Vito Mancuso: “Gesù e Cristo” (Garzanti, 2025), di Amedeo Borzillo

 “Gesù per me è un amico, prima era un Signore cui mi avvicinavo con inchino, genuflessione, ubbidienza e venerazione. Immerso nel mistero.”

Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, studi teologici napoletani, già docente all’Università San Raffaele di Milano, ha presentato a Napoli, in una sala dell’Archivio di Stato letteralmente gremita, “Gesù e Cristo”, un libro rivolto al grande pubblico, ben documentato, che integra storia delle religioni e filosofia, con alcune tesi molto originali, e che raccoglie le ricerche e le riflessioni di un’intera vita dedicata dall’autore alla questione cristologica.

Chi era Gesù, e chi Cristo? E di chi parliamo quando ci riferiamo a Gesù-Cristo? Cosa ci raccontano i Vangeli ?

La tesi fondamentale è nelle prime pagine del libro: 

“Gesù nacque a Nazareth, Cristo nacque a Betlemme. Giuseppe era il padre terrestre di Gesù, Cristo era il Figlio Unigenito del Padre celeste. Gesù aveva quattro fratelli e alcune sorelle, Cristo era figlio unico.”

Gesù predicava e denunciava le ingiustizie, Cristo compieva miracoli e toglieva i peccati del mondo. Gesù morì solo, gridando “perché mi hai abbandonato”, Cristo visse, con la morte, la sua vittoria. 

Mancuso propone una distinzione netta tra il Gesù storico – l’uomo di Nazareth con una famiglia e un padre terreno – e il Cristo della fede – figura teologica costruita dalla tradizione cristiana primitiva. 

L’autore non si limita a separare Storia e Idea, ma propone una loro ricomposizione su basi nuove: le due dimensioni non sono incompatibili ma costitutive dell’esperienza umana.

Secondo Mancuso i 4 vangeli canonici non sono biografie storiche ma opere teologiche con la finalità di suscitare fede nella persona e nel messaggio di Gesù, integrando tradizione orale, fonti e interpretazioni successive.

Sono quindi invenzioni?

No, i Vangeli non sono invenzioni: per l’autore sono testimonianze religiose basate su eventi storici reali, ma adattati per proclamare la fede nel Cristo risorto. Contengono un nucleo storico verificabile (esistenza di Gesù, battesimo, predicazione del Regno, crocifissione), ma anche elementi teologici non storici (miracoli, risurrezione come esperienza di fede). Mancuso vede i Vangeli come “testimonianze di fede che si basano sulla storia“, non sempre fedeli nei dettagli ma radicate in un Gesù reale.

Le critiche, soprattutto da parte dell’ortodossia ecclesiastica e della stampa a ispirazione cattolica, parlano di “discutibile ricostruzione”, di “abuso definirlo un testo teologico”, “un libro non cristiano”, “un testo provocatorio, impressionante più che interessante”,” un racconto, non un saggio teologico”,”uno scritto pieno di ovvietà…”

Invece Mancuso è l’alfiere della  necessità di un’evoluzione teologica: il Gesù storico è visto come l’unico dato oggettivo mentre il Cristo come una costruzione: però lui stesso ci dice che abbiamo bisogno di “religio”, cioè di qualcosa che guardi oltre e che accomuni la famiglia umana per responsabilizzarla, per costruire un collante sociale.

“Ciò che ancora oggi rende possibile la simbiosi “Gesù e Cristo” non è il mito della morte-risurrezione, ma la fede nel primato del bene e della giustizia che abitava l’anima di Gesù e che lo portava ad annunciare il regno di Dio. Il cristianesimo, in altri termini, è chiamato a essere finalmente onesto verso Gesù, collocando al centro non più il suo essere “vittima immolata” ma la sua fede e la sua spiritualità.”

La storia di Gesù merita di essere tramandata perché 

è la storia del Figlio di Dio: se anche non lo fosse, restano il Vangelo e la prassi del cristianesimo che ne deriva: fraternità, carità, giustizia, uguaglianza. Il cristianesimo, in altri termini, è chiamato a essere finalmente onesto verso Gesù, collocando al centro non più il suo essere “vittima immolata” ma la sua fede e la sua spiritualità.”

 Ed è questa onestà storica il valore aggiunto di questo libro, che risulterà particolarmente interessante per chi cerca una teologia radicalmente alternativa alla tradizione cattolica, e per chi desidera davvero confrontarsi con un approccio storico per ricercare la concreta umanità di “Gesù e Cristo”

Vito Mancuso, teologo laico e filosofo, è docente del Master in Meditazione e Neuroscienze dell’Università degli studi di Udine. Ha fondato e dirige il Laboratorio di Etica MAST di Bologna. Autore di numerosi saggi, é editorialista del quotidiano “la Stampa”. 

Amedeo Borzillo 

Intervista a Nicola Lucchi per “Il giardino dei fiori infelici” (Neo, 2026), di Silvia Lanzi

L’incipit è fulmineo e dà il tenore di tutto il libro – mi ricorda, mutatis mutandis, quello de “La signora Dalloway” di Virginia Woolf.
Parlo dell’inizio de “Il giardino dei fiori infelici” di Nicola Lucchi, vincitore del Premio Neo 2025.
Si tratta di storia che sfida la comprensione del lettore e che mi ha suscitato molte e fortissime emozioni, decantate piano piano, distillando un giudizio che non può che essere assolutamente positivo.
La vicenda narrata è quella di Lucas, un bimbo che nasce senza piangere e che, crescendo, sembra vivere nel mondo come un alieno: adattandosi, ma solo in superficie, al contatto sociale, ma senza comprenderlo intimamente e indossando una specie di maschera per sembrare “normale”.
La storia è a dir poco incredibile, per i temi trattati e per la modalità di scrittura così asciutta, essenziale, densa e pregnante.
Si tratta di una sorta di pellegrinaggio, una via crucis, ogni passo un grano, come i misteri dolorosi del rosario, dove il protagonista è accompagnato, oltre che da gendarmi, da don Raffaele, un sacerdote nato nel villaggio che si dimostrerà ben più di un testimone/confessore. Con lui Lucas intavolerà un dialogo quasi socratico sull’essenza del bene e del male: è lecito, in alcuni frangenti, uccidere? E le omissioni, il silenzio colpevole non grida vendetta al cospetto di Dio? Qual è il modo giusto per riparare un’ingiustizia? 
Sì, perché Lucas, ha ucciso bambini innocenti: spariti nel corso degli anni, questo strano ragazzo ne mostra – ad una ad una – le sepolture.
La vera voce narrante di questa vicenda è la madre del protagonista, Olga, considerata la “scema” del villaggio, perché sente le voci dei morti: ed è questo espediente narrativo che dà a questa storia surreale la struttura di una matrioska: la madre narra la storia del figlio che narra quella delle sue vittime in un contrappunto di voci, descrittiva e di ampio respiro quella di Olga, precisa e freddamente chirurgica quella di Lucas.
Il cammino è impervio, il luogo è montuoso: si suda ad ogni passo e la fatica fisica diventa metafora di quella che porta alla comprensione di gesti così assurdi e crudeli.
L’autore semina sapientemente solo pochi indizi spazio-temporali: la storia sembra così sospesa in un’atmosfera rarefatta assumendo un valore universale – perché la morte esiste da sempre ed esisterà sempre.
Lucas è un disadatto? Un pluriomicida sociopatico? Perché ha spento delle vite innocenti – i cui fantasmi, che “sente” anche senza vederli, lo portano alla loro tomba.
E l’assassino racconta, passo dopo passo, la storia di ognuno, e il motivo per cui li ha uccisi verrà svelato proprio nelle ultime pagine, quando gli indizi, seminati lungo il percorso come briciole di pane, si comporranno per dar vita ad un quadro spaventoso, assurdo e dolorosissimo, nel quale anche don Raffaele troverà, finalmente, la sua collocazione.
Libro inquietante, scabro e potente questo di Nicola Lucchi, pieno di contraddizioni semantiche ed emotive che formano una storia a dir poco affascinante. Talmente affascinante che, leggendola, ho cercato un contatto per conoscerne l’autore

Prima di tutto chi è Nicola?

Sono una persona che ama scrivere. Ho iniziato a farlo alle scuole medie e non ho mai smesso, inseguendo il sogno di poterlo far diventare un lavoro. Posso dire di esserci riuscito, ma confesso di declinare la scrittura sotto varie forme. Sono uno sceneggiatore, mi occupo di scrittura per lo schermo, ma oltre al cinema la mia grande passione è la narrativa. È nei libri che credo, per ovvie ragioni, di poter dare il meglio di me e di poter essere più “sincero”.

Ad un certo punto della tua vita sei andato in America. Perché l’hai fatto e cosa ti ha lasciato umanamente ed artisticamente?

A Los Angeles ci sono andato per lavoro. Prima di dedicarmi a tempo pieno alla scrittura mi occupavo di videoproduzioni. Devo confessare di averci lasciato il cuore. Ci torno appena posso. Non è una città a misura d’uomo, è molto caotica, ci si può perdere facilmente, e lo dico in senso figurato, ovviamente. È una città postmoderna, carica di energie. Nonostante gli anni d’oro di Hollywood siano finiti da un pezzo, è una città nella quale ancora si può respirare qualcosa di quei tempi andati. Chi viene qui, nella maggior parte dei casi non lo fa per restarci, ma per trovarci un po’ di fortuna. Sono molto pochi quelli che la trovano. Los Angeles è una città cannibale che si nutre dei sogni delle persone, forse anche per questo la amo così tanto. Perché è una città spietata.

Raccontami un po’ de “Il giardino dei fiori infelici”…

“Il giardino dei fiori infelici” nasce da una sperimentazione. Dal desiderio di raccontare un uomo che compie gesti imperdonabili, ma con l’obiettivo di fare affezionare a lui il lettore, nonostante le sue azioni. Procedendo in questo gioco mi sono però gradualmente accorto che il vero protagonista della storia non è Lucas, ma sua madre. È lei che ci racconta della loro miseria e di ciò che la miseria ha partorito. È un romanzo cupo e crudele, che parla di povertà ed emarginazione, e che prova a indagare il concetto di colpa.

La tua produzione letteraria spazia da romanzo ai fumetti. Perché questa molteplicità di mezzi espressivi?

Semplicemente, mi piace raccontare storie, pertanto provo a sfruttare ogni mezzo che mi permette di farlo. 

Com’è nato il tuo amore per il cinema e la tua collaborazione con le riviste?

L’amore per il cinema è nato quando ero adolescente. Mi piace credere di essermi innamorato di un film: “La bellezza del diavolo” (1950) di René Clair. Lo vidi da ragazzino, per pure caso, rientrando da scuola. Non credo sia stata davvero quella la scintilla che mi ha fatto appassionare al cinema, credo sia una cosa maturata col tempo, ma ricordo con piacere quella scoperta. Per quanto riguarda le riviste, invece, non mi interessa particolarmente l’universo della critica o delle recensioni, sono appassionato di storia del cinema. In particolare della storia di Hollywood. Tendo, quando possibile, a scrivere di questo, ma non è la mia prima attività.

Secondo te, che peso ha la letteratura per le nuove generazioni e come si potrebbe avvicinarle ad essa?

Per avvicinare i giovani ai libri credo sia prima indispensabile conoscere cosa li interessa. È importante aprire degli spiragli. Non credo sia possibile conquistare chiunque, ma sono certo si possa fare molto di più. Non è facile, ma iniziare partendo dagli interessi dei giovani o dalle loro emozioni ed esperienze di vita credo sia l’unica soluzione. Imporre a tutti di leggere sempre i soliti titoli non è il miglior modo per avvicinarli alla lettura. Serve fantasia anche in questo…

Dopo la tua ultima fatica, “Il giardino dei fiori infelici”, hai intenzione di prenderti una pausa o stai già lavorando a nuovi progetti?

Non riesco a prendermi una pausa dalla scrittura, non tanto perché si tratta del mio lavoro, ma perché è la mia più grande passione. La risposta, quindi, è che c’è già in programma altro, anche se nei prossimi mesi mi concentrerò quasi esclusivamente sulla promozione de “Il giardino dei fiori infelici”.

Lascio Nicola, felice di aver conosciuto una persona così entusiasta, gentile e disponibile, ricordando che “Il giardino dei fiori infelici” è disponibile sulle principali piattaforme online – anche se vi consiglierei di andare direttamente in libreria: scoprireste, insieme al suo libro, un intero mondo di storie che non aspettano altro che di essere lette!

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

John Fante: “Chiedi alla polvere” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se amore e letteratura sono la stessa cosaLa furia poetica di Arturo Bandini

L’etimo della parola “passione” è il termine del latino tardo passio, ovvero “sofferenza”, “patimento”. Dunque, chiunque abbia una passione soffre. Arturo Bandini ne ha due, e quindi soffre il doppio. La prima, quella che apparentemente lo fa muovere, smaniare, lo rende inquieto, agitato, appassionato, è la scrittura. Arturo vuole fare lo scrittore, di più, vuole diventare uno dei più grandi scrittori americani. Ma il suo cognome, come il suo nome, è innegabilmente italiano. Qui si insinua la prima crepa, e, noi lettori, siamo abbagliati dal primo spiraglio di luce. Lungo il suo andirivieni fra le varie città statunitensi, il protagonista conosce una cameriera del bar che ha preso a frequentare. È giovane, impassibile, quasi dura, e, soprattutto, è messicana. Si chiama Camilla Lopez, e con lei lo scrittore instaura da subito una chiara dinamica di amore-odio. Nec tecum nec sine te vivere possum, per rifarci sempre al caro, vecchio latino. Né con te, né senza di te posso vivere. Ed è proprio questo lo schema emotivo di Arturo. La odia in quanto messicana, la ama in quanto messicana, la odia per la sua durezza inscalfibile, la ama per la sua durezza inscalfibile, la odia perché innamorata di un altro, la ama perché innamorata di un altro.

Questo “altro” è Sammy, un giovane, sedicente scrittore, malato terminale. Inizia un duello rusticano a suon di racconti, raccontini, fogli scritti, buttati, rimandati al mittente. Arturo è spietato, nel suo cinismo ci riconosciamo perché ne riconosciamo la passione, appunto. E per ciò che fa, il mestiere che ha deciso di intraprendere, e per l’agonia languida per Camilla. Sembra che il protagonista non possa rinunciare a nessuno dei due poli, semplicemente perché ha bisogno di entrambi. Ma in questo bisogno, si perde. Si avvicina a uno, pare raggiungerlo nello struggimento delle sudate carte, vede i primi racconti pubblicati, scrive lettere accorate al suo editore, e perde terreno con l’altro, l’amata, odiata Camilla Lopez. Raggiunge Camilla, passa una nottata con lei, eppure smania all’idea di dover tornare a lavorare. L’esistenza di Arturo ci appare così, in un’estrema semplificazione, “porta blu, porta rossa”. Non entrambe, ma un aut aut. Ed è proprio in questo aut aut, in questa decisione, che ritroviamo e ci identifichiamo in tutta la sua sofferenza. Sappiamo già dal primo terzo del romanzo che Arturo dovrà scegliere chi essere, e che, in questo arco di trasformazione, dovrà necessariamente escludere qualcosa, o qualcuno. Arturo non è fatto per poter distribuire il proprio patimento, ma per incanalarlo, per esserne travolto. Eppure, Arturo è pur sempre uno scrittore, un grande scrittore. E, si sa, gli scrittori per vivere, per lavorare, devono cacciarsi nei guai. È parte del mestiere. Così, fino all’ultimo, crediamo che, avendo scelto una strada e scartato un’altra, l’abbia fatto fino in fondo. Ma Arturo è uno scrittore, un grande scrittore, e, si sa, la scrittura è un po’ come il maiale, non si butta via niente. 

Fante intaglia il personaggio di Arturo Bandini nelle sue nevrosi, nella sua solitudine, nei suoi turbamenti, e, nel farlo, lo rende così umano da essere quasi inquietante. Nei suoi moti, nelle sue oscillazioni, nelle sue invettive, ognuno si può riconoscere, può trovare una parte di sé, in quel tentativo disperato che si chiama vita. 

Capiamo, questa volta senza la minima incertezza, che non solo Arturo Bandini è un grande scrittore, ma che John Fante lo è, e che l’uno non si distingue dall’altro, come sempre accade per i grandi scrittori.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

La mia scoperta di Nina Cassian, di Barbara Gramegna

Devo ammettere che, sino a poco tempo fa, non conoscevo Nina Cassian e il suo nome così “italiano”, un po’ veneto, mi ha simpaticamente attirato. Si tratta di uno pseudonimo; il suo nome completo è Renée Annie Cassian Mătăsaru. Me ne inviò una poesia un amico e così nacque la voglia di conoscerla meglio. Spesso bisogna ringraziare i nostri amici dell’anima per doni così preziosi.

Le informazioni che si trovano su di lei non sono ricchissime, alcuni dati sulla sua vita in Romania, che dura fino all’età di 41 anni e poi l’esilio negli Stati Uniti, dove muore a 89 anni.

Anche le traduzioni in italiano non sono molte e l’unico volume che ce la offre in un’edizione e in una traduzione linguisticamente attuale, di Anita Natascia Bernacchia, è quello uscito nel 2013 per Adelphi, a cura di Ottavio Fatica e dal titolo “C’è modo e modo di sparire 1945 – 2007”.

Il volume di Adelphi consente di gettare un ampio sguardo sulla produzione di Nina Cassian, sulle sue poesie fisiche, d’amore, di solitudine, sarcastiche, amare e poco convenzionali.

Nina Cassian nasce in Romania, a Galati, sul Danubio, nel 1924, da una famiglia ebrea, trascorre l’infanzia a Brașov in Transilvania, per poi trasferirsi a Bucarest a metà degli anni ’30. Cresce come artista poliedrica: recita, suona il pianoforte, dipinge e illustra libri per l’infanzia, traduce (Brecht, Celan, Morgenstern, Ritsos).

Due fra i poeti rumeni più in vista, Tudor Arghezi e Ion Barbu, la incoraggiarono a pubblicare, così escono i suoi versi per la prima volta nel 1945 sul giornale “Romania Libera” e, due anni dopo ancora nel volume  “La scara 1/1”, criticato però dal regime comunista come “decadente”. 

Il governo filo-sovietico si afferma in Romania all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, e si consolida maggiormente in seguito e dal 1965 con l’era Ceausescu assume tratti sempre più repressivi.

Nina cerca quindi per opportunità, non per opportunismo, di cui non è capace, di adeguarsi per un po’  alla linea retorica ed encomiastica vigente, ma la sua personalità dominante e orgogliosa non viene ben sopportata dai “compagni”.  

Dopo diversi tentativi di produzione di “poesie proletarie”, assolutamente lontane dal suo personale, irriverente modo di poetare, si rivolge, a partire dagli anni ’50, alla letteratura per l’infanzia, settore in cui trova la sua voce più autentica.

Nel 1985 riceve un invito in qualità di visiting-professor negli Stati Uniti, qui le giunge però la notizia dell’arresto e successiva uccisione dell’amico e dissidente Gheorghe Ursu. Questo evento determina la svolta della sua vita personale e letteraria, Nina decide di chiedere asilo politico e non rientrare più in Romania. La reazione del governo Ceausescu non si fa attendere, la sua casa viene messa sotto sequestro, i suoi libri rimossi da biblioteche e librerie, messi all’indice.

Ha così inizio, non senza trauma, la vita americana di Nina Cassian. La recisione è una ferita che emergerà da diversi suoi passaggi poetici e dalla continua ricerca di nuove appartenenze, come capitato a molte e molti autrici e autori esuli.

Nina Cassian saluta con stupore il fatto che le sue parole possano in un altro luogo e in un’altra lingua produrre un effetto: parole nuove anche per lei, parole che scaturiscono da una sostanza di sé, sia fisica che spirituale, diversa da quelle nella sua lingua d’origine.

Hannah Arendt, che, per motivi non lontani da quelli di Nina Cassian, si ritrova, oltre quarant’anni prima, suo malgrado anche lei cittadina americana, fa proprio del discorso sulla lingua “madre” un nodo del suo pensiero filosofico. 

Il linguaggio ha infatti un ruolo decisivo per potere appartenere o non appartenere al mondo, non si tratta di mera “esecuzione linguistica”, ma indica la facoltà inalienabile del “prendere parola”, dell’”avere voce” nel senso civile e politico.

Entrambe esuli sono costrette ad abitare l’inglese e trovare nella nuova lingua una seconda madre-patria, una genitorialità, una casa del cuore, del pensiero, del “verbo”.

Distaccandosi entrambe fisicamente dal proprio Paese, operano, non senza sofferenza, anche una “dislocazione” del pensiero che deve ricollocarsi trovando parole nuove.

In “Ermetica” la Cassian fornisce un’immagine macabra del pensiero-grido, che abbisogna di un altro luogo in cui venire “conficcato”; l’associazione ad un verbo preciso, fisico indica qui un’urgenza espressiva libera e istintiva che fa uso di parole-lancia acuminate per potere andare a segno. Quando però la libertà viene inibita e l’urgenza espressiva non trova sfogo, anche la consistenza della lingua, neutralizzata, cambia, fuoriesce “pendula” e afasica.

Se ci fosse un luogo dove conficcare un altro grido

quale potrebbe essere, la roccia o il mare

 o l’occhio dell’uccello della notte, fisso e tondo, 

duro come la pietra, 

giallo come la luna? 

Ah, tutto è impenetrabile. 

E il grido viene fuori dalla bocca

pendulo come lingua d’impiccato.

Il rapporto di Nina Cassian con la parola, non si può dire certo statico; è traduttrice, abituata quindi a traghettare concetti, ad esplorare mondi fonetici e lessicali, inventa lingue come la spargă e la leopardă, caratterizzate da sonorità onomatopeiche, giocose e sovversive, ma trovare una nuova identità linguistica nell’inglese la mette in crisi, la fa sentire inadeguata, le pone un problema identitario e di riposizionamento.

Emblematici a questo proposito i versi:

Pur se verrò sepolta

in una terra aliena:

risorgerò un giorno

nella lingua romena.

Quasi a significare che, pur avendo ceduto al compromesso di appartenere al mondo attraverso l’inglese, questo ha comportato una sua morte spirituale, in confronto alla quale, la morte del corpo e l’accettazione di venire sepolta in terra straniera, sono comunque sopportabili.

Il tema del tormento legato all’esilio (fisico o metafisico, forzato o cercato) – pensiamo ad Ugo Foscolo, come ad uno dei primi esempi letterari più conosciuti – è qualcosa che non esita solo in poeti, artisti e intellettuali in dolorose reazioni.

Anche l’emigrazione produce, infatti, nelle persone, pur con velocità e processi diversi, sentimenti  simili: la necessità di ridefinire il concetto di identità, la ricerca di nuove appartenenze, la nostalgia, l’afasia prodotta dalla mancata conoscenza della lingua e quindi la frammentazione dei diversi domini della propria vita (sfera privata, professionale, scolastica, civile), la decostruzione di concetti familiari a favore di una riattribuzione di significati, la necessità di sentirsi rappresentati ed esercitare in maniera attiva la cittadinanza.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

Emmanuel Carrère: “I baffi” (Adelphi), di Maddalena Crepet

Cosa ti ridi sotto quei baffi Analisi metaforica di Emmanuel Carrère

Il protagonista del romanzo I baffi, però, non ride affatto. Un bel giorno, un architetto di mezza età parigino decide di fare un cambio di look: si taglia i baffi di netto. È quello che, a tutti gli effetti, gli esperti di narrazione definirebbero “l’incidente scatenante”. Da lì, infatti, nulla è più come prima. E non solo perché il suo aspetto fisico è decisamente mutato – ora al posto dei baffi compare solo una macchia sbiadita dovuta alla mancanza di abbronzatura nella zona pilifera –, ma soprattutto perché da lì si innescano una serie di vicende, fraintendimenti, giochi, sfide, che determinano nel protagonista una confusione immane. La moglie, Agnès, lavora come ufficio stampa in una casa editrice francese. È bella, algida, di lei conosciamo non l’interezza, quanto piuttosto parti di corpo, vivisezioni. È come se Carrère ci volesse restituire uno sguardo non composto da un’omogeneità, quanto piuttosto da una scomposizione: è qui il nodo centrale. L’architetto non ci restituisce mai un’immagine di sé totale, ma sempre frammentata, e, in quei frammenti, fra quei frammenti, si insinua, si insedia, il seme del dubbio. Lui è convinto di aver sempre avuto i baffi lunghi, che, soltanto ora, ha deciso di tagliare. Lei è convinta dell’esatto contrario: il marito non ha mai avuto i baffi, fissato com’è nel radersi tutte le mattine.

L’architetto annaspa, suda freddo, non capisce. La sera della rasatura vanno a cena da una coppia di amici. È l’occasione perfetta per far comprendere ad Agnès che si sbaglia, che lui ha sempre posseduto un bel paio di baffi, che solo ora ne è privo! E invece nessuno pone domande, tutto scorre come se nulla fosse accaduto, come se il suo aspetto fosse sempre lo stesso, forse qualche segno di affaticamento di troppo, ma è solo eccesso di lavoro! 

Si cade con tutte le scarpe in una sorta di tragicommedia pirandelliana dove la parte è per il tutto, e il naso viene sostituito dalla parte inferiore del volto. Ogni elemento di realtà, ogni verità, sembra vacillare, sembra essere messa in discussione. Non solo i famigerati mustacchi, ma anche la cena dagli amici, l’opinione dei colleghi – anche loro sgomenti di fronte alla convinzione cieca del protagonista –, perfino quella di una donna per strada, tutto è vero e falso al contempo, quindi tutto è indefinito, vago, sfumato. Il lettore inizia a seguire questo filo di perle, e le perle non sono più le certezze, ma i dubbi stessi, ci cammina sopra con il passo dell’equilibrista, sperando quasi, alla fine, di non trovare più un’oggettività, ma un buco nero. E quel buco nero arriva davvero, con un finale che oggi riterremmo splatter, che Carrère probabilmente definirebbe, tuttora, come l’unico possibile. 

I baffi non è solo una tragicommedia, non è solo la risata dark, il racconto grottesco di un uomo che ha perso i suoi baffi, e, con essi, sé stesso. È una grande metafora, o meglio, una metafora nella metafora: da una parte abbiamo l’ombra lunga della moglie, dell’intransigente Agnès, o della folle Agnès, o della irreprensibile Agnès; di lei sappiamo che le piace scherzare, manipolare la realtà, è insomma avvezza allo scherzo che sfocia in qualcosa di più grande, forse ingestibile. Sembra che ogni volta che il protagonista si allontani da lei, esca dal suo cono d’ombra, respiri, viva nella libertà di credere a ciò che davvero è. Ma è autoconvinzione o tossicità? Agnès appare una presenza tossica nella vita del povero architetto; anche quando decide di prendere il primo volo, e finire niente di meno che a Hong Kong, lei lo insegue, si fa trovare nella sua stanza d’albergo, lo convince, ancora una volta, che tutto sia normale nella sua assoluta anormalità. È quella che la generazione dei nativi digitali classificherebbe come un malessere. O meglio, rappresenta, incarna, appieno questo concetto. L’altra metafora, quella contenitiva, è di carattere esistenzialista, o, per meglio dire, relativista: quanto ciò in cui crediamo, di cui siamo fermamente convinti, è vero? Quanto il nostro punto di vista può stridere, finanche confliggere, con quello altrui? E quanto, più in particolare, noi dipendiamo da quel punto di vista altrui? 

Carrère non ci pone di fronte a facili soluzioni, risoluzioni. Ci fa annaspare, a volte in cerca di una boa, a volte contenti di stare in mare aperto. È liberatorio nella sua crudeltà. E così anche noi ci ritroviamo in quella vasca da bagno, la stessa in cui, per la prima volta il protagonista decide di mutilarsi, e poi lo fa davvero, lo facciamo anche noi. Affoghiamo nelle domande, senza che ci possa essere una risposta univoca, una strada facilmente percorribile. Non siamo pazzi, forse siamo solo terribilmente umani.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.