Approcciai diversi anni fa la scrittura di Mariella Mehr e di lei mi restò forte la metafora del lupo, titolo ad esempio di una sua raccolta di poesia, Das Sternbild des Wolfes (“La costellazione del lupo”, opera però non tradotta in italiano) e utilizzata in diversi passaggi dei suoi versi, come:
[…] Lo ha imparato dai lupi che non c’è pietà dove scorre il sangue. (“Labambina”, 2019, a cura di Anna Ruchat, Fandango Libri)
[…] Spesso canta il lupo nel mio sangue/e allora l’anima mia si apre/in una lingua straniera.//Luce, dico allora, luce di lupo,/dico, e che non venga nessuno/a tagliarmi i capelli. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, a cura di Anna Ruchat, Einaudi)
Lasciai che il testo mi parlasse, così che l’immediato sentire non venisse influenzato da un apparato informativo intorno alla biografia dell’autrice.
La associai immediatamente al testo-culto “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés, in cui l’archetipo del lupo viene impiegato come veicolo di comprensione del femminile: un’immagine di forza interiore, protezione e intelligenza, di inequivocabile fascinazione; un’immagine che richiama la saggezza intuitiva e la capacità di camminare da soli, in libertà, ma anche la lealtà verso il branco e la ferina brutalità, qualora una minaccia lo richieda.
Lessi i versi come scritti da una donna per tutte, con richiami ancestrali alla capacità delle donne di diventare, per necessità, altro da sé, per cui il potere della parola, pur se in altra circostanza e in altra lingua, rimane come alternativa ad un silenzio ancora più insopportabile. [1]
Vi scorsi l’universalità legata, ad esempio, alla simbologia dei capelli, il cui taglio ha rappresentato, nella storia e nelle diverse culture, un momento di violenza, di umiliazione, se operato da altri, di sacrificio, se agito su di sé e che ha sancito, e sancisce comunque, anche tutt’oggi un cambiamento, non solo di ordine estetico.
La ricerca della luce, come fortissima carica simbolica e richiamo inevitabile alle parole attribuite a Goethe in punto di morte: “Mehr Licht!”, più luce, appunto, quale anelito forse e ultimo desiderio di chi ancora non ha perso la speranza di qualcosa di meglio.
Per Mariella, nella sua inesauribile capacità di ricomporre le parole, si tratta di una “luce di lupo”, Wolfslicht, una sua invenzione linguistica, un gioco con la proteiforme lingua tedesca, che consente la composizione di infiniti nuovi sostantivi da due, tre, quattro, cinque già singolarmente esistenti e di senso compiuto.
Lessi quindi questa “luce di lupo” come una capacità di rinascita insita nella natura zoomorfa di Mariella, in quella forza che si può ritrovare, anche dove tutte le risorse parrebbero ormai esaurite.

Trovo alcune assonanze, in una sorta di ideale sorellanza, in Goliarda Sapienza:
Non sapevo che il buio/non è nero/che il giorno/non è bianco/che la luce/acceca/e il fermarsi/è correre/ancora/di più. (da “Ancestrale”, 2013, La Vita Felice)
Gli ossimori, le soglie, le linee di demarcazione fra vivere e morire, provare a vivere o arrendersi alla sopravvivenza, mi paiono rilevanti analogie.
Ritorno oggi a Mariella Mehr e, per diverse ragioni, la leggo indagando anche la sua vicenda umana, la sua origine Jenisch e l’ignobile operazione “Kinder der Landstrasse”, messa in atto dal governo svizzero a partire dal 1926 per circa cinquant’anni con l’intento, se non di eliminare, di indebolire in maniera determinante l’etnia Jenisch, un popolo nomade di probabile origine celtica sparso per diversi paesi europei, soprattutto tedescofoni.
Mariella nasce a Zurigo nel 1947 in una nazione che per la maggior parte di noi viene stereotipizzata in contenitore ordinato, asettico e, per questo, che si difende da pericolose contaminazioni, se non di carattere finanziario.
Emblematici a proposito di luoghi comuni sulla Svizzera gli ironici versi della canzone “Angeli” di Lucio Dalla:
[…] Ci sono tante banche, serve un samba, una strega, una fattura/Le tre di notte non so dove sputare/È così pulito che non si può sporcare […]
Una guardia o un generale, non si capisce bene/Mi guarda male butto via la cicca e quello sviene/Sta per farmi la morale ma mi faccio perdonare/Perché raccolgo la cicca appena accesa/La metto in tasca e comincio a fischiare […]
Mariella e la sua famiglia sono cittadini svizzeri, ma nomadi, e questo non li risparmia dal rientrare in quella che Alfred Siegfried identifica come patologia:
Il nomadismo, come la maggior parte delle malattie ereditarie, viene trasmesso principalmente dalle donne, chi vuole vincere sugli Jenisch deve spezzare i legami famigliari. Non esiste altro modo.
Queste sono le sue parole da medico, docente e fondatore dell’Opera Pro Juventute, una società filantropica dietro cui si nasconde un movimento antitziganista responsabile della ideazione e della gestione in Svizzera, dal 1926, appunto, al 1973, del programma “Kinder der Landstrasse”.
Attraverso questo sistema vengono strappati alle loro famiglie circa 700 bambini Jenisch, rinchiusi in orfanatrofi o consegnati a famiglie affidatarie, operando la sterilizzazione delle donne, inviandole a istituti psichiatrici o in prigione, isolando gli uomini in carcere, nel tentativo di eliminare la cultura zingara in nome del miglioramento della società locale.
La Svizzera aveva, a dire il vero, manifestato ben prima la sua insofferenza alla presenza degli Jenisch. Già nel 1825, viene attestato il fatto che a Lucerna un gruppo di Jenisch fu processato per crimini contro la società. Furono comminate loro pene detentive, sottratti i figli con l’intenzione di spezzare i legami familiari e contrastare la cultura, la lingua e i modi di vita di una comunità che non rifletteva gli ideali d’ordine di quel Paese soprattutto a quell’epoca. Essere cittadini svizzeri non proteggeva infatti gli Jenisch dal disprezzo e dall’ostilità. A occuparsi di loro, fino agli anni ’20 del ‘900 sono stati i Comuni e i Cantoni.
Ma dal momento in cui, anche in Svizzera, spirano più forti i venti della cultura eugenetica, si pensa in maniera più organizzata e sistematica alla “soluzione” del problema nomadismo a livello nazionale.
La vicenda umana di Mariella Mehr e della sua famiglia rimane irrimediabilmente segnata dal programma “Kinder der Landstrasse”, che la strappa già dalla nascita alla madre venendo assegnata, ancora neonata, ad una coppia di genitori affidatari.
Il rischio di morire soffocata con il suo stesso cordone ombelicale dalla madre naturale in pieno delirio schizofrenico a poche ore dal parto offrì un’ulteriore indiscutibile motivazione a privarla del contatto con i genitori naturali.
Incapace di parlare fino ai cinque anni a causa dei traumi subiti, priva di qualunque tipo di affetto, senza una vera figura protettiva, è alla costante ricerca di qualche riferimento.
Il rapporto difficile e l’assenza di comunicazione con il padre e la madre adottivi costituiscono un grande ostacolo alla sua apertura verso il mondo e alla coscienza di sé, segnando in modo indelebile la sua infanzia e pregiudicando il suo futuro.
Riconosciuta come estranea nel paese in cui si ritrova suo malgrado a vivere, da lei denominato, non a caso, “Zero”, viene trattata con sospetto e diffidenza.
La provenienza etnica Jenisch, associata a inaccettabili costumi e condotte di vita, la portano a essere considerata come un essere inferiore, immeritevole di affetto e di qualsivoglia tipo di considerazione. Trascorre così i suoi primi vent’anni tra istituti e cliniche psichiatriche con lo scopo di essere studiata come caso scientifico al fine di estirpare la “follia” tramandatale dalla madre.
L’assenza di protezione la lascia in balia di tutori e medici, i quali non si sono fatti scrupolo, nel corso degli anni, di approfittare di una bambina indifesa, prima, e di una ragazza indegna di rispetto, poi.
Niente,/nessun luogo.//C’è ancora rumore di sventura nella testa,/e sulla mappa del cielo/io non sono presente.//Mai è stata primavera,/sussurrano le voci di cenere, /sulla bilancia del linguaggio/sono una parola senza peso/e trafiggo il tempo/con occhi armati.//Futuro?/Non assolve/me, nata sghemba./Vieni, dice,/la morte è un ciglio/sulla palpebra della luce. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, Einaudi)
I continui abusi, le violenze sessuali, gli inganni e i soprusi hanno fatto precipitare Mariella in una crisi schizofrenica, rendendo la sua realtà ancora più complicata e difficile da accettare.
Trattata come un soggetto pericoloso, come “caso incurabile”, viene sottoposta a trattamenti inumani e a elettroshock.
Non ancora diciottenne Mariella diviene madre e, per la seconda volta, la storia si ripete: le viene sottratto il figlio e affidato a terzi, lei internata a Hindelbank, un carcere femminile.
A dolore si aggiunge dolore: la lacerazione per l’allontanamento del figlioletto e la contenzione per 19 mesi. All’uscita dal carcere nessun paracadute, nessuna sponda: la disperazione e il rifugio nell’alcol, l’unico antidoto sin dalla prima adolescenza.
Le ci vorranno diversi anni per risalire la china e mettere a frutto la sua curiosità per le parole, per la lettura, vorace, praticata da ragazzina nei pochi mesi di frequenza scolastica e successivamente in autonomia.
A partire dal 1975, raggiunta l’età adulta, Mariella traduce soprusi e sofferenze in scrittura, prima come giornalista, poi come autrice di opere di denuncia, spettacoli teatrali e quindi di poesie e romanzi.
Le sue opere contengono potenziali soggetti cinematografici, i luoghi che l’hanno vista contenuta, umiliata e più volte confinata sono ad esempio gli scenari, pur in un libero adattamento, proposti da Valentina Pedicini nel film del 2017 “Dove cadono le ombre”, una pellicola cupa e di impatto che ci consegna forse solo in misura minore una rappresentazione di quel dolore che Mariella Mehr deve avere provato.
Opere come “Steinzeit” del 1981 (“Silviasilviosilvana”), la sua autobiografia, “Daskind” del 1995 (“Labambina”) e tra le sue più celebri raccolte di poesia, “Nachrichten aus dem Exil” del 1998 (“Notizie dall’esilio”) sono solo alcuni esempi della sua produzione letteraria.
La sua lingua è un flusso magmatico che non risponde a regole sintattiche, è lava incandescente che travolge e si riversa sul lettore e l’orrore vibra in ogni parola: l’orrore dei trattamenti chimici, delle sevizie, degli esperimenti, delle punizioni.
[…] silvia si vergogna, umiliata, irata, intimidita, buttata là davanti a venti paia di occhi inquisitori: sei come tua madre silvia, sei pazza, pazza come quel mostro che ti ha messo al mondo. sei pazza silvia, perduta in una follia che tu stessa non comprendi. Credilo silvia, finalmente, credi a loro, agli dèi bianchi, credili. tu sei colpevole, silvia, colpevole di essere pazza come tua madre. non puoi sfuggire al tuo essere pazza, ti murano nella tua follia, silvia […] (da “Silviasilviosilvana”, 1995, Aiep Editore, San Marino)
Silvia è l’alter ego di Mariella bambina, Silvio è il suo trasgredire, che si declina al maschile – l’alcol, l’oblio – e Silvana è Mariella quasi adulta; una tripartizione che non rende ancora pienamente giustizia alla frammentazione che il suo io ha dovuto subire per anni.
La prosa di Mariella Mehr è bisturi, selce tagliente; la sua poesia cerca invece una luce di rinascita, ma è ferita ancora aperta, i cui lembi sono crinali fra tenebre e radura.
Una ferita che ci richiama un’altra grande figura della poesia del ´900, Alda Merini: stessa sorte di internamento in età giovanile, di allontanamento dalla prole, analoga sensibilità e capacità di utilizzare le parole come armi. Anche Alda Merini denuncia e accusa le società che vedono nella diversità un pericolo, una minaccia (vedi “L’altra verità. Diario di una diversa” del 1986).
Le denunce di Mariella Mehr trovano pubblicamente un epilogo in due momenti:
- la chiusura nel 1987 della causa legale intentata contro il governo svizzero dall’associazione confondata da Mariella per la tutela del popolo Jenisch, a cui Mariella può assistere;
- Il 19 febbraio 2025, quando il Consiglio federale svizzero riconosce come crimini contro l’umanità le passate persecuzioni subite dalle popolazioni nomadi, di cui Mariella non verrà mai a conoscenza perché scomparsa nel 2022.
Mariella aveva forse presagito una possibilità di riscatto quando ha sentito di dovere consegnare alla parola il compito taumaturgico di tenere sempre traccia della ferita, sua e di tutti i “soccombenti”, per poterla un giorno vedere guarita.
Stiamo separati di fronte al mondo,/ognuno incatenato alla sua ora,/i nostri cani vanno a toccare un ieri, quante volte e senza conseguenze?//Nebbia avvolge quel laggiù privo di sponde/nebbia si appoggia sulla mia spalla,/diventa pesante, più pesante, diventa pietra.//C’è una sola parola captata origliando/che voglio cavare fuori e conservare,/perché resti indietro una ferita aperta,/a mia consolazione, una via nel domani. //Bastava la speranza? Allora sperate con me,/tutti voi soccombenti.//Spera anche tu,/mio cuore,/un’ultima volta. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, Einaudi)
Mariella ci lascia nel 2022, la sua opera in italiano è curata dall’ottima Anna Ruchat.
[1]Ricordo a questo proposito, pur con i debiti distinguo, quanto considerato a proposito di Forough Farrokhzad in https://ilrandagiorivista.com/2026/03/19/resistere-attraverso-la-poesia-forough-farrokhzad-teheran-1934-1967-di-barbara-gramegna/
Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

