Silva Ganzitti: “Vento fine” (Mursia, 2026), di Luciana Amato

 Silva Ganzitti – autrice friulana, editor e direttrice artistica del festival culturale “Incontri a Nordest” – è arrivata tra i finalisti del prestigioso Premio Neri Pozza 2023 con Vento fine. Il volume si innesta con grazia e maturità nel filone del romanzo storico di territorio: una declinazione narrativa capace di coniugare la rigorosa ricostruzione documentale con la profonda valorizzazione del paesaggio. Ganzitti si affida a una prosa fortemente descrittiva ed evocativa, capace di trascinare immediatamente il lettore tra le vette impervie e i boschi della Carnia, accendendo in chi legge un desiderio quasi fisico di esplorare e percorrere quegli stessi sentieri.

La struttura della storia si sviluppa su due piani temporali che si alternano con precisione geometrica. Fin dalle prime pagine incontriamo il protagonista, Dwight: un soldato neozelandese fatto prigioniero nel 1943 che, a distanza di oltre vent’anni, nel 1965, decide di ritornare in Friuli. Si muove tra le valli silenzioso, quasi come un fantasma emerso da un passato doloroso, guidato dall’ossessione romantica di ritrovare Ida, la giovane contadina con cui visse un amore travolgente e mai dimenticato. Questo espediente del ritorno innesca una struttura narrativa a incastro, costellata dai numerosi flashback di Dwight. La memoria si attiva camminando, mentre l’uomo attraversa Sauris e i paesi limitrofi, o mentre dialoga con la gente del posto, diffidente ma custode di segreti antichi. Attraverso questo efficace dispositivo narrativo emergono, tassello dopo tassello, le vicende corali di Ida, delle sue sorelle e di un’intera comunità montana costretta a fare i conti con la brutalità della guerra.

La poesia profonda del testo risiede proprio nella capacità di evocare uno spazio e un tempo perduti, ma preservati intatti nella memoria dei singoli. Tutto quello che viene narrato affonda le radici in fatti realmente accaduti, anche se l’abbraccio del tempo e la distanza delle decadi lo fanno quasi apparire, agli occhi del lettore contemporaneo, come un miraggio impossibile o una leggenda lontana.

Il contesto storico: la diga del Lumiei


Il valore cardine e il punto di forza del romanzo risiedono proprio nell’accurata precisione del suo innesto storico. Ganzitti riporta alla luce una pagina dimenticata del nostro Novecento: la permanenza di un contingente di soldati neozelandesi in un campo di prigionia in Carnia, trasferiti in territorio friulano tra il maggio e il settembre del 1943 per edificare la titanica diga sul torrente Lumiei (nota anche come diga di Sauris). Con la forza lavoro locale interamente richiamata al fronte, la SADE (Società Adriatica di Elettricità), in stretto accordo con il regime fascista, decise di sfruttare la manodopera dei prigionieri di guerra alleati, catturati principalmente sul fronte del Nord Africa.

Furono circa trecento gli uomini impiegati nel progetto, suddivisi tra il distaccamento di Ampezzo (Plan del Sac) e quello di Sauris (La Maina). Questi soldati d’oltremare vennero costretti a operare come scavatori, minatori, carpentieri e operai stradali, lavorando in condizioni di estrema durezza, esposti costantemente al pericolo delle frane e alla rigidità del clima alpino. Questo microcosmo coatto, fatto di turni massacranti ma anche di insospettabili sguardi d’intesa con la popolazione locale, si interruppe bruscamente all’indomani dell’Armistizio di Cassibile. Il 9 settembre 1943, di fronte alla rapidissima occupazione tedesca della Zona d’operazioni del Litorale adriatico, i campi vennero evacuati d’urgenza dalle SS. I prigionieri vennero stipati su treni merci, trasferiti verso Tarvisio e deportati nei durissimi lager (Stalag) in Germania e Austria, lasciando la diga sospesa fino al 1948.

Un’eredità di memoria.


Silva Ganzitti compie con Vento fine l’impresa non scontata di trasporre in narrativa una materia complessa e fino a oggi confinata quasi esclusivamente alla saggistica d’archivio. Lo fa rifiutando la freddezza del saggio e preferendo la creazione di un testo corale, immersivo, dove l’accuratezza del dato storico non soffoca mai l’umanità dei personaggi, ma ne amplifica il dramma esistenziale.

Se il potere profondo della letteratura è quello di indagare le pieghe più nascoste dell’animo umano, l’autrice friulana ci riesce pienamente, restituendo voce, carne e dignità ai sentimenti, ai desideri e alle passioni che hanno animato i veri “Dwight” e le vere “Ida” della Storia. Vento fine si rivela così un romanzo intimo e al tempo stesso universale, capace di superare i confini geografici per raccontare le lacerazioni provocate dai conflitti. L’opera lancia un messaggio potente e salvifico, sancendo, in definitiva, che sopra le macerie fumanti della Storia e i reticolati dei campi di prigionia, è sempre e soltanto l’amore l’unico elemento che riesce a restare, testimoniando la tensione straordinariamente umana verso la vita, la memoria e la ricerca delle proprie radici.

Luciana Amato

Luciana Amato, vive e lavora a Trieste. Dopo una formazione in Progettazione del Turismo Culturale e un master di specializzazione, ha lavorato per anni nell’organizzazione di eventi e nel settore alberghiero, in Italia e all’estero (Centro America, Finlandia, Inghilterra). Oggi si occupa di progettazione culturale, scrittura e comunità di lettori. Cura un blog e un profilo Instagram dedicati ai libri e organizza incontri di lettura e silent reading a Trieste, con l’idea che leggere insieme sia una forma di resistenza gentile. Collabora con realtà culturali locali e online e continua a dedicarsi alla scrittura creativa. 

“I convitati di pietra” di Michele Mari (2025) e “Il lungo pranzo di Natale” di Thornton Wilder (1931), di Maurizia Maiano

Tra Il lungo pranzo di Natale di Thornton Wilder (1931) e I convitati di pietra di Michele Mari (2025) corre una sorprendente analogia. Entrambe le opere costruiscono la narrazione intorno a una tavola e a un rito conviviale, ma fanno del tempo due esperienze radicalmente diverse. In Wilder il tempo è continuità, memoria e successione delle generazioni; in Mari è attesa, probabilità e perdita. Intorno allo stesso gesto del riunirsi a tavola si sviluppano così due meditazioni divergenti sull’esistenza.

Nell’atto unico di Wilder vediamo una tavola lunga ed elegantemente apparecchiata nella casa dei Bayard, un grande tacchino al centro, una porta che dà sull’atrio decorata di frutti e fiori, e, sul lato opposto, un portale con un drappeggio di velluto nero: nascita e morte si dispongono ai margini della scena, mentre i convitati si raccontano nel tempo, mentre i capelli imbiancano. È un tempo organico e continuo, quasi vegetale. Tutto è un inevitabile succedersi: i figli crescono, i padri invecchiano, le generazioni si passano il testimone.

In Mari una classe del liceo festeggia, il 22 luglio del 1975, il primo anniversario della maturità e i trenta componenti decidono di stipulare un accordo di sangue e denaro. Ogni anno verseranno una somma da investire, che dovrà generare nel tempo un’ingente fortuna. Qui il tempo è discontinuo e probabilistico: ogni incontro è un salto in avanti, e ogni morte modifica retrospettivamente il passato delle vite degli altri. Ogni anno si ritrovano intorno all’anonimo tavolo senza storia di un ristorante. Il tavolo non è più luogo di continuità familiare, ma di contratto: in Wilder è memoria, in Mari scommessa.
Ciò che in Wilder appartiene alla naturale accettazione del ciclo dell’esistenza — nascita, trasformazione, vecchiaia, morte — in Mari sembra dipendere da una combinazione insondabile di destino, caso o provvidenza. Gli ex compagni si ripromettono di parlare di politica, lavoro, famiglia, divorzi e figli, ma non del futuro: il patto originario lo ha escluso fin dall’inizio. Non parlare del futuro significa, in fondo, non parlare della propria morte. Così ogni ritrovo assume sempre più l’aspetto di un tavolo da roulette. Si comincia persino a elaborare una casistica delle probabilità: bevitori, fumatori, salutisti, vite spericolate e vite prudenti. La prima morte, inattesa, è il suicidio della Crollalanza, dodici anni dopo il patto. Da quel momento tutti sostengono di averne colto i segnali già ai tempi della scuola: è il consueto inganno della memoria, che attribuisce al passato una necessità che allora nessuno avrebbe saputo vedere.
Nel 2014, al quarantennale della maturità, qualcuno si domanda quale senso abbia continuare a incontrarsi soltanto perché un tempo si è stati compagni di scuola. Che cosa li tiene davvero uniti? Il denaro accumulato nel fondo? La speranza della vincita finale? O piuttosto il bisogno di misurare, anno dopo anno, la propria sopravvivenza attraverso quella degli altri? Il richiamo al Convitato di pietra del Don Giovanni di Mozart è inevitabile: là la statua giunge come incarnazione del giudizio e della colpa; nel romanzo di Mari, invece, il convitato di pietra è il tempo stesso. Invisibile ma sempre presente, siede a tavola con gli altri commensali e rende ogni incontro una verifica della loro permanenza nel mondo.

Mari concepisce il tempo come ciò che scorre verso la fine; per fermarlo si possono tentare solo piccoli rattoppi, dighe provvisorie, rinvii dell’epilogo. In Wilder, invece, il tempo sembra allontanarsi per poi ritornare, consentendo ai vivi e ai morti di ritrovarsi ancora una volta intorno alla stessa tavola. Dopo aver sperimentato l’assenza, il ricordo restituisce la presenza; ciò che il tempo sembrava aver sottratto viene riconquistato nella memoria. Il pranzo natalizio diventa così il luogo in cui la gioia condivisa continua a esistere oltre il fluire del divenire. Mari racconta il tempo vissuto, Wilder mette in scena il tempo della memoria.

In questo spaccato di umanità, dominato dall’interesse e dalla contabilità della sopravvivenza, affiora infine una tenera storia d’amore tra Luca Brodo e Lola Ricci. Rivadeneyra suggerisce a Luca la lettura de L’amore ai tempi del colera. Dalle pagine di García Márquez egli apprende che l’amore non conosce età: se Florentino Ariza e Fermina Daza hanno saputo ritrovarsi dopo una vita intera, allora anche per loro esiste una possibilità. Luca e Lola si scrivono assumendo, di volta in volta, i ruoli della Padrona e dello Schiavo. È un gioco di reciproco affidamento che rovescia la logica del dominio: il dominio si trasforma in fiducia, la gerarchia in complicità, l’obbedienza in una forma di abbandono reciproco.

Non sembra casuale neppure la ricorrente presenza di Gene Hackman. Molti dei suoi personaggi sono uomini chiamati a misurarsi con il caso, la colpa e il trascorrere del tempo. Tra i richiami cinematografici del romanzo affiora anche Pronti a morire (The Quick and the Dead, 1995): come nel film, è il tempo a eliminare progressivamente i contendenti. Hackman è un interprete di uomini comuni travolti da meccanismi più grandi di loro, e anche i protagonisti di Mari sono persone normalissime, senza eroismo, che diventano i personaggi di un gigantesco esperimento sul tempo e sulla morte.

Il confronto con Wilder ritorna allora con ancora maggiore evidenza. Se nella casa dei Bayard il tempo continua a generare vita e a rinnovare il rito familiare, nel romanzo di Mari esso diventa un lento processo di sottrazione. Alla tavola di Wilder si aggiungono nuovi commensali; a quella di Mari, anno dopo anno, una sedia rimane inevitabilmente vuota. È questa assenza progressiva a trasformare il convivio in una meditazione sulla finitudine.

Se Wilder celebra la continuità della vita attraverso il rito familiare, Mari racconta la lenta erosione del tempo condiviso. Il convitato di pietra non è soltanto il Commendatore evocato da Mozart: è il tempo stesso, invisibile ma sempre presente, che prende posto accanto ai vivi e, anno dopo anno, decide chi continuerà a sedersi a quella tavola. È qui che si apre spazio all’amore, alla memoria, alla letteratura e al teatro, come se solo l’immaginazione potesse opporre una fragile resistenza all’inesorabile trascorrere del tempo.

Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

Elena Ferrante: “I margini e il dettato” (e/o, 2021), di Rosanna Pontoriero

Lo spettacolo di Elena Ferrante dentro se stessa

Con “I margini e il dettato” siamo dietro le quinte di un’ opera tra le più celebri del secolo, quella di Elena Ferrante. Colei che, per molti versi, ha caratterizzato la letteratura contemporanea, non solo italiana. Che spettacolo!…Molto più di un saggio: un binocolo sui grandi romanzi, gli stessi che hanno, letteralmente, timbrato i nostri giorni. E la scrittrice ci racconta in che modo è arrivata alle sue carte, per quali strade. Raccordi affollati e contraddittori, più che altro. Non si riesce a immaginarla alla tastiera: è una figura complessa, anche problematica. Lei scrive su due binari e lo fa perché l’autore «ha il compito di mettere in parole gli spintoni che dà e che riceve dagli altri». A monte di un racconto vi è uno tsunami che investe lo scrittore, «il mondo che gli arriva addosso», lo definisce così la Ferrante. “I margini e il dettato” è una opera colta, scientifica, sofisticata, di spessore filosofico. Si parla di scrittura con una profondità abissale, non è affatto la semplice esposizione di una poetica, ma una riflessione minuziosa, cosmica, intensa, dotta. Credevo che Elena Ferrante fosse una scrittrice geniale, la più ricca del secolo, ma è anche una studiosa arguta, capace di penetrare i fondali. 

I margini

Elena sin da bambina ha un problema con i margini: «Scrivendo, mi distraevo facilmente e se quasi sempre rispettavo il margine di sinistra, finivo spesso oltre quello di destra per completare la parola». Pensate a quanto traumatici possano risultare i quaderni. E subentra, così, la censura, tipica di una scuola che fa del limite un dogma: «Sono stata punita così spesso che il senso del limite è diventato parte di me e quando scrivo a mano sento la minaccia di quel filo rosso verticale, anche se da tempo, sui fogli che uso, non c’è più». Ed ecco che scrivere diventa per Elena anche un gioco dei contrari, galleggiamento tra gli opposti: «Credo che il senso che ho dello scrivere – e anche tutte le difficoltà che mi trascino dietro – abbia a che fare con la soddisfazione di riuscire a stare bellamente nei margini e, insieme, con l’impressione di perdita, di sciupo, per esserci riuscita». Si pone negli anni una coabitazione, non propriamente pacifica e neppure lineare, tra due scritture, quella acquiescente e quella rumorosa. Afferma Ferrante: «Mi sento stretta, a disagio, nella scrittura ben calibrata, che, per capirci, mi ha fatto pensare di saper scrivere. (…) Allora ne cerco un’altra, impetuosa, ma niente da fare, scatta di rado. (…) O irrompe dopo pagine e pagine e avanza strafottente senza stancarsi, senza soffermarsi, non badando nemmeno alla punteggiatura, forte solo del suo stesso impeto». La Ferrante vive quella sensazione di auto disgusto, nota a molti autori, scoprirsi brutti: «Nessuna mia pagina era all’altezza dei libri che mi piacevano, forse perché ero ignorante, forse perché ero inesperta, forse perché ero donna e quindi mielosa, forse perché ero stupida, forse perché ero senza talento». Chi scrive ha un rapporto tossico con il suo prodotto: si trova troppo grasso, o troppo magro, non si piace e va in crisi. La Ferrante parte dalla realtà: da dinamiche sociali, variazioni di luce, ma il risultato sono notti insonni, annotazioni e frustrazione.

I primi romanzi e la solitudine delle protagoniste

Delia, Olga, Leda: una carrellata di donne sole, che non hanno amiche, non si fidano del mondo. Creature poco definite e perimetrate, senza fisionomia, voci senza contradditorio. «Delia, Olga e Leda – ci racconta Elena Ferrante – sono immaginate come donne che, per le vicende della loro vita, sono diventati corpi rigorosamente sigillati. (…) E per di più pare che si siano spinte così vicini ai fatti della loro storia, da non averne una visione di insieme, da non conoscere davvero il senso del loro discorso. Io le ho volute coì. Ho scritto rifiutando il distanziamento canonico». La scrittura di questi primi libri è «aggregante, nutrita di coerenze, mette su un mondo con tutte le sue impalcature al posto giusto». Tuttavia, tanta razionalità viene minacciata dai paradossi, ovvero sia dalla scrittura disgregatrice, la quale, «confonde i corpi di madre e figlia, rovescia i ruoli prestabiliti, trasforma il veleno del dolore femminile in un veleno che coinvolge le bestie».

Siamo quello che abbiamo letto

Elena Ferrante in questo è chiarissima: in nessuna scrittura esiste una verginità autentica. Scriviamo quello che abbiamo letto. Nulla di miracoloso nel mettere insieme le sillabe. «Scrivere è entrare ogni volta in uno sterminato cimitero dove ogni tomba attende di essere profanata. Scrivere è accomodarsi in tutto ciò che è già stato scritto – la grande letteratura e quella di consumo. (…) Tutto nello scrivere, ha piuttosto una lunga storia alle spalle». E affermare ciò per una autrice è rischioso, visto che quasi tutta la letteratura è fatta da uomini. Infatti: «l’io femminile che scrive – ha avuto davanti un percorso arduo, si sta ancora aprendo la sua strada».

I romanzi maturi 

“L’amica geniale” e “L’amore bugiardo” hanno al centro il raccontarsi delle donne. Il gioco è diventato complesso e corale, le donne sono ufficialmente fuori dall’isolazionismo. «Ora che l’io narrante ha delle amiche, lo sforzo non è più scrivere per sé dei traffici col mondo, ma raccontare le altre, esserne raccontata, in un gioco complesso di immedesimazione ed estraneità». Ne “L’amica geniale” le due scritture di Elena Ferrante si fecondano, prendono corpo: quella di Lenù è diligente, che ti fa pensare di essere scrittrice; quella di Lila, benché sconosciuta, è disgregatrice e straordinaria. Il saggio si conclude con un monito intellettuale e civile: «Se la letteratura scritta di donne vuole farcela ed avere una scrittura sua di verità, serve il lavoro di ognuna». L’imperativo categorico è unire: «Dobbiamo confondere, fondere i nostri talenti, non un rigo va perso nel vuoto».

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Arkadij e Boris Strugatskij: “Lunedì inizia sabato” (Ronzani), di Loredana Cefalo

Che cos’è l’IA e quanto inciderà davvero sul nostro futuro? Oggi il web pullula di corsi su come “diventare qualcuno” nell’era dell’intelligenza artificiale e di profezie catastrofiche su come la tecnologia cambierà le nostre vite. A guardarla con un briciolo di cinismo, sembra quasi il tentativo di fare l’ultimo strappo ai nostri portafogli prima che arrivi l’Apocalisse.

​Ma se vi dicessi che negli anni ’60 qualcuno aveva scritto un libro sagace, ironico e profondamente vero, capace di predire, anzi pre-scrivere, proprio quello che stiamo vivendo in questa nostra epoca di disintermediazione tecnologica, dubbio e incertezza?

Lunedì inizia sabato è un romanzo in tre parti pubblicato nel 1965 da Boris e Arkadij Strugatskij. I due fratelli avevano intuito una grande verità: il vero rischio non sono i robot, ma la burocrazia, l’ego e la stupidità umana applicati alle tecnologie.

​Spesso considerato un Harry Potter in versione russa per via della magia e dei relativi cavilli burocratici, il libro in realtà è molto più vicino al capolavoro di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie. Leggero come una fiaba e tagliente come una satira, il romanzo inizia con Sasha, un programmatore di Leningrado, che raccoglie due autostoppisti e finisce a lavorare al NIITsHAM: l’Istituto di Ricerca Scientifica per la Magia e la Stregoneria, gestito esattamente come un vero ente sovietico.

​Le figure emblematiche del nonsense che pervade il libro si sprecano: un pesce seduto su un albero, un divano che traduce le fiabe in realtà, un gatto che ricorda solo l’inizio delle storie. Tutto, però, viene rigorosamente trattato con moduli da compilare, relazioni e turni di notte. È l’assurdità di Carroll avvolta nella burocrazia di Kafka.

La cosa più folle è quanto questo testo sia attuale. Quel NIITsHAM sembra un laboratorio di IA dei giorni nostri: cluster che non si spengono mai, modelli che “allucinano”, dipartimenti assurdi nati quasi per gioco (come Predizione e ProfeziaMaternità o Modelli Computazionali di Fiabe). L’Istituto è una parodia diretta dell’Accademgorodok di Novosibirsk, la “Cittadella della scienza” fondata nel 1957; un modo giocoso per prendere in giro l’ossessione burocratica sovietica.

​Al suo interno troviamo personaggi che oggi ci sembrano fin troppo familiari. C’è il professor Vybegallo, la caricatura del ricercatore cialtrone che promette miracoli senza alcuna base scientifica. Oggi lo ritroviamo in chi vende “l’AGI tra sei mesi” o 

profetizza che “l’IA sostituirà tutti i lavori domani”, senza nemmeno capire come funzioni un algoritmo. Gli Strugackij stessi dichiararono che Vybegallo era un demagogo ignorante, modellato su Trofim Lysenko, il padre della pseudoscienza staliniana. E poi c’è Janus Bifronte, che con una faccia rivolta al passato e una al futuro incarna perfettamente il dilemma moderno dell’allineamento delle IA, ovvero la gestione di un’intelligenza di cui non conosciamo ancora gli esiti finali.

​In un saggio che accompagna le edizioni recenti, Boris Strugatskij racconta che il libro è nato per puro divertimento. Lui lanciava le idee più assurde, Arkadij le metteva in ordine incanalandole in uno stile preciso, e poi si riscrivevano a vicenda i testi finché l’opera non parlava con una voce sola.

​Il romanzo è pervaso da un’aura fiabesca di schietto ottimismo e comicità. Sono trecento pagine che scorrono con zero fatica e il cervello sempre acceso, gravide di un’ironia accattivante. Dopotutto, negli anni del “disgelo” post-staliniano, gli artisti potevano finalmente permettersi il lusso della parodia.

​La chiave di volta del libro sta in una frase precisa:

​”Diventi un vero mago quando pensi meno a te stesso e di più agli altri e al lavoro.”

​Tradotto ai giorni nostri: la vera magia non sta nel delegare tutto passivamente all’IA, ma nell’usarla come uno strumento per esplorare il futuro insieme.

E se questo testo fosse scritto oggi? Ho provato a porre quattro domande immaginarie a Boris Strugatskij in un’intervista che definirei magica.

Boris, se riscrivessi Lunedì inizia sabato oggi, il NIITsHAM come cambierebbe?

B.: Ah, sarebbe lo stesso istituto, solo con più cavi. Al posto del divano che traduce fiabe avremmo un server che genera immagini da prompt. Al posto di Vybegallo avremmo un “influencer della scienza” con un corso online su “Come diventare mago in 7 giorni con l’IA”. La burocrazia, le commissioni, i turni di notte? Identici. La tecnologia cambia, la stupidità istituzionale no. Sarebbe solo più rumoroso.

Molti lettori oggi dicono che il libro ricorda più Alice nel Paese delle Meraviglie che Harry Potter. Tu cosa ne pensi? 

B: Sono d’accordo. Con Arkadij non volevamo fare una scuola. Volevamo prendere un uomo normale, Sasha, e buttarlo in un mondo dove le regole della logica sono piegate. Alice cade nella tana, Sasha raccoglie due autostoppisti. Stesso meccanismo. Harry Potter è un prescelto. Sasha è un dipendente. Preferisco di gran lunga Sasha.

Janus Bifronte, con A-Janus e U-Janus, oggi viene letto come una metafora dell’IA: addestrata sul passato ma proiettata sul futuro. Ci avevate pensato?

B: Non in quei termini, no. Nel ‘64 l’IA non esisteva neanche come parola. Janus era una battuta su noi stessi: noi scrittori siamo sempre divisi tra guardare indietro alla letteratura e guardare avanti a cosa inventarci. Ma mi fa piacere se funziona anche così. È il bello dei libri: vivono dopo di te e trovano significati che tu non avevi messo. Se Janus serve a parlare di allineamento, ben venga.

L’ultima domanda è la frase del libro: “Si diventa maghi quando si pensa meno a sé e più al lavoro e agli altri”. Con l’IA che fa tutto al posto nostro, è ancora vera?

B: Ancora di più. La vera magia del NIITsHAM non erano gli incantesimi. Era la passione per la ricerca fatta insieme, anche se assurda. Oggi l’IA può scrivere, disegnare, calcolare. Benissimo. Ma se la usi solo per non pensare, resti un babbano con uno strumento caro. Se la usi per farti domande più grandi, allora sì, diventi mago. Lo strumento è cambiato. La regola, no.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Niccolò Ammaniti: “Io e te” (Einaudi), di Maddalena Crepet

Se ti senti al tuo posto, hai sbagliato posto

Chi non si è mai sentito sbagliato, da adolescente. Il punto, qui, è esattamente il contrario: Lorenzo si sente giusto nel sentirsi sbagliato per tutti, o quasi. Di sicuro per i suoi genitori. Come lo vorrebbero? Socievole, sempre circondato da amici, compagni del liceo, magari una fidanzatina. Lorenzo non ha niente di tutto questo, di più, lo detesta. Ama passare i pomeriggi da solo, giocare alla playstation, o semplicemente con la sua fantasia. Lo strizzacervelli l’ha definito “narciso”, lui forse non sa nemmeno cosa voglia dire, un fiore? 

Il guaio, il danno nel danno, accade quando Lorenzo comunica a sua madre l’invito da parte di alcuni compagni in settimana bianca. Certo, Lorenzo sa che la madre sarebbe stata felice, ma così? Al punto di piangere dalla commozione? Davvero? Sì, davvero. Il danno è fatto, impossibile tornare indietro. La madre ci crede, il padre ci crede. Le attrezzature sono pronte, deve solo fare la valigia e partire. 

La settimana bianca di Lorenzo si tramuta in una settimana nella cantina del palazzo dove abita. Prepara proprio tutto, stavolta. Riserve di cibo a sufficienza, un sacco a pelo, dei libri, l’immancabile playstation. La vacanza perfetta. La messa in scena può avere inizio. Di certo non sentirà il soffice manto della neve, ma piuttosto quello dei tappeti ammuffiti della vecchia inquilina del suo appartamento. 

Tutto sembra scorrere senza intoppi, finché la solitudine non diventa doppia. Lorenzo non è davvero da solo al mondo, ma c’è Olivia. Diversi anni in più, bella da far vacillare anche un fratello minore, o meglio, fratellastro. Condividono lo stesso padre, intransigente, rigido, a tratti quasi evanescente. Olivia è giovane, ma soprattutto ribelle. Non ne vuole sapere delle regole, dei pranzi di famiglia, dei giudizi dei parenti, tantomeno di quel padre in comune. Olivia ha bisogno di affetto sincero, ma, prima di quello, ha bisogno di soldi. 

Quando chiama Lorenzo non sa minimamente che lui possa aver fatto, seppur in modo del tutto diverso dal suo, lo stesso percorso: sganciarsi da loro, sparire. Quando bussa alla porta di quella catapecchia non sa che ciò che sta veramente cercando è un fratello, lei vuole solo dei soldi, ha urgente bisogno di soldi. Per cosa?

È sciupata, Olivia. Cosa ne è di tutta quella bellezza selvaggia? Nemmeno i ricci biondi le sono più rimasti. 

I segreti di Lorenzo e Olivia si fondono insieme fino a costituire una nuova verità, la loro. Lorenzo deve reggere quel peso, a patto che lo faccia anche Olivia. A patto che nessuno scopra ciò che davvero sono.

Niccolò Ammaniti ci porta fin dentro le budella di una solitudine che non è solo adolescenziale, ma esistenziale. Di un peso, di un doppio peso, che diventa sempre più zavorrante a causa di una tipica famiglia borghese che sembra dare tutto, avere tutto, eppure è proprio in quel tutto che Lorenzo, e forse anche Olivia, cercano la loro singolarità. 

Con lo stile “cannibale” che lo contraddistingue dagli albori, lo scrittore romano prova a scavare dentro a un disagio non stereotipabile, e nemmeno facilmente pronunciabile. Non accade solo in questo romanzo, ma qui la forza della concisione sembra evidente, esce dalla carta. Quel ragazzo del liceo diventiamo tutti noi, al di fuori del contesto sociale, al di fuori della pressione famigliare, fin dentro la volontà di autodeterminazione.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.