, ci sembra molto meglio sprecarle e perderle per delicatezza, in questi tempi volgari in cui regnano dei gradassi che vogliono solo vincere e osannare se stessi. I romanzi di Marco Lodoli sono atti di resistenza umana; sono libri belli e originali che grondano di malinconia e amore. Leggiamoli e commuoviamoci. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Grazia Deledda:  Colpa e redenzione in “Elias Portolu”, di Chiara Sagheddu

Constatare che il nome di Grazia Deledda – e, come il suo, quello di tutte le grandi scrittrici del Novecento italiano – compare, con un po’ di fortuna, solo in poche righe di alcuni manuali scolastici, dovrebbe invitare a una riflessione. 

A cento anni dall’assegnazione del premio Nobel, ci si ritrova a fare i conti con il passato di una figura che, ancora oggi, risulta ai più estranea e, disgraziatamente, fumosa. Sarebbe infatti auspicabile, se non imprescindibile, operare un tentativo di comprensione e di valorizzazione dell’opera della scrittrice sarda ma, per farlo, occorre immergersi nel contesto storico e culturale in cui Grazia Deledda ha mosso i primi passi da autodidatta. 

Nel neonato Stato italiano, nella realtà periferica di una Nuoro ancora troppo marginale rispetto ai grandi centri culturali dell’epoca, Grazia Deledda si approccia al mondo letterario fin da fanciulla, proseguendo i suoi studi autonomamente, appassionandosi alla letteratura greca e a quella francese e, soprattutto, coltivando collaborazioni con importanti riviste dell’epoca, tra le quali va quantomeno ricordata la «Nuova Antologia», diretta allora da Maggiorino Ferraris, con il quale Deledda intratterrà una proficua e longeva corrispondenza. Sono molte, infatti, le opere della scrittrice dapprima apparse in rivista e successivamente pubblicate in volume. Tra queste si annovera Elias Portolu, uno dei primi romanzi criticamente rilevanti della scrittrice, uscito a puntate nel 1900 – anno in cui Deledda lascia definitivamente la Sardegna per trasferirsi nella capitale – e poi pubblicato in volume nel 1903. 

Protagonista della storia è Elias, povero diavolo che torna a casa dopo un periodo di prigionia scontato lontano dall’isola. Ad accoglierlo al suo rientro è la famiglia tutta: mamma, babbo, fratelli e Maddalena, “colomba” della casa e promessa sposa di Pietro, il maggiore dei Portolu. 

L’incontro con Maddalena è, al contempo, fulminante e imperituro, premonitore di un impulso inarrestabile che culminerà in un epilogo fatale. Dardo tratto, Elias si ritrova prigioniero di un desiderio peccaminoso e di una conseguente e imprescindibile necessità di redenzione, che ricerca rifugiandosi nell’abito talare. Inutile ogni tentativo dei due amanti di nascondersi a sé stessi, e a Dio: entrambi saranno dannati, accomunati e oppressi dal peso del peccato, il cui frutto sarà il prezzo da pagare per l’espiazione, tanto agognata, dell’anima di Elias. 

L’atmosfera angosciosa e cupa del romanzo oscilla tra due poli: da un lato, lo slancio passionale che accende la narrazione, contornato da una sensualità repressa e incontrollabile; dall’altro, l’irrequietudine che deriva dalla consapevolezza di un castigo che sarà ben più amaro della brama negata. A fare da sfondo alla lotta interiore del protagonista è la Sardegna più agreste e rurale, protagonista anch’essa delle pagine della scrittrice, in cui le sterminate tanche, adornate da lentischi e sughereti, riflettono l’inquietudine e la fragilità dell’uomo, che, come una canna, “si piega al primo urto di vento”. 

Imboccando un sentiero già percorso dai romanzieri russi, di cui fu attenta lettrice, Grazia Deledda fa spesso della colpa il sentimento conduttore della psicologia dei propri personaggi. Mosse dal bisogno di redimersi, le figure deleddiane tentano invano di dominare le proprie passioni, facendosi vincere dall’inevitabilità del fato e dell’amore che condusse Paolo e Francesca ad una morte. 

Ma il processo di redenzione di Elias si presenta piuttosto come il viaggio dell’anima rea attraverso la seconda cantica dantesca, un purgatorio terrestre in cui “non è mai tardi per la misericordia di Dio”, ma dove la felicità – s’intenda: assenza di turbamento – non è contemplabile, se non nello scenario di una vita eterna. 

Chiara Sagheddu*

* Chiara Sagheddu nasce in Sardegna nel 2000. A 18 anni si trasferisce a Roma per studiare Lettere Moderne e si sposta poi a Parigi per laurearsi in Études Italiennes. Attualmente vive a Barcellona per fare ricerca. Scrive per lavoro e per diletto

Maria Teresa Rovitto: “L’aneddoto dei calchi” (TerraRossa, 2026), di Rita Mele

Leggendo il primo romanzo di Maria Teresa Rovitto, L’aneddoto dei calchi, scopriamo che la sua scrittura non si accontenta di narrare fatti, storie e personaggi, ma pretende di farne nascere corporeità, materia, colore, arte. L’esordio nella schiera degli originali scrittori ‘Sperimentali’ di Terra Rossa Edizioni, fa di Maria Teresa Rovitto, lucana, alla soglia dei suoi primi quarant’anni, ricercatrice accademica nell’area di studi Law and Humanities, un interessante quanto raro esempio di opera letteraria in cui la parola non orna, ma performa. L’autrice, la cui formazione la tiene sospesa tra il rigore del diritto e la sintesi della poesia – ha già pubblicato testi su riviste e antologie vincendo il concorso Esordi di Pordenonelegge 2025 – nella sua opera prima fresca di stampa, ‘L’aneddoto dei calchi’, si rivela capace di generare una prosa che somiglia alla voce sensibile di una scrutatrice di realtà trasversali alle storie dei personaggi e delle esperienze che vivono nelle 174 pagine del libro. 

La struttura del romanzo si articola in undici capitoli condensati in una prima e seconda parte. A noi de Il Randagio sono apparsi come l’anatomia di un corpo che insegue la sua sfuggente integrità e quella dei suoi personaggi, l’archeologa Livia, l’artista Zoa e il biologo Bruno, pagina dopo pagina, parola dopo parola, non senza farci interrogare continuamente su vita, morte e generazione. I numi tutelari che sorvegliano questa architettura li abbiamo incontrati in esergo nelle tre citazioni scelte per ispirare i lettori quasi come virgiliane figure guida: Francis Bacon, alla maniera di Philippe Sollers, con la sua etica dei resti da dissotterrare; Krasznahorkai, il Nobel per la letteratura, che ci avverte dell’inquietudine di un “tutto” ridotto in pezzi e Govoni, l’anticipatore della poesia visiva, che tinge il crepuscolo come un Vesuvio traboccante di un sangue floreale. Questi i punti cospicui della mappa in cui ci muoviamo con la Rovitto mano a mano che tesse la sua narrazione, rifiutando l’incenerimento del ricordo e rinvenendo e conservandone piuttosto i pezzi, con la pazienza di un’archeologa e la crudeltà di un artista. 

Quegli stessi pezzi che a noi de Il randagio sono apparsi proprio quali aneddoti nel senso etimologico di inediti, qualcosa che non è stato ancora pubblicato o reso pubblico. L’aneddoto nel titolo e nel romanzo della Rovitto non richiama a una storiella divertente, ma a fatti nudi, dettagli biografici che precipitano e interrompono il flusso della vita ordinaria. L’aneddoto è l’unità minima della memoria: non ricordiamo la nostra vita come un film intero, ma come una serie di aneddoti, spesso slegati, che tentano di dare un senso a un vuoto. Facendosi struttura, l’aneddoto diviene il calco verbale delle esperienze narrate: un frammento di storia che tenta di arginare il vuoto dell’esistenza. Gli aneddoti che costellano il romanzo — dalla migrazione dei granchi alla nebbia di Vienna — sono forme che i personaggi possono abitare per non essere travolti da quel vuoto. 

Sin dalle prime pagine, siamo stati proiettati in una dimensione dove l’identità è anche una questione topologica. Attraverso capitoli come Fare del proprio corpo, la Rovitto sembra evocare l’intensità radicale dell’artista concettuale madrina della performance art, Marina Abramović: il corpo di Livia, la protagonista, è un ordigno semantico, un terreno di resistenza. E come nella sua ricerca artistica la Abramović incarna il corpo come sacrificio, resistenza e confine così in contrappunto con la staticità del corpo-oggetto le installazioni di Vanessa Beecroft, esplicitamente citata nel romanzo attraverso il riferimento alla performance VB66 tra i marmi di Carrara, fanno diventare le biografie dei corpi calchi di dolore e di bellezza che chiedono di essere guardati ‘a porte aperte’. 

Per questi e altri motivi che lasciamo scoprire ai lettori randagi, non è un caso che la prosa di Rovitto evochi le atmosfere della body-art più radicale. Tanto più che giunti al decimo capitolo, penultimo della struttura narrativa, Il ventre materno è un ambiente, la scrittura prorompe nel nodo teorico della decostruzione della maternità in cui il ventre femminile muta da rifugio biologico ad ambiente, viene scardinato il binomio si/no alla procreazione, e la maternità è descritta come una ‘cancellatura del sé’ che Livia, la protagonista, negozia attraverso la partecipazione a un progetto artistico di procreazione medicalmente assistita. In un’ottica psicoanalitica, Livia rifiuta di essere il calco del desiderio dell’Altro per farsi passaggio anonimo: una firma illeggibile di artista che garantisce la persistenza della specie senza soccombere alla fusione identitaria. 

In questo primo romanzo, la lingua della Rovitto ci è parsa di un realismo anatomico che non arretra davanti al dettaglio scabro dei corpi e della memoria. La sua sintassi procede per sottrazioni, mescolando il lessico scientifico con il mito e la storia dei luoghi e delle persone. I lettori de Il randagio saranno attratti da una scrittura densa che vuole testimoniare e non solo piacere in cui ogni frase, scolpita sulla pagina, lascia un’impronta che è essa stessa un calco emotivo. L’aneddoto dei calchi è un romanzo che non indulge in consolazioni per il lettore, anzi lo prende per mano e lo accompagna a scavare archeologicamente nelle memorie e a incarnare l’arte. Maria Teresa Rovitto e TerraRossa ci consegnano un’opera necessaria per questi nostri tempi dove la letteratura torna a essere un atto performativo pericoloso e vitale. È un libro che non si legge soltanto: lo si abita come una cavità, lasciando che siano le sue parole a prendere il calco dei nostri silenzi. In un tempo che insegue rammendi impossibili, la Rovitto ha il coraggio di usare aghi spuntati, dando valore identitario alle scuciture e alla bellezza della separazione. Una nuova, brillante voce nel panorama letterario contemporaneo. 

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Luigi Nacci: “I dieci passi dell’addio” (Einaudi), di Rosanna Pontoriero

Un uomo con il cuore in mano

Gino Paoli, “Un altro amore”, in sottofondo e una lettura che scorre fluida, rapida, si ferma solo qui: «Ma è bastato un tuo piccolo gesto, così logico quando l’ho visto, per capire che, eri proprio tu». Una colonna sonora che si è scelta da sola, per un romanzo di Luigi Nacci, “I dieci passi dell’addio”, edito da Einaudi. Il passo è incalzante, doloroso e asciutto. Non c’è umidità. È una sofferenza sana, di un uomo maturo. Potrebbe sembrare un intreccio asfittico, una apnea continuativa, in realtà, è il racconto di un lutto, in tutte le sue sfumature, paradossalmente, anche in quelle belle. Gli amori finiscono e le case rimangono scarnificate, così come le foto, i bigliettini, le pentole, le voci. Ci si attacca per non perdere, siamo parsimoniosi di vissuto, vorremmo congelare baci e carezze. E così si può scivolare nella nevrosi, perché l’amore, senza che gli si attribuisca definizioni corte, è fisiologia emotiva e spirituale. Ossigena ricordi, traumi, fallimenti, aspirazioni, paure, evita cancrene, setticemie. Quando non lottizza, però, sia chiaro. Quello che racconta Nacci è un amore liberato dal possesso, che rimane saldo, pur nel soffocamento della nostalgia. Nei dolori puri manca la rabbia, c’è il retrogusto della pastiera, guazzabuglio di sapori diversi. E su tutto, il desiderio di amare oltre l’epilogo, la materia, l’esistito. E, per “amare”, si intende il volere la felicità dell’altro, senza ma, però, sebbene, tuttavia, nonostante, che servono a immiserire, incattivire. Roba per edipi zoppi e tardoni, vecchi capricciosi, marionette in teatri scaduti. Di questo romanzo si amano le battute finali: lì dove si comprende la stoffa dell’amore e la ricchezza di emozioni, capaci di combinare le giornate e influenzare persino il meteo. Chi soffre non piange sempre allo stesso modo, cambia a seconda dell’ora, è vero. La notte è sempre micidiale. Un rasoio elettrico dove non ci sono peli. Il protagonista scrive e racconta i tempi supplementari di una relazione. Cronaca di giorni trascorsi a vegetare tra gli scatoloni, in una vita apparentemente profuga, con le quattro frecce.

«L’amore è pronto»

Chi sono gli esuli? Coloro che si trovano lontani dalla patria. E, probabilmente, quando nella vita si cambia sequenza affettiva, ci si sente così: perduti. Si legge nel romanzo: «Nelle sere del disamore devi uscire, devi mettere il tuo corpo fuori. Stenderlo come si stende il bucato. Anche se piove, o si gela». L’addio comporta una sopravvivenza fisica per inerzia, come tutti i lutti, fatta di piatti sporchi e trasandatezza. Si fa i conti con la morte: «Moriremo nel sonno, noi esuli dell’addio? Diventeremo mummie. Faremo la muffa. Chi ci troverà? Tra quanto tempo? Scriveranno un trafiletto di cronaca, scritto male, senza cuore. Bisognerebbe formare i giornalisti dell’addio». Il dispiacere di una fine scuote le viscera, fa venire i capelli bianci: è vecchiaia. Lo dicono sempre le mamme, dinnanzi a qualsiasi amarezza: «Oggi ho perso dieci anni di vita». Il cuore batte, comunque, forte e dentro, si scava un buco nero. E, allora, ci dobbiamo prendere cura. Ma di cosa? «Le stanze di una casa in cui c’è stato un grande amore ricordano tutto. Ci sono le vostre sagome impresse sui muri, sui pavimenti. Sugli asciugamani. Di voi due che agitate le braccia mentre litigate. Di te col dito indice alzato, di lei con i pugni in testa, le mani aperte della desolazione, del non poterci più fare niente, del lascia stare, è finita». 

Un addio per gli altri

La terza parte di un amore interessa tutta una matassa di luoghi e persone, perché una storia è un organismo, in grado di espandersi da solo. Soffre chi ha amato una coppia, una vita, un intreccio di esperienze ed emozioni, legate all’equilibrio di due persone. Ci sono gli amici da informare che, tristi e in apprensione, formulano domande, per le quali non si ha risposta. La bellezza di questo libro è l’accettazione delle non risposte. Non si dice: ci siamo lasciati per i seguenti motivi. Non esistono i due punti. Come per tutti i lutti sani ci sono una sequela di domande, che tali rimarranno, sguazzando in un tempo infinito, quello dell’amore. Esistono anche i familiari, nella fattispecie i genitori, i quali  hanno perso una parte di “figlianza”: «Il dolore che non riesco a superare è il dolore che ho dato ai miei genitori. Li ho privati di una figlia. (…) Vado dai miei e taccio. Non so cosa dire e come dirlo. Mangio e mi angoscio sul divano. Vorrei piangere. Non posso piangere. Aggiungerei dolore al dolore. Sarei meschino».

L’amore è natura

Non esistono le pareti nei sentimenti e neppure le quantità. Chi, quando e cosa si può amare? E a chi spetta stabilirlo? Quando una storia si trasforma in gabbia richiede passi fermi: non fare per salvare, preservare. Tuttavia, l’amore è follia ed essa, comporta passi nel vuoto, sull’onda di folate incredibilmente travolgenti. “Amante” non è affatto una parola brutta, l’hanno censurata i bigotti, i mediocri, gli edipi zoppi, i tiepidi per manifesto, i cretini. «Amante è una epifania», siamo perfettamente d’accordo. Non vi è alcuna motivazione se si ama tanto. Sono i paraocchi culturali che ci acciecano. «Se l’amante arriva è perché hai permesso che arrivasse. Dovevi fermarti un attimo prima. Ma un attimo prima di cosa? Di un bacio? Di uno sguardo. Dovevi fermarti molto prima, dice qualcuno. Non dovevi iscriverti in palestra, non dovevi frequentare quel circolo, non dovevi andare a quel convegno, non dovevi fare quel viaggio, non dovevi fare quella cosa nuova senza di me. Dovevi stare fermo». E, infatti, sono le ammonizioni di quanti, tanti, non conoscono la vita. Esistere è sprazzo, fulgore, abbandono, curiosità, ignoto e per ultimo, dolore. Come si fortifica una relazione? Uno sciocco pericoloso potrebbe pensare di farlo. Niente è evitabile, veramente. Nessun ordine umanamente imposto scandisce gli incontri.

Ma cos’è l’amore?

Una ventata di intestino rumore, naturale, che viaggia sui chilometri orari del vento di tramontana.  «L’amore è radice perché da esso ha origine la vita. Il mondo ha origine dalla follia. L’amore spazza via tutto, se ne frega delle agende. È una rivoluzione. È caos. Come tenere in vita il caos che ci agita in un’organizzazione rigida come quella della famiglia? Si parla troppo di famiglia e troppo poco di amore, cioè di follia. La sacra famiglia, dicono. Ma è sacra la follia». Spesso, però, ci leghiamo ai tabù, confortevoli, familiari, come le stanze di casa, illuminate. Si figlia per legare, a volte, mettendo al mondo «i figli del disamore». Eppure, questa vigliaccheria viene intesa come tentativo, prova. Di cosa? Perseveranza nella infelicità indotta e cronica. Torniamo sempre lì, ce lo insegnano da piccoli: sei bravo se ti sacrifichi e rinunci alla libertà, all’amore, alla follia. 

Si chiude con un sorriso

Il libro ci saluta con un tenero e fragile sorriso. Una fogliolina di fine aprile, grappolo di glicine bagnato. Chi ama desidera la serenità dell’amato, sempre. Non a condizioni, compromessi, convenienze. L’ego è lontano e con esso, i suoi tarli: “Ha un altro? Chissà chi è? Se lo ama? La vedo felice non mi pensa; mi ha subito sostituito”. L’amore sano è impegnativo, ma è svincolato dai filamenti narcisisti. «Però amerai ancora amore mio, e verrai amata, farai l’amore, camminerai lucente in ogni stagione e un giorno ti spunteranno le ali delle scapole». Pensa questo il protagonista nel vedere, tempo dopo la rottura, la sua  ex compagna felice, piena. Si sarebbe fatto curare, se proprio avesse avuto necessità, da un poeta. E sapete perché? «Sanno maneggiare le melanconie, trasformano le croci in mongolfiere». Ma curare cosa, di preciso? Il protagonista ci risponde così:  «La mia malattia è la vita».

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Paolo Sortino: “Amanti elementari” (Einaudi, 2026)

Se l’universo è una giungla

C’è una bella pagina di Michel Houellebecq in cui si parla dell’universo come di una discoteca. Il nuovo romanzo di Paolo SortinoAmanti elementari, potrebbe invece mutare l’immagine in una giungla: l’universo come una giungla. Tuttavia se ho deciso di aprire questi miei appunti di lettura con Houellebecq è per la vicinanza del titolo di uno dei suoi romanzi maggiori, Le particelle elementari, con il titolo del libro di Sortino, Amanti elementari. In entrambe le opere, mi sembra, le vicissitudini dei protagonisti sono narrate con un’attenzione stilistica che è tanto scientifica quanto poetica. Si sente insomma che Sortino ama le sue scimmie. 

Perché di questo si tratta: di scimmie, di uomini primitivi. La scelta è coraggiosa e in un primo momento, ossia nel corso dei primi capitoli, può sembrare un mero tour de force: scrivere un romanzo che racconti di scimmie, dunque senza dialogo, e che sia stilisticamente impeccabile, e Amanti elementari lo è. I protagonisti sono “lui” e “lei”, una coppia che inventerà l’amore e di conseguenza anche la necessità dell’amore. Lui è un paria, un escluso dal branco, mentre lei appartiene al branco ma è attirata da chi la libera dalla paura del branco e approda, appunto, all’amore. All’amore o alla curiosità, e alla diversità. Lui e lei scopriranno non soltanto il sesso ma anche la tenerezza dei rispettivi corpi, nella forma di una carezza che farà poi prendere il volo alla parte finale del romanzo costringendo i protagonisti e il lettore a fronteggiare la violenza, che è l’opposto dell’amore. C’è anche una pagina che può sembrare un omaggio a Shakespeare, con il maschio che stacca il teschio dalla carcassa di un bovide e medita sulla vendetta, quale un antenato del principe Amleto. Ma la vendetta – o la giustizia dei deboli – in natura è possibile? A quanto pare no: “Non bastava indossare quello strano elmo per diventare un combattente invincibile.” La natura è spietata e non è il palcoscenico di un dramma. 

Le pagine più belle del romanzo però riguardano non tanto l’amore e le sue sfaccettature animali quanto la scoperta del mondo e conseguentemente di ciò che si è. In questo “lui” e “lei” siamo davvero “noi”, una sorta di Adamo ed Eva in un paradiso ancestrale che in realtà non è affatto un luogo idilliaco bensì, come dicevo, un universo, una giungla, e che non è scevro di pericoli anche terrificanti. 

Paolo Sortino è al suo quarto libro. Il suo esordio, Elisabeth, pubblicato anch’esso con Einaudi nel 2011, fece molto discutere nel mondo letterario, perché narrava la storia di Elisabeth Fritzl, rinchiusa dal padre in un bunker per oltre ventitré anni. Ci fu chi (Christian Raimo, sul blog minima&moralia) affermò che Sortino non poteva scrivere in quel modo di una persona che esisteva e che aveva patito un orrore di quel tipo, attribuendole perfino il desiderio di restare prigioniera del bunker (a pagina 175) vicino al mostro, suo padre. Raimo chiedeva: “Quale statuto di verità ha questo libro?” La domanda non era priva di senso; ciononostante Sortino avrebbe potuto rispondere con una frase del romanzo, tratta dalla scena in cui Josef Fritzl fa nuotare il figlio Felix in piscina: “Ma la finzione non è il contrario della verità, è solo il giro più lungo per arrivarvi.” Naturalmente Elisabeth Fritzl – come Josef e Felix – potrebbe avere qualcosa da obiettare. 

Sortino è un autore che mi interessa molto, ma non è uno dei miei scrittori preferiti. Non amo alcuni suoi vezzi e il suo stile spesse volte claustrofobico. Amo però la sua esattezza e talora la sua potenza anche epica. Dopo il trionfo critico di Elisabeth ha pubblicato Liberal (il Saggiatore, 2015), romanzo “difficile” e caotico, meno amato dalla critica, che sembra averlo portato o costretto a un silenzio di diversi anni, rotto con Demone custode (Polidoro, 2024), libro che ha molte pagine belle o interessanti e alcune invettive che dilettano il polemista che è in me e che derivano in parte, così mi è parso, dal  Giuseppe Genna di Italia De Profundis e dal Massimiliano Parente di Contronatura – penso in particolare alla scena in cui il narratore ha un rapporto sessuale con una giovane critica forse troppo saccente, e Sortino scrive: “Cercava di leggermi tra le righe, come un testo, ed io, che non faccio testo, ché le mie opere sono più grandi di me e di lei, l’ho lasciata fare”, e il povero lettore resta lì a chiedersi quanto siano grandi le opere di Sortino… 

Però bando alla genealogie letterarie: Amanti elementari è un libro importante. È un’opera non soltanto all’altezza di Elisabeth – che è certamente un romanzo notevole – ma pure, credo, più bella e più viva perché più commovente. “Noi siamo esseri elementari” diceva uno dei personaggi di quello zibaldone narrativo che è Liberal, e quindi siamo esseri primitivi, siamo scimmie. Sortino lo sa e ce lo racconta. In Amanti elementari perciò ci siamo noi; c’è l’amore, c’è il sesso, ci sono lo stupore e lo sgomento dell’esistere, c’è la violenza e c’è l’avventura. Il finale è meraviglioso e soltanto un autore molto attento allo stile poteva scriverlo. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.