Fausta Cialente: “Cortile a Cleopatra” (La Tartaruga), di Cristiana Buccarelli

Scrivere un secolo fa dall’altra parte del Mediterraneo: Cortile a Cleopatra  

Fausta Cialente è un’altra grande scrittrice che può collocarsi tra le autrici della letteratura femminile dell’esilio, come le stesse Elisa Chimenti di cui si è scritto qualche tempo fa, come Agotha Kristov e molte altre ancora. Infatti pur essendo italiana, nata a Cagliari nel 1898, anche nel destino della Cialente c’è lo spostamento, prima in varie città italiane, negli anni Venti in Egitto per seguire il marito, Enrico Terni, compositore e agente di cambio della colonia italiana di Alessandria d’Egitto e infine, dopo moltissimi anni, il ritorno in Italia a Roma. 

Da tempo mi ripromettevo di rileggere il suo prezioso romanzo Cortile a Cleopatrascritto nel 1931, il quale dopo il primo rifiuto di Mondadori fu pubblicato per la prima volta nel 1936 dall’editore Corticelli, e poi nel corso del tempo da differenti case editrici, quali Garzanti (1962), Mondadori (1973), Dalai Editore (2004), La Tartaruga (2022).     

Finalmente sono riuscita a rileggere questo romanzo dalla scrittura viva, fluida, originale; la capacità narrativa della Cialente sfida il tempo e la rende una scrittrice assolutamente moderna. Lei stessa scrive :<< Un libro che si apre è come un sipario che si alza. I personaggi entrano in scena. La rappresentazione comincia>>.

E proprio di una sorta di rappresentazione teatrale si può parlare in seguito alla lettura di Cortile a Cleopatra. Si tratta infatti della narrazione di una scena che può definirsi corale, con al centro un personaggio tragico e scanzonato al tempo stesso, allegro e triste un po’ come la vita stessa; il bel Marco, figlio di una greca e di un italiano, un giovane irrequieto, che ama solo leggere e camminare ed è molto amato dalle donne.

’Nessuno, nessuno poteva tenerlo quel ragazzo irrequieto e leggero come gli aquiloni di carta che i bambini mandano su ai primi venti d’aprile’’

Il punto centrale della scena nel romanzo è il cortile di questo sobborgo di Alessandria d’Egitto, chiamato Cleopatra. E così il sipario dell’opera si alza e la prima scena, di grande visibilità, racconta di Marco che sonnecchia sotto un fico del cortile con vicino la sua scimmietta.

‘’ Seduta sul ramo basso del fico la scimmia sorvegliava Marco che dormiva lì sotto sdraiato all’ombra festosa e ondeggiante delle foglie; dormiva con la bocca aperta e aveva sul petto la camicia sbottonata e macchie di sole…’’. 

Il cortile, su cui affacciano le varie abitazioni, è un coro di voci e di vite diverse, in cui tutti si danno da fare per sopravvivere; la prostituta, il pellicciaio, l’arrotino, la vecchia maga, una comunità multietnica e irrequieta. Laggiù abita anche la madre di Marco in una piccola casa ai confini di Alessandria d’Egitto; il ragazzo l’ha raggiunta dall’Italia, dove ha vissuto per molti anni con il padre pittore di appartamenti, morto da poco tempo e di cui ha subito disperso il poco danaro lasciato. In Marco appare indelebile il ricordo dell’infanzia e del padre:  

“…ma poi c’erano quegli altri ricordi, lontanissimi, ed egli vi s’attaccava
angosciosamente, ora come nei giorni della morte del padre, quando aveva sentito che il vivo dolore li respingeva e li sbandava, poi che urgevano soltanto lo sfogo del dolore presente e il problema dei giorni a venire. Ma già allora aveva deciso di non perderli, e nel cuore pieno di lacrime che la solitudine gli faceva ingoiare, erano rifioriti a stento: il sillabario, la tosse canina, un circo equestre fuori porta, l’apprendista ladro, la bottega chiusa per andare dal dottore e l’impressione che gli faceva la porta sprangata in un giorno di lavoro. Suo padre aveva quasi sempre due atteggiamenti che insistevano sugli altri: lo aiutava a compitare e gli teneva la mano che reggeva la penna, oppure, seduto vicino al letto, gli mutava una flanella, gli strofinava il petto, gli metteva un cataplasma sulla schiena. Durante le notti di febbre così lunghe e faticose il bambino si svegliava d’improvviso tutto in sudore e vedeva un gigante dormire in terra sopra i sacchi della calce, avvoltolato nella coperta.’’

Nel sobborgo di Cleopatra Marco viene accolto, oltre che dalla madre, una donna ormai logorata dalla vita, anche da una serie di personaggi da cui verrà a volte amato, a volte odiato e molto spesso giudicato e chiacchierato per la sua indolenza, per il fatto che non si cerchi un lavoro per vivere ma preferisca farsi mantenere dalla madre: in fondo il modo di concepire la vita di questo giovane straniero appare a loro incomprensibile. Tra i personaggi c’è Haiganush, piccola mangiatrice di pistacchi che spesso lo attacca e gli dà del vagabondo e del fannullone, c’è Abramino il pellicciaio che lavora sempre, aiutato da sua moglie Eva, c’è la loro figlia Dinah, da cui Marco è ammaliato, poi c’è anche Kikì (figlia di un caffettiere italiano e di un’araba), una creatura libera e deprivata, maltrattata dal padre, con cui Marco fa lunghe passeggiate sulle dune e che sente vicina a sé. Tuttavia Marco si fidanzerà con Dinah con il beneplacito del padre pellicciaio che gli proporrà di essere inserito nella ditta di famiglia, ma più il matrimonio si avvicinerà più il ragazzo non si sentirà felice, come qualcuno che deve adempiere a un obbligo, e infine sedurrà anche Eva, la madre di Dinah. Ad un certo punto il ragazzo deciderà di fuggire da tutti e tutto:

‘’Scese di corsa sulla spiaggia e quando fu in basso guardò su… ma fu abbagliato. (…) La luce non scendeva dalla luna ma balzava su dal cortile in un gran fascio tremolante, lanciata verso il cielo, e su, su, s’allargava, si divideva in altri raggi palpitanti di un rosa magico, liquido, di meraviglioso splendore, che poi ricadevano scivolando a ondate lungo la curva del cielo e gocciolavano bassi nel mare. (….)Era quello il centro del mondo, forse? Non l’aveva saputo lui.’’

In quello che può definirsi un romanzo di formazione, la scelta finale di Marco è di andare verso il mare, verso la libertà, in qualche modo di restare fedele a sé stesso: questo spirito irrequieto dall’identità irrisolta è in realtà un viandante nel mondo, che cerca sempre un altrove e in tal senso, potrebbe considerarsi, a mio avviso, un alter ego della stessa autrice, la quale riesce a esprimere attraverso il suo personaggio quel senso di sradicamento, di non appartenenza, quel suo sentirsi sempre una straniera che valica nuove terre. Il suo è un personaggio nuovo, ma che tuttavia appartiene ad ogni tempo e in cui forse molti di noi possono riconoscersi. C’è inoltre in questa narrazione la volontà, come scrive la stessa autrice, di raccontare anche quella terra d’Egitto in cui le era capitato di vivere per molti anni e che aveva conosciuto profondamente: <<La rappresentazione di Cortile a Cleopatra è quella in cui protagonisti sono anche i colori e le atmosfere di un mondo poco raccontato, l’Egitto che avvolge e coinvolge con i suoi odori e i suoi rumori>>.

Cristiana Buccarelli 

Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli.  È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.

Klaus Mann: “Fuga al Nord” (Castelvecchi, curatore Massimo Ferraris), di Lavinia Capogna

Klaus Mann e Johanna, tra amore e lotta politica

“Si era avventurata con Ragnar in una regione dove non c’era nulla, solo lei e lui; ora dipendeva completamente da lui. Ma poteva contare su di lui, su di lui e sul suo incomprensibile cuore?”

Klaus Mann (1906 – 1949) è stato uno dei più bravi scrittori tedeschi della prima metà del Novecento. Non gli fu di aiuto il fatto di essere figlio di Thomas Mann, celebre scrittore e Premio Nobel. Per quanto insensato sembrava inevitabile per i critici un ricorrente confronto con il padre a cui egli non aveva mai chiesto aiuto. In realtà erano/sono due scrittori molto diversi nei temi e nello stile: il tema principale che attraversa l’opera di Thomas Mann è il dissidio tra vita d’artista e vita borghese e quello di Klaus Mann è il tentativo di vivere, riuscito o meno, in una società alienata. 

Anche lui tentò di resistere e assai coraggiosamente per poi smarrirsi nell’oppio e nel suicidio, a soli 42 anni nel 1949 (*). 

Gay dichiarato quando non lo era nessuno, protagonista della vita culturale e mondana nella Repubblica di Weimar (1919 – 1932), Klaus Mann fu uno dei più impegnati antinazisti tedeschi. Nel marzo del 1933 scelse l’esilio a Parigi, poi ad Amsterdam ed infine negli Stati Uniti dove divenne cittadino americano e partecipò, non combattendo, alla Seconda guerra mondiale arrivando anche a Roma dove scrisse parte della sceneggiatura del film “Paisà” di Roberto Rossellini. 

Fondò anche due prestigiose riviste letterarie antifasciste a cui collaborarono parecchi scrittori e filosofi, tra i quali il nostro Benedetto Croce. 

A lungo rimosso anche in Germania, perché troppo scomodo (ancora non mancano articoli di reazionari contro di lui) è stato riscoperto negli anni ’70-’80, gli sono state dedicate alcune biografie e una piazza a Francoforte sul Meno, Klaus Mann Platz. 

Riguardo alla sua ampia opera letteraria c’è stato un grande ritardo da parte delle case editrici italiane. La sua bellissima autobiografia, “La Svolta”, venne pubblicata nel 1962 ma poi si dovette aspettare fino agli anni ’80 per poter leggere qualche altro suo libro tradotto sull’onda del successo del film “Mephisto”, tratto dal suo romanzo omonimo e Premio Oscar. 

“Fuga al nord” (Flucht in den Norden) pubblicato nel 1934 dall’editore Querido di Amsterdam (una stimata casa editrice che fu l’unica ad accettare i testi degli esuli tedeschi) è stato finalmento edito per la prima volta in Italia nel 2024 dall’editore Castelvecchi che sta portando avanti l’encomiabile iniziativa di pubblicare l’opera omnia dello scrittore (io lo avevo letto, tempo fa, in originale e l’ho riletto in questi giorni in questa edizione assai curata). 

Fu il primo libro di quella che viene denominata Exilliteratur (letteratura dell’esilio, 1933/1945). 

La maggioranza degli scrittori aveva infatti lasciato la Germania quando Hitler era andato al potere: Thomas Mann, Heinrich Mann, Bertolt Brecht, Erich Maria Remarque, Anna Seghers, Ernst Toller, Ludwig Renn, Oskar Maria Graf, Jacob Wassermann, i filosofi Theodor Adorno, Hannah Arendt, Walter Benjamin, il bulgaro Elias Canetti, gli austriaci Stefan Zweig, Joseph Roth e altri. 

Erich Mühsam venne invece ucciso in un campo di concentramento nel 1934.

La protagonista del romanzo è Johanna una ragazza tedesca ventenne, comunista, intelligente e vulnerabile, che ha appena lasciato la Germania grazie ad un passaporto falso. 

Ella raggiunge nella bianca e quieta Helsinki in Finlandia una sua amica e compagna di studi, Karen. 

Karen è una ragazza molto graziosa, dolce e ragionevole. 

Johanna pensa di fermarsi solo qualche giorno e poi di raggiungere i compagni a Parigi. 

La stessa sera del suo arrivo conosce Jens, uno dei fratelli di Karen, uno snervante, spudorato fascista che l’importuna mentre ballano insieme. 

Finalmente tornate a casa, Johanna racconta a Karen qualcosa della devastante realtà tedesca. Poi, inaspettatamente, le due ragazze fanno l’amore – che qui assume valore di un atto di conforto e di empatia piuttosto che sentimentale. Sarà l’unica volta – Karen, che è innamorata di Johanna e che già nella sua famiglia è sacrificata, le celerà abilmente la sua delusione. 

Ma c’è anche un segreto nella vita di Karen, qualcosa che lei non ha raccontato neppure a Johanna. 

Nella vasta tenuta di campagna della famiglia, Johanna incontrerà gli altri familiari e Ragnar, l’altro fratello di Karen, indolente, mutevole, affascinante, antifascista, che le presterà un libro di Rimbaud. Sarà l’inizio di un percorso emotivo, di un amore senza domani, di un oscillare tra il dovere etico dell’impegno e un desiderio di fuga e di oblio in sintonia con il viaggio, quasi iniziatico, che i due amanti faranno agli estremi confini del paese, tra splendidi boschi e laghi ma anche desolati villaggi lapponi.

Il Leitmotiv del libro è lo straniamento di Johanna di fronte al mondo che è andato in frantumi (le persone di una certa età che non riescono più a ritrovarsi, i suoi confusi e dignitosi genitori, la madre di Karen che vive del lontano passato quando la Finlandia faceva parte dell’Impero russo e si andava in vacanza sulla Costa Azzurra francese), la brutalità inaudita del nazismo, un mondo in cui tutti i valori si stanno disintegrando, in cui il suo amico Bruno è a rischio della vita, in cui si perde la patria (bellissimo il dettaglio dell’emozione che lei prova nel vedere casualmente dei libri tedeschi nella locanda). In cui, infine, l’amore stesso può essere conforto, come con Karen, ma anche annullamento, come con Ragnar. 

Ciò che ha attratto di più del libro nel tempo è stata la storia d’amore, piuttosto osé, tra Johanna e Ragnar ma in realtà esso descrive perfettamente la situazione politica senza essere mai didascalico. 

Lo stile è scorrevole, assai coinvolgente, intenso come un crescendo musicale, a tratti struggente, in qualcosa chiaroveggente (la lucidissima previsione della guerra che scoppierà cinque anni dopo). 

La trama si ispira ad una storia vera: Ragnar è un ritratto dell’avvenente Hans Aminoff con cui Klaus Mann aveva avuto una breve ma importante relazione sentimentale. Poco dopo Aminoff si era sposato. Egli era rimasto in contatto con Klaus Mann che aveva provato sentimenti di rimpianto, come si legge nei suoi “Diari”. 

Aminoff aveva anche acquistato tutte le copie di “Fuga al nord” nelle librerie di Helsinki temendo di essere riconosciuto (apparteneva ad una famiglia nobile assai nota nel paese). 

A Johanna invece aveva dato i tratti della sua amica Annemarie Schwarzenbach, bionda e delicata scrittrice svizzera.

(*) Per chi volesse approfondire le opere e la vita di Klaus Mann suggerirei il mio articolo “Klaus Mann e l’integrità intellettuale”, che si trova nel mio libro “Pagine Sparse – Studi letterari”. 

Nota: da “Fuga al nord” è stato tratto nel 1986 un film discontinuo diretto dalla regista finlandese Ingemo Engström.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora sette libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente”, (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Insula Europea, Stultifera Navis e altri website. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

Intervista a Valerio Aiolli per “Portofino blues” (Voland, 2025) – Capitolo Zero: Ep.4 del videopodcast a cura di Loredana Cefalo

Ep.4 Valerio Aiolli, autore di “Portofino blues” (Voland, 2025).

La lettura di “Portofino Blues” di Valerio Aiolli è un’immersione profonda e inquietante nel mondo dorato e marcio delle élite italiane tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni 2000.

Il libro, che fonde cronaca e finzione, si serve del mistero della scomparsa della contessa Francesca Vacca Agusta per tracciare un ritratto impietoso di una società in disfacimento.

​L’autore sceglie una struttura narrativa complessa e non lineare, un mosaico di voci, testimonianze, articoli di giornale, frammenti e dettagli delle giornate della contessa e di chi le ruotava attorno e pensieri intimi dei personaggi che sfociano nella fiction.

Questa tecnica frammentaria non solo tiene alta la tensione, ma serve anche a svelare, strato dopo strato, un mondo fatto di apparenze, dove il lusso ostentato nasconde un vuoto interiore e una profonda solitudine.

Il tono a volte distaccato e a volte immersivo, ci porta dentro ad ogni capitolo, con un gioco di luci sui fatti di cronaca narrati e sui risvolti delle indagini, alternati alle ombre della vita e dei ricordi degli attori principali della vicenda.

“Fuori” e “Dentro” sono i distinguo che accompagnano il lettore facendogli comprendere dove inizia la fiction e finisce la realtà. Una efficace espediente narrativo in cui si succedono stile da reportage e flusso di coscienza.

Il variare temporale tra il “prima” e il “dopo” la tragica scomparsa della contessa crea un’atmosfera sospesa,  in cui Portofino stessa diventa un personaggio, un luogo “blues”, di sofferenza, di lamento e solitudine che riflette l’ambiguità dei suoi abitanti.

​Al centro del romanzo non c’è solo il “caso” Vacca Agusta, ma una critica sociale tagliente. Aiolli lega la vicenda personale della contessa a eventi storici come Tangentopoli, puntando il faro sul legame indissolubile tra potere, denaro e corruzione. Il libro svela come il mondo del “jet set” sia spesso un’illusione, un circolo vizioso di arrivismo e dipendenze, dove la ricchezza non è quasi mai genuina, ma una contaminazione dovuta alla vicinanza a “supernova altolocate.”

​Le figure femminili sono descritte in modo particolare: non sono semplici vittime, ma “tigri servili a comando,” donne che usano la loro bellezza e il loro fascino come armi per sopravvivere e scalare posizioni sociali.  Un tipo di femminilità che suscita negli uomini paura, spingendoli a comportamenti violenti per mantenere una imposta immagine “maschia.”

​Oltre al ritratto sociale, il romanzo si spinge nella quotidianità dei personaggi. La ricostruzione degli ultimi momenti e pensieri della contessa, nei capitoli finali, è particolarmente toccante.

Emergono i temi della paura di invecchiare, come sintomo della non accettazione della morte. L’autore ci invita anche ad una analisi profonda su quanto la ricerca disperata dell’eterna giovinezza e di un’immagine perfetta sia un’altra metafora del vuoto di un’epoca che ha fatto della superficialità il suo credo.

​Come va a finire la vicenda? Il libro lascia al lettore la scelta fra il credere all’ipotesi del suicidio della protagonista o alla congiura di interessi omicida. Ci si schiera per l’una o l’altra possibilità durante il percorso di lettura, ma il mistero non è svelato.
Resta a voi, accomodarvi sul divano e immaginare, attraverso le pagine, com’è andata davvero. Come in una docu-fiction letteraria, dove è la nostra personale sensibilità rispetto ai fatti narrati a fare da guida.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Jean-Baptiste de Panafieu e Camille Renversade: “Il libro delle metamorfosi” (Moscabianca Edizioni), di Silvia Lanzi

Una presentazione grafica un po’ retrò.
Una gioia per gli occhi. Un libro decisamente particolare – alcuni lo definirebbero weird – ma elegante, ricco di immagini meravigliose: anzi, è decisamente uno di quei libri in cui testi e illustrazioni sono funzionali, direi indispensabili, gli uni alle altre.
Il titolo “Il libro delle metamorfosi”, è quanto mai esplicativo: infatti il volume parla delle trasformazioni – reali o presunte – di uomini e animali, attingendo a credenze popolari, racconti edificanti e letteratura. Il tutto diviso in brevi e agili capitoletti, inframmezzati da tavole illustrate in modo impeccabile.


Il merito è dei due autori Jean-Baptiste de Panafieu e Camille Renversade – il primo direttore dell’istituto Deyrolle, fondato nel 1931 a scopo scientifico e didattico, e il secondo un artista visivo cui piace definirsi dandy chimaerologicus.
Il risultato è una wunderkammer cartacea, piena di curiosità e rimandi eruditi e popolari, che racconta in maniera mirabile cose impossibili.
Un’opera incredibile, direi poco meno che spettacolare, da tenere vicino e continuare a sfogliare – decisamente non un libro che, dopo averlo letto, si ripone su uno scaffale a prendere polvere.
L’unico neo, ma non se ne può fare una colpa a chi l’ha scritto è, che la precisa e abbondante bibliografia è, ahimè, quasi tutta in francese.
Una piccola e preziosa chicca.

Silvia Lanzi

Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).

Enrico Macioci: “Il grande buio” (Neo Edizioni, 2025), di Valeria Jacobacci

Una raccolta di racconti noir, thriller fra polizieschi e introspettivi? Senza dubbio questo ed altro ancora rappresenta “Il grande  buio” di Enrico Macioci, edizioni NEO.  Dello stesso autore  avevamo apprezzato “L’estate breve”per  TerraRossa, “Lettera d’amore allo Yeti” con Mondadori, “Terremoto” per Terre di mezzo.  Peculiare di questo nuovo lavoro è un distopico sguardo all’anima nera di un anti mondo, somigliante a un anti Cristo, destinato, tranne forse in un caso o due,  a restare senza riscatto, senza redenzione e, soprattutto, senza spiegazione. Abituati come siamo agli enigmi, continuamente presenti nel mondo attuale, leggiamo spesso senza scomporci di orribili morti, crudeli delitti, malsane fissazioni, ma questa volta sicuramente non è tutto qui: in questo libro un inquisitore ostinato e un osservatore nascosto pongono domande, sembra non si accontentino del mistero. Qui, prima del macabro e prima dell’assurdo, è la semplicità delle vite comuni che non convince, quasi un teorema messo a dimostrare che è proprio l’idea di normalità a risultare assurda, a sollevare i dubbi più disparati. Se il contrario di vita è morte, il contrario di luce è buio, un “grande” buio, recitato nel titolo e teorizzato in alcuni passaggi. Il concetto non è nuovo, era in ogni letteratura ancora prima che le lingue ne lasciassero traccia, nuova è una diversa prospettiva, né distaccata o indifferente, né eroica o patetica, piuttosto presentata da un occhio strabico profondamente dissociato, una spia dentro il cervello umano, una spia disturbante come un pensiero rimosso.   L’orrore condominiale maciullato in piscina esordisce senza equivoci nel primo racconto, apocalittico senza appello come la scena di un film, così come filmico sembra l’ultimo racconto con la sua chiusura ad anello, nel mezzo il tema viene declinato in più modi, tutti riconducibili alla paura del buco nero, più che cosmico e divoratore di universi, luttuoso e disorientato, come appare di notte una stanza da letto senza il chiarore proveniente da abatjour, imposte o finestre.    

Macioci, che è nato nel ’75, sono certa conosca la serie di telefilm di Hitchcock, uscita nel ’55: l’atmosfera è la stessa, la fine di ogni episodio lascia lo stesso ironico stupore, con l’impressione di essere stati garbatamente presi in giro, oppure provocati nei sentimenti e nel buon senso comune, e magari portati a chiederci che cosa sia il buon senso comune. “La puzza” è il secondo racconto, invaso dal pestifero odore di cadavere, a ricordare che il marcio non è solo in Danimarca.  Ormai abbiamo notizia di femminicidi quasi ogni giorno, non c’è bisogno di ricorrere alla fantasia, la realtà supera l’immaginazione, come recita un abusato luogo comune: “Proprio come in Barbablù” osserva nella narrazione uno dei personaggi. L’attenzione si sposta quindi su quanto accade dopo, quando l’assassino incontra un’altra donna, del tutto ignara e affascinata dall’avventura di una notte, per lei l’avventura non si concluderà in orrore,  per sua fortuna non è lei l’oggetto dell’ “amore” e perciò del possesso, la vendetta non è sulle donne in genere ma su “quella” donna, considerata unica. 

In ogni storia il lettore è attratto dalla descrizione minuziosa di ambienti, stati d’animo, sensazioni e particolari , la natura parla ma parlano anche gli oggetti, le strade, i condomini e i marciapiedi, un’osservazione pregnante che ricorda l’oggettivismo denso di significato di Robbe-Grillet. Il tema poliziesco di certi intrecci, caro allo stesso Robbe-Grillet, e ricorrente in questo libro, rafforza l’impressione che in letteratura niente va perso; il filo conduttore entra ed esce dalla realtà come l’ago di un ricamo a tombolo.  Un tema ricorrente è quello del disgusto, una sensazione rivoltante d’insofferenza per la brutale volgarità dell’animale umano, incapace di prescindere da umori, eiezioni, sudiciume, dai quali invece sembra a volte attratto, incapace com’è di osservarli scientificamente per quello che sono, o di sublimarli con la pietà. Ambiguo è lo stupro, ambigua è la vita di coppie o famiglie borghesi, perbene, normali.  Presente, e forse dominante, è la contrapposizione dei ruoli e dei caratteri nelle coppie, all’interno delle quali le posizioni si ribaltano alternativamente, l’uomo è fragile, inconcludente ed esile, la donna a volte una virago, amante in segreto di una preistorica clava, a volte spezzata, esasperata e pericolosa,  il conflitto non ha soluzione, o così sembra. Fra le storie si può intravedere un filo conduttore: il personaggio dell’ispettore e del suo aiuto (tributo a Sherlock Holmes e a Watson, mai dimenticati nell’immaginario, ridimensionati e adattati alla disillusione) può essere il fil rouge, se vediamo in loro, personaggi marginali e forse inessenziali,  una ipotetica coscienza, che osserva e arretra, quasi con rispetto, di fronte all’imperscrutabile buio. Il lettore va avanti fino alla fine , attratto e partecipe, assorbito dalla narrazione, che è poi il principale merito di un buon libro. 

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.