Dan Simmons, pur essendo un gigante della fantascienza, sicuramente non è noto al grande pubblico – o, perlomeno, non era noto a me, anche se sono una lettrice bulimica.
Premetto che, fino a qualche tempo fa, fantascienza per me era sinonimo di lettura di evasione, piena di improbabili concetti scientifici e avventure intergalattiche. E questo era quanto.
Leggendo però Simmons, grazie ai consigli di mia moglie, mi sono accorta di essere davanti ad un’opera che va ben al di là dei cliché del genere letterario. Sì, perché queste storie strane ed inverosimili, con il loro approccio a razze aliene, il conseguente cambiamento di prospettiva, il diverso che ci si para improvvisamente davanti, parlano direttamente a noi, alla nostra parte più speculativa, ponendoci fondamentali quesiti esistenziali – come da sempre fa la filosofia.
Tutte queste cose, insieme a molte altre, le ho trovate ne “I Canti di Hyperion” di Dan Simmons, una quadrilogia ormai quasi quarantenne, e già sviscerata da critici letterari, intellettuali e studiosi.
E allora perché questo articoletto, che si perderà nel mare magnum degli scritti su questo autore? Perché, purtroppo, Dan Simmons, figlio del Midwest americano, classe 1948, ci ha lasciati il 21 febbraio e la notizia mi ha colpito molto. Le considerazioni che seguono, che si riferiscono alla sola quadrilogia di Hyperion, non sono altro che i pensieri sparsi di una lettrice in lutto per la perdita di un grande autore.
Ciò che mi ha colpito, oltre alle vicende piene di colpi di scena, è l’erudizione che l’autore inserisce nella trama, quasi un fil rouge che attraversa tutta l’opera. Definirla fantascienza mi sembra quasi riduttivo. Si potrebbe parlare di epopea, di un lungo poema in prosa che utilizza i più diversi registri (mi vengono in mente, in ordine sparso, I Racconti di Canterbury, l’Iliade e l’Odissea, Beowulf, Faust e Swift per citarne solo alcuni).
Come Ulisse, i protagonisti incontrano diversi popoli, sono esposti ai pericoli di un viaggio che li porta alla periferia dell’universo; come Beowulf, devono combattere un pericoloso ed ambiguo avversario, lo Shrike; come in Faust è presente un patto diabolico e, come in Swift è presente il dilemma dell’immortalità.
I Canti sono tutto questo e ancora di più: sono un trattato etnologico, un’occhiata nel futuro (Hyperion è del 1989 e si parla già di AI), un compendio di storia dell’arte e della letteratura, quasi un opera antica, dove ogni storia era una specie di summa dello scibile umano.
Da cui si stagliano, difficilmente dimenticabili, gli incredibili protagonisti e le loro incredibili avventure. Che iniziano quando un gruppo di personaggi variamente assortiti inizia un viaggio, ognuno con il suo carico di dolore e di speranza e richiama, a ben guardare, la questione del Graal: ognuno cerca il suo personale Re pescatore che possa dare loro sollievo ed esaudire il desiderio che portano nel cuore. Ma questa ricerca, piena di ostacoli enormi e spaventose incognite, ha come scopo anche la salvezza del genere umano, minacciato dal TecnoNucleo e dalla Rete, invenzioni umane che sono diventate entità indipendenti e vedono i loro creatori come un inciampo alla loro piena realizzazione.
Ed ecco che si apre la parte più propriamente filosofica della quadrilogia: cos’è la vita? Ci si può innamorare di una IA ospitata in un corpo di carne e sangue? Che senso ha il tempo quando i viaggi interstellari sono una realtà ed esistono portali che ci proiettano in altri luoghi, nel passato e nel futuro, con la stessa facilità con cui si entra in una stanza? È lecita una guerra che sacrifica milioni di essere umani per salvarne miliardi? Quale può essere lo scopo ultimo dell’esistenza? L’immortalità? E che tipo di immortalità? Forse di silicio?
Dan Simmons esplora tutti questi quesiti, partendo da solide basi logico-filosofiche – fa riferimento, tra gli altri a Schrodinger e a Teilhard de Chardin e sviluppando teorie che da loro prendono spunto.
In un’epoca come la nostra, dove la laicità e il pensiero libero sono un valore, Simmons ci mette in guardia contro la totale pervasività della religione, dipingendo una Chiesa avida e corrotta che ricorda molto da vicino quella dell’Inquisizione, dove ogni idea minimamente eccentrica rispetto a quelle dominanti ha come conseguenza la morte sociale – e non solo quella.
Ma tra le cupe atmosfere dei Canti, ci sono però pagine di tensione e di bellezza, come quando si parla del senso della vita o durante le iperboliche descrizioni del TecnoNucleo, visionarie e spiazzanti. O come quando Simmons ci porta per mano nella Roma di Keats, nelle stanze vaticane e ad abitare in una delle creazioni di Frank Lloyd Wright…
Queste sono solo alcune delle tante considerazioni che mi vengono in mente pensando ai Canti di Simmons. Spero siano sufficienti a invogliare qualcuno a leggere le opere di questo gigante che purtroppo ci ha lasciato.
Silvia Lanzi
Silvia Lanzi: Ho conseguito la maturità magistrale, e mi sono laureata in materie letterarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano con tesi riguardante l’alto medioevo. Ho collaborato per anni con il settimanale “Nuovo Torrazzo” di Crema occupandomi della stesura articoli di vario genere (soprattutto critica letteraria e teatrale e cronaca di eventi quali vernissage et similia). Collaboro con il sito gionata.org in qualità di traduttrice dall’inglese e scrivendo articoli. Sono autrice di due libri: “Libera di volare” (Kimerik, 2006) e “Coincidenze” (Boopen, 2010). Lettrice onnivora – alterno saggi (psicologia, storia, filosofia e arte) e narrativa (soprattutto anglo-americana e scandinava).
Olympe de Gouges, rivoluzionaria francese è stata a lungo rimossa dalla storia ufficiale. Troppo avanti sui tempi, troppo scomoda, troppo femminista.
Nei primi anni ’70 alcune storiche francesi si chiesero: e le donne? E diedero il via a quella felice riscoperta non solo di figure che erano state famose in passato e poi obliate – come Olympe De Gouges e altre – ma anche di donne sconosciute.
La storia, che prima di allora aveva citato nei manuali solo qualche regina o favorita dei re e qualche santa, finalmente tentò di ricostruire la vita quotidiana.
Ci si ricordò che dietro alle conquiste delle donne, sociali, di costume, legali degli anni ’70/80 del Novecento c’erano ben due secoli di ardue battaglie.
Anche la rivoluzione francese (1789/1799) non fu femminista, anzi…i due più celebri filosofi che l’avevano ispirata per quanto audaci nelle loro idee, Voltaire e Rousseau, entrambi deceduti dieci anni prima della presa della Bastiglia, non avevano difeso le donne.
Persino il seicentesco e geniale Molière aveva preso in giro in una sua commedia “le preziose”, circoli di donne colte e amanti delle arti.
Nell’Emilio, il suo testo pedagogico, Rousseau aveva scritto: “Tutta l’educazione delle donne deve essere in funzione degli uomini. Piacere e rendersi utili a loro, (…) consolarli, rendere loro la vita piacevole e dolce: ecco i doveri delle donne in ogni età della vita e questo si deve insegnare loro fin dall’infanzia“.
Far notare questa mancanza non vuole certo sminuire la grande importanza del pensiero filosofico di Rousseau o Voltaire.
In cima al potere assoluto dell’Ancient Régime c’era il re, allora Louis XVI che si potrebbe definire “l’uomo sbagliato al momento sbagliato”, sarà decapitato nel 1791 suscitando grande riprovazione all’estero. Tutto il potere era nelle sue mani insieme ai suoi consiglieri.
Grande alleato del re era il clero anche se c’erano differenze tra i potenti vescovi e i parroci di campagna.
La chiesa cattolica aveva ancora privilegi feudali e questi assurdi favoritismi furono all’origine dell’ateismo esasperato del tempo.
Olympe e molti altri rivoluzionari volevano una monarchia costituzionale, che allora era una forma di governo molto avanzata. Ella fu contro la condanna a morte del re per ragioni umanitarie e anche strategiche: sapeva che Parigi avrebbe avuto tutta l’Europa contro.
Infatti alcuni massacri, la morte del re, il Terrore faranno allontanare dal sostenere la rivoluzione quegli intellettuali stranieri che inizialmente l’avevano approvata: Goethe, il poeta Hölderlin, il drammaturgo Vittorio Alfieri, il poeta William Wordsworth che nel 1790 si era recato in Francia e aveva visto la gente ballare felice nelle piazze per la libertà conquistata.
L’inglese Mary Wollstonecraft, nonostante approvasse la rivoluzione, aveva pianto quando aveva visto il re portato al patibolo in maniche di camicia tra i soldati impassibili nelle loro giubbe grigie che facevano rullare ritmicamente i tamburi.
Nel 1792 pubblicò nel suo paese il celebre: “A Vindication of the Rights of Woman” (Rivendicazione per i diritti delle donne) considerato il primo testo femminista (anche se Olympe aveva edito a sue spese il suo, passato quasi inosservato, nel 1791).
I protagonisti della Rivoluzione furono uomini: Danton, Marat, Robespierre, Saint – Just, il re Louis XVI , il ministro Necker, Mirabeau, il generale Lafayette, Condorcet, il buon Gracchus Babeuf fino a Camille Desmoulins, il giovane giornalista che incitò il popolo a prendere la Bastiglia il 14 luglio 1789 anche se la prima sommossa significativa era avvenuta un anno prima a Grenoble. Ne era stato testimone un bambino, Henri Beyle, che sarebbe stato poi conosciuto con il nome di Stendhal.
La Rivoluzione fu un processo storico ingarbugliato, durato ben dieci anni. Non fu la rivoluzione borghese che si vuole rappresentare ma di più: fu un nuovo mondo che ne eclissò un altro, quell’Ancien Régime che si credeva eterno e che si proclamava voluto da Dio. L’aristocrazia che viveva su enormi privilegi, alle spalle del popolo, oziosa, spesso viziosa, si considerava superiore a tutti. Tuttavia non tutti gli aristocratici erano tiranni così come non tutti i rivoluzionari violenti.
La povertà era sconvolgente. Le cronache raccontano che nel gelido inverno del 1788/89, quando la temperatura arrivò nella capitale a dieci gradi sottozero, le donne affamate si gettavano nella Senna ghiacciata.
Bastava un raccolto andato a male e un gran numero di contadini morivano di fame mentre a Versailles si giocava a faraona (un gioco di carte assai in voga) o si spettegolava su qualche vicenda amorosa. Anche Mozart nel suo soggiorno parigino precedente alla rivoluzione aveva scritto, assai deluso, che mentre lui aveva suonato il clavicembalo, i nobili avevano continuato a chiacchierare e a giocare a carte, ignorandolo.
Erano in vigore atroci torture e supplizi. Il dottor Guillotin, ex gesuita, ideatore della ghigliottina venne quasi considerato un benefattore.
Non è neppure vero che il 1700 fu – come a volte si legge – il secolo delle donne. Ci furono dei salotti di vivaci conversazioni, incontri sociali e letterari promossi da donne aristocratiche o intellettuali come la ricchissima Madame De Staël, figlia del ministro Necker che stupidamente Louis XVI aveva licenziato o Madame Roland, rivoluzionaria finita sulla ghigliottina che nei tetri mesi di carcere aveva trovato la forza morale di scrivere uno splendido “Memoriale” ma erano esclusivamente a Parigi e per pochi.
È vero invece, come ha dimostrato Cécile Berly nel saggio “Elles écrivent: le plus belle lettres au XVIII siécle” che nel 1700 in Francia e in Inghilterra alcune donne incominciarono a raccontare sé stesse in diari privati, memorie e carteggi epistolari (nota 1).
I due più celebri romanzi del tempo come “Manon Lescaut” e “Le relazioni pericolose” proponevano come immagini femminili una bella sventata, una perfida marchesa e una ragazza ingenua.
Negli anni ’70 del secolo era scoppiata la rivoluzione nel continente americano ma era stata quella di emigrati ribelli di tredici colonie dalla madrepatria britannica. Abigail Adams, saggia moglie del futuro secondo presidente John Adams e madre di un altro, aveva scritto al marito che si trovava ad un congresso nel 1776 una lettera (il famoso Remember the Ladies): “Ricordati delle donne e sii più generoso e favorevole a loro dei tuoi antenati. Non mettere un potere così illimitato nelle mani dei mariti. Ricorda, tutti gli uomini sarebbero dei tiranni se lo potessero“.
Anche Maria Antonietta non aveva alcun potere politico. Era la figlia dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, sposa adolescente di un uomo che non amava (il che era reciproco perché per vari anni non ebbero rapporti coniugali finché non ne furono ‘costretti’ per dare alla Francia un erede).
Maria Antonietta era solo una ragazza appassionata di vestiti, di acconciature ma non furono certo i suoi costosi abiti a mandare in deficit il regno di Francia. Amava il teatro, suonava l’arpa e non si occupava di politica. Sembra essere stata, come scrisse Stendhal, una “buona ragazza”.
Venne detestata perché donna, straniera e bisessuale, ella violò un tabù con il suo amore per la bellissima duchessa di Polignac, la malinconica principessa torinese di Ramballe (che avrebbe fatto una fine orribile) e il conte Fersen, un diplomatico svedese che riuscì invece a scamparla.
È vero che tramò con l’Austria contro la Francia ma era scontato che lo facesse.
Sophie de Grouchy, che a 22 anni sposò Condorcet, aristocratico rivoluzionario, scienziato, economista, uomo politico, fu una donna di grande ingegno, pittrice, allieva della famosa ritrattista Élisabeth Vigée – Lebrun. Fu una cara amica di Giulia Beccaria, madre di Alessandro Manzoni (nota 2)
Fu anche autrice di un bel libro epistolare “Lettere sulla simpatia’, recentemente ripubblicato in Italia.
Charlotte Corday, quasi venticinquenne, pronipote del celebre drammaturgo Corneille, di famiglia monarchica ma di idee girondine, giunse invece dalla Normandia a Parigi con un fosco piano. Nell’afoso pomeriggio del 13 luglio 1792 riuscì, con una scusa, a farsi aprire la porta di casa di Marat per consegnargli una fittizia lista di nomi di traditori. Marat, uno dei capi rivoluzionari, medico di talento, eclettico studioso e “amico del popolo”, abitava in un modesto appartamento da operaio al primo piano di un buio caseggiato e stava facendo una cura per una grave malattia della pelle che lo affliggeva: era immerso in una vasca da bagno con un’asse poggiata sopra per scrivere appunti. Ciò gli consentiva di poter ricevere persone.
Charlotte lo pugnalò e poi dirà che lo aveva fatto per salvare migliaia di future vittime. Simonne Évrard, donna di valore e compagna del giacobino, tentò vanamente di salvarlo.
Nel Novecento, Charlotte Corday, finita al patibolo, sarà strumentalizzata dell’estrema destra francese, la dipingeranno in stucchevoli “santini” bionda, con gli occhi azzurri e un’aria angelica “scordandosi” che aveva assassinato un uomo a sangue freddo.
Un’eroina sfortunata fu invece la meno nota Théroigne de Méricourt che si abbigliava da ragazzo, con un gran cappello e una giacca rossa e che verrà, seppure rivoluzionaria, aggredita da alcune donne del popolo, spogliata per strada e picchiata. Lo shock fu tale che, si disse, perse la ragione. Venne reclusa vari anni alla Salpetrière, lo spaventoso manicomio di Parigi – il che fu anche un modo per toglierla di mezzo.
Madame Lavoisier (Marie-Anne Paulze) sposò adolescente Antoine Lavoisier, nobile e geniale chimico. Divenne la sua più stretta collaboratrice negli esperimenti e tradusse testi scientifici dall’inglese al francese. Un bellissimo quadro del pittore David li ritrae insieme.
Lui venne giustiziato nel 1794 ma lei si salvò e fece pubblicare i lavori del marito.
Bisogna ricordare anche le sedici suore carmelitane di Compiègne che vennero ghigliottinate perché si rifiutarono di sottoscrivere alcuni articoli durante la scristianizzazione della Francia e che Papa Francesco ha canonizzato nel 2024.
Ma anche le numerose donne sconosciute che da lontano adoravano Robespierre, ricamatrici, istitutrici, ragazze “borghesi”. Lo seguivano ovunque, gli scrivevano lettere, gli facevano addirittura proposte di matrimonio nonostante il trentenne capo giacobino, incorruttibile e casto a differenza di Danton, fuggisse. Era introverso, aveva dei tic frequenti, il che non era una “colpa” ma una malattia (sbatteva gli occhi, usava due paia di occhiali, aveva spasmi alle spalle).
Questa adorazione, che potrebbe anche far sorridere, la dice lunga però sul fascino che gli uomini di potere possono esercitare.
C’erano infine le donne senza nome, le popolane che invasero Versailles, contadine, lavandaie, cameriere che giunsero fino agli appartamenti della regina che fuggì grazie alle sue dame di compagnia e ad un passaggio segreto. Donne furiose, scarmigliate che parlavano coloriti dialetti ma anche le venditrici di legumi – come raccontò il socialista Jules Michelet nella sua “Storia della Rivoluzione” (1853) – che salvarono dalle grinfie dei soldati e dal patibolo un padre di quattro bambini.
Tra tutte queste donne una delle più straordinarie fu Olympe de Gouges. Era il nome d’arte di Marie Gouze, nata nel 1748 nel sud del paese e, quasi certamente, figlia illegittima di un aristocratico ricchissimo e poi scrittore di successo (grande nemico di Voltaire). Sua madre aveva sposato un giovane macellaio ma era l’amante di questo titolato. Olympe visse la contraddizione di una paternità e di uno status sociale negato. A 17 anni venne persuasa a sposare un uomo molto più grande che non amava con la quale ebbe un figlio.
A ventidue anni, tempo dopo il decesso del marito, raggiunse con il figlio la grande capitale, cuore pulsante del paese.
Era bella, intelligente e non mancava di coraggio.
Restif de la Bretonne la descriverà ‘attraente’, il rivoluzionario Brissot ‘bella’, il giornalista e storico Moufle d’Angerville scrisse di lei nel 1786: ‘È una donna straordinaria, piena di vitalità, di energia’.
Venne citata in un libro del 1792 intitolato “Omaggio alle donne più belle e virtuose di Parigi”.
Era come si diceva una ‘femme libre’ (donna libera) ma senza nulla di equivoco, compagna di Louis – Sébastien Mercier, scrittore progressista di successo e benestante. Egli l’aiutò economicamente per cui Olympe poté vivere in un quartiere centrale di Parigi con parecchi gatti, un cane, un esotico pappagallo, persino una scimmia.
Anche un’altra donna, Marie Joséphe Rose Tascher de La Pagerie, francese nata in Martinica che poi sarà imperatrice con il nome di Joséphine de Beauharnais, moglie di Napoleone, aveva nel suo giardino alcuni animali esotici.
Olympe divenne una nota commediografa. Nel 1700 il teatro aveva un enorme successo di pubblico. Non era solo cultura ma anche svago. Le commedie erano spesso idilliache ed inverosimili storie di pastori e pastorelle o deliziose vicende amorose con una morale finale. Virtù, Armonia, Natura – sono parole chiave del Settecento.
Tuttavia i testi di Olympe affrontavano anche temi scomodi, come i diritti delle donne e la difesa dei neri nelle colonie francesi. Lei si fece parecchi nemici nell’ambiente del teatro proprio per le sue idee fino ad esserne emarginata.
Aderì alla Rivoluzione e alla “Société des Amis des Noirs” fondata da Brissot contro la schiavitù nelle colonie francesi.
L’opera più celebre di Olympe non è però tra le molte commedie da lei redatte (in gran parte andate perdute) ma soprattutto, postumamente, nella ‘Dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” (1791), in 17 articoli come la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo” del 1789.
La storica tedesca Gisele Bock ha fatto saggiamente osservare che Olympe aveva compreso che il termine “homme” nella Dichiarazione del 1789 nel concreto non significava “umanità” ma soltanto maschi (“Le donne nella Storia Europea”).
Unicamente Condorcet aveva, nel 1790, difeso le donne. Vi erano club femminili che vennero però fatti chiudere da Robespierre.
Si diceva che Olympe dettasse le sue opera, tra cui molti libelli politici, ad un segretario ed effettivamente il suo stile appassionato richiama il parlato.
Il testo si apriva con una dedica alla regina a cui si rivolgeva chiamandola Madame anziché Sua Maestà. Olympe le chiedeva di farsi promotrice dei diritti delle donne.
Poi c’era una breve “esortazione agli uomini” che in puro stile Illuminista chiedeva loro il perché di tanta oppressione verso le donne.
I 17 articoli e le pagine di chiusura erano/sono un documento politico avanzatissimo: denunciavano il mondo feudale ingiusto, oppressivo e vizioso dell’assolutismo in cui alle donne era chiesto solo di essere belle e amabili.
Olympe proponeva l’abolizione del matrimonio e l’istituzione di unioni civili tra uomini e donne basate sul rispetto e sul dialogo reciproco (“Le mariage est le tombeau de la confiance et de l’amour”, il matrimonio è la tomba della fiducia e dell’amore); chiedeva che le donne non fossero più legalmente subalterne al padre e al marito e libere economicamente; la protezione economica dei figli illegittimi e delle ragazze madri (che erano molte) in modo che non dovessero più andare in degli ospizi con i loro bambini se prive di mezzi economici; che le donne potessero partecipare alla vita politica e sociale del paese e lavorare in tutti gli ambiti; l’eguaglianza legale.
Chiedeva inoltre che accanto all’Assemblea nazionale composta solo da uomini, ve ne fosse un’altra formata solo da donne non in opposizione ma che potesse lavorare in armonia con l’altra; l’abolizione del celibato per i preti; un sostegno per la protezione delle prostitute.
Tutto ciò nel 1791!
Con l’inizio del Terrore, Olympe sfidò Robespierre chiamandolo “tiranno” e poco dopo venne aggredita in strada da vari popolani. Uno di loro sfoderò la spada dicendo: “Chi offre quindici soldi per la testa di Olympe?”. Ella ebbe la presenza di spirito di ribattere: “Io ne offro trenta”.
L’uomo scoppiò a ridere e la lasciò andare.
Olympe sapeva che aveva i giorni contati. Arrestata con un pretesto non ebbe un avvocato e si difese da sola.
Era il 1793: il 16 ottobre era stata ghigliottinata Maria Antonietta, 36 anni, il 3 novembre salirà al patibolo Olympe de Gouges, 45 anni, il 9 novembre Madame Roland, 39 anni.
Postumamente lei venne accusata nelle gazzette di essere stata una ‘esaltata’, di ‘non essersi occupata di ciò che riguardava il proprio sesso’, cioè di non essere rimasta in silenzio e sottomessa.
Se le donne innocue ma scomode non si possono accusare di condurre una vita privata discutibile, si accusano di essere ‘isteriche’ – ancora oggi funziona così.
Ma neppure le donne capirono ciò che ella aveva fatto per loro.
Solo dagli anni ’80 del Novecento la sua figura sarà riscoperta in Francia grazie ad alcuni storici.
Nel 1799 un’altra donna coraggiosa finirà sul patibolo, questa volta, dei Borboni a Napoli: Eleonora De Fonseca Pimentel (nota 3).
Nel 1800 Victor Hugo descriverà le contraddizioni dell’epoca nel bellissimo romanzo “Novantatré” e Charles Dickens nell’altrettanto bello “Il racconto delle due città”.
Le conquiste della rivoluzione, che dovette combattere una guerra con l’Austria e altri paesi e quella civile in Vandea, furono molte tra le quali: l’abolizione della monarchia assolutista, dei diritti feudali, della tortura, delle decime e dei privilegi della chiesa, il diritto di voto agli uomini con un certo censo, l’istruzione gratuita per tutti, le pensioni, il sostegno a vedove e orfani, l’abolizione della schiavitù nelle colonie, dei ghetti per gli ebrei, l’abolizione dei “reati immaginari”, come erano chiamati l’omosessualità maschile e l’adulterio.
Alcune di queste conquiste furono poi rimesse in discussione.
La Francia ne uscì stremata: il 18 brumaio 1799 Napoleone fece un colpo di stato, prese il potere e nel suo stile sintetico annunciò: “Cittadini, i principi della Rivoluzione restano- ma essa è finita”.
Ma era stato Danton che nel Tribunale che lo aveva condannato a morte (1794) aveva pronunciato le parole più toccanti:
“Senza di me non ci sarebbe stata alcuna rivoluzione. Senza di me non ci sarebbe stata alcuna repubblica (…). Conosco questa corte, l’ho creata io e di questo chiedo perdono a Dio e agli uomini (…).
Abbiamo posto fine al monopolio della nascita e della fortuna in tutti i grandi uffici dello stato, nelle nostre chiese, nei nostri eserciti, in questo vasto complesso di arterie e vene che dà vita a questo magnifico corpo che è la Francia.
Abbiamo dichiarato che l’uomo più umile di questo paese è uguale al più illustre.
E questa libertà conquistata per noi stessi, l’abbiamo offerta agli schiavi. E affidiamo al mondo la missione di costruire il futuro sulla speranza che abbiamo fatto nascere.
Questa è più di una vittoria in una battaglia, più delle spade e dei cannoni e di tutti gli squadroni di cavalleria d’Europa. Questa ispirazione, questo soffio per tutti gli uomini, ovunque, in ogni luogo, questo appetito, questa sete, non potranno mai essere soffocate. Le nostre vite non saranno state vissute invano”.
……….
Nota 1) vedi anche Catriona Seth “La Fabrique de l’intime”
2) Natalia Ginzburg “La famiglia Manzoni”
3) sulla quale sul Randagio si trova una mia intervista alla storica Antonella Orefice.
Tra i molti film sulla Rivoluzione da vedere il bellissimo “Il mondo nuovo” di Ettore Scola (1982) e lo sceneggiato “La Rivoluzione francese” diretto da Robert Enrico e Richard T. Heffron, per il bicentenario (1989).
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
A Napoli si dice: “Pare Pulecenella spaurato d’ê maruzze.” E già ti viene da sorridere: una paura teatrale, gigantesca… per una cosa minuscola. Le maruzze (o maruzzelle) sono le lumache: quelle di terra, con la scia d’argento, e pure quelle di mare. Insomma: niente mostri, solo corna piccole piccole. Eppure Pulcinella s’allarma come se stesse arrivando l’apocalisse.
È una frase perfetta per sfottere chi si agita troppo, chi fa il duro ma poi trema davanti al nulla, o chi vede “nemici” ovunque.
Pulcinella è proprio così: un cocktail di fame e furbizia, chiacchiere e sospetto, genialità e scuse pronte. Maschera nera, naso adunco, cappello bianco, postura da uno che “ne ha viste”… e poi si impressiona per una maruzza. O magari fa finta: la sua paura spesso è strategia, un modo per prendere tempo, misurare l’aria, capire chi ha davanti e preparare la mossa senza scoprirsi.
E mentre tutti stanno lì a fissare le maruzze (come se davvero fossero il problema), Pulcinella fa quello che gli riesce naturale: parla. Parla tanto, parla troppo. E da quel parlare nasce l’altro classico: “’o segreto ’e Pulecenella”, il segreto che segreto non è, perché prima o poi viene spifferato – magari buttato lì, tra mille chiacchiere – come se nulla fosse.
Il nome di Thomas Bruce, VII conte di Elgin forse sarà sconosciuto ai più ma invece è stato, tra la fine del 1700 e il 1800, un personaggio assai noto e tuttora ben conosciuto dagli storici e amanti dell’arte.
Lavinia Fonzi, giovane scrittrice romana residente a Milano, gli ha dedicato un romanzo storico interessante e molto ben scritto: “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin” nelle librerie dal 20 marzo.
Lavinia Fonzi è già autrice di alcuni romanzi. In questa nuova opera mescolando un’accurata ricerca storica e una fertile immaginazione riesce a dare vita a questo Lord Elgin che ancora oggi è visto da alcuni come un grande amante dell’arte classica, da altri come un predatore. È infatti colui che ha fatto portare a Londra una parte delle decorazioni scultoree del Partenone greco (da tempo al British Museum), anche se inizialmente egli aveva solo ingaggiato un pittore italiano per copiarle.
Da decenni la Grecia ne chiede vanamente la restituzione.
Vi fu nel 1700 una passione smodata per l’arte classica (Elgin incontrò anche a Napoli l’anziano Lord Hamilton che acquistava opere d’arte, non si sa se sempre in modo lecito e Napoleone stesso sequestrò un gran numero di quadri e oggetti preziosi durante “la campagna d’Italia”).
La contesa tra Atene e Londra non si è ancora risolta.
Io, detto per inciso, penso che la Grecia qualche ragione ce l’abbia ma Fonzi dimostra, attraverso testi autentici, che Elgin non fu un questionable man ma piuttosto un fedele suddito di Sua Maestà Giorgio III, un diplomatico leggermente malinconico che avrebbe voluto vivere tranquillo nella sua brumosa Scozia e che invece attraversò numerose traversie sullo sfondo di eventi epocali: la prigione, crisi asmatiche, una moglie intelligente ma innamorata di un affascinante, suadente bellimbusto e persino Lord Byron che scrisse versi sferzanti contro di lui.
Elgin e Byron erano due opposti: tanto pacato, sognatore seppur determinato il primo, tanto ribelle, sulfureo e geniale il secondo. Tuttavia la byronmania che si diffuse allora fece sì che quei versi rovinarono Elgin.
La vita privata e sentimentale del diplomatico viene narrata da Lavinia Fonzi con maestria, la trama è avvincente senza mai diventare prolissa nonostante l’ampiezza del libro, 500 pagine che si leggono d’un fiato e le psicologie accurate, soprattutto quelle femminili abbastanza complesse.
Anche quando appare Napoleone, l’autrice mantiene il suo stile sobrio, mai sopra le righe – il che costituisce uno dei pregi di questo romanzo.
Il libro vuole ricostruire con affetto una vita, non lasciare che si smarrisca nei meandri del tempo. E in questo senso “Per amore dell’antico. Il romanzo di Lord Elgin” è anche un’opera della memoria, di una misteriosa connessione tra la giovane scrittrice e lo scozzese che i ritratti, tra cui quello di copertina dell’accurata edizione, ritraggono con l’immancabile giubba rossa britannica, viso ovale e vivaci occhi castani.
Ma lasciamo la parola all’autrice:
Come mai hai scelto di dedicare un romanzo a questo personaggio singolare, lo scozzese Lord Elgin?
Mi sono imbattuta nella storia di Lord Elgin per caso, mentre leggevo un libro di archeologia che lo menzionava, e sono rimasta subito colpita dalla sua vicenda. Non solo perché ha cambiato per sempre il destino di opere immortali, ma anche perché è stato un uomo che ha perso tutto per inseguire un sogno, scontrandosi non solo con una sorte avversa (nel corso della sua vita gli è capitato di tutto!) ma anche con l’ostilità della gente. Il desiderio di raccontare la sua storia e, soprattutto, l’umanità dietro il simbolo a cui viene spesso ridotto, è stato fortissimo e mi ha spinta a scrivere questo romanzo.
Il tuo libro non è solo una biografia romanzata ma anche il ritratto di un’epoca (fine 1700/Inizio 1800) particolarmente attraente per i rapidi e contrastanti eventi storici. Che cosa ti appassiona di questa epoca?
Il periodo a cavallo tra Settecento e Ottocento è in assoluto il mio preferito: non a caso tutti i miei romanzi hanno questa ambientazione. Amo quest’epoca perché è stata densa di avvenimenti fondamentali per la storia europea, come la Rivoluzione francese e l’età Napoleonica, ma anche perché è stata segnata da grandi cambiamenti e ideali. Mi appare quindi come la cornice perfetta per storie avventurose ed emozionanti e, al tempo stesso, un “serbatoio” di vicende umane ancora attuali.
Oltre all’accurata ricerca storica c’è stata anche una ricerca psicologica nell’immaginare caratteri di cui sappiamo poco, ad esempio, il personaggio fondamentale di Mary?
Assolutamente sì. Ho cercato, sulla base delle fonti a disposizione, di rappresentare nel modo più accurato e realistico possibile i personaggi che compaiono in questo romanzo. È vero, il personaggio di Mary (prima moglie di Lord Elgin) non è particolarmente noto, ma per fortuna ci ha lasciato delle lettere che sono state poi pubblicate in diversi saggi storici. Da questi scritti emerge il ritratto di una donna vivace e curiosa, pragmatica e amante della vita sociale. Ho cercato di ricostruirne il carattere così come io l’ho inteso, di mostrare le insicurezze che deve aver provato di fronte a un impegno tanto importante come la missione diplomatica e di raccontare con delicatezza la complessa evoluzione del suo rapporto con il marito.
Vuoi parlarci brevemente delle tue opere letterarie precedenti? Mi sembra che ci sia un fil rouge tra loro e questo nuovo romanzo.
Tra i miei altri scritti vorrei menzionare “Nel nome del Giglio“, un romanzo storico che racconta una storia d’amore e avventura ambientata tra Firenze e Parigi durante la Rivoluzione francese e la saga “Tra le pieghe del tempo“, una tetralogia che segue le vicende di una ragazza dei giorni nostri in diverse città dell’Europa del 1789. Oltre ad avere in comune con “Per amore dell’antico” il periodo storico, condividono con questo romanzo anche il gusto per l’avventura e l’importanza degli ideali.
Quali sono le scrittrici e gli scrittori (o poeti) che leggi o rileggi più volentieri?
Nella narrativa sicuramente Alexandre Dumas, che per mia fortuna ha lasciato moltissimi romanzi storici. Non mi stancherei mai di leggere le sue storie, sono così avvincenti che si ha davvero la sensazione di essere ‘dentro’ il passato. Tra i poeti, invece, mi piace molto Giosuè Carducci, per lo stile e i contenuti delle sue liriche.
Lavinia Capogna*
*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
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Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.
Nel gennaio del 1912 Rainer Maria Rilke si trova ospite della principessa Marie von Thurn und Taxis nel castello di Duino, vicino a Trieste, allora parte dell’Impero austro-ungarico. Durante una passeggiata sulle scogliere battute dal vento, racconta di aver udito interiormente il verso che apre la Prima Elegia:
Wer, wenn ich schriee, hörte mich denn aus der Engel Ordnungen?
Chi, se io gridassi, mi udrebbe dalle schiere degli Angeli?
Non è soltanto l’incipit di un’opera: è l’irruzione di una domanda assoluta. L’uomo moderno, dopo la frattura delle certezze ottocentesche, si scopre esposto a un cielo che non protegge più
e se anche un Angelo a un tratto
mi stringesse al suo cuore la sua essenza più forte
mi farebbe morire. Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio…
Le Elegie duinesi verranno ultimate solo nel 1922, nel castello di Muzot, in Svizzera, dopo un decennio attraversato da guerra, smarrimento e precarietà economica. Ma leggere Rilke solo in chiave storica sarebbe riduttivo. La crisi della modernità è il suo sfondo, non il suo tema. Rilke non descrive un’epoca: fa accadere un’esperienza che non è solo esperienza di quel tempo, ma si insinua nel tempo per esserne parte eterna.
Per questo una lettura empatica appare più adeguata. Le categorie storiche mutano, si trasformano, si rivestono di nuovi ornamenti; la poesia, invece, custodisce ciò che nell’umano resta
Non che tu possa mai reggere lo spiro che ascolta
l’ininterrotto messaggio che dal silenzio si crea
L’intensità eccede sempre la nostra misura. L’Erlebnis,l’esperienzavissuta, si incarna nella parola poetica come vibrazione sonora. Come dalle note nasce armonia o dissonanza, così dall’incontro delle parole nasce poesia o disincanto. Le parole di Rilke non chiudono il senso: lo aprono. Non spiegano la vita: la espongono alla sua intensità.
La sua è una forma di religiosità senza dogma, una mistica nell’assenza di Dio. Il senso non viene proclamato, ma si forma nel silenzio quotidiano. È una teologia dell’assenza che non sfocia nel nichilismo, ma nella responsabilità dell’ascolto. L’Angelo non è consolazione: è eccesso ontologico. La sua vicinanza uccide perché l’umano non può reggere un’intensità assoluta di significato.
In questo quadro il quotidiano assume un valore decisivo,
la fedeltà viziata di un’abitudine
non è mediocrità, ma resistenza. Il silenzio e la ripetizione diventano la forma abitabile del sacro. Il quotidiano non è l’opposto dell’abisso, ma la sua soglia sopportabile: il modo umano di restare in ascolto del tremendo senza esserne annientati.
La caducità attraversa tutta l’opera mentre l’uomo è transito:
vedi gli alberi sono, le case che abitiamo reggono. Noi soli
passiamo via da tutto, aria che si cambia.
E tutto cospira a tacere di noi,
un po’ come si tace un’onta, forse, un po’ come si tace
una speranza ineffabile.
Qui la voce di Rilke si accorda con altre lontane nel tempo, come quella del poeta Andreas Gryphius, che nel Seicento barocco della Guerra dei trent’anni scriveva:
Es ist alles eitel: tutto è vano,
gloria e grandezza svaniscono come sogno.
Cambiano le forme storiche, non la ferita.
Quali parole trovare ed associare per esprimere cosa sia la felicità, attimi che sappiamo di non poter possedere per sempre. Come coniugare il desiderio di fermarsi aggrappati ad un ramo mentre la corrente ci trasporta: verweile doch du bist so schoen (Goethe) non basta e allora?
E noi che pensiamo la felicità
come un’ascesa, ne avremmo l’emozione
quasi sconcertante
di quando cosa che è felice, cade.
Felicità e dolore non sono opposti, ma forme diverse della stessa intensità dell’essere. Non si superano, non si risolvono: coincidono separandosi. Non sono un semplice gioco verbale, ma una vera ontologia poetica.
In questo senso, le Elegie non offrono consolazione né redenzione: offrono capacità di reggere l’eccesso del vivere. Ma, come nella saggezza popolare, sappiamo che le parole feriscono allo stesso modo in cui curano l’animo umano ed è questa la grande poesia di Rilke.
L’arte come spaziotempo in cui sostare per ascoltare la propria voce interiore, qui è la verità, mai la menzogna. In Rilke la parola non salva nel senso religioso o morale, ma trasforma il dolore in forma abitabile. La poesia non guarisce la ferita: le dà voce, spazio, risonanza. E così la rende condivisibile
Nelle Elegie non c’è disperazione. C’è consapevolezza. Non esiste una separazione netta tra vivi e tra i morti, non riusciamo semplicemente ad immaginare come potrebbe essere:
Certo è strano non abitare più sulla terra,
non più seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo più, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto
Strano non desiderare quel chedesideravi
………ed è faticoso essere morti
Ma i vivi errano, tutti,
ché troppo netto distinguono.
Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente
sempre trascina con sé per i due regni ogni età..
Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto la
morte rapì,
ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,
come dal seno materno.
Una eterna corrente che travolge e trascina con sé ogni epoca e a cui nessuno sfugge. Angeli ed umani sono accomunati in questo vagare tra cielo e terra. Una immagine che richiama il movimento incessante della scala di Giacobbe nel dipinto di Michael Leopold Lucas Willmann: un viavai continuo tra alto e basso, senza trionfalismi, in una tensione silenziosa che unisce poesia e pittura, come cielo e terra, terra e cielo.
Se nella Prima Elegia il tremendo si manifesta nella figura dell’Angelo, nella Terza lo sguardo si abbassa nel sangue. Non è più l’uomo che tende all’alterità celeste, ma quello che risponde al suo sangue, alla parte oscura di sé.
Una cosa è cantare l’amata. Un’altra, ahimè,
quel sottratto colpevole Dio-fiume del sangue.
L’amore viene demistificato: la fanciulla non è origine del turbamento, ma occasione. L’intensità che attraversa il giovane è più antica di lei. L’amore non è decisione, ma corrente.
Credi davvero che l’abbia scosso così il tuo apparire leggero?
“Sì, lo turbasti”. Ma in lui si sollevarono paure più remote. E’ un suono che viene da lontano ciò che lo attrasse verso di lei. Egli vuole e fugge, si abitua al tuo cuore e insieme si sottrae. Non tutto dell’altro ci appartiene. Ed è forse proprio questo a rendere l’amore umano: l’accettazione di una regione inviolabile che nessuno può interamente raggiungere.
Quello che lei conosce di lontano, il proprio giovincello, che sa
lui del signor della voglia, che dal solitario spesso,
ancor prima lo plachi la fanciulla, spesso com’ella neppure esistesse
ah, eiaculando chi sa mai da quale inconoscibile, quella testa di Dio
sollevava, ridestando la notte a interminabile tumulto.
La ragazza crede di essere la causa del turbamento del giovane. Ma Rilke dice: no. Il giovane amante non ama soltanto la fanciulla: è abitato da un dio arcaico, da una forza che lo precede. L’amore non è origine, ma scaturigine. Non è decisione, ma corrente. E ancora una volta l’uomo scopre di non essere padrone dell’intensità che lo attraversa
Sul serio pensavi d’averlo al tuo lieve apparire
così ridotto in fremiti, tu che trascorri come brezza d’alba?
E’ vero sì lo atterristi nel cuore, ma più remoti terrori
lo scoscesero in quell’urto toccante.
Certamente lui vuole, si sottrae; alleviato si abitua
al tuo cuore segreto e prende e dà inizio a se stesso.
Ma si dette mai inizio?
Una vibrazione inquieta, un uomo che ama, ma che non appartiene del tutto a chi ama. Forse l’amore non è possesso, né salvezza reciproca. Forse ciascuno di noi porta dentro di sé una regione che nessuno può interamente raggiungere.
Rilke lo dice con dolcezza e con rigore: non tutto dell’altro ci appartiene.
E forse proprio questo rende l’amore umano.
Le Elegie duinesi restano di una bellezza indicibile perché non offrono consolazione, ma intensità. Il bello non pacifica: espone. Non protegge: trasforma. In un secolo segnato dall’ateismo e dalla disillusione, Rilke non restaura un Dio perduto, ma riconsegna all’uomo la responsabilità del divino che lo attraversa.
L’arte è religione con i mezzi della poesia. Lo dicevano i romantici. Non spiegazione della vita, ma sua vibrazione più profonda. Che ci riporta alla Nervenkunst – l’arte dei nervi dei poeti viennesi. Una arte ancor più vera perché capace di riprodurre le vibrazioni della vita all’ennesima potenza.
Ed è forse questo che continua a commuoverci: non leggiamo le Elegie per comprendere un’epoca, ma per riconoscere noi stessi nella loro intensità.
Accurata la traduzione, dell’edizione Einaudi del 1979, di Enrico ed Igea De Portu. Bisogna essere un po’ poeti per tradurre in modo così impeccabile e riuscire a trovare la stessa tonalità della lingua tedesca anche in italiano.
Breve biografia
Rainer Maria Rilke, poeta boemo, nasce a Praga nel 1875. E’ considerato uno dei più importanti poeti lirici in lingua tedesca del Novecento. La sua poesia è caratterizzata da una profonda inquietudine in cui fonde sensibilità spirituale, solitudine e una meticolosa ricerca estetica, culminata nei capolavori Elegie Duinesi (1912-1922) e Sonetti a Orfeo(1922).
Ebbe un’infanzia difficile e un rapporto complicato con la madre, che lo educò come una bambina fino ai 7 anni. Il padre lo costrinse a frequentare scuole militari, ambiente che il poeta descrisse come cupo e inadatto al suo temperamento sensibile.
Viaggiò instancabilmente tra Russia, Italia, Francia e Svizzera.
Nel 1897 incontrò a Monaco Lou Andreas-Salomé, scrittrice russa che divenne sua musa, amica e guida intellettuale. A Parigi, dal 1905, frequentò lo scultore Auguste Rodin, da cui apprese il rigore artistico e la capacità di osservazione.
Oltre alle opere citate, è famoso per il romanzo I quaderni di Malte Laurids Brigge (1910).
Durante la prima guerra mondiale visse in Baviera e poi si rifugiò in Svizzera. Nel castello di Muzot, grazie all’aiuto di amici, concluse le sue opere principali. Morì di leucemia nel 1926 a Val-Mont.
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.