Joseph Roth: “La milleduesima notte” (Adelphi, trad. Ugo Gimmelli), di Loredana Cefalo

Cosa rimane degli esseri umani quando crollano le certezze, le gerarchie e le rassicuranti finzioni di un intero mondo? E quanto quel vuoto morale somiglia alle contraddizioni del nostro presente?

​Se rileggiamo oggi La milleduesima notte di Joseph Roth ne cogliamo una sconcertante profezia: il crepuscolo dell’Impero Asburgico parla direttamente alle democrazie contemporanee, sistemi complessi e formalmente inappuntabili, ma pervasi da inerzia, cinismo diplomatico verso i regimi autoritari e una spietata mercificazione dei più deboli.

​Scritto nel 1939 dall’esilio parigino, mentre l’Europa scivolava nel baratro totalitario, il romanzo risponde a questi interrogativi presentandosi solo in apparenza come una raffinata commedia mitteleuropea dal sapore orientale. Sotto la superficie del racconto si cela una spietata anatomia morale del collasso asburgico, orchestrata come un catalogo dei vizi capitali.

​La trama, incentrata sulla sostituzione della contessa Wurmbrandt con Mizzi Schinagl nel letto dello Scià di Persia in visita a Vienna, è solo un pretesto per mostrare come, nel microcosmo viennese, i peccati siano gli ingranaggi su cui poggia l’intero ordine sociale.

​La bellissima contessa Wurmbrandt, di cui lo Scià si invaghisce al primo sguardo, incarna la superbia aristocratica: è disposta a sacrificare un’altra donna pur di salvare le apparenze di casta.

​Dal canto suo, il barone Taittinger rappresenta la paralisi etica e spirituale di un impero al tramonto; la sua colpa capitale è un’accidia pervasiva e claustrofobica. Chiuso in un individualismo estremo, il barone non ascolta altra voce al di fuori della propria e ignora i bisogni altrui, etichettando tutto e tutti come noiosi. La sua vita è dominata da un’apatia cronica, una vacuità in cui ogni cosa svanisce; incapace di prendere posizione o di provare autentica empatia, Taittinger si lascia scivolare addosso il destino dell’amante e del figlio illegittimo con un’indifferenza disarmante. Solo per un breve istante la sua inerzia si incrina: sopraffatto dallo scandalo e dall’impossibilità di rientrare nei ranghi dell’esercito, manifesta un barlume di compassione, dettato soprattutto dal terrore della solitudine nella morte.

​Accanto a lui, la lussuria capricciosa dello Scià, disabituato a porre freni al desiderio, riduce l’essere umano a pura merce. Una ricerca talmente cieca del piacere carnale da non fargli notare lo scambio: dopo la notte trascorsa con Mizzi, creduta la contessa W. concessagli dal marito, cade in un profondo sconforto, deluso dall’abisso tra la realtà e la grandiosità delle proprie aspettative.

​Sottile, invece, è l’invidia corrosiva dell’eunuco, che osserva con sordo risentimento l’ipocrisia degli occidentali, compiacendosi della loro degradazione.

​A chiudere il cerchio è l’avarizia spietata di Frau Matzner, maîtresse di una nota casa d’appuntamenti dell’alta società viennese, legata al denaro a tal punto da non volersene separare neppure di fronte alla morte.

​Al centro di questa ragnatela spicca Mizzi Schinagl, l’unica figura priva di malizia. La sua colpa tragica è una radicale ingenuità infantile: si fida ciecamente di tutti, firma contratti senza leggerli e subisce passivamente il proprio destino. La sua purezza non è però priva di lacerazioni interiori: schiacciata dall’abiezione della prostituzione in cui è sprofondata, Mizzi va incontro a un corto circuito emotivo. Travolta dall’angoscia e da un dolore insostenibile per la sua immaturità, arriva a picchiare senza motivo e ad abbandonare il figlio, per poi piombare in un pentimento tanto straziante quanto impotente. L’incapacità cronica di difendersi ne fa la preda ideale di una società corrotta, trascinandola fino alla rovina giudiziaria e al carcere.

​La grandezza dell’opera risiede nella maestria con cui Roth governa stile, ritmo e registri narrativi. Il romanzo si apre con l’andamento brillante, leggero e quasi musicale di un’operetta viennese, sostenuto da un’ironia sottile e da periodi armoniosi. Con il procedere degli eventi, tuttavia, il testo muta progressivamente: il tono scivola dalla satira di costume al dramma sociale, fino a farsi tragedia. Anche il ritmo asseconda questa metamorfosi, accelerando nella spirale caotica di truffe, debiti e processi, per poi rallentare e quasi congelarsi in una marcia funebre, segnata dall’angoscia per il declino senile e la morte.

​Questa parabola si apre e si chiude con una meditazione sulla natura umana e sulla sua fragilità di fronte alla storia. Roth incornicia la narrazione interrogandosi su cosa resti degli individui quando l’impero, le corti e le certezze borghesi si sgretolano: creature fragili e incostanti, incapaci di governare i propri impulsi o di resistere al corso degli eventi, ridotte a marionette manovrate da forze superiori. All’inizio le loro esistenze brillano di un fasto vano; alla fine si dissolvono, svuotate di ogni sostanza, lasciando dietro di sé soltanto macerie morali.

​L’epilogo di Mizzi rappresenta il vertice di questo pessimismo, una salvezza a metà. Sopravvissuta al carcere e alla rovina economica, è condannata a farsi parodia di sé stessa: un’attrazione da baraccone che esibisce ai curiosi la memoria del suo antico scandalo con lo Scià. Per non morire fuori, è costretta a morire dentro, ridotta alla cartolina imbalsamata di un passato irrecuperabile.

​Nell’intera produzione di Roth, La milleduesima notte si colloca come l’ultimo, amaro testamento narrativo insieme a La leggenda del santo bevitore. Pubblicato dalla casa editrice d’esilio De Gemeenschap a ridosso della morte dell’autore e dello scoppio della Seconda guerra mondiale, il libro non conobbe all’epoca la risonanza dei capolavori precedenti, quali La marcia di Radetzky o Giobbe. Soltanto a partire dagli anni Settanta, grazie a un’ampia riscoperta critica internazionale, l’opera ha ottenuto il dovuto riconoscimento, imponendosi come uno dei vertici più complessi della prosa rothiana.

​Roth firma così una favola amara sul crollo dell’Austria-Ungheria e della società che la componeva, in cui l’innocenza disarmata e la stessa essenza umana vengono divorate dall’ipocrisia del potere e dal cinismo del denaro.

​Cosa resta, dunque, dell’uomo una volta spogliato di ogni certezza istituzionale? Resta una fragilità senza tempo, agghindata con una preziosa collana di perle.

Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

Joseph Roth: “Ebrei erranti” (Adelphi, trad. Flaminia Bussotti) – Maurizia Maiano

Uno sguardo al passato per leggere il presente!
Joseph Roth nasce a Brody in Ucraina il 2 settembre 1894 nell’oblast’ di Leopoli, “enclave” mitteleuropea dell’impero austro – ungarico. E’ lui il grande cantore della “Finis Austriae”, della dissoluzione dell’impero austro-ungarico che aveva riunito popoli di origini disparate con lingue, religioni e tradizioni diverse. Un “piccolo mondo in fieri” della nostra contemporaneità. Leopoli vive acute tensioni e non solo tra le varie nazionalità. All’università c’erano scontri tra studenti polacchi e ruteni e all’interno del mondo ebraico, a cui Roth apparteneva, fra chassidismo, movimento di rinnovamento spirituale attraverso l’esperienza mistica, l’haskalah o illuminismo ebraico, che promuoveva l’integrazione nella società secolare e l’uso della ragione nella interpretazione della Torah, e il movimento sionista che stava diventando sempre più forte. A Leopoli la lingua ufficiale era il tedesco, ma dal 1871 il polacco divenne lingua d’insegnamento nelle scuole e nelle università.


Questa può essere la ragione per cui Roth, che vedeva la sua patria letteraria nella letteratura
tedesca, decise di lasciare Leopoli e di iscriversi per il semestre estivo del 1914 all’Università di
Vienna. Conosce la realtà viennese proprio allo scoppio della guerra, l’anno dell’assasinio di
Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia. L’Austria-Ungheria, questo inusuale Vielvoelkerstaat, Stato multinazionale, nell’epoca in cui si affermano i nazionalismi, è l’impero in cui il suo imperatore, Franz Joseph, si rivolge ai suoi sudditi dicendo: “Meinen Voelkern”, “ai miei popoli”, riconoscendo con questa espressione l’identità nazionale di ogni popolo del suo impero. E Roth, da buon figlio di quell’Austria-Ungheria, si interrogava sul sionismo divampante tra gli ebrei.

Nel 1927, nel saggio “Ebrei erranti”, Roth si chiedeva perché anche gli ebrei volessero essere una nazione, loro che lo erano già stati tanti secoli addietro e più degli altri sapevano quanto sangue costasse una nazione, quanto pericolo si nascondesse verso questo pur umano desiderio che significa identità. Perché ritornare in una terra che per loro era ormai diventata estranea?

Gli ebrei erano vissuti in occidente e non solo; c’era l’ebreo spagnolo, francese, tedesco, polacco, i sefarditi, che avevano assimilato la cultura dell’europeo occidentale, e gli askenaziti, ortodossi e vissuti nell’Europa orientale, materialisti e concreti i primi ed ascetici e fortemente legati alla tradizione i secondi, tanto che un askenazita, come scrive Canetti nella “Lingua Salvata”, non avrebbe mai potuto sposare una “todesca”. Vecchi vizi che si ritrovano ovunque, in ogni gruppo sociale, in ogni etnia, categorie che sembrano andare al di là del tempo e dello spazio eppure in essi ben radicati. Differenze e gruppi che ritroviamo oggi ancora presenti ed anche più numerosi nelle loro sfumature identitarie nell’attuale Israele. Il problema era che ogni nazione austriaca si appellava alla terra che le apparteneva, solo gli ebrei non si potevano appellare ad un proprio suolo, zolla, come si diceva, e l’antisemitismo era vivo nei polacchi, nei ruteni, cechi, magiari, rumeni. Per questo, scrive Roth, si sono fatti coraggio e si sono riconosciuti in una sola nazionalità che era quella ebraica e, non possedendo una zolla in Europa, compensarono questo desiderio con un anelito verso una patria palestinese e diventarono una nazione in esilio.

Joseph Roth e Stephan Zweig

La terra ritrovata non ha eliminato o anche solo attenuato le differenze, ancora oggi la società di Israele è molto divisa al suo interno: ebrei laici, religiosi, haredim cioè gli ultraortodossi, e gli ebrei arabi. Viene meno l’immagine mitica dell’”ebreo errante”, dell’ebreo della storiella ebraica di Saint-Exupéry: “Vai dunque laggiù? – Come sarai lontano! – Lontano da dove?” L’ebreo diventa il simbolo della condizione esistenziale dell’uomo di ogni tempo, il transfert attraverso cui avviene la consustanziazione o la transustanziazione, per dirla in termini luterani e cattolici. Accadde così che un pensiero che non riesce ad astrarre da una contingenza si lascia trasportare dalle mode del momento. Scrive ancora Joseph Roth: “Erano stati sempre uomini in esilio. Ora diventarono una nazione in esilio. Inviarono rappresentanti ebreo-nazionali nel parlamento austriaco e incominciarono a lottare per i diritti e le libertà nazionali prima ancora di aver ottenuto il più elementare riconoscimento dei diritti umani “Indipendenza nazionale” fu il grido di battaglia europeo intorno al quale si raccolsero. Il trattato di pace di Versailles e la Società delle Nazioni si impegnarono a riconoscere anche agli Ebrei il diritto a una propria “nazionalità”. Oggi, in molti stati, gli ebrei sono una “minoranza nazionale” e sono ancora ben lontani dall’avere ciò che vogliono, ma molte cose le hanno già: scuole proprie, il diritto a esprimersi nella propria lingua e, inoltre, alcuni di quei diritti con i quali si è convinti di far felice l’Europa. Ma anche se gli ebrei in Polonia, in Cecoslovacchia, in Romania, nell’Austria tedesca riuscissero ad ottenere tutti i diritti che sono di una “minoranza nazionale” sorgerebbe pur sempre l’interrogativo che gli ebrei non siano molto di più di una minoranza nazionale di tipo europeo; che non siano qualcosa di più di una Nazione di come la si intende in Europa; se, rivendicando i diritti nazionali, non rinuncino a una pretesa assai di più importante”. Questo l’insegnamento che ci viene da Roth: non è sui diritti della Nazione che dobbiamo lavorare ma sui diritti della persona e dei gruppi sociali minoritari all’interno di essa per favorirne la convivenza. Questo lo Stato-Nazione che si prospetta per tutti. Nazioni multiculturali, multilinguistiche, multireligiose e mutietniche. Roth morirà solo qualche mese prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, nel maggio del 1939. Aveva visto, il 30 gennaio 1933, Hitler divenire cancelliere del Reich. Roth lasciò la Germania. In una lettera a Stefan Zweig mostrò una sorprendente chiarezza di vedute ed un assoluto rifiuto del nazismo: “Intanto le sarà chiaro che ci avviciniamo a grandi catastrofi. A parte quelle private – la nostra esistenza letteraria e materiale è annientata – tutto porta a una nuova guerra. Io non dò più un soldo per la nostra vita. Si è riusciti a far governare la barbarie. Non si illuda. L’Inferno comanda”. Sempre nel 1933, scrisse ancora a Stefan Zweig: “La Germania è morta. È stata solo un sogno, apra gli occhi, la prego!” Il suo impegno contro l’ideologia nazionalista si spiega con il suo utopistico progetto che mirava al ritorno degli Asburgo a Vienna insieme alla critica al sionismo. Dopo un articolo apparso il 6 luglio del 1934 dal titolo “Das Dritte Reich, die Filiale der Hölle auf Erde”- Il terzo Reich la filiale dell’inferno sulla terra – i suoi libri furono dati alle fiamme e Roth ritorno’ a Parigi.

Il 24 febbraio 1938, pochi giorni prima dell’Anschluss, andò a Vienna con lo scopo di persuadere il cancelliere austriaco Kurt Schuschnigg a dimettersi in favore di Otto d’Asburgo. Il progetto forse non era così illusorio come appare a posteriori; in ogni caso Roth non ebbe successo: non riuscì a parlare con Schuschnigg e il ministro di Polizia di Vienna gli consigliò di tornare subito a Parigi.
Scriverà così: “ Una crudele volontà della storia ha frantumato la mia vecchia patria, la monarchia austro-ungarica. Io l’ho amata, questa patria, che mi ha permesso di essere contemporaneamente un patriota e un cittadino del mondo, un austriaco e un tedesco fra tutti i popoli austriaci. Ho amato le virtù e i pregi di questa patria, e amo oggi, che è morta e perduta, anche i suoi errori e le sue debolezze. Ne aveva molti. Li ha espiati con la sua morte. È passata quasi immediatamente da una rappresentazione da operetta all’orrendo teatro della guerra mondiale” In una lettera scritta a Stefan Zweig il 6 aprile 1933 dall’Hotel Foyot a Parigi, una delle sue residenze abituali, scrive: […] “Io sono un anziano ufficiale austriaco. Amo l’Austria. Ritengo vile non dire oggi che è venuto il tempo di provare nostalgia per gli Asburgo. Voglio riavere la monarchia, e voglio dirlo.”

    Maurizia Maiano*

    *Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.