Eminé Sadk: “Carovana per corvi – Il miracoloso viaggio del professor Todorov” (BEE, 2026, trad. Giorgia Spadoni), di Rita Mele

In un ottobre convintamente tiepido, nella regione della Foresta pazza — per i turchi Deliorman e per i bulgari Ludogorie —, dentro una città talmente piccola che certe persone erano dappertutto e in cui non puoi manco morire in pace, Nikolay Todorov pensa e spegne il televisore. Si apre così Carovana per corvi (Керван за гарвани), romanzo d’esordio della scrittrice, attivista culturale e giornalista bulgara di origine turca Eminé Sadk, oggi trentenne, nata nella Bulgaria nordorientale a Dúlovo— in turco ‘la città delle donne bianche’, appena pubblicato in Italia da Bottega Errante Edizioni (BEE) nella traduzione di Giorgia Spadoni.

Todorov è un professore di geografia che in una cittadina della Dobrugia trascina un’esistenza sommessa, fatta di piccole abitudini e silenzi, invisibile agli altri e persino a se stesso. Un giorno, quasi a sua insaputa, ottiene un finanziamento europeo per ammodernare le aule della scuola. Il Sindaco e il Preside decidono di celebrare il successo con un banchetto nel pieno rispetto delle tradizioni locali, sino a trascinare il Professore sul palco per un discorso ufficiale. Ma proprio mentre dovrebbe pronunciare le sue parole di circostanza di fronte alle autorità e ai suoi colleghi, sopraffatto da un senso improvviso di estraneità e soffocamento, Todorov — fattosi verde — finisce per vomitare sul bianco delle tovaglie e della camicia del Preside.

Quel momento imbarazzante si trasforma istantaneamente in uno scandalo, tanto da fargli desiderare disperatamente di poter riavvolgere il nastro e sperare che si sia trattato solo di un brutto sogno. Ubriaco senza aver bevuto niente, stordito e sprofondato in una crisi esistenziale, Todorov raccoglie il consiglio di lasciare la città datogli dalla proprietaria del Casinò, oramai insignita del distintivo da Sceriffa: passa da casa, infila qualche straccio in una vecchia sacca militare e corre verso la stazione. Di fronte all’assurda paralisi dei trasporti locali — con autobus e treni fermi per ore e diretti nello stesso identico posto a pochi chilometri di distanza — inveisce contro la nazione ed esce dalla mappa ufficiale nell’unico modo possibile per un eroe picaresco: mettendosi in cammino e alzando il pollice per l’autostop.

Queste le coordinate geografiche della fuga esistenziale di Todorov; questa la stazione di testa della Carovana per corvi, dove inizia il miracoloso viaggio del professore; questo il punto geografico da dove parte, per la fuga verso il successo, l’esordiente Eminé Sadk. Uno scenario geografico condiviso da autrice e personaggi che nella vita e nel romanzo si muovono attraverso paesaggi urbani, naturali e umani della Bulgaria nord-orientale: ancora oggi crocevia multiculturale d’enclave dove convivono da secoli bulgari, turchi, rom, armeni ed ebrei come i tasselli di un antico impero dissolto, in una regione felicemente isolata dal resto del Paese.

Questa è la terra dove radica la Carovana per corvi che da pochi giorni è arrivata a noi lettori italiani, dopo le edizioni di successo in varie lingue. Sadk scrive fin da bambina. Formata in Relazioni Pubbliche e Sociologia tra l’Università di Veliko Tărnovo e quella di Toruń in Polonia, animatrice di festival culturali nell’Europa centrale, Sadk ha esperienze giovanili di lavoro nella ristorazione e ha dedicato anni al volontariato in spazi rurali, trasformando il patrimonio storico bulgaro in palcoscenici per l’arte contemporanea, mossa dal desiderio di promuovere il decentramento della cultura e la parità di accesso all’istruzione nelle periferie. Nel 2019, al quarto anno di università, a soli 23 anni, vince il Concorso Letterario Nazionale Boyan Penev all’Università di Shumen con il manoscritto del romanzo. Quando la pandemia di Covid-19 paralizza il mondo, Sadk fa ritorno nella sua terra rurale. Lì ritrova gli amici nati negli anni ’70 — ventenni alla caduta del Muro di Berlino, illusi da una promessa di cambiamento mai arrivata e delusi dalle trasformazioni del Paese negli anni ’90.

Per dare voce a quel senso di attesa e sospensione, Sadk sceglie il villaggio di Garvan (letteralmente Corvo), sulle sponde del Danubio, per farne il suo buen retiro. Lì trasporta pietre per vivere, riflette e scrive per ricomporre la propria vita e mettere in bella il manoscritto per la pubblicazione. Lì avviene l’incipit fatale della sua vita letteraria: una conversazione sblocca la trama dell’intero romanzo, che restava ancora imprigionata dentro di lei. Un suo vicino, stranito dal vedere apparire all’improvviso in un villaggio in mezzo al nulla una ragazza di 24 anni con la testa rasata, le chiede cosa stia facendo e lei risponde che trasporta pietre. Non contento, lui le domanda cosa faccia nella vita e lei, per essere credibile, gli dice: Sto scrivendo un libro su un uomo come te, che non ha mai lasciato il suo villaggio. E lui risponde: Questo libro lo leggerei. Purtroppo, quell’uomo non è sopravvissuto al Covid. Nel 2020 ne è nata un’opera fresca ed eversiva, andata subito esaurita nelle prime edizioni autoprodotte in patria, prima di essere candidata a diversi premi nazionali e apprezzata da lettori di diverse latitudini.

In alcune interviste rilasciate nei paesi europei che hanno già letto Carovana per corvi, Sadk ha rivendicato il rifiuto di «ripulire» la sua prosa su consiglio degli editor per non ingannare i suoi lettori della prim’ora. E ha svelato anche la geometria segreta del titolo: l’intreccio tra la dinamica orizzontale della carovana (il viaggio, la scoperta dell’altro) e quella verticale dei corvi (il radicamento e la memoria della terra) che finisce per generare una vera e propria patria tridimensionale, sferica e accogliente.

Le 228 pagine della scrittura di Eminé Sadk confermano tutte il rifiuto delle compostezze accademiche mitteleuropee e si accordano a una frequenza musicale sincopata e pluritonale. Per leggere questo libro basta accenderlo, proprio come girare la manopola di un’autoradio in cerca della sintonia, senza mai perdere il segnale lungo il viaggio attraverso strade di campagna: vi si incrociano le linee di basso storte dei Morphine, la satira spietata di Frank Zappa, la rabbia da marciapiede dei Clash e di Iggy Pop, il suono dei clarinetti nelle feste gitane, ripiegando improvvisamente nel chiaroscuro goth dei Cure e dei DepecheMode. World In My Eyes e Perfect Day espandono e contraddicono al tempo stesso il paesaggio umano e ambientale della pagina. Sadk destina un ruolo centrale ai Pink Floyd e a Wish You Were Here, quasi a ricordarci che la sua scelta non è casuale, ma radicata nella negazione di quella musica imposta nei paesi dell’ex blocco sovietico. L’ascolto del rock occidentale proibito non è un mero fatto estetico, ma l’incarnazione stessa dell’ideale di libertà e di resistenza al totalitarismo che ha segnato le generazioni cresciute all’ombra del regime.

La musicalità della prosa ironica al limite del buon cinismo di Sadk trascende il realismo per sconfinare in un Realismo magico orientale, imparentato con il cinema visionario e scatenato di Emir Kusturica (Gatto nero, gatto bianco) e la tradizione fiabesca di Yordan Radichkov. Torna in mente una delle scene più folgoranti del romanzo quando, nel secondo capitolo, Mila (potrebbe essere l’alter ego dell’Autrice? Il lato B di Todorov? Lasciamo a voi lettori randagi queste supposizioni…) si mette a suonare un pianoforte rotto all’interno di una casa abbandonata:

Diverse colombe che sonnecchiavano sulle vecchie travi si alzarono in volo e si posarono sul pianoforte. Formavano una specie di ronzio. Giravano in cerchio perfetto, come fan dell’heavy metal, dondolando la testa avanti e indietro, avanti e indietro.

Un esempio che non ci toglie dall’imbarazzo della scelta che a ogni pagina della Carovana ci proponiamo di compiere, restando avviluppati da un registro linguistico fuso tra alta poesia e cultura pop, imbevuto di termini in lingua turca presenti nel testo originale bulgaro, che restituiscono la porosità identitaria di questa terra di confine e che la traduzione italiana di Giorgia Spadoni restituisce con felice aderenza cromatica.

Quanti cuori ha questo libro? Non si riesce a contarli. Come nella canzone Cara di Lucio Dalla, il lettore della Carovana va a cercarli, sfoglia le pagine per guardare se è proprio vero che ci siano così tanti cuori nel romanzo esordiente e maturo di Eminé Sadk, e scopre che è tutto vero e anche di più. Uno di questi cuori sta proprio nell’equivoco nominale che l’Autrice ordisce al centro della trama: il professor Nikolay Todorov è un chiaro, ironico omaggio al celebre studioso e teorico bulgaro Tzvetan Todorov, che ha consacrato la propria vita allo studio dei formalisti russi, della filosofia del linguaggio, dell’alterità (La conquista dell’America) e della responsabilità del singolo nella Storia.

Il Todorov di Eminé Sadk, al contrario, incarna l’archetipo dostoevskiano del burocrate e del piccolo funzionario risentito e disilluso. È un insegnante di geografia incapace di applicare le mappe alla propria esistenza. Cosa sa un professore di geografia? Cosa non sa Todorov? Sa decodificare i segni e il linguaggio della burocrazia, ma non sa orientarsi nel dolore, nella solitudine e nell’amore.

Un altro cuore a cui, durante la lettura, non abbiamo potuto rinunciare è quello dell’applicazione de La letteratura fantastica dell’altro Todorov, Tzvetan, al romanzo di Sadk. Nella sua struttura si riconosce emergere la dinamica del fantastico che dura il tempo di un’esitazione tra due esiti: se le leggi della realtà rimangono intatte, l’opera appartiene allo Strano; se si ammettono nuove leggi di natura, entriamo nel Meraviglioso.

Quando nel finale del romanzo il protagonista diviene traslucido (non possiamo anticipare altro senza togliere pathos al lettore), Sadk ci mantiene esattamente in questa esitazione, nella zona d’ombra di transizione tra lo strano e il meraviglioso. È l’allucinazione di un uomo provato dal suo viaggio esistenziale o il suo accesso a un nuovo ordine di realtà?

Durante il meraviglioso viaggio che compiamo insieme al professore e a tutti gli altri passeggeri della Carovana, abbiamo avuto la netta sensazione che Sadk imbracciasse con maestria la penna (e la tastiera) come un revolver o un microfono da performance eversiva. È un viaggio costellato di digressioni memorabili, come quando, lungo la strada per Garvan, il chiacchierone Kadifè:

raccontò della vita di Mark Sandman, facendo attenzione a non menzionare la sua morte improvvisa. In qualche modo fece un collegamento e buttò dentro a tutta la faccenda anche i triops. Creature le cui uova erano abbastanza adattabili da poter vivere diecimila anni. Parlò anche dei tipi di polpo, del loro intelletto. Poi del silenzio nei film di Paolo Sorrentino e Sergej Paradžanov… E quant’altro.

Un passaggio da incorniciare, in cui l’estetica del silenzio cinematografico di Sorrentino e Paradžanov dialoga con la resistenza biologica dei triops e il rock dei Morphine, svelando la trama di un’autrice capace di far convivere l’alto e il basso, la scienza e la poesia.

La sua narrazione affronta con franchezza una verità mediatica spietata: ‘la periferia diventa rilevante per i media solo quando si comporta in modo aggressivo o banale’. Sino a consegnare proprio un revolver a Todorov per ogni evenienza, facendo diventare questo il pretesto grottesco per parlare, ribellarsi e ‘litigare per la bellezza del mondo’.

Todorov, nelle sue strambe mutazioni, si trasforma anche in un eroe virale che nelle sue apparizioni TV scatena una reazione anarchica, catartica, fino alla manifestazione popolare al Ponte delle Aquile a Sofia che spinge a ubriacarsi, piangere e ‘fare l’amore fino al mattino. Come scrive Sadk: ‘Quando non c’è logica, c’è arte, improvvisazione. Ognuno aspetta il proprio Godot sotto il proprio albero, scoprendo che la risata è l’unica arma in grado di seppellire la disumanità delle decisioni politiche.

Sullo sfondo di questa scorribanda picaresca si sente nettamente che l’Autrice richiama la memoria personale e familiare della ferita non rimarginata del Văzroditelen proces — il ‘Processo di Rinascita’, la violenta campagna di assimilazione e bulgarizzazione forzata imposta alle minoranze turco-musulmane dal regime socialista negli anni ’80.

Sadk rifugge però dalla trappola del pamphlet ideologico: racconta con dolcezza e ironia le sofferenze e la dignità degli ‘invisibili’ — una donna rom innamorata, un ex detenuto che legge Kafka, una zia guaritrice —, mostrando come la vita dei margini segua un ritmo ancestrale e comunitario capace di resistere all’oppressione. Come ha osservato l’Autrice nel corso di un’intervista, citando una rilettura popolare del nome Balcani (Bal, miele; Kan, sangue): Il sangue è già stato versato; ora passeremo al tempo del miele’.

Leggendo le rocambolesche avventure che dettano il ritmo del romanzo, ci siamo chiesti dove peschino le radici letterarie di Sadk: azzardiamo che le riconosca nell’assurdo eversivo di Daniil Charms e del gruppo letterario russo degli Oberiu — convinti del potere magico e surreale dell’Abracadabra: io creo mentre parlo, che non descrive la realtà, ma la inventa, la domina o la fa a pezzi — ma non meno nella carica picaresca di John Kennedy Toole in Una banda di idioti. Nel suo stile non si tradiscono ingenuità giovanili: anzi, ogni sua pagina afferma che valeva la pena provarci e che questo esordio è già carburante per riprendere il viaggio letterario. Si avverte che Eminé Sadk si sente parte della Carovana che con lei sta inventando un nuovo mondo, e che è più importante partecipare a questa nuova creazione che sapere come andrà a finire.

Carovana per corvi è una rivelazione letteraria e una precisa dichiarazione di ‘guerra culturale’. Con lo spirito combattivo che anima la nuova generazione di scrittori bulgari, Sadk rifiuta le categorie geopolitiche tradizionali con la consapevolezza che nessuno sta regalando nulla alla sua generazione, e che la nuova letteratura sta nascendo nel punto cieco della provincia inascoltata dove il cartografo ufficiale si è dimenticato di guardare.

A proposito di come va a finire il romanzo che ci ha portato fin qui, possiamo solo dirvi che Todorov arriva sulla sponda del Danubio con la Mini Cooper del chiacchierone Kadifè, affida una barchetta di carta ai versi del poeta marocchino Abdellatif Laâbi — Steso nel mezzo del cammino, con la testa rivolta verso l’Oriente, aspetto la carovana dei pazzi — e poi apre il finale con un respiro profondo. Fa partire nella nostra mente il ricordo di Frank Zappa che, nelle note di copertina di Freak Out! (1966), ci spiega che il ‘diventare matto’ è il processo cosciente con cui l’individuo si spoglia del passato e rinasce all’esistenza, battezzandosi a nuova vita.

Seguendo la Carovana insieme alle figure memorabili che incontriamo con Todorov, e arrivando alle ultime pagine, verrà da chiedersi a cosa serva l’amore se non si può salvare se stessi. Troveremo la risposta. Ognuno troverà la sua. Ma non trascuriamo la risposta di Sadk, che ci fa guardare alla forza trasformativa dell’amore e alla rinascita del sé.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare

Remo Rapino: “Fubbàll” (Minimum Fax), di Gigi Agnano

“Certi giorni mi sento un albero di mele marce, altri un randagio smarrito che si allena a far finta di niente.

C’è un calcio che non esiste più da raccontare, un calcio periferico o di provincia giocato su campetti sterrati e polverosi, fatto di sacrifici e passioni autentiche, lontano dai riflettori, dal business e dai troppi soldi. In quegli stadi improvvisati, a bordo campo o dietro una porta senza rete, che ci fosse un sole africano, o il freddo e la pioggia, c’erano i tifosi, custodi di una passione che si tramandava di padre in figlio, che vociavano e urlavano, soffrivano e si dimenavano. C’era la poesia che va scritta di quei ricordi intimi, di un mondo di sentimenti che ancora scorre nelle vene di chi quel calcio perduto l’ha vissuto e masticato.

Con Fubbàll, Remo Rapino compone questo canto popolare, attacca con la colla di farina le figurine sull’album Panini dei calciatori anonimi, dimenticati, sempre perdenti tranne che in rare occasioni epiche, di un’epica da bar di paese che vale la pena celebrare e ascoltare.

Dodici biografie di uomini semplici – una per ciascun ruolo più quella dell’allenatore – che raccontano un calcio che si misura col sudore, le delusioni, i ricordi, le cicatrici e i rimpianti. Dodici uomini – avrebbe detto Gianni Mura e lo diceva di Pelè – “con niente di speciale”: dal portiere anarchico Milo il gatto con la dote del silenzio, che con quelle mani poteva fare solo il portiere o il carpentiere, al difensore coraggioso e macellaio, “limitato ma di cuore”, che si fa apprezzare non tanto per il talento ma per l’anima che mette in campo; passando per centrocampisti saggi e generosi, poesia e geometria, che fanno l’ uncinetto con i piedi “balzanti e sbirolenti”(Gianni Brera); fino all’attaccante segnato dalla vita e dagli infortuni. Dice il terzino Glauco: “non sempre la vita ti regala poesie, anzi spesso te le toglie”. 

I calciatori di Rapino ci portano con la mente alla poesia popolare di Saba, che in “Tre momenti” raccontava il calcio come un atto gioioso di comunione umana (“Festa è nell’aria, festa in ogni via,/ se per poco, che importa? “) e al Pasolini frequentatore assiduo a Bologna dello stadio Comunale e dei prati di Caprara (“i pomeriggi più belli della mia vita”), quello della rubrica “Il caos” per il settimanale Il Tempo dove poneva il suo sguardo critico sul “corpo dell’atleta”, evidenziando contraddizioni sociali e culturali che ancora oggi si rispecchiano nello sport. I personaggi marginali di Rapino hanno l’umanità e l’ironia delle voci di Soriano, quelle dei giocatori “tristi che non hanno vinto mai” di De Gregori, che affrontano la fatica e non si arrendono; richiamano alla memoria il calcio di “splendori e miserie” di Eduardo Galeano, per cui quando c’è la partita “si ferma il respiro del Paese, tacciono i politici, i cantori e i ciarlatani da fiera, gli amanti frenano i loro amori e le mosche interrompono il volo”.

Fubbàll è così la testimonianza che si fa canto corale di un calcio che non c’è più, ma che sopravvive pulito e genuino nei cuori di chi l’ha amato, un atto di memoria che restituisce dignità e valore a vite altrimenti anonime e sogni sui quali “si deve leggere la scritta Fragile”. Il lettore non legge solo storie di calcio, ma di quelle storie riconosce il pregio anche se il calcio non gli interessa affatto, perché Rapino, con uno stile in bilico tra l’ironico e il poetico, tratteggia esistenze polverose, intrise di nostalgia e va al nocciolo di un mondo complesso e passionale, profondamente umano. I suoi personaggi non sono supercampioni tatuati dalla testa ai piedi, ma persone normali che, come tutti noi, si accapigliano con la vita e perdono palla all’ultimo dribbling.

Remo Rapino, abruzzese, è stato docente di storia e filosofia. Dal 1993 ha pubblicato numerose opere di poesia e narrativa. Nel 2019 esce con Minimum Fax il suo romanzo più noto e apprezzato “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, che si aggiudica l’edizione 2020 del Premio Campiello, risulta finalista del Premio Napoli e candidato allo Strega. Sempre con Minimum Fax ha pubblicato nel 2021 “Cronache dalle terre di Scarciafratta” e nel 2023 la raccolta di racconti Fubbàll, vincitore del Premio per la Letteratura Sportiva Gianni Mura. In questi giorni è in uscita la sua ultima fatica dal titolo “La Scortanza”.

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.

Georgi Gospodinov: “Il giardiniere e la morte” (Voland, trad. Giuseppe Dell’Agata), di Gigi Agnano

Nell’ultimo canto dell’Odissea assistiamo a uno dei momenti più intensi e toccanti della letteratura universale. Ulisse, dopo un decennio di peregrinazioni, torna a Itaca in incognito e, travestito da mendicante, si reca al podere dove lavora il padre Laerte, ormai anziano e in abiti trasandati. Non riconosciuto, Ulisse lo elogia per la cura delle piante e, solo dopo qualche tentennamento, si rivela, ma Laerte scettico gli chiede una prova. Ulisse gliene fornisce due: mostra la cicatrice di una vecchia ferita lasciata da un cinghiale e elenca con precisione gli alberi da frutta (peri, meli, fichi, viti) che il padre gli aveva donato da bambino. La commozione è tale che Laerte sviene tra le braccia del figlio.

Se si volesse immaginare una serie televisiva, l’ultimo libro di Georgi Gospodinov, “Il giardiniere e la morte”, tradotto da Giuseppe Dall’Agata e pubblicato da Voland, rappresenterebbe probabilmente il “sequel” dell’episodio omerico.

Con un incipit che trasforma il lutto in poesia – “Mio padre era un giardiniere. Ora è giardino.” -, Gospodinov elabora un commosso addio al padre; un testo intimo che rappresenta con estrema delicatezza la tenerezza e il dolore imparagonabili che si provano dinanzi al tramonto e alla perdita di un genitore.

Scritto su un taccuino con la stessa mano che ha stretto quella del padre malato di cancro, il libro è una raccolta di frammenti, di ricordi che attraversano le diverse stagioni della vita di entrambi, di riflessioni sull’invecchiamento e la malattia, di aneddoti che trasudano malinconia ma anche un lieve umorismo (“le storie divertenti per ogni evenienza”). Emerge così il ritratto di un uomo forte, temprato da una vita dura, riservato, spesso assente, incapace di dimostrare l’affetto con abbracci o baci, eppure generoso nell’affrontare le difficoltà con un “niente di grave”, una formula per non essere di peso ai figli, per rassicurarli, equivalente ad un “non preoccupatevi, va tutto bene”.

A chi è chiuso e introverso spesso accade di dedicarsi a un’attività solitaria e il padre, infatti, riserva tutte le sue attenzioni e  la sua gentilezza ad un giardino. Gli si dedica con ostinazione – arando, seminando, innaffiando – anche e soprattutto quando la diagnosi è chiara, le forze cominciano a mancare e la malattia inizia a prendere il sopravvento. È la sua lotta contro l’inevitabile. È evidente la metafora che interessa Gospodinov come figlio e scrittore: le piante e gli alberi per il giardiniere sono come per il narratore i ricordi e le storie, gli sopravvivono. Il giardino come la pagina scritta, mantiene viva la memoria di chi se ne prende cura; continua a crescere, a fiorire e a produrre frutti anche quando chi lo ha piantato non c’è più. Il giardino come la scrittura, come ogni atto di creatività e di cura, è un presidio di vita contro la morte.

Già in “Fisica della  malinconia” Gospodinov aveva fatto ricorso al mito di Sherazade, la narratrice delle “Mille e una notte”. Come Sherazade guadagna un giorno di vita dispensando ogni notte una storia nuova, così ne “Il giardiniere e la morte” le storie che l’autore raccoglie nel taccuino e la cura del giardino da parte del padre sono un modo per ritardare la fine, per resistere al dolore e mantenere vivo ciò che è prossimo a sparire. 

Scrive Gospodinov: “Questo non è un libro sulla morte ma sulla malinconia per la vita che se ne va”. O ancora: “Mio padre è morto e mio padre sta morendo – sono due frasi del tutto diverse. La prima è un fatto, una conclusione, l’altra è un romanzo”. In tal senso, “Il giardiniere” più che un libro sulla fine – che in quanto fine non ha più nulla da raccontare – è paradossalmente un libro sulla vita (“La morte è un ciliegio che matura senza di te”). 

Infatti, benché l’opera descriva l’esperienza dolorosa di accompagnare il padre fino all’ultima soglia, Gospodinov riesce a trasmettere una sensazione primaverile di rinascita, una “luce morbida” e un calore consolatori. Il libro ci dona un sillabario della tenerezza, una grammatica delle emozioni familiare a chiunque abbia affrontato un’esperienza simile. Più che un romanzo, il libro sembra nascere come un percorso di scrittura terapeutica teso a elaborare il lutto, che l’autore ha solo successivamente deciso di condividere con i lettori. 

“Dei padri si scrive con maggiore difficoltà. Forse perché nell’infanzia continua a esistere un invisibile cordone ombelicale con la mamma, lei è ovunque intorno a te, lei ti prepara il pranzo, lei si prende cura di te quando sei malato, ti mette la mano sulla fronte, lei è l’aria in cui tu nuoti. Il padre è una cosa più opaca, incerta e oscura, talvolta minaccioso, spesso assente, aggrappato al bocchino della sigaretta, lui nuota in altre acque e altre nuvole”.

Pur potendo apparire confinato nell’ampia gamma di scritti spesso tutti uguali sulla perdita dei genitori, inclini a cadere in cliché sdolcinati e in lacrimevoli luoghi comuni (romanzi un po’ furbi che sfruttano il fatto che il lettore non fatica ad identificarsi e a commuoversi); “Il giardiniere e la morte” si distingue per il rigore di una prosa essenziale, misurata e lontana da qualsiasi enfasi. Gospodinov offre una narrazione priva di artifici melodrammatici, ricca di autentica intensità emotiva e profondità di pensiero, che si inserisce in modo coerente e significativo nel suo straordinario percorso narrativo. 

“Mio padre se n’è andato. Non so cosa fare.”

Come tutta la produzione pregressa (“Romanzo naturale”, “Fisica della malinconia”, “Cronorifugio”), anche “Il giardiniere” si confronta con i temi e le riflessioni cari all’autore bulgaro: il tempo, la memoria, la perdita, la malinconia. E come spesso accade nei suoi libri, una vicenda intima diventa l’occasione per raccontare una storia collettiva: la morte del padre coincide simbolicamente con la fine di un mondo e di una generazione cresciuta a cavallo della caduta del regime.

Quello che in quest’opera forse un po’ manca – parliamo di un libro scritto, per ammissione stessa dell’autore, in soli quattro mesi – è lo slancio di originalità, la ricchezza di sfaccettature, di riflessioni, di digressioni bizzarre, di spunti geniali che aveva caratterizzato i suoi lavori precedenti. Se Gospodinov dovesse un giorno – magari anche quest’anno – aggiudicarsi un meritatissimo Nobel, probabilmente non sarà per quest’opera; tuttavia “Il giardiniere e la morte”, per il suo carattere delicato e commovente, potrebbe rappresentare un ottimo primo approccio alla narrativa dell’autore di “Cronorifugio” e di “Fisica della malinconia“, che comunque conferma il suo immenso talento e la statura di una delle voci più importanti della letteratura contemporanea. 

Gigi Agnano

Napoletano, classe ’60, è l’ideatore e uno dei fondatori de “Il Randagio – Rivista letteraria“, nato il 15 ottobre 2023, anniversario della nascita di Italo Calvino.