Sionismo laico e razzismo politico. Un paradosso moderno, di Vincenzo Franciosi

Quando nel 2008 Shlomo Sand pubblicò L’invenzione del popolo ebraico, lo scandalo fu racchiuso soprattutto in una parola: invenzione.

La parola venne interpretata come una negazione. Negazione della storia degli ebrei, delle persecuzioni subite, delle tradizioni che avevano mantenuto un legame tra comunità disperse in paesi differenti. Ma il problema sollevato da Sand era un altro, molto più radicale: l’idea che gli ebrei costituiscano un popolo etnicamente unitario, biologicamente continuo dall’antichità e rimasto sostanzialmente identico attraverso duemila anni di dispersione.

Inventare un popolo non significa crearlo dal nulla. Significa selezionare frammenti del passato, ordinarli in una narrazione coerente, cancellarne le contraddizioni e presentarli come manifestazioni di un’identità esistente da sempre. È ciò che hanno fatto tutti i nazionalismi moderni. Hanno cercato antenati, età dell’oro, lingue originarie, terre perdute e destini comuni. Hanno proiettato nel passato nazioni che ancora non esistevano e hanno chiamato risveglio ciò che era costruzione politica.

Il sionismo ha compiuto la stessa operazione con una radicalità particolare. Comunità differenti per lingua, cultura, origine geografica e storia sono state ricondotte a un solo popolo, disperso con la forza dalla propria terra e rimasto miracolosamente intatto attraverso i secoli. La diaspora è diventata esilio. La tradizione religiosa è diventata memoria nazionale. L’attesa messianica è diventata programma politico. La discendenza biblica è diventata genealogia storica.

Gli ebrei dello Yemen, della Polonia, del Marocco, dell’Etiopia, della Germania, dell’Iraq, della Russia non costituivano una nazione omogenea. Non condividevano una lingua parlata, un territorio, una cultura uniforme o una medesima esperienza storica. Li univano testi, memorie e tradizioni religiose, ma li separavano secoli di migrazioni, conversioni, contaminazioni e adattamenti.

Le civiltà non sono mai pure. I popoli non sono mai puri. La purezza è una costruzione politica proiettata sul passato e utilizzata per organizzare il presente.

La questione decisiva non è stabilire quale percentuale degli ebrei contemporanei discenda dagli antichi abitanti della Giudea, dai convertiti del Mediterraneo, dalle popolazioni del Caucaso, dalle comunità nordafricane o da quelle mediorientali. Il problema comincia quando la genealogia, invece di restare materia per storici, archeologi e genetisti, viene trasformata in fonte del diritto.

Anche una continuità biologica perfettamente dimostrata non attribuirebbe a un uomo nato oggi a Roma, Parigi, New York o Mosca un diritto politico superiore a quello di un palestinese nato nella terra dalla quale i suoi genitori sono stati espulsi. Nessuna discendenza antica costituisce un titolo di proprietà perpetuo. Nessun sangue conserva per duemila anni un diritto territoriale.

È qui che la riflessione di Sand supera la disputa storiografica e investe direttamente la natura dello Stato di Israele. Una mitologia nazionale può restare un racconto collettivo, come ne possiedono tutte le nazioni. Ma quando quel racconto stabilisce chi possa immigrare, chi possa tornare, chi appartenga alla nazione sovrana e chi debba restarne escluso, il mito diventa un dispositivo giuridico. Entra nei confini, nei registri anagrafici, nella cittadinanza, nella distribuzione della terra.

Il sionismo laico si è presentato come emancipazione dalla religione. In realtà, non ha abolito l’elezione: l’ha trasformata in genealogia. Non ha cancellato la distinzione tra il popolo eletto e gli altri popoli: l’ha trasferita dal patto con YHWH (Yahweh) alla discendenza, dalla promessa biblica alla sovranità nazionale, dalla teologia al diritto.

YHWH poteva scomparire. Gli eletti rimanevano.

Il sionismo religioso fonda il diritto degli ebrei alla Terra d’Israele sull’alleanza tra YHWH e Abramo. La terra appartiene al popolo perché YHWH l’ha promessa alla sua discendenza. È una pretesa teologica, estranea al principio moderno della cittadinanza e a qualsiasi concezione universale del diritto, ma coerente con il proprio universo simbolico.

Il sionismo laico abbandona formalmente la promessa divina e conserva intatto il soggetto al quale quella promessa era rivolta. La terra non viene più concessa da YHWH: diventa la patria naturale di una nazione dispersa. La discendenza di Abramo viene tradotta nel linguaggio moderno della stirpe, dell’origine comune e dell’appartenenza etnica.

L’elezione diventa nazione. La promessa diventa titolo storico. Il ritorno diventa colonizzazione.

La modernità non elimina il sacro. Lo trasferisce.

Il sionismo nasce nell’Europa dei nazionalismi etnici, nel momento in cui l’emancipazione degli ebrei mostra tutti i propri limiti. Gli ebrei possono convertirsi, assimilarsi, adottare la lingua e la cultura dei paesi nei quali vivono; l’antisemitismo moderno continua a considerarli un corpo estraneo. Non vengono perseguitati soltanto per ciò in cui credono, ma per ciò che sarebbero per nascita.

La risposta sionista accetta questa premessa e ne rovescia il segno. Se gli ebrei costituiscono una nazione separata, non devono più tentare di integrarsi nelle nazioni europee: devono costruire il proprio Stato. Il principio etnico che li aveva esclusi viene assunto come fondamento della loro emancipazione.

Theodor Herzl non era un rabbino e Der Judenstaat non è un trattato teologico. Il suo modello è lo Stato nazionale europeo. Il cosiddetto problema ebraico viene trasformato in una questione territoriale: una popolazione dispersa deve essere concentrata, organizzata e dotata di sovranità.

Per costruire quella sovranità occorreva però trasformare comunità religiose differenti in un unico soggetto politico. La continuità dei testi e delle pratiche diventava continuità del sangue. La memoria dell’antica Giudea diventava memoria nazionale di ogni ebreo. La dispersione di comunità nate in epoche e circostanze diverse veniva ricomposta in un unico esilio.

Il sionismo non ha soltanto cercato una patria per ebrei perseguitati. Ha costruito gli ebrei come nazione etnica mondiale, attribuendo a tutti una medesima origine e una medesima destinazione politica.

Questa costruzione aveva bisogno della genealogia. Una nazione dispersa da duemila anni, priva di territorio e lingua comuni, poteva essere rappresentata come unitaria soltanto trasformando la discendenza in sostanza storica. L’appartenenza religiosa diventava appartenenza nazionale. Il popolo della Torah diventava il popolo dello Stato.

L’identità ebraica, del resto, non era mai stata una semplice adesione individuale a una fede. Secondo la halakhah, cioè l’insieme delle norme religiose e giuridiche ebraiche, è ebreo chi nasce da madre ebrea, indipendentemente dalla pratica religiosa. L’ateismo non cancella l’appartenenza. L’abbandono della fede non spezza la discendenza. La conversione esiste, ma consiste nell’ingresso regolato in un popolo, in una legge e in una comunità.

Il sionismo laico non ha inventato questo criterio. Lo ha trasformato in principio statale.

La Legge del Ritorno, 5710-1950, attribuisce a ogni ebreo il diritto di immigrare in Israele. La Legge del Ritorno (emendamento n. 2), 5730-1970, ha esteso tale diritto anche ai figli e ai nipoti di un ebreo, al coniuge di un ebreo e ai coniugi dei suoi figli e nipoti.

Criteri religiosi, genealogici e politici si sovrappongono senza coincidere. La fede può essere assente. La pratica religiosa può non esistere. La lingua, la cultura e il rapporto concreto con la Palestina possono mancare completamente. È sufficiente un legame genealogico riconosciuto dallo Stato.

Un individuo nato a Roma, Parigi, New York o Mosca, che non abbia mai vissuto in Palestina, può acquisire un diritto privilegiato all’immigrazione in base alla propria ascendenza. Un palestinese nato nella terra dalla quale la sua famiglia è stata espulsa non possiede lo stesso diritto.

La genealogia stabilisce chi può tornare. La forza decide chi non può farlo.

Qui il razzismo politico assume forma giuridica. Non ha bisogno di teorie pseudoscientifiche sulla superiorità biologica. Gli basta distribuire diritti differenti in base all’origine. Stabilisce chi appartiene prima ancora di arrivare e chi resta estraneo anche quando è nato sul territorio. Trasforma la discendenza in accesso alla terra, alla cittadinanza e alla protezione dello Stato.

Il razzismo non è soltanto odio individuale. È una legge, una gerarchia, una forma della sovranità.

Il carattere etnico del sionismo emerge con particolare evidenza nella sua corrente apparentemente più progressista: il sionismo socialista.

kibbutzim, la proprietà collettiva, il lavoro comune e l’uguaglianza sociale sono stati celebrati come un grande esperimento rivoluzionario. La questione decisiva è sempre la stessa: uguaglianza per chi?

Il socialismo storico fonda la solidarietà sulla condizione di classe. Il lavoratore non è ebreo, arabo, tedesco o russo: è un lavoratore. Il sionismo socialista rovescia questo principio. Il suo obiettivo non è unire i lavoratori ebrei e arabi contro lo sfruttamento, ma costruire un’economia nazionale ebraica separata.

La politica della “conquista del lavoro” mira a sostituire la manodopera araba con quella ebraica. Il lavoratore palestinese non viene riconosciuto come compagno di classe, ma come ostacolo economico e demografico alla costruzione nazionale. Il lavoro deve essere ebraico. La terra deve essere ebraica. La produzione, le cooperative e le istituzioni devono essere ebraiche.

La solidarietà termina dove comincia l’appartenenza etnica.

“Proletari di tutto il mondo, unitevi” viene sostituito da “ebrei di tutto il mondo, riunitevi in Palestina”. Gli strumenti restano cooperativi; il fine è la costruzione di uno Stato esclusivo. Il socialismo diventa una tecnica di colonizzazione nazionale.

Il kibbutz non abbatte il confine. Lo organizza.

La stessa logica produce gerarchie all’interno della popolazione ebraica. Il modello sul quale viene edificato lo Stato è prevalentemente europeo, ashkenazita e secolare. Gli ebrei provenienti dai paesi arabi vengono sottoposti a processi di assimilazione, occidentalizzazione e cancellazione culturale. Le loro lingue e il loro rapporto storico con il mondo arabo contraddicono la narrazione sionista fondata sulla separazione assoluta tra ebrei e arabi.

Per diventare pienamente israeliani devono essere sottratti al contesto dal quale provengono. La loro identità deve essere rieducata. La loro memoria deve essere ricomposta secondo il racconto nazionale dominante.

Gli ebrei etiopi (falasha) vengono accolti attraverso dispositivi nei quali salvezza, sospetto genealogico, controllo religioso e discriminazione razziale convivono senza contraddizione. L’unità proclamata del popolo ebraico produce una classificazione interna fondata sull’origine, sul colore della pelle e sulla distanza dal modello europeo.

Ogni identità che si pretende naturale deve stabilire chi ne rappresenti la forma autentica. La genealogia promette unità; l’amministrazione produce gerarchie.

Israele si definisce uno Stato ebraico e democratico. La formula contiene la propria contraddizione.

Uno Stato democratico appartiene ai propri cittadini. Uno Stato etnico appartiene al gruppo del quale porta il nome. Quando i due principi entrano in conflitto, quello etnico prevale.

I cittadini palestinesi di Israele possiedono formalmente cittadinanza e diritto di voto, ma lo Stato nel quale vivono non si definisce come loro Stato. I suoi simboli, la sua politica migratoria, la sua memoria pubblica, la distribuzione della terra e il soggetto della sovranità rinviano a un’altra comunità, presentata come titolare originaria e permanente del paese.

La Legge fondamentale del 2018 “Israele – Stato-nazione del popolo ebraico” ha reso esplicita questa struttura, stabilendo, all’articolo 1, che l’esercizio del diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico.

Il cittadino palestinese vive nello Stato, ma non appartiene alla nazione sovrana. Può votare, ma il suo popolo non possiede un diritto equivalente a definire la natura dello Stato. La cittadinanza individuale viene separata dall’appartenenza nazionale. L’uguaglianza formale convive con una sovranità etnicamente riservata.

Questa struttura è un’etnocrazia. Lo Stato non appartiene in modo eguale a tutti coloro che vi abitano, ma in forma privilegiata a una comunità mondiale definita anche attraverso la discendenza. Gli altri sono cittadini subordinati, popolazioni occupate o profughi esclusi dal ritorno.

Il sionismo nacque come risposta alla persecuzione prodotta dal nazionalismo europeo. Gli ebrei erano stati definiti come un corpo estraneo, incapace di appartenere pienamente alle nazioni nelle quali viveva. Il sionismo rispose costruendo quel corpo come nazione territoriale.

Non distrusse il principio dello Stato etnico. Lo utilizzò.

La vittima del nazionalismo europeo assunse la forma politica del proprio persecutore: l’idea che ogni popolo debba possedere uno Stato, che ogni Stato debba appartenere a un popolo e che l’individuo sia anzitutto membro di una comunità ereditaria.

Per questo una parte dell’estrema destra contemporanea ammira Israele. Non ammira la storia ebraica, la cultura ebraica. Ammira lo Stato identitario, la militarizzazione permanente, la frontiera trasformata in destino, la priorità della maggioranza etnica, la subordinazione dell’uguaglianza alla sopravvivenza nazionale.

Ciò che fu usato contro gli ebrei viene celebrato quando è esercitato da uno Stato che si proclama ebraico.

Shlomo Sand ha mostrato come una storia religiosa e plurale sia stata trasformata nella biografia di un unico popolo. Il sionismo ha compiuto il passaggio successivo: ha trasformato quella biografia in sovranità, la sovranità in privilegio e il privilegio in ordinamento.

Il problema non è dunque soltanto se il popolo ebraico sia stato “inventato”. Tutti i popoli moderni, in forme differenti, lo sono stati. Il problema è ciò che questa invenzione autorizza.

Quando una genealogia costruita attribuisce diritti sulla terra, apre le frontiere a chi vive altrove e le chiude a chi è stato espulso, distingue il titolare della sovranità dall’abitante subordinato, l’invenzione nazionale cessa di essere memoria. Diventa potere.

Il sionismo laico non ha superato la teologia dell’elezione. L’ha resa politica. Ha trasformato il popolo eletto in nazione etnica, la promessa in diritto territoriale, la discendenza in privilegio giuridico, l’esilio in titolo di proprietà, il ritorno nell’espulsione di chi già abitava la terra.

Ha tolto YHWH dall’elezione, ma ha conservato gli eletti. È questo il suo paradosso moderno. Ed è precisamente qui che il paradosso diventa razzismo politico.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.

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