Le “incorreggibili”: Maria Fuxa, Janet Frame, Unica Zürn, voci letterarie uscite dalla memoria culturale collettiva, di Barbara Gramegna

Il mio interesse verso le sorti di donne particolarmente sensibili e creative incomprese, bandite, ristrette, contenute, discriminate in vari modi, fatte oggetto di torto, indirizza spesso le mie letture e mi porta a scoprire, non solo e a malincuore ancora troppe dolorose sorti comuni, ma anche, per fortuna, autrici non esattamente mainstream.

Si tratta di donne private della possibilità di “esistere” nel senso più ampio del termine, a cui è stata sottratta per varie ragioni la parola e che l’hanno conquistata o riconquistata scrivendo.

Si tratta di donne che hanno mostrato forme di inadeguatezza alle norme sociali della propria epoca, di esuberanza, di incapacità di assoggettamento al volerle unicamente madri e spose, di straripante fantasia e creatività, di profondità di sguardo per le quali, ritenute “sbagliate”, l’unico strumento di “correzione” è stato individuato nell’appiccicare loro delle diagnosi, spesso non suffragate da alcun esame oggettivo, e nel rinchiuderle in un ospedale psichiatrico.

Diverse di loro hanno condiviso l’esperienza della contenzione manicomiale per i motivi accennati, hanno però cercato di ricomporre la loro frammentazione, sia durante che in seguito a questa terribile esperienza proprio grazie alla loro urgenza espressiva, alla capacità di affidare alla penna la propria esondante carica emotiva.

Nel mio precedente contributo ho tratteggiato la figura di Mariella Mehr, che ha subito l’internamento in ben quattro diversi ospedali psichiatrici e nel carcere femminile di Hindelbank, nella Svizzera degli anni ’50-’60. (vedi contributo precedente)

Negli stessi anni una poeta italiana, Alda Merini, viveva in Italia, per altri motivi, la stessa esperienza. Ma Alda è diventata, suo malgrado, un’icona pop; di lei è stato scritto e detto così tanto sino a spettacolizzarne l’esperienza dolorosa ed è un esempio che porto intenzionalmente a contrappunto di quello che è accaduto alle autrici che desidero qui ricordare.

Si tratta di altre donne che hanno ricevuto, come Alda, proprio nel secolo dei primi passi verso l’emancipazione, dei primi assaggi di presa di parola e di partecipazione alla vita pubblica, il marchio di “inadatte”, di scomode, di strane, di “incorreggibili” appunto, ma senza mai acquistare la sua popolarità.

I fenomeni di sovraesposizione mediatica rischiano però anche di ridurre la complessità dell’opera alla biografia e/o a leggere la produzione letteraria come semplice testimonianza della patologia, o presunta tale. La costruzione di un personaggio pubblico conduce spesso a stereotipizzare e a considerare in maniera univoca la sua scrittura finendo per oscurarne il valore estetico, culturale e letterario.

L’ appropriazione della narrazione della sofferenza e la sua ridefinizione secondo logiche mediatiche non mette naturalmente in discussione la qualità dell’opera, ma la sua ricezione.

Per contro, in assenza di un discorso pubblico, succede invece che diversi autrici, che hanno condiviso l’esperienza della malattia psichica, reale o ipotizzata, vengano presto dimenticate.

Mi riferisco qui a Maria Fuxa, Janet Frame e Unica Zürn, autrici uscite dai radar della memoria, o forse mai entrate appieno. 

Sono donne che hanno avuto la forza di uscire, attraverso la scrittura, da un doloroso stato di inibizione della propria sensibilità e dei propri talenti a causa di una società incapace di riconoscere loro cifre di anticonformismo, di originalità, di creatività, senza dovere ricorrere a diagnosi psichiatriche e successive terapie violente e disumanizzanti.

Ermenegilda Maria Fuxa, nata ad Alia (Pa) il 12 dicembre del 1913, prima di tre gemelle, sopravviverà insieme alla sorella Nicoletta Ermelinda Maria.

Ermenegilda Maria viene dichiarata negli anni ’50 “incapace di intendere e volere” e internata permanentemente nell’Ospedale Psichiatrico “Pietro Pisani” di Palermo, ex Real Casa dei Matti.

Motivo? Una patologica disperazione e uno stato di prostrazione causato da un evento del tutto inaspettato: la sorella Nicoletta Ermelinda le sottrae il fidanzato.

Questo dolore profondo, l’umiliazione, anche agli occhi di una società che la vuole “accasata”, la conduce ad un tentativo di suicido e, con esso, ad una diagnosi di depressione e schizofrenia.

Ha così inizio un periodo di degenza lungo cinquant’anni, durante il quale Maria subisce e assiste a pratiche spesso disumanizzanti quali l’elettroshock, un trattamento applicato all’epoca nei manicomi senza anestesia e senza il consenso dei pazienti.

Nonostante le sofferenze, Maria scopre però nella scrittura uno strumento di riscatto e di denuncia sociale. I suoi pensieri trovano forma su fogli di carta velina che riesce a reperire negli spogli spazi manicomiali.

Sarà prevalentemente la poesia a dare voce al suo dolore, una poesia per lei taumaturgica, semplice nella forma per cui non c’è bisogno di adottare un apparato critico nel tentativo di analizzarla.

Maria è una donna colta, ma sola nel suo agire artistico, non può fare parte di cenacoli letterari con cui confrontarsi, insaziabile lettrice, ha una “fame” che le deriva da un’astinenza forzata dagli affetti, a lei doppiamente negati, prima dalla sorella e poi dal suo allontanamento dalla vita famigliare.

Nella sua autobiografia, “Nel silenzio della crisalide”, all’interno della raccolta di poesie “Paesaggi d’anima”, parla di sé stessa in terza persona con il nome di Esther e, come per Mariella Mehr (i cui alter ego si chiamano invece Silvia, Silvio e Silvana in“Silviasilviosilvana”), si tratta di personalità lacerate, che la società ha estromesso, alle quali non è stato permesso amare né essere amate.

La razione quotidiana di pillole colorate dovrebbe riuscire a quietare l’ansia  scrive nell’autobiografia- Invece di farla sentire sé stessa, di darle vigore e dignità, invece di aiutarla a capire cosa è avvenuto nel suo intimo, invece di tentare con lei di capire il senso di tante esperienze, la società ha saputo solo darle una “gabbia”. E ad ogni accenno di ribellione la risposta è sempre unica: medicine…

La prima raccolta di poesie esce nel 1980 e si intitola “Voce dei senza voce”, è infatti tra gli anni’ ‘70 e ‘80, superata la fase più dolorosa dei trattamenti, che Maria sperimenta la poesia come via di fuga dalla dura realtà di confinata, anche se suoi scritti risalgono anche ad anni precedenti.

Vedo intorno a me disfarsi/il mondo. Mi resti ancora/tu, dolce poesia, come fresca/sorgiva in torrido deserto./In te ritrovo il mio io/autentico e puro. Per me/sei scintilla di vita/e luce armoniosa…/Con te respiro;/in te scopro un senso/alla mia perduta vita,/per te mi ritrovo amore.

Il messaggio è chiaro, non abbiamo bisogno di cercare significati nascosti, allusioni, non ci sono metafore, ma similitudini: poesia come acqua nel deserto, poesia come luce, poesia come veicolo di salvezza e di riappropriazione di una vita “rubata”.

Maria pubblica i suoi versi nel periodo in cui il dibattito sull’utilità del dispositivo manicomiale è al culmine; Franco Basaglia (psichiatra veneto, divenuto direttore, nel 1961, dell’Ospedale Psichiatrico di Gorizia) è protagonista indiscusso ed è a lui che si deve la famosa Legge 180 del 13 maggio 1978, apripista in Italia per un nuovo concetto di cura e di assistenza alla salute mentale.

L’ospedale “Pisani” in cui è ricoverata Maria rimane però attivo fino al 1998 e a lei, ormai anziana, rimarranno poi solo una manciata di anni da vivere fuori da quella che era diventata, suo malgrado, casa; si spegne infatti nel 2004 lasciando più di 3000 pagine manoscritte.

Maria ha potuto godere di diversi riconoscimenti letterari, ma di notorietà temporalmente e geograficamente piuttosto limitata.

Le sue opere sono state pubblicate grazie all’Accademia Siciliana Letteratura ed Arti, non si reperiscono nei normali circuiti.

Anche Janet Frame nasce in un’isola, della Nuova Zelanda però, a Dunedin nel 1924.

Janet Frame è la figura che meglio rientra nell’idea di equazione fra scrittura e resilienza, ma la cui opera è uscita ormai da decenni dalla divulgazione culturale (se non in Nuova Zelanda), dopo avere goduto di una fama internazionale, sebbene di nicchia, soprattutto grazie al film “Un angelo alla mia tavola” (1990) di Jane Campion, Leone d’Argento alla Mostra del Cinema di Venezia, che conserva il titolo dell’opera originale di Janet, sua corposa autobiografia.

Il seme della poesia è in lei sin da bambina, da ogni oggetto al suo intorno sgorgano immagini, parole. La madre la sostiene e vede nella figlia lo stesso suo anelito, troppo scomodo per quel luogo e per quell’epoca: l’amore per la parola, per la suggestione evocativa delle cose, la voglia e l’urgenza di esprimersi liberamente.

La famiglia di Janet attraversa dolori profondi, lutti, e lei, appena entra ufficialmente in società con la frequenza della scuola, risulta in tutta la sua sorprendente originalità di rappresentazione e di pensiero. Viene derisa perché povera, additata perché sorella di un bambino con presunti attacchi epilettici, probabilmente autistico, esclusa dai giochi. 

Ma il suo mondo è al contempo popolato di storie, canzoni, racconti, fantasiose “avventure”.

Janet è ammaliata dalle parole, dai loro suoni, crea soprannomi, è affascinata dai fiori, dalle piante, dagli uccellini.

La bambina Janet legge, legge e scrive, scrive. Qualche adulto meno giudicante ne intravede il potenziale, la sprona; il padre stesso, sebbene più rustico, e la madre, comunque, più immaginifica e creativa, paiono orgogliosi dei suoi buoni risultati scolastici, anche se le urgenze familiari sono di ordine economico e logistico e queste faranno sentire Janet sempre inadeguata.

I buoni risultati scolastici e la predisposizione per “la parola” convincono i genitori di farla proseguire negli studi per farla diventare maestra. Janet non è esattamente dello stesso parere.

Credono che diventerò un’insegnante, ma io diventerò una poeta.

Fino ai suoi vent’anni trascorre un’infanzia e un’adolescenza in cui tutto ciò che legge, ascolta o carpisce da altri, si trasforma, le genera curiosità, le sollecita immaginazione, voglia di sapere.

Gli oggetti più comuni sono carichi per lei di un fortissimo valore simbolico: una corda dei giochi da cui veniva esclusa, un primo libro vero, il taccuino delle ferrovie regalatole dal padre.  

La sua testa è popolata da immagini, associazioni, un fermento continuo, incomprensibile ovviamente ai più, un universo parallelo.

Il confronto con l’esterno è però spesso motivo di preoccupazione, la sensazione di non appartenenza, di lontananza da tutto e da tutti.

Il raggiungimento della maggior età, (21 anni all’epoca) le ricorda di fare parte in qualche modo del mondo. Ma quel momento ineludibile la vede anche chiamata a contegni, atteggiamenti e un ruolo non sentiti.

Avevo tessuto con tanta cura e con una trama così fitta la mia apparenza di “studentessa tranquilla che non dava alcun disturbo, sempre pronta a sorridere, sempre felice”, che neppure io sarei riuscita a lacerare la tela di quel mio inganno.

La frattura fra il sé interiore e il sé pubblico diventa sempre più lacerante e, ben presto, Janet matura pensieri suicidari a cui segue un tentativo un po’ goffo attraverso l’assunzione di aspirine.

Questo episodio inaugura un tragico capitolo che la conduce poco più tardi ad una pesantissima diagnosi di schizofrenia con conseguente internamento al Seacliff Lunatic Asylum con conseguente annullamento del suo essere.

La vita all’interno dell’ospedale viene descritta da Janet come un luogo in cui i pazienti “non avevano alcuna identità esterna, legale o personale; nessun vestito proprio da indossare […] molti non avevano neppure un nome, solo soprannomi, nessun passato, nessun futuro, solo un Adesso di reclusione, un’eterna Isola del Presente senza orizzonti che la accompagnassero, senza appoggi né appigli, e perfino senza il suo cielo mutevole.

Janet subisce così oltre 200 trattamenti di elettroshock, “la cura elettrica” la chiama lei, da cui esce ogni volta più devastata.

Janet Frame condivide con Mariella Mehr una fra le diagnosi probabilmente meno sostenute da evidenze scientifiche e frutto di pregiudizio, di paura del diverso, di resa della società di fronte all’inconsueto: condotte inappropriate e non conformi vanno corrette, con ogni mezzo!

Sapevo di essere timida, timorosa, ancora di più dopo avere trascorso sei settimane in ospedale e avere visto quello che avevo visto intorno a me, sapevo di vivere assorta nel mondo dell’immaginazione, ma sapevo anche di essere totalmente presente nel mondo “reale” e qualsiasi ombra incombesse su di me, incombeva solo nelle parole del certificato medico.

La diagnosi diventa però la persona e la persona si riduce ad una diagnosi.

Libri e scrittura, dolore per le vicende familiari (il fratello malato, due sorelle morte per annegamento) – la morte è una drammatica apoteosi dell’assenza – accompagnano Janet.

Il suo primo libro è “The lagoon and other stories” (1952). Le degenze in ospedale e qualche breve periodo di libertà si susseguono fino al 1954.

Il successo letterario di questi racconti e l’arrivo dalla Scozia di un nuovo medico nella struttura in cui è internata impediscono il già programmato intervento di lobotomia, individuato come unica “soluzione” alla sua schizofrenia.

Ricordiamo che la lobotomia avveniva attraverso barbare pratiche chirurgiche per andare a rimuovere la sostanza bianca presente nei lobi frontali e interrompere le connessioni nervose in arrivo a e in partenza dalla corteccia cerebrale, in posizione frontale.

Dopo nove anni, più o meno continuativi di internamento, Janet torna a casa e trova impiego come cameriera in un albergo. 

Dopo essere stata ed essermi sentita un niente, un nessuno, costretta in una continua condizione di sottomissione fisica ed emotiva, avevo l’impressione che il mondo mi avrebbe sommerso e inghiottito, mentre a me non sarebbe rimasto che accettare e agire secondo i consigli e gli ordini degli altri a causa dell’abituale paura che era cresciuta in me all’ospedale.

Ma le sue opere non passano inosservate a Frank Sargeson, uno scrittore, che le offre un sostegno e grazie al quale, inizia per Janet una nuova vita fatta di soggiorni all’estero, di esperienze, di incontri. 

Numerosi i riconoscimenti letterari, fino quasi al Premio Nobel, a cui è candidata per ben due volte, senza però riuscire ad ottenerlo.

Gli scritti che Janet Frame ci lascia sono molti; le versioni in italiano: “La leggenda del fiore della memoria”, “La laguna e altre storie”, “Giardini profumati per i ciechi”, “Un angelo alla mia tavola”, “Vivere nel Maniototo”, “Dentro il muro”, “Gridano i gufi”, “Verso un’altra estate”, “Volti nell’acqua”, “Parleranno le tempeste”.

Janet muore, curiosamente, nello stesso anno di Maria Fuxa, nel 2004 nella sua Dunedin.

Un angelo alla mia tavola” , definito dal Times Literary Supplement una delle più grandi biografie del Novecento risulta nell’edizione italiana di Neri Pozza del 2010 attualmente non disponibile, quella di Einaudi del 1997 si reperisce solo da pusher.

Unica Zürn nasce a Berlino nel 1916 in una famiglia dell’alta borghesia, ma la separazione dei suoi genitori prima e la sua stessa da un marito a cui la legge affida i due figli, la segnano profondamente. 

Anche per Unica la propensione alla scrittura è evidente sin da giovane. 

Scrive inizialmente racconti brevi, drammi radiofonici e si avvicina sempre più ai circoli artistici berlinesi; nel 1953, dopo avere conosciuto Hans Bellmer (pittore, scultore, fotografo) lascia la Germania per la Francia, dove abbraccia il Surrealismo entrando in contatto con André Breton, Hans Arp, Man Ray und Marcel Duchamp.

Unica Zürn è una delle figure più originali del surrealismo del secondo Novecento, insieme alla più conosciuta Leonora Carrington (ricordiamo la recente mostra a lei dedicata a Palazzo Reale a Milano); è capace di fondere scrittura, disegno, pensiero critico e sperimentazione linguistica in un’unica ricerca sull’identità e sull’inconscio.

Ne adotta il principio dell’”automatismo psichico”, ovvero il lasciare emergere immagini e parole senza il controllo della razionalità. Per Unica Zürn questo coincide sempre più con un’esperienza esistenziale, segnata dall’alterazione della percezione e dalle crisi psicotiche, che la conducono poi al ricovero in diverse cliniche psichiatriche in Francia (fra il 1961 e il 1963 a Parigi all’Hôpital Sainte-Anne e dal1965 a più riprese fino al 1970 all’Hôpital de Maison-Blanche di Neully-sur-Marne).

È ossessionata da cifre (dal numero 8 ad esempio, sia in verticale che nella sua rappresentazione orizzontale dell’infinito), monogrammi, titoli, parole.

Una tragedia produttiva la sua vita, così l’ha definita qualcuno, in cui metodo e follia convivono.

Nel romanzo autobiografico “Der Mann im Jasmin”1977 (in italiano “L’uomo nel gelsomino”, 1980) racconta dall’interno la schizofrenia, i ricoveri e il rapporto tra immaginazione e follia. 

Entrambi sono difficilmente reperibili.

La scrittura diventa un tentativo di dare forma a un’esperienza che rischia continuamente di dissolvere il sé.

La frammentazione interiore si rispecchia nella sua pratica linguistica degli anagrammi, solo in parte un esercizio, quello di scomporre e ricomporre parole con il loro significante, ma anche il loro significato, o meglio ciò che per convenzione si attribuisce loro.

La scomposizione e ricomposizione di parole input o di frasi input si rivela come una vera ars combinatoria, che Unica Zürn esercita con metodo e le consente di scoprire nuove verità.

Non disponiamo di traduzione italiana dei suoi anagrammi,ma la sua maestria è forse in qualche modo percepibile anche attraverso una lettura guidata: 

Ich weiß nicht, wie man Liebe macht (frase di partenza) / Wie ich weiss, ‘macht‘ man die Liebe nicht. / Sie weint bei einem Wachslicht im Dach. / Ach sie waechst im Lichten, im Winde bei / Nacht. Sie wacht im weichen Bilde, im Eis / des Niemals, im Bitten: wache, wie ich. Ich / weiss, wie ich macht man die Liebe nicht.

Le prime due frasi paiono conseguenti, plausibili: Non so come si fa l’amore/Per quanto ne so, l’amore non si fa, ma la proteica natura della lingua tedesca le permette poi di comporre sovversivamente nuove frasi in altro ordine e nuove parole in un puzzle generativo di immagini poetiche e di una nuova semantica con il soggetto alla terza persona: Sie weint bei einem Wachslicht im Dach – Lei piange sul tetto (im Dachalla luce di una candela (bei einem Wachslicht). “Wachs” significa cera, ma è metonimia per “candela”, oppure potrebbe essere una “luce crescente”, dal verbo “wachsen”, per analogia con il termine der “Wachsmond”, “luna crescente”. Infatti, poi troviamo il verbo “wachsen”, cresce nella luce (waechst im Lichten), nel vento (im Windedi notte” (bei Nacht). Poi ilverbo “wachsen”, crescere, diventa “wachen” e il soggetto ora veglia in un’immagine che è “weich”, tenue, sfumata, sfuocata o forse mossa (wacht im weichen Bilde), (veglia) nel ghiaccio (im Eis), del Mai (des Niemals), nell’Implorare/nella Supplica (im Bitten) e si ritorna infine, allitterando e utilizzando un esortativo “wache” -veglia, indirizzato ad una presunta altra da sé, alla prima persona “wie ich” – come me. 

L’epilogo-presa di coscienza chiude con circolarità il componimento anagrammatico: Ich / weiss, wie ich macht man die Liebe nicht.

In italiano si ottiene in traduzione un effetto minore e si perde il gusto delle assonanze, delle allitterazioni, ma si può sentire risuonare il mondo interiore di Unica.

Non so come si fa l’amore/Per quanto ne so, l’amore non si “fa”./Lei piange sul tetto alla luce di una candela/Ah, cresce nella luce, nel vento, di/notte. Veglia nell’immagine sfumata, nel ghiaccio/del mai, nella supplica: veglia, come me. Io/ come me, so, (che) l’amore non si fa.

Ci troviamo di fronte ad una vera pirotecnia linguistica!

La forma dell’anagramma è stata in letteratura considerata poco più che un divertissement barocco per alleviare la noia della vita di corte, ma Unica Zürn dimostra con la capacità manipolativa della sua lingua di sapere andare oltre.

In questi anagrammi poetici si manifesta, così come rilevato in Mariella Mehr e Janet Frame, la necessità di osservarsi da fuori – perché il dentro comprime e fa esplodere – di affidare ad una terza persona la propria esistenza narrativa.

Unica, un nome bizzarramente antifrastico, se si pensa alla diagnosi ricevuta di “schizofrenia paranoide”, un quadro clinico pesante che si declina in molti comportamenti tutti col comune denominatore della perdita di contatto con la realtà.

La sua produzione, ricca di disegni, liriche, racconti, un romanzo, è stata per lo più dimenticata, insieme alla sua storia, anche dal suo stesso Paese.

Ah, l’anagramma del suo nome, come proposto dal poeta rumeno Oskar Pastior, risulta in francese azur in nuce… curioso, il colore che secondo la cromoterapia favorisce proprio introspezione ed equilibrio, quello che le donne conosciute in questo percorso faticavano a trovare.

Sebbene Mariella Mehr, Maria Fuxa, Janet Frame e Unica Zürn attribuiscano alla scrittura funzioni differenti – denuncia, sopravvivenza, rivendicazione della propria umanità, esplorazione dell’interiorità –, per tutte loro essa rappresenta uno strumento di resistenza all’annientamento. 

La scrittura diventa il luogo in cui trauma, esclusione e sofferenza psichica sono stati trasformati in una occasione di riscatto del soggetto mettendo in discussione le forme di violenza, istituzionale, sociale o interiore, che ne hanno minacciato l’identità dando loro una voce e la possibilità di lasciare una traccia.

Forse attraverso un nuovo interesse verso le loro storie e le loro opere è possibile scostare il velo dell’oblio che è calato su di loro.

Sito – e bibliografia

Maria Fuxa

Fuxa, M., (1980), Voce dei senza voce, ASLA, Palermo;

Fuxa, M., (1990), Paesaggi d’anima, ASLA, Palermo;

Lentini, M.T., (2019), La voce della crisalide, Mohicani Edizioni, Palermo.

Janet Frame

Frame, J., (2010), Un angelo alla mia tavola, Neri Pozza, Milano;

https://www.doppiozero.com/janet-frame-la-vita-negli-oggetti;

https://www.larivistaintelligente.it/polaroid-janet-frame/anna-toscano/;

https://www.nazioneindiana.com/2024/08/28/per-un-ritorno-dei-libri-di-janet-frame-cento-di-questi-anniversari/;

https://www.artisorelle.com/post/l-oscura-primavera-di-unica-z%C3%BCrn.

Unica Zürn

Zürn, U., (1988), Gesamtausgabe – Anagramme: Bd. 1, Brinkmann U. Bose, Berlin;

Deutschlandfunk Archiv  2008: https://www.deutschlandfunk.de/satt-irrt-der-spassgeist-100.html;

Deutschlandfunk Kultur 2020: https://www.deutschlandfunkkultur.de/50-todestag-der-surrealistin-unica-zuern-einzigartig-und-100.html.

France Culture 2007: https://youtu.be/20vHDQaQQY8?si=aHhIrYOEFNF2lxd-

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

Spesso canta il lupo nel mio sangue – scrivere per vivere: Mariella Mehr e il dramma del popolo Jenisch, di Barbara Gramegna

Approcciai diversi anni fa la scrittura di Mariella Mehr e di lei mi restò forte la metafora del lupo, titolo ad esempio di una sua raccolta di poesia, Das Sternbild des Wolfes (“La costellazione del lupo”, opera però non tradotta in italiano) e utilizzata in diversi passaggi dei suoi versi, come:

[…] Lo ha imparato dai lupi che non c’è pietà dove scorre il sangue. (“Labambina”, 2019, a cura di Anna Ruchat, Fandango Libri)

[…] Spesso canta il lupo nel mio sangue/e allora l’anima mia si apre/in una lingua straniera.//Luce, dico allora, luce di lupo,/dico, e che non venga nessuno/a tagliarmi i capelli. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, a cura di Anna Ruchat, Einaudi)

Lasciai che il testo mi parlasse, così che l’immediato sentire non venisse influenzato da un apparato informativo intorno alla biografia dell’autrice.

La associai immediatamente al testo-culto “Donne che corrono coi lupi” di Clarissa Pinkola Estés, in cui l’archetipo del lupo viene impiegato come veicolo di comprensione del femminile: un’immagine di forza interiore, protezione e intelligenza, di inequivocabile fascinazione; un’immagine che richiama la saggezza intuitiva e la capacità di camminare da soli, in libertà, ma anche la lealtà verso il branco e la ferina brutalità, qualora una minaccia lo richieda.

Lessi i versi come scritti da una donna per tutte, con richiami ancestrali alla capacità delle donne di diventare, per necessità, altro da sé, per cui il potere della parola, pur se in altra circostanza e in altra lingua, rimane come alternativa ad un silenzio ancora più insopportabile. [1]

Vi scorsi l’universalità legata, ad esempio, alla simbologia dei capelli, il cui taglio ha rappresentato, nella storia e nelle diverse culture, un momento di violenza, di umiliazione, se operato da altri, di sacrificio, se agito su di sé e che ha sancito, e sancisce comunque, anche tutt’oggi un cambiamento, non solo di ordine estetico.

La ricerca della luce, come fortissima carica simbolica e richiamo inevitabile alle parole attribuite a Goethe in punto di morte: “Mehr Licht!”, più luce, appunto, quale anelito forse e ultimo desiderio di chi ancora non ha perso la speranza di qualcosa di meglio.

Per Mariella, nella sua inesauribile capacità di ricomporre le parole, si tratta di una “luce di lupo”, Wolfslicht, una sua invenzione linguistica, un gioco con la proteiforme lingua tedesca, che consente la composizione di infiniti nuovi sostantivi da due, tre, quattro, cinque già singolarmente esistenti e di senso compiuto.

Lessi quindi questa “luce di lupo” come una capacità di rinascita insita nella natura zoomorfa di Mariella, in quella forza che si può ritrovare, anche dove tutte le risorse parrebbero ormai esaurite.

Trovo alcune assonanze, in una sorta di ideale sorellanza, in Goliarda Sapienza: 

Non sapevo che il buio/non è nero/che il giorno/non è bianco/che la luce/acceca/e il fermarsi/è correre/ancora/di più. (da “Ancestrale”, 2013, La Vita Felice)

Gli ossimori, le soglie, le linee di demarcazione fra vivere e morire, provare a vivere o arrendersi alla sopravvivenza, mi paiono rilevanti analogie.

Ritorno oggi a Mariella Mehr e, per diverse ragioni, la leggo indagando anche la sua vicenda umana, la sua origine Jenisch e l’ignobile operazione “Kinder der Landstrasse”, messa in atto dal governo svizzero a partire dal 1926 per circa cinquant’anni con l’intento, se non di eliminare, di indebolire in maniera determinante l’etnia Jenisch, un popolo nomade di probabile origine celtica sparso per diversi paesi europei, soprattutto tedescofoni.

Mariella nasce a Zurigo nel 1947 in una nazione che per la maggior parte di noi viene stereotipizzata in contenitore ordinato, asettico e, per questo, che si difende da pericolose contaminazioni, se non di carattere finanziario.

Emblematici a proposito di luoghi comuni sulla Svizzera gli ironici versi della canzone “Angeli” di Lucio Dalla: 

[…] Ci sono tante banche, serve un samba, una strega, una fattura/Le tre di notte non so dove sputare/È così pulito che non si può sporcare […]

Una guardia o un generale, non si capisce bene/Mi guarda male butto via la cicca e quello sviene/Sta per farmi la morale ma mi faccio perdonare/Perché raccolgo la cicca appena accesa/La metto in tasca e comincio a fischiare […]

Mariella e la sua famiglia sono cittadini svizzeri, ma nomadi, e questo non li risparmia dal rientrare in quella che Alfred Siegfried identifica come patologia:

Il nomadismo, come la maggior parte delle malattie ereditarie, viene trasmesso principalmente dalle donne, chi vuole vincere sugli Jenisch deve spezzare i legami famigliari. Non esiste altro modo.

Queste sono le sue parole da medico, docente e fondatore dell’Opera Pro Juventute, una società filantropica dietro cui si nasconde un movimento antitziganista responsabile della ideazione e della gestione in Svizzera, dal 1926, appunto, al 1973, del programma “Kinder der Landstrasse”. 

Attraverso questo sistema vengono strappati alle loro famiglie circa 700 bambini Jenisch, rinchiusi in orfanatrofi o consegnati a famiglie affidatarie, operando la sterilizzazione delle donne, inviandole a istituti psichiatrici o in prigione, isolando gli uomini in carcere, nel tentativo di eliminare la cultura zingara in nome del miglioramento della società locale.

La Svizzera aveva, a dire il vero, manifestato ben prima la sua insofferenza alla presenza degli Jenisch. Già nel 1825, viene attestato il fatto che a Lucerna un gruppo di Jenisch fu processato per crimini contro la società. Furono comminate loro pene detentive, sottratti i figli con l’intenzione di spezzare i legami familiari e contrastare la cultura, la lingua e i modi di vita di una comunità che non rifletteva gli ideali d’ordine di quel Paese soprattutto a quell’epoca. Essere cittadini svizzeri non proteggeva infatti gli Jenisch dal disprezzo e dall’ostilità. A occuparsi di loro, fino agli anni ’20 del ‘900 sono stati i Comuni e i Cantoni.

Ma dal momento in cui, anche in Svizzera, spirano più forti i venti della cultura eugenetica, si pensa in maniera più organizzata e sistematica alla “soluzione” del problema nomadismo a livello nazionale.

La vicenda umana di Mariella Mehr e della sua famiglia rimane irrimediabilmente segnata dal programma “Kinder der Landstrasse”, che la strappa già dalla nascita alla madre venendo assegnata,  ancora neonata, ad una coppia di genitori affidatari.

Il rischio di morire soffocata con il suo stesso cordone ombelicale dalla madre naturale in pieno delirio schizofrenico a poche ore dal parto offrì un’ulteriore indiscutibile motivazione a privarla del contatto con i genitori naturali.

Incapace di parlare fino ai cinque anni a causa dei traumi subiti, priva di qualunque tipo di affetto, senza una vera figura protettiva, è alla costante ricerca di qualche riferimento. 

Il rapporto difficile e l’assenza di comunicazione con il padre e la madre adottivi costituiscono un grande ostacolo alla sua apertura verso il mondo e alla coscienza di sé, segnando in modo indelebile la sua infanzia e pregiudicando il suo futuro. 

Riconosciuta come estranea nel paese in cui si ritrova suo malgrado a vivere, da lei denominato, non a caso, “Zero”, viene trattata con sospetto e diffidenza. 

La provenienza etnica Jenisch, associata a inaccettabili costumi e condotte di vita, la portano a essere considerata come un essere inferiore, immeritevole di affetto e di qualsivoglia tipo di considerazione. Trascorre così i suoi primi vent’anni tra istituti e cliniche psichiatriche con lo scopo di essere studiata come caso scientifico al fine di estirpare la “follia” tramandatale dalla madre.

L’assenza di protezione la lascia in balia di tutori e medici, i quali non si sono fatti scrupolo, nel corso degli anni, di approfittare di una bambina indifesa, prima, e di una ragazza indegna di rispetto, poi. 

Niente,/nessun luogo.//C’è ancora rumore di sventura nella testa,/e sulla mappa del cielo/io non sono presente.//Mai è stata primavera,/sussurrano le voci di cenere, /sulla bilancia del linguaggio/sono una parola senza peso/e trafiggo il tempo/con occhi armati.//Futuro?/Non assolve/me, nata sghemba./Vieni, dice,/la morte è un ciglio/sulla palpebra della luce. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, Einaudi)

I continui abusi, le violenze sessuali, gli inganni e i soprusi hanno fatto precipitare Mariella in una crisi schizofrenica, rendendo la sua realtà ancora più complicata e difficile da accettare.

Trattata come un soggetto pericoloso, come “caso incurabile”, viene sottoposta a trattamenti inumani e a elettroshock.

Non ancora diciottenne Mariella diviene madre e, per la seconda volta, la storia si ripete: le viene sottratto il figlio e affidato a terzi, lei internata a Hindelbank, un carcere femminile. 

A dolore si aggiunge dolore: la lacerazione per l’allontanamento del figlioletto e la contenzione per 19 mesi. All’uscita dal carcere nessun paracadute, nessuna sponda: la disperazione e il rifugio nell’alcol, l’unico antidoto sin dalla prima adolescenza.

Le ci vorranno diversi anni per risalire la china e mettere a frutto la sua curiosità per le parole, per la lettura, vorace, praticata da ragazzina nei pochi mesi di frequenza scolastica e successivamente in autonomia.

A partire dal 1975, raggiunta l’età adulta, Mariella traduce soprusi e sofferenze in scrittura, prima come giornalista, poi come autrice di opere di denuncia, spettacoli teatrali e quindi di poesie e romanzi.

Le sue opere contengono potenziali soggetti cinematografici, i luoghi che l’hanno vista contenuta, umiliata e più volte confinata sono ad esempio gli scenari, pur in un libero adattamento, proposti da Valentina Pedicini nel film del 2017 “Dove cadono le ombre”, una pellicola cupa e di impatto che ci consegna forse solo in misura minore una rappresentazione di quel dolore che Mariella Mehr deve avere provato.

Opere come “Steinzeit” del 1981 (“Silviasilviosilvana”), la sua autobiografia, “Daskind” del 1995 (“Labambina”) e tra le sue più celebri raccolte di poesia, “Nachrichten aus dem Exil” del 1998 (“Notizie dall’esilio”) sono solo alcuni esempi della sua produzione letteraria. 

La sua lingua è un flusso magmatico che non risponde a regole sintattiche, è lava incandescente che travolge e si riversa sul lettore e l’orrore vibra in ogni parola: l’orrore dei trattamenti chimici, delle sevizie, degli esperimenti, delle punizioni.

[…] silvia si vergogna, umiliata, irata, intimidita, buttata là davanti a venti paia di occhi inquisitori: sei come tua madre silvia, sei pazza, pazza come quel mostro che ti ha messo al mondo. sei pazza silvia, perduta in una follia che tu stessa non comprendi. Credilo silvia, finalmente, credi a loro, agli dèi bianchi, credili. tu sei colpevole, silvia, colpevole di essere pazza come tua madre. non puoi sfuggire al tuo essere pazza, ti murano nella tua follia, silvia […] (da “Silviasilviosilvana”, 1995, Aiep Editore, San Marino)

Silvia è l’alter ego di Mariella bambina, Silvio è il suo trasgredire, che si declina al maschile – l’alcol, l’oblio – e Silvana è Mariella quasi adulta; una tripartizione che non rende ancora pienamente giustizia alla frammentazione che il suo io ha dovuto subire per anni.

La prosa di Mariella Mehr è bisturi, selce tagliente; la sua poesia cerca invece una luce di rinascita, ma è ferita ancora aperta, i cui lembi sono crinali fra tenebre e radura.

Una ferita che ci richiama un’altra grande figura della poesia del ´900, Alda Merini: stessa sorte di internamento in età giovanile, di allontanamento dalla prole, analoga sensibilità e capacità di utilizzare le parole come armi. Anche Alda Merini denuncia e accusa le società che vedono nella diversità un pericolo, una minaccia (vedi “L’altra verità. Diario di una diversa” del 1986).

Le denunce di Mariella Mehr trovano pubblicamente un epilogo in due momenti:

  • la chiusura nel 1987 della causa legale intentata contro il governo svizzero dall’associazione confondata da Mariella per la tutela del popolo Jenisch, a cui Mariella può assistere;
  • Il 19 febbraio 2025, quando il Consiglio federale svizzero riconosce come crimini contro l’umanità le passate persecuzioni subite dalle popolazioni nomadi, di cui Mariella non verrà mai a conoscenza perché scomparsa nel 2022.

Mariella aveva forse presagito una possibilità di riscatto quando ha sentito di dovere consegnare alla parola il compito taumaturgico di tenere sempre traccia della ferita, sua e di tutti i “soccombenti”, per poterla un giorno vedere guarita.

Stiamo separati di fronte al mondo,/ognuno incatenato alla sua ora,/i nostri cani vanno a toccare un ieri, quante volte e senza conseguenze?//Nebbia avvolge quel laggiù privo di sponde/nebbia si appoggia sulla mia spalla,/diventa pesante, più pesante, diventa pietra.//C’è una sola parola captata origliando/che voglio cavare fuori e conservare,/perché resti indietro una ferita aperta,/a mia consolazione, una via nel domani. //Bastava la speranza? Allora sperate con me,/tutti voi soccombenti.//Spera anche tu,/mio cuore,/un’ultima volta. (da “Ognuno incatenato alla sua ora”, 2014, Einaudi)

Mariella ci lascia nel 2022, la sua opera in italiano è curata dall’ottima Anna Ruchat.


[1]Ricordo a questo proposito, pur con i debiti distinguo, quanto considerato a proposito di Forough Farrokhzad in https://ilrandagiorivista.com/2026/03/19/resistere-attraverso-la-poesia-forough-farrokhzad-teheran-1934-1967-di-barbara-gramegna/

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

(R)esistere attraverso la poesia: Forough Farrokhzad (Teheran, 1934 – 1967), di Barbara Gramegna

Proseguendo in un percorso ideale intorno alla poesia che si genera e alimenta nel e dell’esilio (vedi La mia scoperta di Nina Cassian), nella e della distanza, nella e della militanza – ma anche per e della resistenza – aprirò qui una finestra su una testimonianza di poesia persiana contemporanea della diaspora, con un precedente breve accenno all’opera ancora troppo poco conosciuta della troppo precocemente mancata Forough Farrokhzad (Teheran1934 – Teheran1967).

Mi riferirò infatti ad una raccolta curata da Rossella Renzi e Claudia Valsania dal titolo “Sia manifesta la tua voce – Forme di resistenza nella poesia persiana” uscita per Argolibri nel 2024 e presentata in diverse città d’Italia, fra le quali Bolzano, dove ho potuto partecipare personalmente.

Per il mio avvicinamento alla poesia persiana in generale devo e desidero ringraziare la “nutriente” frequentazione di una poeta e traduttrice persiana residente in Italia da quasi quarant’anni, presente nella suddetta raccolta con tre componimenti (“La forza della donna”, “Il coraggio”, “L’incertezza della libertà”), Nina Sadeghi.

Grazie a questa amica e a diverse occasioni che ci hanno visto collaborare in eventi culturali, sono entrata con curiosità, ma in punta di piedi, nella sua produzione poetica.

Sulle prime “leggo” i suoi versi da donna occidentale e ne colgo quindi un messaggio che, mi rendo conto solo successivamente, essere parziale e distorto. Pur apprezzandone globalmente le immagini, la simbologia e la forza espressiva, intuisco che mi mancano degli elementi per poterla apprezzare appieno e per riconoscere nei suoi versi la forte eco di una tradizione a me pressoché sconosciuta.

Da “La città dei sogni”: […] Nella mia città/piovono le mie credenze/sui corpi addormentati dei fiori/il giardino/prende una nuova freschezza/e la voce/nella gola della poetessa/trova la sua strada. (“Poetessa è femmina” di Nina Sadeghi, Galassia Arte, 2014, Roma). 

Individuo qui, infatti, la necessità di sottolineare come la forza generatrice della poesia riesca a farsi largo anche in spazi angusti e bui (la gola), e di come la poetessa trovi la sua voce, il suo sfogo, nonostante una paralisi dello scenario circostante (corpi addormentati dei fiori). Si tratta di allusioni sufficientemente forti alla necessità di “linfa vitale”, rimanendo nella metafora del giardino.

Il privilegio di potere però dialogare con lei mi consente di capire quali nuclei del suo poetare si rifacciano al misticismo sufi delle origini, e cosa, invece, la assimili preferibilmente alla poesia persiana moderna, sia nella forma che nelle tematiche (l’attualità politica e sociale, la condizione della donna, la riflessione sulla libertà ecc.): mi si traccia quindi un arco ideale che dalla poesia del XII secolo (quella di Rumi ad esempio) arriva ad un passato più recente sino ai giorni nostri.

Da “Un’altra Forough Farrokhzad” […] Tra le mie dita sono fiorite rose rosse/rosse/Ho portato lui/Nel giardino delle rose rosse/E sui petali di rose/Ho finalmente dormito con lui […] (ibidem)

Qui il legame con la tradizione è ancora più evidente; la simbologia della rosa e del giardino sono infatti topoi che ricorrono nella poesia persiana classica: la rosa (gol) e il giardino (bāgh o golestān) sono parte centrale di una serie di metafore che fonde e confonde amore terreno, bellezza estetica e profondo misticismo sufi. La natura è scenario e mezzo per elevare lo spirito.

L’esplicita dedica di questa poesia a Forough Farrokhzad mi invoglia però a prendere in mano i testi di questa poeta e artista del XX secolo.

Forough Farrokhzad vive poco, ma lascia una traccia indelebile nella vita culturale, artistica e politica dell’Iran e non solo quello degli anni ’50 e ’60; è una donna che può studiare, ma la sua vita familiare è scandita da codici e tradizione, in cui lei non decide nulla. La sua unica certezza è che la poesia sarà il suo veicolo di (r)esistenza alla condizione che le hanno imposto: quello di sposa e di madre.

Negli anni in cui vive Forough l’Iran assiste infatti ad una forte ingerenza americana, che causa la deposizione del primo ministro Mohammad Mossadeq e l’introduzione di un governo filo-occidentale, che avvia, attraverso una serie di riforme, un processo di modernizzazione, da un lato, ma che, per altri versi, mantiene inalterati le logiche di potere e il patriarcato.

Per ciò che riguarda la condizione della donna i messaggi lanciati dal governo di quegli anni sono dissonanti: dismissione del velo, ma divieto di voto, possibilità di accedere agli studi universitari ma conservazione dei privilegi maschili in ogni sede.  

Forough utilizza così la poesia per uscire dalla contenzione di un matrimonio combinato con un cugino e in cui la voce poetica le consente di parlare a nome e in nome di tutte le donne in sua eguale condizione. Un ulteriore proclama di volontà di affrancamento dal passato e da un presente non tanto diverso è rappresentato dalle sue scelte formali: il rifiuto del verso misurato e dei canoni a schemi fissi della poesia classica.

I temi sono quelli della vita e delle azioni domestiche quotidiane, che non la rappresentano nelle sue potenzialità, ma nei suoi limiti. La sua formazione artistica e la sua sensibilità la rendono inadatta e insofferente a qualsiasi costrizione; si sposa giovanissima e diventa madre, ma il matrimonio resiste solo tre anni, cosa che le costa la sottrazione del figlio Kamyar. Tormentata e ribelle, si unisce poi con il regista e scrittore Ebrahim Golestan. Da questo momento in poi Forough affronta nelle sue liriche anche i temi della passione amorosa (non quella sublimata per Dio espressa dai mistici) e dell’amore fisico con un’audacia che non lascia spazio a fraintendimenti.

Da “La conquista del giardino”: […]/Parlo dei miei capelli baciati dalla fortuna/con i papaveri bruciati del tuo bacio./E dell’intimità dei nostri corpi, serrata/e della nostra nudità che luccica/[…] (“La strage dei fiori”, Edizione Orientexpress, Napoli, 2007).

Una (r)esistenza poetica individuale quella di Forough che ci rimanda ad un altro tipo di (r)esistenza, quella corale del gruppo di autrici e autori della raccolta [sia manifesta la tua voce], in cui troviamo le poesie di: Ali Abdolrezaei, Mana Aghaee, Mina Assadi, Azam Bahrami, Aria Fani, Athena Farrokhzad, Maryam Hooleh, Granaz Moussavi, Leila Rahimian e Nina Sadeghi.

Si tratta di liriche civili, ovvero quelle che riguardano una comunità intera, che, pur partendo da una soggettività, escono da questa dimensione e da voce interiore, si fanno voce “manifesta” di una collettività, si trasformano in grido, in disperato appello, ma anche in spazio di catarsi e, forse, di futura salvezza.

Il famoso germanista Franco Fortini, in una sua lirica intitolata “Traducendo Brecht”, afferma: La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi, invitando quindi, sempre e comunque, alla presa di parola, alla rivendicazione della libertà di espressione.

Il progetto sotteso alla pubblicazione di questa raccolta è proprio quello di “promuovere la libertà di espressione, di parola, di fare arte” perché “la poesia è intrinsecamente parte della cultura persiana […]. È un modo di stare nel mondo, un agire politico che diventa gesto di ribellione.”

Tutto quello che nell’Iran di oggi non è possibile.

I livelli di lettura della raccolta sono molteplici e quello forse più fruibile per chi non ce l’ha sottomano, è quella per nuclei tematici:

•la violenza (subita, assistita), la censura, l’esilio forzato, il sentimento della lontananza, ad esempio:

Un giorno torneremo/E quando si incontreranno i nostri rispettivi dolori per la vita di cui ci hanno privato/Qualcosa di orribile crollerà […] (di Athena Farrokhzad, da “I giorni dell’asino, estratto 88”)

•la poesia come vita, come voce manifesta, la donna come creatrice, “poeta” (da  fare, costruire, creare  – ποιέω), l’aspirazione alla libertà, ad esempio:

Un astuccio di colori verdi/e un vaso di fiori rossi/mi hanno invitata a sperimentare/quando l’amore si allenta al brulichio dei passeri.[…] (di Mina Assad, da “Poesie colorate”, traduzione dal persiano in inglese di Sheema Kalbasi, dall’inglese all’italiano di Pina Piccolo)

•il poeta come “tessitore di sogni” (رویا‌باف Roya-baf) e il sogno come dimensione della terza possibilità (tutto ciò che potrebbe essere e quindi, anche la libertà):

Ero qualcuno/Ho fatto la cosa più sciocca e sono diventato poeta (di Ali Abdolrezaei, da “Censura”, traduzione dal persiano in inglese di Abol Froushan, dall’inglese in italiano di Pina Piccolo)

La pluralità di voci e di stili della raccolta ci restituisce un quadro variegato di cosa succeda a livello culturale e linguistico nella “diaspora”, di come si individuino elementi comuni, ma diverse interpretazioni della nostalgia: dolce, disperata, speranzosa, orrorifica.

La poesia in Persia prima, in Iran poi, è patrimonio condiviso, viene recitata, cantata, è oggetto di festa durante la Notte di Yalda, Shab-e Yalda, antica festività che celebra il solstizio d’inverno, la notte più lunga e più buia dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre). In questa notte famiglie e amici si riuniscono intorno a una tavola imbandita con frutta ben augurante (anguria e melograno) per celebrare la vittoria della luce sulle tenebre e…leggere poesie!

Capiamo quindi forse meglio come la poesia possa rivestire nell’immaginario collettivo del popolo persiano ora il ruolo di messaggio divino, ora quello di viatico per la saggezza, ora di strumento di denuncia e di (r)esistenza, sia individuale che corale.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.

La mia scoperta di Nina Cassian, di Barbara Gramegna

Devo ammettere che, sino a poco tempo fa, non conoscevo Nina Cassian e il suo nome così “italiano”, un po’ veneto, mi ha simpaticamente attirato. Si tratta di uno pseudonimo; il suo nome completo è Renée Annie Cassian Mătăsaru. Me ne inviò una poesia un amico e così nacque la voglia di conoscerla meglio. Spesso bisogna ringraziare i nostri amici dell’anima per doni così preziosi.

Le informazioni che si trovano su di lei non sono ricchissime, alcuni dati sulla sua vita in Romania, che dura fino all’età di 41 anni e poi l’esilio negli Stati Uniti, dove muore a 89 anni.

Anche le traduzioni in italiano non sono molte e l’unico volume che ce la offre in un’edizione e in una traduzione linguisticamente attuale, di Anita Natascia Bernacchia, è quello uscito nel 2013 per Adelphi, a cura di Ottavio Fatica e dal titolo “C’è modo e modo di sparire 1945 – 2007”.

Il volume di Adelphi consente di gettare un ampio sguardo sulla produzione di Nina Cassian, sulle sue poesie fisiche, d’amore, di solitudine, sarcastiche, amare e poco convenzionali.

Nina Cassian nasce in Romania, a Galati, sul Danubio, nel 1924, da una famiglia ebrea, trascorre l’infanzia a Brașov in Transilvania, per poi trasferirsi a Bucarest a metà degli anni ’30. Cresce come artista poliedrica: recita, suona il pianoforte, dipinge e illustra libri per l’infanzia, traduce (Brecht, Celan, Morgenstern, Ritsos).

Due fra i poeti rumeni più in vista, Tudor Arghezi e Ion Barbu, la incoraggiarono a pubblicare, così escono i suoi versi per la prima volta nel 1945 sul giornale “Romania Libera” e, due anni dopo ancora nel volume  “La scara 1/1”, criticato però dal regime comunista come “decadente”. 

Il governo filo-sovietico si afferma in Romania all’indomani della Seconda Guerra Mondiale, e si consolida maggiormente in seguito e dal 1965 con l’era Ceausescu assume tratti sempre più repressivi.

Nina cerca quindi per opportunità, non per opportunismo, di cui non è capace, di adeguarsi per un po’  alla linea retorica ed encomiastica vigente, ma la sua personalità dominante e orgogliosa non viene ben sopportata dai “compagni”.  

Dopo diversi tentativi di produzione di “poesie proletarie”, assolutamente lontane dal suo personale, irriverente modo di poetare, si rivolge, a partire dagli anni ’50, alla letteratura per l’infanzia, settore in cui trova la sua voce più autentica.

Nel 1985 riceve un invito in qualità di visiting-professor negli Stati Uniti, qui le giunge però la notizia dell’arresto e successiva uccisione dell’amico e dissidente Gheorghe Ursu. Questo evento determina la svolta della sua vita personale e letteraria, Nina decide di chiedere asilo politico e non rientrare più in Romania. La reazione del governo Ceausescu non si fa attendere, la sua casa viene messa sotto sequestro, i suoi libri rimossi da biblioteche e librerie, messi all’indice.

Ha così inizio, non senza trauma, la vita americana di Nina Cassian. La recisione è una ferita che emergerà da diversi suoi passaggi poetici e dalla continua ricerca di nuove appartenenze, come capitato a molte e molti autrici e autori esuli.

Nina Cassian saluta con stupore il fatto che le sue parole possano in un altro luogo e in un’altra lingua produrre un effetto: parole nuove anche per lei, parole che scaturiscono da una sostanza di sé, sia fisica che spirituale, diversa da quelle nella sua lingua d’origine.

Hannah Arendt, che, per motivi non lontani da quelli di Nina Cassian, si ritrova, oltre quarant’anni prima, suo malgrado anche lei cittadina americana, fa proprio del discorso sulla lingua “madre” un nodo del suo pensiero filosofico. 

Il linguaggio ha infatti un ruolo decisivo per potere appartenere o non appartenere al mondo, non si tratta di mera “esecuzione linguistica”, ma indica la facoltà inalienabile del “prendere parola”, dell’”avere voce” nel senso civile e politico.

Entrambe esuli sono costrette ad abitare l’inglese e trovare nella nuova lingua una seconda madre-patria, una genitorialità, una casa del cuore, del pensiero, del “verbo”.

Distaccandosi entrambe fisicamente dal proprio Paese, operano, non senza sofferenza, anche una “dislocazione” del pensiero che deve ricollocarsi trovando parole nuove.

In “Ermetica” la Cassian fornisce un’immagine macabra del pensiero-grido, che abbisogna di un altro luogo in cui venire “conficcato”; l’associazione ad un verbo preciso, fisico indica qui un’urgenza espressiva libera e istintiva che fa uso di parole-lancia acuminate per potere andare a segno. Quando però la libertà viene inibita e l’urgenza espressiva non trova sfogo, anche la consistenza della lingua, neutralizzata, cambia, fuoriesce “pendula” e afasica.

Se ci fosse un luogo dove conficcare un altro grido

quale potrebbe essere, la roccia o il mare

 o l’occhio dell’uccello della notte, fisso e tondo, 

duro come la pietra, 

giallo come la luna? 

Ah, tutto è impenetrabile. 

E il grido viene fuori dalla bocca

pendulo come lingua d’impiccato.

Il rapporto di Nina Cassian con la parola, non si può dire certo statico; è traduttrice, abituata quindi a traghettare concetti, ad esplorare mondi fonetici e lessicali, inventa lingue come la spargă e la leopardă, caratterizzate da sonorità onomatopeiche, giocose e sovversive, ma trovare una nuova identità linguistica nell’inglese la mette in crisi, la fa sentire inadeguata, le pone un problema identitario e di riposizionamento.

Emblematici a questo proposito i versi:

Pur se verrò sepolta

in una terra aliena:

risorgerò un giorno

nella lingua romena.

Quasi a significare che, pur avendo ceduto al compromesso di appartenere al mondo attraverso l’inglese, questo ha comportato una sua morte spirituale, in confronto alla quale, la morte del corpo e l’accettazione di venire sepolta in terra straniera, sono comunque sopportabili.

Il tema del tormento legato all’esilio (fisico o metafisico, forzato o cercato) – pensiamo ad Ugo Foscolo, come ad uno dei primi esempi letterari più conosciuti – è qualcosa che non esita solo in poeti, artisti e intellettuali in dolorose reazioni.

Anche l’emigrazione produce, infatti, nelle persone, pur con velocità e processi diversi, sentimenti  simili: la necessità di ridefinire il concetto di identità, la ricerca di nuove appartenenze, la nostalgia, l’afasia prodotta dalla mancata conoscenza della lingua e quindi la frammentazione dei diversi domini della propria vita (sfera privata, professionale, scolastica, civile), la decostruzione di concetti familiari a favore di una riattribuzione di significati, la necessità di sentirsi rappresentati ed esercitare in maniera attiva la cittadinanza.

Barbara Gramegna*

Barbara Gramegna, sono nata e cresciuta a Bolzano, a cavallo fra due culture e due lingue. I miei ambiti di studio, professione e interesse hanno come cifra comune le parole: lette, scritte, dette, ascoltate, cantate.