Mattia Insolia: “La vita giovane” (Mondadori, 2026), di Martina Ruggiero

Quello che resta dei sogni 

Cosa resta in noi di quella tenera versione giovane e acerba quando diventiamo adulti? Che fine fa? Quanto di quella versione di noi resta intrappolata invece nei ricordi degli altri? 

Questo libro cerca di rispondere a queste e ad altre domande. Lo fa ponendone al centro una in particolare: Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? 

Perché sì, quando si è molto giovani, c’è un momento nella vita in cui potenzialmente possiamo essere tutto. Siamo tutto in potenza e la sensazione di poter scrivere la nostra vita ci dà un senso di invincibilità che è legato allo stesso tempo intrinsecamente a un’incoscienza ingenua. Vulnerabili e invincibili, è questo paradosso a creare quel fascino pericoloso degli anni dell’adolescenza. Perché gli adolescenti, i giovani, sono in una condizione simile ai folli. Come chi, per fare un occhiolino a Pirandello, ha un’anima che potrebbe scegliere di rapprendersi in una qualche forma, per poi quindi adultizzarsi, ma sceglie di non farlo, di restare magma, un magma di infinite possibilità. 

Diventare adulti vuol dire in effetti fare una scelta, scegliere una forma, cominciare quantomeno a segnare un tracciato, a costruire un’identità. Ma cosa succede quando l’identità che a fatica stiamo tentando di costruire viene segnata da un trauma collettivo e, soprattutto, da una notte in particolare che cambia tutto per sempre? 

Una notte che non è solo un evento, ma una frattura: il punto esatto in cui la giovinezza si incrina e nulla, da lì in poi, resta integro allo stesso modo. 

Incontriamo Teo (Matteo Gallo, 28 anni), il protagonista del romanzo, con una scena simbolica: è al volante, da solo. La strada che percorre smette quasi subito di essere un luogo: diventa vita. All’incrocio che dovrebbe condurlo alla sua città natale (Foro), ripete un gesto rituale della sua giovinezza: chiude gli occhi per dieci secondi e pigia sull’acceleratore. Un gesto sconsiderato, ripetuto migliaia di volte con i suoi amici quando il futuro era ancora una distesa senza confini. Sono più di dieci anni che non lo fa. Ora quel gesto non è più gioco, è un’eco sbiadita, un distacco: dai propri sogni, da quella versione di sé che sembra rimasta ferma altrove, come se lo aspettasse nel buio. 

Ed è così che attraverso la voce di Teo entriamo nel mondo di questo gruppo di amici. Sofia, Giorgio, Matilde, Tommaso e Marta e lo stesso Teo prendono corpo. Chi erano? Chi sono davvero diventati? 

Seguiamo la loro evoluzione tramite un intreccio di linee temporali: il passato e il presente. Teo non vede i suoi vecchi amici dalla fine del liceo, da quando ha deciso di trasferirsi a Milano, ricominciare. Andare via dal suo paesino del Sud. Riscrivere la storia. Un Sud che resta spesso spoglio dei propri giovani, periferico e desertico, più emotivo che geografico, e da cui si fugge anche per sopravvivere a ciò che si è stati. 

È un invito al matrimonio dei suoi più cari amici del liceo che lo riporta al luogo delle sue origini. Giorgio e Matilde si sposano, costringendo così gli amici dispersi nelle diverse città d’Italia a fare un doloroso tuffo nel passato. Un tuffo che Teo in particolare rimanda da dieci anni. È una sberla in pieno viso, destinata a riaprire un amaro processo di guarigione. E nell’incontrare dopo così tanto tempo i propri amici, Teo cerca di ricordarne le “fisionomie” giovanili, di ridisegnarne i confini, sovrapponendo i ricordi alle loro nuove versioni adulte. E guarda anche sé stesso, si guarda crescere. 

Ricostruire i pezzi diventa necessario, mettere insieme i cocci per ricomporre qualcosa di più saldo è diventato urgente. Farlo è però anche pericoloso: perché quei pezzi non sono neutri, sono vivi, feriti, deformati dal tempo e da quella notte. Ognuno di loro è sopravvissuto come ha potuto. C’è chi si è spento lentamente, chi ha cercato rifugio in relazioni malsane o nelle droghe e nell’alcol, chi ha anestetizzato tutto, chi ha trasformato il dolore in rabbia (come Teo), chi è rimasto in silenzio. Nessuno è rimasto intatto. 

Ed è così che si diventa grandi delle volte, quasi senza accorgersene, attraversando il dolore. Il dolore ha consumato tutti loro in modo diverso, ma costante: ha scavato nelle relazioni, nelle scelte, nei corpi stessi. Eppure, li tiene ancora, in qualche modo, nello stesso perimetro emotivo. 

Nel romanzo di Insolia perfino i luoghi non sono mai soltanto fisici: sono soprattutto emotivi. I paesaggi diventano correlativi oggettivi degli stati interiori del protagonista. La descrizione degli ambienti non si limita a descrivere, ma rivela ciò che i personaggi non sanno o non riescono a dire. 

Accanto a questa dimensione evocativa, i dialoghi restano concreti, solidi, credibili: come se la realtà continuasse a parlare anche quando tutto il resto si sfalda. E proprio nel contrasto tra ciò che si percepisce e ciò che si dice si apre la frattura più profonda. 

Interessante è come i personaggi emergano per disvelamento graduale: piccoli gesti, dettagli minimi, atteggiamenti quasi casuali che nascondono ferite enormi. Nulla è mai solo ciò che appare. 

Ed è così che quei ragazzi si incontrano di nuovo, e sono ora adulti, con amori andati a male, i non detti, le scosse della vita, una giovinezza che ha cambiato sapore, diventando più consapevole, meno temeraria, più abitudinaria. Ognuno continua a portare dentro il segno di quella notte, anche quando finge di averla superata. 

Il dolore ha inevitabilmente trasformato i sogni ma non li ha cancellati. I sogni hanno cambiato forma ma non sostanza. Crescere, allora, non significa smettere di sognare, ma imparare a riconoscere i sogni anche quando non assomigliano più a quelli di un tempo. Forse i sogni non spariscono davvero: restano immobili dentro di noi per anni, aspettando soltanto il momento giusto per cambiare nome. 

Teo alla fine riesce ad aggrapparsi al suo ultimo sogno, a non lasciarlo scappare, barlume di luce in una buia caverna. 

Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo? Io direi che restano dentro e prima o poi trovano il modo per liberarsi, per diventare realtà. 

Martina Ruggiero

Martina Ruggiero: classe 2001, cresciuta a Vico Equense, sono laureata in Letteratura, Musica e Spettacolo presso l’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma, un percorso che ho scelto perché credo profondamente nella forza delle storie, delle immagini e delle emozioni.

Sono una persona curiosa e creativa, con una forte passione per la letteratura, i viaggi e la scoperta di nuove culture. Amo nutrire costantemente la mia immaginazione e, nel tempo libero, mi dedico al disegno, trovando ispirazione nelle piccole cose.

Attualmente sto svolgendo un tirocinio presso l’ufficio stampa Bompiani a Roma che ho intrapreso grazie al master SEMA, spinta dal mio amore per le parole e per quello che riescono a trasmettere. 

Toto Strega 2026: fuga per la finale – una mappa per costruire la tua cinquina, di Gigi Agnano

Molti lettori trovano attraente lo Strega come un pranzo della domenica dalla suocera: si mangia benino, ma la noia è insopportabile. Lo snobbano convinti, non del tutto a torto, che sia un campionato truccato, dove giudici pigri non fanno manco lo sforzo di leggere, anche perché vincerà non il miglior libro o l’autore più bravo, ma l’editore più forte nell’imbastire relazioni. Ai troppo snob va però ricordato che non siamo nel regno della sperimentazione e che il premio pare proprio voglia tendere a raggiungere lettori medi e consumatori occasionali con testi leggibili e di approccio poco complicato. È comunque innegabile e sono tutti d’accordo che il nostro concorso letterario più importante, essendo forse l’unico ad incidere significativamente sulle vendite, offra degli spunti interessanti sulle tendenze dell’editoria italiana.

Diamo quindi un’occhiata alla dozzina 2026, procedendo per casa editrice, visto che è più una competizione del mondo editoriale che tra libri e scrittori.

Sia chiaro, niente di serio, solo una mappa (una piccola mappa, una “mappina”…) per scommettere al Toto Strega e costruire la tua cinquina.

Einaudi pigliatutto piazza tre colpi

Michele Mari, I convitati di pietra

Ex compagni di classe si ritrovano un anno dopo la maturità e siglano un patto con conseguenze imprevedibili: versano quote annue per costituire un capitale che verrà attribuito agli ultimi tre sopravvissuti. Un po’ Settimo sigillo, un po’ Dieci piccoli indiani, se la trama ha un che di geniale, non convince del tutto per lingua e per stile. Ma Mari, che ha scritto di meglio, fa gara a sé, è dato per favorito e forse ha già vinto. 

Alcide Pierantozzi, Lo sbilico

Eccitante come una cartella clinica, consigliatissimo per lettori un po’ masochisti maniaci della tivù del dolore. Non meraviglierebbe vincesse: la malattia, particolarmente quella psichica, narrata in prima persona (“Mi chiamo Alcide Pierantozzi”), si vende che è un piacere. Poco conta se in farmacia o in libreria, basta che venda. Va detto che sembra piaciuto a tantissimi.

Nadeesha Uyangoda, Acqua sporca

Dei due libri precedenti pubblicati da 66thand2nd abbiamo parlato qui sul Randagio. Per dire che il tema de “L’unica persona nera nella stanza” (titolo già di per sé esplicito) c’interessa e non poco. Con l’etichetta Einaudi la scrittrice brianzola di origini singalesi fa il salto di qualità e arriva in dozzina, ma per tutti gli osservatori il suo percorso nello Strega finiscee qui. A noi del Randagio però piacerebbe molto vederla alla serata finale, forse proprio perché sappiamo che non accadrà. 

Due titoli per La nave di Teseo:

Mauro Covacich, Lina e il sasso

Prima di comprarlo e di leggerlo avremmo dovuto dare ascolto a Lorenzo Marchese (Snaporaz): “quest’ultimo romanzo si incaglia in una storia da cui neanche un cosiddetto lettore forte riuscirebbe a trarre un sugo”. Non possiamo però escludere che a qualcuno piaccia in bianco.

Christian Raimo, L’invenzione del colore

E’ l’unico romanzo al mondo dove ancora trovi “felicità proletaria” e “lotta di classe” e si fa l’amore “come un rito operaio”. Memoir tra il narcisistico e l’autoreferenziale, un frullato di impegno sociale, citazioni cinematografiche, il traffico di Roma, la militanza, il riscaldamento globale, i migranti, gli amati studenti. Poetica dell’impegno di cui forse si avverte il bisogno, più Amaro Montenegro che Strega, con l’aggiunta di una romanità che allo Strega può far comodo.

Poi un libro a testa per le più importanti case editrici nostrane, a dimostrazione che i giurati hanno studiato letteratura anche sul manuale Cencelli:

Bompiani:

Bianca Pitzorno, La sonnambula

Prosa elegante, magia, preveggenza, temi femministi, la protagonista in fuga dal marito violento, tutta ciccia che, nonostante (o grazie a) i tanti stereotipi, dovrebbe assicurarle un posto in cinquina. Anche l’età dell’autrice e la lunga rispettabilissima carriera potrebbero incidere favorevolmente. Rischia di essere esclusa solo per il suo pregio più riconoscibile: vende già benissimo anche senza lo Strega. Investimento a rischio zero.

Sellerio

Maria Attanasio, La Rosa Inversa

Agli inizi del ‘900 in Sicilia un professore eredita un palazzo e vi scopre una stanza segreta rimasta intatta dal Settecento, ricca di libri di Voltaire, Diderot ed altri illuministi proibiti. Trova anche il manoscritto di un suo avo massone e libertino ecc… Classe 1943, se passasse in cinquina insieme alla Pitzorno di un anno più grandicella, costituirebbe un duo insulare inedito, siciliana una sarda l’altra, di “letteratura da premio” (vedi Gianluigi Simonetti “Caccia allo Strega”)

Mondadori:

Teresa Ciabatti, Donnaregina

Parte con l’intervista a un superboss della camorra, ma il romanzo prende forma assumendo una dimensione introspettiva. Pagine che non risparmiano nulla al lettore: l’intervista al boss Giuseppe Misso, le velleità letterarie del camorrista che ama i piccioni e crede negli ufo, Napoli, la prostituta, la critica sociale, il rapporto padri – figli, il figlio gay e ovviamente i femminielli, la giornalista mamma che osserva la figlia “irascibile”, il marito professionista, un fratello gemello… Materia per almeno due romanzi al prezzo di uno. E’ rimasto agli atti il commento di Cazzullo del 2021, quando “Sembrava bellezza” fu escluso dalla finale perché “sta sulle scatole” ai salotti letterari romani. Proposto da Roberto Saviano, un altro che ha da riconciliarsi con lo Strega per antiche polemiche (Ferrante). Relazioni pericolose.

Feltrinelli:

Matteo Nucci, Platone. Una storia d’amore

Galimberti, autore Feltrinelli, ci assicura, in uno spot Feltrinelli, che il libro di Nucci, pubblicato da Feltrinelli, “non si fa nessuna fatica a leggerlo”. Con tutta la stima per Galimberti, ci piacerebbe sapere quante persone non hanno avuto voglia di leggere 400 pagine che ripercorrono in forma narrativa una parte della vita del filosofo ateniese anche a causa di questa brillante pubblicità. 

Guanda:

Marco Vichi, Occhi di bambina

Ci sono quelli che se iniziano vanno avanti fino alla fine; quelli che, dopo Pennac, si sentono autorizzati a mollare; quelli che spilluzzicano aprendo il libro a caso; e quelli che leggono l’incipit e come un chirurgo aprono e richiudono: “«Arianna… Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» È la nonna a chiedermelo. Avevo sette anni. Lei si era piegata sulle ginocchia e mi stava davanti. Mi guardava. Sorrideva. Avevo la sensazione che fosse triste, e mi sembrava che avesse gli occhi lucidi. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi risposi. «Io la mamma non la lascio da sola» dissi.”

Ce l’hanno fatta pure due indie gloriose. Sarebbe bello vederle entrambe alla serata finale, ma, a meno di ripescaggi destinati a case editrici minori, è probabile come uno scudetto al Palermo:

L’orma:

Elena Rui, Vedove di Camus

Il 4 gennaio del 1950 muore in un incidente automobilistico Albert Camus. La Rui immagina le conseguenze sulla vita delle donne dello scrittore, mogli ed amanti. A proposito di amanti apprendiamo che “gli scrittori non sono tenuti alla stessa morale degli impiegati di banca”. Ecco chiarito perché quasi tutti i bancari, ma non solo loro, hanno velleità letterarie. La narrazione saggistica negli ultimi anni ha avuto molta fortuna allo Strega (Scurati, Petrignani, Janaczek, Trevi): ce la farà la Rui ad arrivare alla serata finale?

Quodlibet:

Ermanno Cavazzoni, Storia di un’amicizia: sarebbe da portare in finale già per il solo fatto che si parla di Celati (La banda dei sospiri, Narratori delle pianure). O perché è di Cavazzoni. Ancora di più perché si parla dell’amicizia trentennale tra Celati e Cavazzoni. L’ennesimo memoir, ma “alato e volatile”, soprattutto onesto. Talmente onesto che verrebbe da chiedere con Dylan “che ci fa un cuore gentile come il tuo in un postaccio come questo?”

Ciò detto, scommetto non più di due lire su questa cinquina:

Mari, Pierantozzi, Ciabatti, Pitzorno, Covacich (più, speriamo, un ripescato Cavazzoni)

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Daniel Mendelsohn: “Un’Odissea” (Einaudi), di Lucio Turchetta

Il libro di cui parlo è scritto con uno stile fluido e scorrevole, come se l’autore fosse appagato dalla “storia” in sé e ne riconoscesse l’oggettiva originalità, uno stile che potrebbe – oso il paragone sfidando le compagini degli ammiratori di Salinger – paragonarsi al realismo magico dello scrittore americano, meno avvertibile in Holden ma più esplicito in alcuni suoi racconti. 

Il paragone con Salinger finisce qui: pur svolgendosi negli Usa entrambi, e più specificamente in un contesto scolastico, i settantacinque anni trascorsi tra i due romanzi non sono soltanto un’era geologica ma li pongono a paradigmi diversi. Si pensi all’ossessione omofoba dell’adolescente Holden e al fatto che Mendelsohn, autore ma anche protagonista del romanzo è “out”(cioè un omosessuale dichiarato) che insegna in un campus ‘Letteratura classica’ cioè qualcosa che riguarda una cultura e un immaginario difficilmente comprendibile ai giovani americani, il mondo dell’Odissea e la Grecia del VII secolo aev [scilicet: ante era volgare], in un solo semestre poi!

L’autore-professore sa che rischi corre: far comprendere un mondo arcaico, con i suoi miti e i suoi eroi, la guerra e il ritorno, insomma tutto ciò che per noi è scontato (o meglio era scontato) e che invece deve riuscire a coinvolgere gli studenti avendo a disposizione due ore a settimana. Ma, come si sa, per rendere interessante una storia è necessario individuare un protagonista in cui identificarsi mentre nell’Odissea, almeno per i primi Libri, il protagonista non è Odisseo ma Telemaco, che peraltro scompare alla fine del Libro quarto. Solo dopo arriva il protagonista, che per sette Libri parla del proprio passato per poi iniziare a lottare, in un racconto che occupa gli ultimi dodici Libri del poema, per riconquistare il proprio regno, aiutato da Telemaco e alla fine da Penelope; come si vede una struttura narrativa sbilanciata, residuo probabilmente di profonde modifiche del testo originale, se mai esso è esistito in forma ‘definitiva’.

Ma in qualche modo molto sottile questa struttura così asimmetrica e apparentemente ondivaga, divagante, corrisponde alla vita di tutti noi e in particolare quella dell’autore, sì perché Mendelsohn permette a suo padre Jay – un insegnante di matematica in pensione – con cui ha un rapporto di cauta, reciproca stima, di assistere alle lezioni e addirittura, l’estate successiva, di viaggiare con lui nei luoghi descritti nel poema omerico. Mendelsohn-Telemaco intraprende il viaggio di ritorno, non alla propria isola ma a un passato che giace nel suo cuore, insieme a Jay-Ulisse, il quale padre però l’eroe omerico non lo sopporta, anzi lo disprezza perché è un bugiardo, un traditore, un truffatore e non si perita di gridarlo in classe ogni volta che mette in atto uno dei suoi trucchi o si abbandona alla seduzione di una donna. Il padre di Mendelsohn, di cui credo che lo scrittore abbia tracciato un ritratto fedele, difende la famiglia, l’onestà, la fedeltà e incarna – in un contesto confuso e caciarone quale dev’essere un gruppo di giovani lontani da casa – un mondo che va scomparendo, pur rivelandosi alla fine del libro tutt’altro che un ingenuo sprovveduto.

Un’Odissea parla del rapporto tra un padre e un figlio, le cui dinamiche si riverberano attraverso i millenni nelle nostre esistenze, ma è un rapporto che non esclude la madre, ma una madre che non vive l’impotenza angosciosa di Penelope, la quale – e non posso essere il primo ad averlo notato – tessendo e sciogliendo la sua tela accompagna e riflette l’intricata vicenda dei viaggi dell’eroe, le cui rotte sembrano avvicinarlo alla meta per poi cambiare e risospingerlo lontano. Oggi chiamiamo le cose con altri nomi magari, e gli dèi sono pallidi ricordi scolastici, ma tutto quello che freme nel petto dei protagonisti: il destino, l’amore e la passione, l’astuzia, la fedeltà, l’audacia e la disperazione, la speranza e l’orgoglio ruotano ancora intorno a noi indomabili, come se l’otre di Eolo si aprisse per scatenare nuove e imprevedibili tempeste.   

                                                                                                          Lucio Turchetta*

*Lucio Turchetta, architetto, lavora professionalmente ad allestire mostre e musei, insegna ‘Museologia’ e affini all’Accademia di Belle Arti di Napoli, scrive e pubblica – principalmente su “il manifesto” – recensioni e articoli su mostre, musica e libri.

Pier Lorenzo Pisano: “La somma delle cose” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Non dovrebbero esistere i grandi amori

E nemmeno gli amori grandi

Ma quanto ci costa innamorarci? Quanto costa un amore? Voglio dire, non un amore qualsiasi, un’infatuazione di passaggio, poco più di un passatempo. No, no, intendo quegli amori da film, da romanzo. Pier Lorenzo Pisano nel suo romanzo sembra riportarci proprio al centro della questione, al suo cuore. E il cuore, quante ferite ha, dopo? Sono risarcibili? 

Una volta una mia amica evidentemente provata dalla forza abbrutente della fine di una storia, mi ha detto, “Non dovrebbero esistere i grandi amori, e nemmeno gli amori grandi. Sarebbe meglio se ci fossero tutte storielle, almeno quelle non lasciano il segno”. 

Un grande amore, o un amore grande, è una sottrazione. È una lista che viene meno. Sono caselle spuntate, come i prodotti da comprare al supermercato, quelli che alla fine non comprerai mai. 

Ci sono cose che nessuno di noi vorrebbe ricordare, alla fine di un grande amore. Eppure sono le stesse a cui la mente torna, ossessivamente. L’inizio, il durante, la fine. Ma cosa è andato storto? Cerchiamo segnali, indizi che non abbiamo colto, e intanto capiamo che quella canzone non la ascolteremo più, che quel film non lo guarderemo più, che quel romanzo con tanto di dedica – dell’autore, dell’innamorato? – non lo toccheremo più. Che quel mobile ci ricorda il giorno in cui facevano trentamila gradi e per sfuggire dal caldo ci siamo rinchiusi all’Ikea, tanto dovevamo acquistare quel comodino! Ma certo, che grande idea stare tre ore a girare per un centro commerciale con meno venti. E poi l’influenza, il raffreddore, le cure che ci siamo scambiati. No, tu non eri poi così ammalato. Quel mobile su cui hai appoggiato i tuoi libri, i tuoi occhiali, la tua abat-jour, nemmeno quella la riesco più a vedere. Il pigiama sotto al cuscino, i vestiti sparsi per la camera, in bagno, il tuo spazzolino. La fine di un grande amore è come ricostruire la scena del crimine. E, in effetti, è un po’ come morire. 

La conseguenza di tutto ciò è fare i conti, letteralmente, con quella lista. Tirare una linea. Capire che, al di là di essa, non esiste più niente. Non c’è un “noi”, non c’è quel bar in cui ci si è conosciuti la prima volta davanti a un caffè, non c’è soprattutto l’ultimo caffè. Il cerchio non si chiude, la storia è difettosa, è scritta male. Nulla di più oltraggioso per uno scrittore. E questo è lo scontro con la realtà. Fuori dalle parole scritte, da quelle appuntate, fuori dalle liste c’è esattamente quel “noi”, quella polaroid sbiadita, la stessa che forse butterai, o magari conserverai in un cassetto per i momenti nostalgici. È un anfratto, un’intercapedine fra una parete e l’altra, fra il tuo ricordo e quello dell’altro. 

Pisano ne La somma delle cose non solo racconta quell’anfratto buio che, eppure, vorremmo ancora vedere illuminato – un po’ come dice Gazzelle, E non è colpa mia se tutta questa luce non ti illumina più dentro casa mia, no? –, ma, soprattutto, mette in scena la parete, e quindi la separazione, ne descrive l’atto, le fasi. E allora non leggiamo più solo la versione di lui, ma anche quella di lei. La descrizione diventa un dialogo, proprio come l’inizio di un amore, di un grande amore, che coincide con la sua fine. 

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Ripensando a “Pucundria” di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero), di Massimo Congiu

Recensito per Il Randagio da Vincenzo Vacca il 19 marzo dell’anno scorso, “Pucundria”, di Maria Rosaria Selo (Marotta e Cafiero 2024, pp. 320), è una storia di resistenza e di riscatto che ha per protagoniste donne detenute nel carcere di Pozzuoli e una guardia carceraria con sua figlia. Il filo che le lega è la necessità di rinascita, di andare oltre i muri di celle anguste e di case che le tengono ugualmente prigioniere. Nella storia si dà voce a realtà che vanno socialmente affrontate, come quella della violenza sulle donne, da esse spesso vissuta come una vita di sopportazione, che si ripete di generazione in generazione, e quella della problematica carceraria. Entrambe sono un buco nero nella coscienza collettiva o proprio un vuoto di coscienza, e spesso divengono oggetto di rimozione.

Lo spunto alla base di quest’opera è costituito dal laboratorio di scrittura tenuto dall’autrice nell’istituto penitenziario di Pozzuoli che successivamente, a maggio del 2024, è stato sgomberato per i postumi delle forti scosse di terremoto verificatesi in quel periodo e che è tuttora chiuso. Le sue “ospiti” sono state trasferite in altre strutture, anche fuori regione.

Quella raccontata da Maria Rosaria Selo è una storia di donne accomunate da una necessità di svolta personale che condividono da alleate in un percorso comune di resistenza e rinascita. Scrive Vincenzo Vacca nella sua recensione che questo “romanzo ci parla di donne e di uomini che sono fatti innanzitutto delle loro storie. Storie che possono schiacciare definitivamente, ma che possono, invece, anche diventare una leva per cambiare, ma per il cambiamento occorre incontrare le persone giuste”. Ciò che di fatto avverrà, complice un profumo, un’essenza che sa di riconciliazione con la vita, di libertà, e qui conviene fermarsi; il resto viene affidato alla sensibilità delle lettrici e dei lettori e alla loro capacità di immedesimazione.

Detenzione femminile, si diceva, in riferimento alla suggestione dataci da Maria Rosaria; e qui ci addentriamo in uno spazio caratterizzato da numerose criticità. Nel nostro paese le donne ristrette rappresentano una porzione sensibilmente più piccola della popolazione carceraria considerata nel suo complesso, questo è vero, va comunque detto che i numeri che la riguardano mostrano un sia pur leggero aumento verificatosi negli ultimi anni. Come dato statistico, e in ogni caso di notevole interesse sociale, si aggiunga che la Campania è la seconda regione d’Italia per numero di detenute, seconda solo alla Lombardia. Fatta questa precisazione va sottolineato un aspetto di importanza centrale; ossia che la detenzione femminile nel Bel Paese, e non solo da noi, è caratterizzata da difficoltà peculiari che hanno a che vedere con la gestione della maternità in carcere e la scarsità di strutture adeguate a rispondere alle necessità delle ristrette in termini psicologici e sanitari.

Secondo studi approfonditi le detenute evidenziano un più alto livello di marginalità sociale rispetto agli uomini; risulta, inoltre, che la loro condizione presenta rischi maggiori di rottura dei legami familiari e di stigmatizzazione sociale; anche questo aspetto rientra nel novero delle spesso maggiori difficoltà che la popolazione femminile è costretta ad affrontare nella nostra società, sia che si tratti di detenute o di donne libere.

L’altra realtà su cui l’autrice di “Pucundria” ci aiuta a riflettere è quella della violenza sulle donne; i dati diffusi dall’Istat, a questo proposito, sono eloquenti e descrivono numericamente una piaga sociale diffusa in Italia dove circa il 31,9% delle donne di età compresa fra 16 e 75 anni ha subito violenza fisica o sessuale. Risulta, poi, che oltre 120 donne vengono uccise ogni anno da partner o ex partner quali principali autori delle violenze. Le forme in cui queste ultime si presentano non sono solo fisiche, includendo anche lo stalking, i ricatti di natura economica e le pressioni psicologiche. Da considerare che, nella maggior parte dei casi, questa violenza avviene all’interno della coppia e/o della famiglia. “Purtroppo le donne non sono abbastanza unite”, aveva detto una volta Maria Rosaria Selo durante una conversazione tra amici sul tema della condizione femminile, ed evidentemente tale lacuna in termini di coesione contribuisce ad acuire gli svantaggi a danno di questa “metà del cielo”, per usare un’espressione attribuita a Mao Zedong che, ispirandosi a un proverbio cinese, valorizzava il valore paritario della donna.

Anche da noi ci si riempie la bocca di belle parole e si annunciano buone intenzioni, ma ciò che fa difetto è la pratica che vede ancora una volta disattesi i principi della nostra Costituzione. Per molti versi inattuata, essa sancisce il principio di parità tra i sessi a diversi livelli, agli articoli 3, 37, 51 e 117.

Diversi e di grande attualità, dunque, gli spunti di riflessione offertici dall’autrice di “Pucundria”. Scrittrice, sceneggiatrice, autrice di diversi romanzi e racconti – alcuni per Vinitaly e l’Unicef – e vincitrice di prestigiosi premi letterari, è di nuovo nelle librerie con “Fiori di vetro”, una raccolta di quattordici racconti divisa in tre atti e pubblicata quest’anno da Edizioni Vulcaniche, mentre l’uscita del suo prossimo libro è prevista per il 2027. Maria Rosaria Selo è anche in teatro come autrice e interprete sul palco di “Io e lei”, portato in scena insieme all’attrice Gabriella Vitiello lo scorso gennaio al Sancarluccio di Napoli dove sarà di nuovo in replica l’anno venturo, allorché sono previste ulteriori rappresentazioni. “Io e lei” è un racconto autobiografico offerto al pubblico con il dono dell’autoironia e in bilico fra il sorriso e il dramma, con il riferimento, in quest’ultimo caso, alle già menzionate sofferenze del mondo femminile alle prese con ruoli obbligati, socialmente e culturalmente prestabiliti, e con violenze da considerare problema di cui farci carico in un percorso comune nel quale la parte maschile si impegni a compiere un progresso di genere che ha dell’indispensabile. Pensiamoci!

Massimo Congiu

Massimo Congiu: giornalista, laureato in Scienze storiche all’Università Federico II, studioso di geopolitica dell’Europa centro-orientale, ha vissuto a lungo a Budapest. Scrive per il Manifesto, MicroMega, Diritti Globali, Radio Mir, Fondazione Feltrinelli, ha collaborato a L’Humanité e a Historia Magistra. È curatore dell’Osservatorio Sociale Mitteleuropeo, membro del Comitato Scientifico del Cespi, è autore di diversi libri e saggi di analisi storico-politica e di indagine sociale. Dal 2020 si occupa anche di carcere e collabora all’Osservatorio regionale sulla detenzione presso l’Ufficio del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e collabora al progetto Parole in libertà che si svolge negli istituti di pena di Poggioreale e Secondigliano. Con 4Punte Edizioni, nel 2023, ha pubblicato Quattro Giornate di Napoli. Le periferie della Resistenza e, nel 2024, Giacomo Matteotti. L’assassinio, il processo-farsa, la cancellazione della memoria. Sempre nel 2024, è uscito per Feltrinelli La protesta è l’anima. La lotta della società civile in Ungheria e Polonia.