Da Wilhelm von Humboldt e dalla sua riflessione sul ruolo delle lingue, fino a Kant e alla sua Critica della ragion pratica, emerge come la lingua plasmi profondamente l’individuo. Kant afferma: Wer das Gute nicht aus Pflicht tut, aber nur um den anderen Freude zu machen, handelt moralisch aber nicht im eigentlichen Sinn sittlich – chi fa il bene non per dovere, ma solo per dare gioia agli altri, agisce in modo morale, ma non propriamente etico.
La presenza di due verbi, distinti per il concetto di dovere in tedesco, ha prodotto una cultura in cui l’autorità non coincide con l’arbitrio del singolo, ma con la validità universale della regola. Müssen indica il dovere etico, legato alla responsabilità verso la società; sollen indica un agire che procura gioia nel fare il bene, e dunque morale ma non pienamente etico. La tradizione sancisce così l’obbedienza a una norma impersonale: l’idea kantiana del dovere come fondamento dell’agire morale.
La nostra epoca attraversa una crisi del principio di autorità, e la Germania – nell’immaginario europeo – è da sempre associata al rispetto per l’autorità, alla disciplina e alla legge interiorizzata. È il paese di Kant, di von Humboldt, di Kleist e di Kafka – filosofi e scrittori in cui dovere e autorità costituiscono l’asse portante delle loro opere.
Se la lingua è la prima forma identificativa di un popolo, la distinzione tra müssen e sollen ne è un marchio indelebile. Come osserva von Humboldt, la lingua non impone ideologie, ma struttura in modo specifico le categorie fondamentali dell’esperienza. Tra queste, il rapporto con il dovere occupa un posto centrale: a prima vista può sembrare paradossale, ma a uno sguardo più attento non ne smentisce la tradizione, piuttosto ne mostra la trasformazione e la crisi.
Ecco come la lingua plasma l’individuo. La presenza di due verbi per definire il dovere hanno prodotto una cultura in cui l’autorità non coincide con l’arbitrio del singolo, ma con la validità universale della regola.

Heinrich von Kleist: il padre come legge impersonale (Müssen vs Sollen)
Ne Il Principe di Homburg, un’opera di Heinrich von Kleist, poeta, scrittore e drammaturgo del ‘700, l’autorità non è solo incarnata dall’Elettore, figura paterna e sovrana, ma coincide con la legge stessa. Il conflitto centrale non è psicologico, bensì etico-giuridico:
Müssen è l’obbligo esterno, la necessità della legge militare, il dovere di rispettare la legge e l’autorità che la rappresenta. Sollen è il dover essere morale, interiorizzato.
Von Homburg, il Principe, agisce secondo un’intuizione soggettiva, anticipando la vittoria, ma violando l’ordine. Non ha atteso l’ordine per dare il via alla battaglia. Ha violato così la legge. La punizione è necessaria non per vendetta, ma per salvare la legge dalla soggettività. Il comportamento del Principe sarà però integro. Egli pur avendo conseguito la vittoria, non accetta la grazia del Principe Elettore, per essere stato condannato a morte, e vuole che la pena venga eseguita.
“Mio principe di Homburg, quando vi feci arrestare per il vostro attacco prematuro credevo di compiere solo il mio dovere. Contavo anzi sulla vostra approvazione. Se pensate di aver subito un’ingiustizia, vi prego, ditemelo con due parole e vi rimanderò subito la vostra spada“…
E il Principe prima è felice, poi si ferma, riflette ..” Non imploro la mia vita. Se la legge mi ha colpito, sia compiuta fino in fondo. Voglio la sentenza. Non la grazia, ma il diritto.”
L’autorità si manifesta, dunque, nella sua forma più radicale: la legge vale anche quando appare ingiusta. L’Elettore, figura paterna e sovrana, non punisce per crudeltà, ma per preservare la distinzione fondamentale tra müssen, ciò che deve accadere secondo la legge, e sollen ciò che il soggetto ritiene giusto. Von Homburg ha ragione sul piano dell’esito, ma torto sul piano del principio. Proprio per questo deve essere condannato: non perché colpevole moralmente, ma perché la legge non può dipendere dalla soggettività. Qui l’autorità è dura, ma legittima, non arbitraria. Essa rende possibile l’interiorizzazione del limite. L’autorità paterna funziona finché è riconosciuta come trascendente il capriccio individuale.
Come lontano il nostro presente dall’età del Principe di Homburg!
Kafka apre altri scenari se vogliamo usare una definizione colta e simbolica serviamoci dell’immagine dei tagli sulla tela di Fontana.
Ne La lettera al padre di Kafka il tessuto inizia a sfilacciarsi; la legge non è più impersonale, agisce come legge arbitraria interiorizzata, schiacciante e opaca. Il padre non rappresenta il müssen necessario, ma un sollen irraggiungibile: la norma non è chiara, la colpa precede l’azione, l’obbedienza non produce riconoscimento, non ha attenzione per il desiderio dell’altro. Il padre kafkiano non educa all’interiorizzazione della legge, ma genera soggetti colpevoli senza un criterio. L’autorità qui è già in crisi, perché perde il suo fondamento simbolico e diventa puro potere psicologico.
Se in Kleist la legge è più grande del padre, in Kafka il padre si identifica con la legge, rendendola intollerabile.
Il passaggio storico-simbolico
La nostra società eredita Kafka più di Kleist. Venuto meno il padre come garante simbolico: la legge non viene più interiorizzata, l’autorità appare come arbitrio o debolezza, il limite non è riconosciuto come necessario. L’autorità è solo formale autorità, ma privo di reale potere simbolico, continuamente delegittimato dalla famiglia, dall’istituzione e dalla società.
Il confronto mostra una traiettoria chiara. Due scene originarie dell’autorità: Kleist e Kafka
In Kleist l’autorità si manifesta nella sua forma più radicale: la legge vale anche quando appare ingiusta. Qui l’autorità paterna è dura, ma legittima: essa rende possibile l’interiorizzazione del limite.
Kafka invece scrive: davanti a te (padre) io perdevo ogni fiducia in me stesso. La legge non è più impersonale, ma psicologicamente incarnata. Il risultato non è l’obbedienza consapevole, ma la colpa senza norma, la paralisi, l’autosvalutazione radicale.
Se in Kleist il padre si sottomette alla legge, è perché simbolicamente si riconose autorità alla legge, in Kafka il padre coincide con la legge: e proprio per questo la distrugge.
L’autorità si dissolve e questo momento diventa un momento storico decisivo, linea di demarcazione tra l’autorità forte ma giustificabile di Kleist, l’autorità che manifesta la crisi interna di Kafka ed infine la nostra società ne sperimenta l’evaporazione simbolica.
Non siamo più nel conflitto tragico tra individuo e legge, ma in una situazione in cui la legge non viene più riconosciuta come necessaria.
L’autorità non si fonda né sulla persuasione né sulla forza, ma su una tradizione riconosciuta. Quando questa tradizione viene meno, resta solo il conflitto nudo. Il giovane non può essere un Homburg ribelle, né un Kafka oppresso, è un soggetto senza legge interiorizzata che reagisce alla debolezza dell’autorità con l’umiliazione.
La crisi dell’autorità paterna, se non viene trasformata in responsabilità condivisa, non genera emancipazione ma regressione. Là dove il padre non è più legge, ma neppure arbitrio, resta un vuoto simbolico che si colma con la violenza. E’ l’età del padre senza legge privo di reale potere simbolico, delegittimato dalla famiglia, dall’istituzione e dalla società. A differenza del padre di Kleist: non può far valere il müssen ma non riesce a trasmettere il sollen.
A differenza del padre di Kafka: non incute timore, non genera colpa, ma viene percepito come inerme ostacolo, facilmente aggredibile, ma sintomo di un’autorità svuotata, non riconosciuta.
L’autorità deve valere come legge impersonale e mai arbitraria altrimenti diventa vuoto simulacro. Il confronto con l’autorità deve generare un conflitto produttivo, altrimenti è solo paralizzante e diventa distruttivo. E’ il limite che deve essere interiorizzato e non la colpa, l’assenza di interiorizzazione finisce con il reagire alla debolezza dell’autorità umiliandola fino a diventare una maschera grottesca, il segno che il bisogno di autorità sopravvive alla caduta delle sue figure.
Harold Garfinkel e la etnometodologia
Per completare questa riflessione letteraria attraverso due grandi rappresentanti le cui opere si confrontano con queste problematiche, penso sia importante un ultimo riferimento all’etnometodologia di Garfinkel, sociologo statunitense, che ci consente di ripensare il principio di autorità non come una proprietà stabile di un ruolo o di un’istituzione, ma come un effetto che nasce e si rinnova nelle interazioni quotidiane. Anche l’autorità, in questa prospettiva, non si possiede, ma accade. L’ordine sociale si costruisce non solo a livello teorico e istituzionale ma nelle microinterazioni quotidiane: nel rifiuto del turno di parola, nella richiesta ossessiva di spiegazioni, nell’ironia che svuota il comando, in questi casi viene sospesa, non è combattuta ma resa impraticabile. La società funziona grazie a regole implicite date per scontate, che emergono chiaramente quando vengono infrante, essa è incorporata nei gesti e nel linguaggio. L’autorità non costringe né convince: si fonda sul riconoscimento condiviso di una legittimità che non ha bisogno di essere argomentata. Quando l’autorità deve giustificarsi, essa ha già iniziato a perdere efficacia. L’etnometodologia mostra come questo riconoscimento non sia un atto astratto, ma una pratica quotidiana, incorporata nei gesti e nel linguaggio. L’autorità esiste solo nella misura in cui viene riconosciuta e praticata. Quando il riconoscimento si interrompe e la parola perde forza simbolica, l’autorità non si trasforma in violenza, ma semplicemente non accade più.
L’autorità, venendo meno come parola che orienta, si trasforma o in arbitrio o in pura regolamentazione tecnica. Dal punto di vista etnometodologico, questa crisi si manifesta quando le pratiche che rendevano ovvia l’asimmetria smettono di funzionare. Arendt aiuta a comprendere perché l’autorità non possa essere sostituita dalla forza; Recalcati mostra perché non possa essere rimpiazzata nemmeno dalla semplice spiegazione o dal dialogo orizzontale. L’autorità, infatti, non persuade: indica. Non argomenta all’infinito: traccia un limite. Quando il linguaggio dell’autorità diventa esclusivamente giustificativo, perde la sua funzione simbolica e si espone alla contestazione continua. L’autorità esiste solo nella misura in cui viene riconosciuta e praticata. Quando il riconoscimento si interrompe e la parola perde forza simbolica, l’autorità non si trasforma in violenza, ma semplicemente non accade più.
Se una parola perde il suo peso, chi allora regge il silenzio? Forse il silenzio stesso, o forse l’eco dei gesti che non abbiamo più compiuto, un suono che si dissolve lentamente, lasciando solo l’ombra di ciò che è stato pronunciato.
Bibliografia
Storia della letteratura tedesca.
Vol. 2: Dal pietismo al romanticismo (1700-1820)
Edizioni, Einaudi
Maurizia Maiano*

*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

