Hannah Crafts: ‘’Memorie di una schiava’’ (Edizioni Clichy, 2025), di Claudio Musso

Questo è un libro che arriva a noi con un ritardo che fa rumore. 

Scritto a metà Ottocento da una donna afroamericana fuggita dalla schiavitù, il manoscritto rimane nascosto per oltre un secolo e mezzo, senza trovare lettori, senza ricevere ascolto. Nessuno lo pubblica o può confrontarsi con quella voce non mediata, non corretta da editori o accademie, che conserva intatto lo stupore, la rabbia, la grazia di chi ha molto vissuto e che poco ha potuto dire. 

Fino al 2002 quando, grazie alla scoperta di uno studioso, quelle pagine sono diventate leggibili. Particolarissima è la capacità di questa donna di osservare il mondo in modo obliquo, silenzioso, come se la comprensione più profonda non passasse per l’evidenza, ma per la vibrazione sotterranea delle cose. Lo sguardo di Hannah, la narratrice di queste pagine, è affinato dalla necessità: non potendo studiare sui libri, legge volti e gesti; non potendo esprimersi liberamente, impara a distinguere le intenzioni nei toni della voce, nei silenzi, nei movimenti impercettibili.

Questa voce scrive per testimoniare, per esistere, per usare finalmente parole che le sono sempre state negate. Scrive con urgenza, con lucidità, con il desiderio profondo di raccontare ciò che vede e ciò che intuisce, pur sapendo che forse nessuno avrebbe mai letto quelle pagine. Proprio questa condizione originaria, quella di un libro nato senza lettori, lo rende oggi così prezioso. Leggerlo significa colmare una mancanza, restituire spazio e ascolto a una coscienza silenziata.

Hannah non lavora nei campi, non conosce direttamente la brutalità delle piantagioni, ma la osserva da vicino. È una schiava “privilegiata”, se così si può dire: una cameriera personale, una donna di servizio al fianco di diverse padrone bianche, impiegata negli interni delle grandi case del Sud schiavista. Vive negli spazi del potere, ascolta conversazioni, osserva relazioni, impara a leggere i segni dell’autorità e della finzione morale. Dalla soglia su cui si trova, può vedere tutto ciò che si muove sopra e sotto di lei: la rigidità razziale, la fragilità dei rapporti, la crudeltà dissimulata dietro l’eleganza e il benessere dei bianchi. Vede anche le baracche dove vengono stipati gli altri schiavi, l’indigenza, la fatica. Non li vive, ma li intuisce, li respira. E ne porta il peso sulla pagina.

Colpisce il fatto che il vero oggetto del suo sguardo, e forse anche il vero protagonista del libro, sia il mondo bianco. ‘Memorie di una schiava’ più che un racconto, con risvolti autobiografici, della sofferenza nera è una radiografia della società bianca che si nutre di schiavi ma è schiava essa stessa, delle ricchezze, del pettegolezzo, delle carriere pubbliche, di una posizione a tutti i costi. Hannah osserva i suoi padroni con un’intelligenza silenziosa ma impietosa: ne coglie la generosità artefatta, ma anche la complicità con un sistema che considera lo schiavo come proprietà e oggetto. Crafts inoltre non descrive solo la schiavitù fisica, quella delle catene, dei bastoni, delle fughe. Ci mostra piuttosto un sistema che incide nell’interiorità: nel modo in cui una schiava deve reprimere pensieri, sogni, desideri. L’ordine imposto infatti richiede obbedienza ma anche l’abolizione del sé. Ci sono padroni che amano sondare il dolore fino alla soglia della tortura: non per sadismo gratuito, ma per esercitare un potere che si misura anche nella capacità di spegnere una coscienza, non solo un corpo. Anche i personaggi più “benevoli”, che pure ci sono, sono travolti da un generale ottundimento dei valori, da un’inerzia morale che svuota ogni gesto di fattiva umanità. Il risultato è un ritratto penetrante di una classe dominante che ama raccontarsi civile e cristiana, tra costituzioni e bibbie, ma pratica la disumanizzazione, anche di sé, come norma.

In questo paesaggio confuso, dove nulla è saldo e tutto può cambiare in base a un ordine o a un capriccio, l’unico punto fermo per Hannah resta la Bibbia anche quando il mondo a più riprese le volta le spalle. Le Sacre Scritture, lette di nascosto, sono la sua unica bussola morale. In assenza di affetti stabili, di protezione o di diritti, la fede diventa rifugio e àncora. La parola divina, a differenza di quella degli uomini, non tradisce, non viene piegata dal potere o almeno così spera. Questo legame profondo con il testo sacro attraversa tutto il romanzo, fornendo alla protagonista una lingua alternativa per pensare sé stessa, per resistere, per credere che la libertà sia possibile.

La scrittura di Hannah Crafts è viva, urgente, attraversata da una tensione continua tra espressione e contenimento. È una lingua nutrita da letture — si sentono echi di Dickens, delle sorelle Brontë e del gotico vittoriano — ma che conserva una tonalità personale, immediata, mai pretenziosa. Ci sono travestimenti, misteri, fughe, segreti: elementi che testimoniano una notevole consapevolezza narrativa, pur con qualche ingenuità strutturale. Non è un romanzo secondo i canoni estetici della forma compiuta, ma è un’opera di valore per la sua carica umana, politica, etica. La sua forza non sta nell’ambizione letteraria ma nella necessità con cui è stato scritto.

La recente traduzione italiana di Giada Diano e Giulia Facchini, curata con attenzione da Edizioni Clichy, restituisce con efficacia questa urgenza e questa misura, offrendo finalmente anche al pubblico italiano la possibilità di accostarsi a un testo dimenticato, rimasto troppo a lungo in silenzio. La lettura è sorprendentemente scorrevole, coinvolgente, mai pesante: è un testo che si legge con interesse genuino, con partecipazione crescente, anche grazie alla sua struttura narrativa che alterna osservazione sociale, introspezione e tensione drammatica.

Leggere oggi questo libro è un gesto di ascolto e di restituzione. Significa raccogliere una voce che ha parlato nel vuoto, e che continua a parlarci, con delicatezza ma anche con fermezza. Significa accettare di essere guardati da uno sguardo che ci analizza senza odio, ma senza illusioni. ‘Memorie di una schiava’ non è solo un documento storico o letterario: è una forma di resistenza silenziosa, un atto di scrittura che custodisce la dignità, la coscienza e la memoria di chi non ha mai avuto il diritto di raccontare. È un testo ‘in presa diretta’ che smaschera il vero male della schiavitù: non è solo nel corpo incatenato, ma nell’anima ferita, spezzata, ridotta al silenzio. Il peggio è vedersi negare perfino il diritto al desiderio. La libertà non è solo fuggire: è poter immaginare, poter sentire, poter volere. Per questo ‘Memorie di una schiava’ non è solo il racconto di una fuga, ma il tentativo di restituire dignità al pensiero stesso. Alla parola. Alla memoria. 

E ci mostra che persino una donna nata nella schiavitù, senza istruzione, può diventare cronista del suo tempo – in cui non solo una certa America ma anche tutto l’Occidente è sul banco degli imputati – , ritrattista impietosa e delicata, e narratrice capace di restituire luce, nonostante l’ombra.

Claudio Musso

Claudio Musso: Vive e respira Torino e condivide un paio di geni con la dea Partenope. Formazione umanistica, grande appassionato di germanistica, di storia e di identità. Di giorno si occupa di risorse umane e la sera, o quando leggere e leggersi chiama, di quelle librose. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, raminga con umorismo tra un lavoro che ama e altre passioni quali il teatro, l’opera lirica, e ovviamente la lettura, collaborando anche con riviste letterarie. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce per più di 5 minuti a prendersi troppo sul serio ma prova a fare tutto con dedizione, di quelle che danno senso e colore alla vita.

Joseph Roth: “Ebrei erranti” (Adelphi, trad. Flaminia Bussotti) – Maurizia Maiano

Uno sguardo al passato per leggere il presente!
Joseph Roth nasce a Brody in Ucraina il 2 settembre 1894 nell’oblast’ di Leopoli, “enclave” mitteleuropea dell’impero austro – ungarico. E’ lui il grande cantore della “Finis Austriae”, della dissoluzione dell’impero austro-ungarico che aveva riunito popoli di origini disparate con lingue, religioni e tradizioni diverse. Un “piccolo mondo in fieri” della nostra contemporaneità. Leopoli vive acute tensioni e non solo tra le varie nazionalità. All’università c’erano scontri tra studenti polacchi e ruteni e all’interno del mondo ebraico, a cui Roth apparteneva, fra chassidismo, movimento di rinnovamento spirituale attraverso l’esperienza mistica, l’haskalah o illuminismo ebraico, che promuoveva l’integrazione nella società secolare e l’uso della ragione nella interpretazione della Torah, e il movimento sionista che stava diventando sempre più forte. A Leopoli la lingua ufficiale era il tedesco, ma dal 1871 il polacco divenne lingua d’insegnamento nelle scuole e nelle università.


Questa può essere la ragione per cui Roth, che vedeva la sua patria letteraria nella letteratura
tedesca, decise di lasciare Leopoli e di iscriversi per il semestre estivo del 1914 all’Università di
Vienna. Conosce la realtà viennese proprio allo scoppio della guerra, l’anno dell’assasinio di
Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia. L’Austria-Ungheria, questo inusuale Vielvoelkerstaat, Stato multinazionale, nell’epoca in cui si affermano i nazionalismi, è l’impero in cui il suo imperatore, Franz Joseph, si rivolge ai suoi sudditi dicendo: “Meinen Voelkern”, “ai miei popoli”, riconoscendo con questa espressione l’identità nazionale di ogni popolo del suo impero. E Roth, da buon figlio di quell’Austria-Ungheria, si interrogava sul sionismo divampante tra gli ebrei.

Nel 1927, nel saggio “Ebrei erranti”, Roth si chiedeva perché anche gli ebrei volessero essere una nazione, loro che lo erano già stati tanti secoli addietro e più degli altri sapevano quanto sangue costasse una nazione, quanto pericolo si nascondesse verso questo pur umano desiderio che significa identità. Perché ritornare in una terra che per loro era ormai diventata estranea?

Gli ebrei erano vissuti in occidente e non solo; c’era l’ebreo spagnolo, francese, tedesco, polacco, i sefarditi, che avevano assimilato la cultura dell’europeo occidentale, e gli askenaziti, ortodossi e vissuti nell’Europa orientale, materialisti e concreti i primi ed ascetici e fortemente legati alla tradizione i secondi, tanto che un askenazita, come scrive Canetti nella “Lingua Salvata”, non avrebbe mai potuto sposare una “todesca”. Vecchi vizi che si ritrovano ovunque, in ogni gruppo sociale, in ogni etnia, categorie che sembrano andare al di là del tempo e dello spazio eppure in essi ben radicati. Differenze e gruppi che ritroviamo oggi ancora presenti ed anche più numerosi nelle loro sfumature identitarie nell’attuale Israele. Il problema era che ogni nazione austriaca si appellava alla terra che le apparteneva, solo gli ebrei non si potevano appellare ad un proprio suolo, zolla, come si diceva, e l’antisemitismo era vivo nei polacchi, nei ruteni, cechi, magiari, rumeni. Per questo, scrive Roth, si sono fatti coraggio e si sono riconosciuti in una sola nazionalità che era quella ebraica e, non possedendo una zolla in Europa, compensarono questo desiderio con un anelito verso una patria palestinese e diventarono una nazione in esilio.

Joseph Roth e Stephan Zweig

La terra ritrovata non ha eliminato o anche solo attenuato le differenze, ancora oggi la società di Israele è molto divisa al suo interno: ebrei laici, religiosi, haredim cioè gli ultraortodossi, e gli ebrei arabi. Viene meno l’immagine mitica dell’”ebreo errante”, dell’ebreo della storiella ebraica di Saint-Exupéry: “Vai dunque laggiù? – Come sarai lontano! – Lontano da dove?” L’ebreo diventa il simbolo della condizione esistenziale dell’uomo di ogni tempo, il transfert attraverso cui avviene la consustanziazione o la transustanziazione, per dirla in termini luterani e cattolici. Accadde così che un pensiero che non riesce ad astrarre da una contingenza si lascia trasportare dalle mode del momento. Scrive ancora Joseph Roth: “Erano stati sempre uomini in esilio. Ora diventarono una nazione in esilio. Inviarono rappresentanti ebreo-nazionali nel parlamento austriaco e incominciarono a lottare per i diritti e le libertà nazionali prima ancora di aver ottenuto il più elementare riconoscimento dei diritti umani “Indipendenza nazionale” fu il grido di battaglia europeo intorno al quale si raccolsero. Il trattato di pace di Versailles e la Società delle Nazioni si impegnarono a riconoscere anche agli Ebrei il diritto a una propria “nazionalità”. Oggi, in molti stati, gli ebrei sono una “minoranza nazionale” e sono ancora ben lontani dall’avere ciò che vogliono, ma molte cose le hanno già: scuole proprie, il diritto a esprimersi nella propria lingua e, inoltre, alcuni di quei diritti con i quali si è convinti di far felice l’Europa. Ma anche se gli ebrei in Polonia, in Cecoslovacchia, in Romania, nell’Austria tedesca riuscissero ad ottenere tutti i diritti che sono di una “minoranza nazionale” sorgerebbe pur sempre l’interrogativo che gli ebrei non siano molto di più di una minoranza nazionale di tipo europeo; che non siano qualcosa di più di una Nazione di come la si intende in Europa; se, rivendicando i diritti nazionali, non rinuncino a una pretesa assai di più importante”. Questo l’insegnamento che ci viene da Roth: non è sui diritti della Nazione che dobbiamo lavorare ma sui diritti della persona e dei gruppi sociali minoritari all’interno di essa per favorirne la convivenza. Questo lo Stato-Nazione che si prospetta per tutti. Nazioni multiculturali, multilinguistiche, multireligiose e mutietniche. Roth morirà solo qualche mese prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, nel maggio del 1939. Aveva visto, il 30 gennaio 1933, Hitler divenire cancelliere del Reich. Roth lasciò la Germania. In una lettera a Stefan Zweig mostrò una sorprendente chiarezza di vedute ed un assoluto rifiuto del nazismo: “Intanto le sarà chiaro che ci avviciniamo a grandi catastrofi. A parte quelle private – la nostra esistenza letteraria e materiale è annientata – tutto porta a una nuova guerra. Io non dò più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda. L’Inferno comanda”. Sempre nel 1933, scrisse ancora a Stefan Zweig: “La Germania è morta. È stata solo un sogno, apra gli occhi, la prego!” Il suo impegno contro l’ideologia nazionalista si spiega con il suo utopistico progetto che mirava al ritorno degli Asburgo a Vienna insieme alla critica al sionismo. Dopo un articolo apparso il 6 luglio del 1934 dal titolo “Das Dritte Reich, die Filiale der Hölle auf Erde”- Il terzo Reich la filiale dell’inferno sulla terra – i suoi libri furono dati alle fiamme e Roth ritorno’ a Parigi.

Il 24 febbraio 1938, pochi giorni prima dell’Anschluss, andò a Vienna con lo scopo di persuadere il cancelliere austriaco Kurt Schuschnigg a dimettersi in favore di Otto d’Asburgo. Il progetto forse non era così illusorio come appare a posteriori; in ogni caso Roth non ebbe successo: non riuscì a parlare con Schuschnigg e il ministro di Polizia di Vienna gli consigliò di tornare subito a Parigi.
Scriverà così: “ Una crudele volontà della storia ha frantumato la mia vecchia patria, la monarchia austro-ungarica. Io l’ho amata, questa patria, che mi ha permesso di essere contemporaneamente un patriota e un cittadino del mondo, un austriaco e un tedesco fra tutti i popoli austriaci. Ho amato le virtù e i pregi di questa patria, e amo oggi, che è morta e perduta, anche i suoi errori e le sue debolezze. Ne aveva molti. Li ha espiati con la sua morte. È passata quasi immediatamente da una rappresentazione da operetta all’orrendo teatro della guerra mondiale” In una lettera scritta a Stefan Zweig il 6 aprile 1933 dall’Hotel Foyot a Parigi, una delle sue residenze abituali, scrive: […] “Io sono un anziano ufficiale austriaco. Amo l’Austria. Ritengo vile non dire oggi che è venuto il tempo di provare nostalgia per gli Asburgo. Voglio riavere la monarchia, e voglio dirlo.”

    Maurizia Maiano*

    *Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.

    Intervista a Alessandra Minervini per “Stellario” (Revolver Edizioni, 2025), di Gabriele Torchetti

    Oggi abbiamo il piacere di conoscere un po’ più da vicino Alessandra Minervini, che da pochi giorni è in libreria con il suo ultimo lavoro “Stellario“, pubblicato da “Revolver”, interessante e coraggiosa realtà editoriale del gruppo “Tabula Fati”. “Stellario” è una raccolta di diciassette racconti dove, come lei stessa dice, “l’aspetto più in comune tra tutti è la manifestazione dell’impossibile nel quotidiano”. Alessandra Minervini, editor e critica letteraria per Repubblica Bari, tiene corsi di scrittura e ha alle spalle un’ampia attività, che va dal romanzo “Overlove” del 2016 ai manuali “Scrivere Storie Fantastiche” (2023) e “Una storia tutta per sé” (2021), nonché ad una guida su Bari del 2020 e ad un volume “A Bari con Lolita Lobosco” (2024) della fortunata collana “Passaggi di dogana” proposta da Giulio Perrone. L’intervista da cui emerge il ricco bagaglio culturale e creativo di Alessandra Minervini è di Gabriele Torchetti.

     Sotto tutto questo sporco il pavimento è davvero pulitissimo”, Stellario inizia con questa citazione di Lydia Davis, come mai questa scelta così specifica? 

    Questa citazione è “palindroma” rispetto al carattere dei personaggi. È una frase che tutti loro potrebbero pronunciare nei racconti e sembrare tutti credibili. Ma non solo. È una citazione “palindroma” nel senso che tutti i personaggi possono rappresentare lo sporco sotto cui il pavimento è pulito. Ovvero, i personaggi di Stellario non sono positivi o negativi in maniera unilaterale, sono contradditori, sono fragili e sono una cosa e il suo contrario. Sono punti di vista sulle relazioni umane e in quanto tali passano dalla sporcizia alla pulizia senza accorgersene. Poi, senza dubbio, il motivo per cui amo questa citazione è perché amo senza ritegno Lydia Davis, maestra americana contemporanea delle storie brevi sull’umanità. Inarrivabile. Il mio è un omaggio esplicito al suo talento.

    In Stellario l’oggetto sacro a forma di stella diventa una potente metafora dell’incontro – e talvolta dello scontro – tra umano, divino, disumano e impossibile. Quello che colpisce è come la tensione emotiva accomuni esistenze così diverse, qual è il filo invisibile che collega i protagonisti tra loro?

    Il filo invisibile è appunto invisibile. Le situazioni dei racconti sono sempre molto diverse. Forse l’aspetto più in comune tra tutti è la manifestazione dell’impossibile nel quotidiano. Penso a Il venerdì sono sempre innamorata oppure Superlife. Racconti sull’infanzia “impossibile” eppure più diffusa di ciò che sembra. Tutti i racconti sono immersi nella realtà ma chi li abita è un ospite inatteso e surreale della stessa. La realtà è reale intorno a loro ma i loro sono fuori dal comune. A me interessa tutto ciò che è fuori dal comune. Questa natura anticonvenzionale dei personaggi di Stellario, tragica e divertentissima, unisce i fili delle loro vite.

    “Il blues cambia forma nella bocca di chi ascolta il blues. Nella mia sa di mandorla” è il bellissimo incipit del racconto Femminile Futuro. Ma il blues è anche una musica che racchiude denuncia e dolore, qual è il ritmo che hai voluto dare a questa storia? 

    Il non detto. Questo racconto in particolare, ma non solo anche Dillo a tua sorella oppure Dall’altra parte del mare, sono racconti la cui prima apparenza è l’incompiutezza. Non incompletezza, però. Le storie brevi sono incompiute ma non incomplete. Chi dice tutto in una storia breve rompe il patto con il lettore. Nessuno che io sappia porta a compimento le storie brevi che scrive. Chi lo fa? Carver non lo fa, Salinger non lo fa, Paley non lo fa. Lydia Davis non lo fa. La scrittura breve è la manifestazione, attraverso il simbolico, del non detto. In Femminile Futuro racconto il dolore di due ragazze che si trovano in maniera grottesca a combattere contro la violenza in città a scapito: un dolore del genere che “compiutezza” può avere? Io credo che l’immagine di una percezione sensoriale sia l’unica cosa che possa mostrare l’orrore delle violenze che le due hanno subito. Vivono in un continuo contrasto con il ritmo naturale della vita quotidiana, dove tutto perfino i sapori più semplici sono alterati per sempre.

    Il protagonista del racconto La puzza di lavoro vorrebbe che la sua esistenza somigliasse al film Lost in translation di Sofia Coppola, puoi dirci qualcosa in più?

    Quando ho pensato ai personaggi e alla storia di questo racconto, che in una prima versione si intitolava RogerMoore, l’emozione che provavo nel processo creativo, che mi ha obbligato a metterla a confronto diretto con i personaggi, è l’introversione. Volevo scrivere una storia dove due personaggi si amano dentro un’introversione patologica, determinata a volte da congiunture drammatiche altre da una vita troppo facile. Lost in translation è uno dei film più belli di Sofia Coppola, nel cui cinema l’introversione è spesso un tema preminente manifestato dall’opposto: un eccesso di istrionismo che svela un profondo disagio percettivo. I due protagonisti del film e del mio racconto sono in modi diversi lost in translation, si amano senza una reale affinità, almeno non percepibile a livello superficiale. C’è una lingua segreta che li unisce come siamesi destinati a restare uniti anche nella distanza siderale della paura di non riuscire a capirsi mai davvero.

    Nel libro ci sono scene di sesso esplicito, è difficile per un’autrice scrivere liberamente di sessualità? Hai avuto reticenze o dubbi durante il processo creativo?

    Mi ricordo che quando frequentavo la Scuola Holden mi dissero che ero molto brava a scriverne e quindi smisi praticamente all’istante di farlo. Probabilmente perché mi vergognavo. Poi è accaduto altre volte, ma non ho mai fatto leggere nulla. Poi è arrivato Stellario. Credo sia il punto più alto della percezione sessuale del corpo e del godimento, che ho raggiunto scrivendo. Me ne sono resa conto soltanto a processo creativo finito. E invece di cancellare, per certi versi senza volerlo, ho proseguito cavalcando il desiderio dei personaggi. Cosa è cambiato? Non lo so. Adesso viene facile citarla, ma io come lettrice devo molto a Modesta de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza. Cosa sarebbe quel romanzo senza il piacere dei corpi narrati? Fu proprio leggendo lei, 20 anni fa, sempre alla Holden, che non mollai tutto quando mi dissero che scrivevo in maniera troppo esplicita di corpi. Fu grazie a lei che pensai: esistono altre strade per raccontare l’universo femminile e io voglio percorrerle. Tantissimi anni dopo ho divorato i libri di Winterson, Yuknavitch e ho sempre avuto a portata di mano i romanzi di Rossana Campo che, senza che io potessi mai immaginarlo, oggi la considero la dea ex machina dei racconti di Stellario (compresi i più espliciti). Del resto il corpo scrive le storie più di quanto crediamo. Specie se scriviamo di sentimenti. E io scrivo e voglio scrivere d’amore, compresa la sua assenza.

    Il Randagio è una rivista letteraria, rimaniamo in tema: Stellario contiene dei racconti nati in forma embrionale per altre riviste (Effe Rivista, Cadillac, Crack Rivista, Risme, Progetto Apri). In Italia la lettura è in calo, come pensi possano evolvere le riviste letterarie? Hanno ancora un impatto significativo sulla scena culturale e sui potenziali lettori?

    Se dovessi atteggiarmi a scrittrice matura, cosa che ovviamente non mi sento e mai mi sentirò, ti risponderei come una scrittrice matura. E cioè che io provengo dalle riviste letterarie, per cui sarei stupida a dire che non sono importanti per chi legge. E in parte è così. Se non avessero selezionato un racconto dal titolo “Dove chi entra urla” per la storica rivista Colla, non avrei più mandato niente per chissà quanti anni. Perciò le riviste letterarie sono importanti nel momento in cui, senza alcun interesse personale, danno spazio a chi ha qualcosa da dire con una voce se non unica, certamente personale. Guai se le riviste letterarie diventassero come la maggior parte delle case editrici italiane, attente solo al livellamento delle storie pubblicate. È importante quindi il lavoro, nella maggior parte dei casi volontario, che fanno queste redazioni. La possibilità di far incontrare ai lettori storie che altrove fanno fatica a essere pubblicate. Quelle da cui provengo, e non solo, hanno il merito di concedere a chi legge e a chi scrive prospettive diverse, punti di vista mai per forza univoci. Le riviste letterarie di impatto sono quelle che fanno parte di una riserva indiana dove ancora contano il talento e la passione.

    Lavorare da editor richiede competenze specifiche e un occhio critico nei confronti dei testi. Hai mai difficoltà nel trovare un equilibrio tra visione critica e libertà creativa?

     La mia difficoltà viene dalla mia vita di lettrice. Leggo tanto e bene, inutile fingere che non sia così. E spesso il confronto con quel bene è parecchio autosabotante. Invece, il lavoro di editor ha più a che fare con l’essere che con il divenire. Molto più che scrivere, probabilmente. Ho visto autori e autrici fiorire e diventare scrittori e scrittrici. Difficilmente succede il contrario per chi fa l’editor. L’editor è. Editor si nasce. Questo vuol dire che esistono delle competenze primigenie (fiducia, attenzione e cura del prossimo) che facilitano senz’altro la ricerca di un equilibrio. Sono abilità connaturate. Posso stare senza scrivere, anzi senza pubblicare, ma non senza curare le storie altrui. È come avere un arto in più che ha bisogno di attivarsi sempre. Attivarlo, poi, su me stessa è solo il vantaggio finale. È vero che io sono molto critica con me stessa, ma è anche vero che soltanto così quando consegno un testo a qualcuno perché lo pubblichi so che è l’unica versione possibile dello stesso. Per cui è estenuante, ma dopo tanti anni è un privilegio naturale a cui sono grata.

    Gabriele Torchetti

    Gabriele Torchetti: gattaro per vocazione e libraio per caso. Appassionato di cinema, musica e teatro, divoratore seriale di libri e grande bevitore di Spritz. Vive a Terlizzi (BA) e gestisce insieme al suo compagno l’associazione culturale libreria indipendente ‘Un panda sulla luna‘.

    Intervista a Chiara Maci per “Quelle due” (Mondadori, 2025), di Loredana Cefalo

    Ho seguito con piacere, sui social network,  il racconto del booktour di Chiara Maci, nella sua nuova veste di romanziera, in giro per l’Italia bollente di fine giugno, fra un bicchiere ricolmo di bollicine ghiacciate e il suo sorriso inconfondibile e rassicurante che emerge ogni giorno dalla sua pagina Instagram.

    Il suo primo lavoro letterario, “Quelle due” edito da Mondadori, è un delicato inno alle donne, attraverso quattro generazioni. 

    Un romanzo di formazione che traccia le linee di un dolore taciuto, narrando la trasformazione del rapporto madre-figlia attraverso ricordi e verità celate. 

    Fra una tappa e l’altra siamo riuscite a ritagliarci un angolo di chiacchiere virtuale e mi fa piacere condividere con tutti, randagi e non, quello che ci siamo dette, che va sempre un po’ oltre le pagine scritte.

    Chiara, guardando alla tua carriera sempre in evoluzione, mi viene in mente il tuo “nograzienonsipreoccupi” di Adele, la tua protagonista. Nel tuo ritmo incessante vita – lavoro come affronti i momenti in cui pensi di non riuscire a portare avanti tutto?

    Credo che la cosa più difficile, per quelle come me, sia imparare a chiedere aiuto. Sono cresciuta con la convinzione di poter fare tutto da sola e allo stesso tempo, riuscendoci poco alla volta, ho avuto la conferma che, sopportando, tutto era possibile. Fondamentale è stato capire che sopportare non vuol dire essere forti e di conseguenza fermarsi e chiedere aiuto perché da soli, spesso, non ci si salva. 

    Il tuo romanzo d’esordio “Quelle due” esplora temi a te molto vicini, non sono autobiografici ma prendono spunto anche dalla tua esperienza. Da dove nasce l’esigenza di trasporre in un libro una vicenda che riecheggia in modo così forte la tua biografia di madre single?

    Dalla voglia di comunicare qualcosa di bello, un lavoro fatto su me stessa che andava condiviso con chi in qualche modo si riconosce in Adele. Ma anche in Mia. 

    L’accettazione della propria storia è qualcosa di intenso, forte. Qualcosa che cambia radicalmente il modo di vedere il percorso fatto e quello ancora da fare. 

    Il mio libro vuole essere un augurio a tutte le donne affinché riconoscano la loro unicità nella propria storia. 

    Famiglia e legami sono un pilastro della tua comunicazione. Come donna e madre, come ti relazioni con i pregiudizi che la società ancora riserva alle famiglie monogenitoriali in particolare quelle al femminile?

    C’è tanto da fare, ancora. Le famiglie monogenitoriali non si conoscono e di conseguenza non vengono riconosciute. Da un punto di vista burocratico è tutto complesso e i retaggi passati ahimè non si superano con una generazione. Ma sono positiva sul lavoro che si sta facendo e che verrà fatto dalle nuove generazioni.

    Se tornassi indietro, di cosa avresti bisogno nel momento della decisione di diventare madre? E che consiglio offriresti a una donna che si trovi ad affrontare la tua scelta?

    Di sentirmi dire “ci sono io”. Non solo come madre sola ma come madre e basta. 

    Nel momento in cui diventi genitore è fondamentale sapere di poter contare su un appoggio. E quindi il mio consiglio è quello di non voler fare le wonder woman ma di appoggiarsi a un genitore, un amico, una persona di fiducia. 

    Un tema toccante del romanzo è quello dei bambini costretti a crescere troppo in fretta, un fenomeno che spesso riguarda le femmine. Dal tuo punto di vista, in che modo questa “adultizzazione” precoce può condizionare la capacità di una donna di essere libera e di sviluppare un pensiero autonomo in futuro?

    I bambini dovrebbero essere bambini. E a volte succede che, da genitori, riponiamo troppe responsabilità su un figlio e sulla sua crescita precoce. Il “sembra un piccolo adulto” è un’espressione usata moltissimo come un complimento, ma non lo è.

    Un genitore deve lavorare su se stesso per non trasmettere ai figli crepe e responsabilità ma allo stesso tempo una madre deve lavorare sulla propria libertà, perché da una madre libera nascono figli liberi. 

    Il romanzo esplora due paure genitoriali archetipiche: quella di commettere errori le cui conseguenze ricadono sui figli e quella di dover, un giorno, lasciarli andare. Al di là della finzione letteraria, come convive Chiara Maci con queste preoccupazioni?

    Come tutte le mamme, piena di paure e con la convinzione che, come fai fai, sbagli sempre. Ma in fondo ogni età, propria e dei figli, porta con sé cambiamenti e inevitabili momenti di crescita. Non arriverò pronta al lasciarli andare ma vivrò ogni momento con la consapevolezza di quello che è giusto. 

    Hai lasciato il tuo segno nel mondo digitale, in quello televisivo e ora in quello editoriale. Guardando al futuro, c’è un nuovo orizzonte professionale che ti affascina o un progetto che senti ancora di voler realizzare?

    Non penso mai al segno che lascio, ma penso piuttosto alla mia esigenza di condividere qualcosa di vero, di bello, che parte sempre da dentro. A volte è la cucina, a volte la ceramica, quasi sempre la scrittura. 

    Loredana Cefalo*

    * Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

    Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

    Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

    In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

    L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato. Dal mese di giugno scorso curo il podcast del Randagio “Capitolo Zero”.

    Silvana Leonardi: errare del segno e del sogno, di Stefano Taccone

    Se ritratti in/versi (Bertoni Editore, 2024) costituisce, come suggerisce lo stesso titolo, una raccolta di ritratti – non solo a base di parole, ma talvolta raddoppiati attraverso la rappresentazione visiva, in grafite e pastelli a olio su carta, ché l’autrice è pittrice oltre che poeta, mentre in/versi allude non solo alla versificazione ma anche all’inversione data dalla scelta, parafrasando una fortunata mostra di Lea Vergine, di dedicare questi ritratti all’ “altra metà” dell’universo creativo, quella femminile – questa successiva, e fin ora ultima, raccolta poetica di Silvana Leonardi,  psicogeometrie erranti (2025), pubblicata per la stessa casa editrice della precedente, oltre che per la stessa collana, Aurora, e prefata ancora da Bruno Mohorovich – curatore della collana – si configura piuttosto come un autoritratto. Meglio ancora come un autoritratto che – come avviene nella pittura cubista o futurista ed anche, per certi versi, in alcune prove impressioniste, benché con strumenti ed esiti differenti – possiede uno sviluppo non solo nello spazio, ma anche nel tempo, dal momento che i componimenti raccolti abbracciano un arco di quasi un decennio. Per quanto ciò sia dissimulato attraverso una disposizione di questi ultimi che non concede nulla alla diacronia, rigorosamente basata sull’ordine alfabetico dei titoli. La non staticità di tale autoritratto è inoltre garantita dal carattere dichiaratamente errante della sua opera, participio presente che associato alla psicogeometria rimanda immediatamente al metodo montessoriano, ma, a sua volta, la psicogeometria potrebbe richiamare alla mente la psicogeografia situazionista, consapevole delle implicazioni emotive proprie dell’ambiente che abbiamo intorno, nonché la deriva, ovvero la principale metodologia che traduca in pratica la disciplina psicogeografica.

    Le derive situazioniste tuttavia – come è noto – sono strettamente legate all’ambito urbano. Leonardi, vice versa, pur mantenendo fermissima la relazione tra emozione e ambiente, ne evoca costantemente uno dai tratti ben poco antropizzati. Il suo spazio e il suo tempo sono quelli del mito pre-cristiano, ove l’ancoraggio alla natura e ai suoi ritmi abbraccia la sfera dell’estetica, ma anche quella della morale e persino della politica, intesa chiaramente nel senso più alto del termine. Come “strega e tarantolata quasi in trance”, come “sciamana sciamannata”, l’autrice ci dà così costantemente conto di impregiudicate esplorazioni entro una realtà che confina col sogno sempre pronto a farsi segno. E la gaia inquietudine di tale peregrinazione è restituita appunto dallo stesso curvarsi della sostanziale linearità della sua poesia verso il visivo: la scelta di evidenziare in neretto alcune parole, o parti di parole, di usare il maiuscolo, di eliminare gli spazi tra una parola e l’altra, di aumentare le dimensioni del carattere e, soprattutto, tratto più che mai caratterizzante i suoi versi, di allinearli al centro piuttosto che distribuirli uniformemente, in maniera tale da dare forma a impensabili figure geometriche per lo più assimilabili a rombi, ma talvolta persino a cerchi, irregolari.

    Se tale peculiare modellare plasticamente la scrittura acquista, tra l’altro, più o meno consce valenze espressive, se non espressionistiche, assai visualmente evocativo è anche il significato più convenzionale cui i segni mettono capo, sollecitando un mondo archetipico di infallibile fascino e di inequivocabile senso. La Luna è forse la co-protagonista più ricorrente, e sulle implicazioni femminili di tale corpo celeste, fin da tempi antichissimi, è persino superfluo soffermarsi – con essa talvolta si rasenta l’identificazione: «la Luna nel mio corpo / mi illumina da dentro». Subito affianco porrei il mare-madre – ulteriormente dipanabile in variazioni «tra/mare e a/mare» -, un pur non inedito slittamento della più consueta, ma meno dinamica, associazione tra terra e madre, testimonia ancora la passione di Leonardi per l’assonanza-allitterazione e rende palese, qualora ce ne fosse ancora bisogno, la matrice del suo sentire. La stessa che tra il 1980 e il 1981, giovane laureata in Storia dell’Arte e in Filosofia, la conduce a porre a Roma, sua città natale, la questione della produzione artistica al femminile attraverso mostre e dibattiti che coinvolgono studiosi del calibro di Giulio Carlo Argan, Maurizio Calvesi, Simonetta Lux, Dario Micacchi, Filiberto Menna e Marilena Pasquali, in significativa coincidenza cronologica con quanto Lea Vergine va facendo a Milano, ideando la sopra evocata mostra L’altra metà dell’avanguardia (1980). Una spinta che giunge fino ai nostri giorni, giacché un filo rosso corre da allora fino almeno alla già ricordata raccolta del 2024, composta da trenta ritratti di artiste, per lo più poete, spesso “fuori canone”, nelle cui «vicende autobiografiche mi sono rispecchiata».

    Ma anche la matrice che ancora prima, nel 1978, la conduce ad inscenare una performance nella Pineta di Ostia, appena devastata da un incendio, operazione inaugurale del suo percorso che si inscrive in un decennio notoriamente assai pervaso – come i nostri tempi, ma con tante, inevitabili differenze – da una ansia ecologica. Ed anche qui, considerando la sua poesia recente, il cerchio si chiude perfettamente, benché temporaneamente. Malgrado l’afflato ottimista di fondo, a tratti profondamente vitalistico, che connota il suo errare psicogeometrico, la dimensione del mito non è sempre al riparo – e forse non potrebbe essere altrimenti in tempi funesti come questi – dai miasmi tossici della storia, contemporanea. Allora il vitalismo non si spegne ma si tramuta in indignazione, invettiva: «scoppio / di rabbia ed orrore / e lo sconforto cresce / implacabile invade / cuore e mente / scoppio / d’intolleranza / – ed è ora di dirlo – / per tutti i delinquenti / che per loro profitto / hanno distrutto il mondo». E se fosse necessario essere ancora più espliciti: «perduta l’armonia sapiente della natura / la contesa tra il molteplice e l’uno / è divenuta eterna / e tutti noi / in / folle / discesa / verso l’abisso / colpiti da infezione dell’orrore / destinati al declino / e all’estinzione / estrema malattia la distruzione / di alberi prati foreste / e acque dolci / di mari e monti / e infinite bellezze / che abbiamo dissipato / nel nome del guadagno».

    Qui però la prospettiva sembra almeno in parte cambiata, giacché non si tratta più – o non solo – di puntare il dito sulle responsabilità altrui. L’umanità tutta – o, quanto meno, il mondo occidentale -, e quindi la stessa autrice – e forse, chissà la stessa felicità dell’arte e della poesia – Walter Benjamin non sostiene forse che ogni documento di civiltà è anche documento di barbarie? – viene posta sul banco degli imputati. Non di meno ella ridiviene fieramente accusatrice quando si tratta di confrontarsi col mondo della cultura, di stigmatizzare le brutture quotidiane agli occhi – e alle orecchie – di chi interroga il linguaggio e lo fa guidato dal senso etico: «di non cader per tracotante eccesso / nel banalmente ovvio e consueto / risaputo fortuito arbitrario /accademico arrogante / autoreferenziale / egocentrico / efferato / gioco / di gruppo / subdolamente / spacciato per poesia».

    Stefano Taccone

    Stefano Taccone è nato a Napoli nel 1981. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica all’Università di Salerno. Attualmente è docente di Storia dell’arte nella Scuola secondaria di II grado. Ha pubblicato le monografie Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, 2010), La contestazione dell’arte (Phoebus Edizioni, 2013; Iod Edizioni, 2015), La radicalità dell’avanguardia (Ombre Corte, 2017), La cooperazione dell’arte (Iod Edizioni, 2020), La critica istituzionale. Il nome e la cosa (Ombre Corte, 2022); le raccolte di racconti Sogniloqui (Iod Edizioni, 2018) e Morfeologie (Iod Edizioni, 2019), il romanzo Sertuccio (Iod Edizioni, 2020) e le raccolte di poesie Alienità (Edizioni Divinafollia, 2019), Terrestri d’adozione (Edizioni Progetto Cultura, 2021) e Sciogliete le rime (Campanotto Editore, 2023). Ha curato i volumi Contro l’infelicità. L’Internazionale Situazionista e la sua attualità (Ombre Corte, 2014) e Religione/arte/rivoluzione, anche (Massari Editore, 2020). Collabora stabilmente con le riviste “Frequenze Poetiche”, “Segno” ed “OperaViva Magazine”.