Francesco Spiedo: “Bancolotto. Numeri quasi vincenti” (Edizioni Exòrma, 2026), di Rita Mele

‘Francesco, vienimi in sogno, dammi i numeri da giocare’. Verrebbe da iniziare così, con un’invocazione quasi devozionale e insieme sorniona, davanti a un libro che fa della numerologia cabalistica il proprio cantiere di lavoro. Per chi, come chi scrive, ha conosciuto il gioco del lotto e le sue svariate ritualità fin da piccola — osservando mio padre, mia nonna paterna e mio nonno materno napoletano rinnovare per tutta la vita il loro appuntamento fisso con il banco del Lotto, costantemente incoraggiati da piccole, festose vincite domestiche —, sfogliare le nuove pagine di Francesco Spiedo appena pubblicate da Exorma con il titolo BANCOLOTTO. Numeri quasi vincenti significa toccare una corda intima e familiare. Leggere uno ad uno i 90 racconti è stato poi come sperimentare un impensato ribaltamento di visione del cinquecentesco gioco del lotto genovese, adottato dai banchieri del lotto napoletani nel 1600, e consacrato dallo Stato, dopo l’Unità d’Italia nel 1863.

Poco più che trentenne, Spiedo, ovvero l’ingegnere non praticante come si definisce, ha firmato per Fandango due titoli nel 2020 e 2022 e nel 2024 un terzo a quattro mani. Ha scritto testi teatrali e pubblicato su antologie e riviste. Scavalcando il recinto di scrittore e ghostwriter, dal 2020, in coppia con un amico d’infanzia, cresciuti entrambi a Pomigliano d’Arco, preparano la spedizione che li porterà a fondare la Colonia Creativa, ITACA per dare una casa alla creatività e a chi cerca un luogo dove esprimersi, crescere e imparare.

Questa volta con Bancolotto Spiedo si candida a vincere un suo posto nel panorama dei giovani scrittori che amano imprese letterarie ardite e tutt’altro che scontate. E questa promessa di successo la annusiamo già dai due eserghi che ci propone sulla soglia del suo nuovo libro e dall’introduzione curata dall’autore stesso: subito ci svela il dispositivo critico del testo dichiarando aperto un gioco del tutto nuovo. Cita la penna al vetriolo del diplomatico, attivista e scrittore francese Roger Peyrefitte, preparando il lettore alla nuda verità che promette di far scoprire nei 90 racconti di Bancolotto: ‘Un incidente qualunque fornisce immediatamente dei numeri per giocare al lotto’. Con il secondo esergo anonimo – che attribuiamo all’autore – tesse l’elogio dell’immaginazione e della possibilità definendole, in un guizzo di matrice leopardiana, dispensatrici di maggiori piaceri, ben più del possesso immediato.

Spiedo spiega la genesi del libro nella sua introduzione. Collegandone il titolo alla Smorfia napoletana che traduce i sogni in giocata del lotto saremmo portati automaticamente a pensare che in quei racconti alberghino traduzioni narrate di sogni in vincite e colpi di fortuna. Invece veniamo scalzati subito in un’altra direzione, quella del gioco letterario ideato da Spiedo. E per darci una dritta richiama lo storico magistrato compilatore del Vocabolario etimologico italiano, Ottorino Pianigiani, che alla voce smorfia riporta che trattasi di una deformità, un’alterazione passeggera del viso. E lì si è accesa di scatto una luce apripista: il libro che stiamo leggendo non è un romanzo che ci farà immergere in uno stato d’animo duraturo, l’autore ha scelto il formato del racconto breve che, come una smorfia, è un accenno letterario, è un’emozione lampo che passa e scompare.

Con un dichiarato omaggio all’OuLiPo e alla letteratura potenziale, Spiedo fa del suo nuovo libro un’officina in cui non maneggerà idee romantiche di pura ispirazione, ma accetterà la sfida della scrittura vincolata dandosi un vincolo formale per stimolare la creatività: novanta numeri della Smorfia Napoletana svuotati dalla loro tradizionale carica di superstizione consolatoria e riempiti di una materia narrativa del tutto nuova, affilata, disincantata.

A ben guardare il sottotitolo dell’opera, Numeri quasi vincenti, è tutt’altro che innocente e casuale. Dichiara senza mezzi termini la natura della beffa, evocata dall’autore anche nel ricordo familiare di una zia che cuciva in casa e che ha giocato per una vita intera sempre gli stessi numeri senza vincere mai. Nel gioco del Lotto, sfiorare la combinazione giusta equivale a non vincere nulla; nella vita raccontata da Spiedo, i numeri e i personaggi quasi vincenti delle sue storie sono la cifra drammatica e grottesca di una generazione e di un Paese, l’Italia, perennemente a un passo dal riscatto, ma inesorabilmente condannato al ritardo su una o più ruote.

Nell’attraversamento dei novanta microracconti ai lettori potrà capitare di avvertire un disorientamento e una tensione psicologica: la sensazione di trovarsi di fronte, di volta in volta, a un coitus interruptus, a un’opera progettata per essere incompiuta, che assume come vincolo l’insegnamento dell’esergo facendo prevalere la promessa dell’immaginato sul compimento saturo. Si gira la ruota dei 90 racconti concatenati dall’ultima parola del precedente alla prima del successivo e si scorre il testo dal numero 1 L’Italia, con la sua penisola che pende grottescamente a Nord tra burocrazie paralizzanti.

Di numero in numero, la galleria dei personaggi e delle situazioni curiose, inattese, teatrali, grottesche, drammatiche o spiazzanti, ci fa fare il gioco dell’autore e ci fa stare nella sua giostra, andare sulle montagne russe provocandoci un mix di euforia e di vuoti nello stomaco. E ogni volta che l’idea tessuta nel racconto decolla, proprio quando la pagina si fa densa e coinvolgente e l’istantanea di mondo creato da Spiedo chiede di espandersi, l’autore taglia il filo e passa oltre, girando di nuovo la ruota per un altro numero quasi vincente.

Arrivati al numero 80 La bocca, scopriamo che lì si incarna l’allegoria tragica dello Scrittore, prosciugato d’inchiostro e condannato al silenzio pur di versare ogni parola sulla carta. Leggendo i vari racconti viene da chiedersi che numero faccia lo scrittore nella Smorfia Napoletana. Abbiamo scoperto che un numero ufficiale non c’è, ma lo si intuisce lasciandosi guidare da Francesco Spiedo. Dalla bocca muta del racconto 80, la scaltrezza dei fiorai dell’81 e il diavolo tentatore del 77 prende forma: lo Scrittore è colui che coltiva ed esibisce parole sulla tomba dell’esistente per farne materia viva e giocosa.

E che esperienze di cinismo allo specchio quelle che ci riservano l’81 I fiori in cui assistiamo al cinismo candido e popolare di chi inventa il noleggio dei fiori usati per mettere il pane in tavola durante la guerra, e l’86 La bottega dove il cinismo si fa noir e claustrofobico, trasformandosi nel bilancio d’apnea di chi preferisce l’omertà della corda all’infamia del debito.

La versatilità performante dello scrittore tocca vertici di puro divertissement formale in qualche racconto prima di quelli, il 77 I diavoletti, dove Spiedo si concede un azzardo metanarrativo folgorante: il racconto principale consta di poche righe, mentre la storia vera esplode e divaga in una fitta raffica di note a piè di pagina. Tra le pieghe degli apici trova spazio di tutto: la satira del consumismo da multisala, la parodia del cinema indipendente (con un’autoironica citazione del suo stesso romanzo Non muoiono maisoggetto del film girato a budget zero), e paradossi giuridici surreali come il divieto cittadino di correre, nato dal giorno in cui un runner schiacciò il chihuahua del Sindaco trasformandolo in un’omelette.

Eppure, Bancolotto va oltre il gioco formale e lascia leggere la sostanza della prosa di pregio. Si rivela per ciò che realmente è: non solo una riscrittura della cabala o un libro-gioco, ma un vero e proprio catalogo di abili mercanzie da scrittore. Una vetrina in cui Spiedo espone al lettore (e all’editoria) la campionatura delle sue straordinarie possibilità stilistiche, sebbene a tratti lo scrittore appaia ancora quasi vincente, ovvero acerbo.

Non per mancanza di talento o di orecchio — che anzi sono evidenti e strutturati —, ma per una sorta di timidezza di fondo: la sensazione che debba ancora trovare il coraggio di sviluppare fino in fondo le sue intuizioni più potenti, fidandosi davvero del proprio stile oltre la misura breve della battuta, della nota o della smorfia.

Nelle sue storie vi lasciamo riconoscere il registro calviniano, il noir sociale, l’avanguardia postmoderna, e c’è la confluenza di questo e altro nella litania minimalistica delle paure contemporanee del numero 90 La paura che chiude il libro dichiarando ben 25 paure a partire dall’avere tremendamente paura degli aghi e per finire alla paura di questa Italia: c’è l’ironia amara che non fa sconti a nessuno, ma a ben vedere nel finale c’è la possibilità che la ruota giri ancora e che dall’ultima parola si torni alla prima, all’Italia, con occhi buoni e mente aperta a convocare una bambina capace di soluzioni semplici e creative per riallineare Nord e Sud.

La scommessa di Bancolotto sta tutta qui, in questo confine tra il gioco e la maturità. Come ha ricordato recentemente la scrittrice e giornalista Loredana Lipperini: ‘Tutti i bravi autori giocano. Sono gli autori mediocri a non voler uscire dai paletti, gli altri li ripiantano continuamente’. Francesco Spiedo i paletti della tradizione li ha divelti e ripiantati a modo suo, costruendo un libro-esperimento intrigante. Ora non resta che attendere il passo successivo: quando deciderà di abbandonare la forma breve e il catalogo delle sue prodezze narrative per darci, finalmente, il suo grande romanzo d’ampio respiro. Ma la promessa, oggi, è di quelle che mantengono svegli. E noi de il Randagio restiamo sintonizzati.

Rita Mele

Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare