Benvenuti nel “setting biblioterapeutico randagio”, nel nostro spazio “Bibliofarmacopeico” dove la medicina si chiama lettura!
È un luogo dove ogni vita merita il suo romanzo, dove ciascuno può imbattersi nello specchio letterario attraverso cui passare per incontrarsi. Al di là di quello specchio potremo vedere le parti di noi a disagio, o quelle che attendono solo di essere liberate e portate alla luce per ritrovare il benessere.
In questo spazio, con il giusto mix di serietà e di gioco, proveremo a fare qualcosa di speciale: a partire dai casi che ci verranno sottoposti dalla nostra psicologa Rita Mele, o dalle mail che giungeranno in redazione, Rita stessa insieme a Gigi Agnano, l’ideatore de Il Randagio, suggeriranno uno o più libri che potrebbero rivelarsi preziosi per chi ci scrive. Non chiamiamola prescrizione – sarebbe troppo serioso – ma piuttosto un gioco letterario di corrispondenze, dove la sensibilità professionale di una psicologa si intreccia con la passione bibliofila di chi ha fatto dei libri la propria casa. Un divertissement letterario – a metà tra una posta del cuore e i consigli del libraio – aperto a chiunque voglia partecipare e contribuire.
Ma i libri, a che servono davvero? Ci fanno compagnia nelle solitudini, ci consolano nei momenti bui. Diventano scudi silenziosi contro i vicini troppo loquaci in treno o in aereo. Nutrono le nostre riflessioni, cullano il sonno meglio di cento pecore, o ci tengono svegli per le ragioni più belle. Si trasformano all’occorrenza in comodini improvvisati, in scale d’emergenza. Sanno riaccendere fantasie sopite, creare atmosfere intime quando letti ad alta voce in famiglia, tra amici, nella coppia.
Tutto questo e molto di più, come molti di voi già sanno e sperimentano con un libro – anzi, il libro – a portata di mano. Il-libro-che-cura sa donare un tocco accogliente alle relazioni, quelle con gli altri e quelle con noi stessi. Impressi nella memoria, i libri possono persino “salvare la cultura dai roghi” quando chi li legge si trasforma in persona-libro, riscoprendo la preziosità della voce nella trasmissione orale delle storie umane. Il libro che “ci sceglie” custodisce un “apriti sesamo” che attende solo di essere scoperto. È la chiave per accedere alle nostre fantasie più segrete, alle nostre paure, alle cripte emotive che aspettano di disvelarsi. Ci accompagna nei sentieri della vita verso quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce salute: “una condizione di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non la semplice assenza di malattia o infermità”.
Ma può davvero un libro valere una cura? E possiamo attribuire questo potere a qualsiasi volume? Come scegliamo con attenzione il terapeuta adatto al nostro disagio, così dovremmo selezionare il libro curativo per noi.
La storia della letteratura ci offre un esempio luminoso: Shahrazād si salvò la vita, e a sua volta salvò quella del giovane sultano di Samarcanda, grazie ai racconti giunti fino a noi come “Le mille e una notte”. Era un caso disperato, questione di vita o di morte. Come disse Shahrazād a suo padre: “O rimarrò in vita, o sarò il riscatto delle vergini musulmane e la causa della loro liberazione dalle mani del re e dalle tue”. Per non essere messa a morte dal vendicativo sultano Shahriyār, offeso dal tradimento della sua sposa, escogitò uno stratagemma: ogni sera gli narrava una storia, rimandandone il finale al giorno seguente. Proseguì così per mille e una notte, mantenendo viva la curiosità del sovrano con racconti straordinari, intrecciati notte dopo notte come perle di una stessa collana. Quando Shahrazād cessò di narrare, il sultano si era ormai innamorato di lei e le risparmiò la vita. Risvegliatosi all’amore, liberatosi dalla prigione del proprio odio vendicativo verso le donne, poté finalmente godere della vita e aprirsi al nuovo. Il tempo trascorso e la fantasia intessuta nei racconti lo riconciliarono con sé stesso e con la sua storia. Mille e una novella riconciliarono il maschile e il femminile, permettendo a entrambi di regnare grazie al potere guaritore del metaracconto.
La narrazione diviene così un gesto d’amore, un tocco risanatore che, giungendo a noi attraverso le pagine di un libro, genera un perpetuo inizio di esperienze nuove e ancora inimmaginabili. Questo rappresenta il primo caso della nostra Bibliofarmacopea Randagia, nella nostra storia di libri-che-curano. Un classico della letteratura che da oggi, per noi de “Il Randagio”, diventa il caso emblematico della cura attraverso i libri – uno dei mille e uno volumi che abiteranno il nostro setting bibliofarmacopeico.
‘Vieni scegli nella mia biblioteca,
se ciò ti giovi a ingannare il dolore,
fino a quando ci scopriranno i cieli
il dannato che ha fatto questo scempio
… sul tuo corpo … ‘
Tito Andronico a Lavinia atto IV scena I
William Shakespeare
Rita Mele: barese, ma da molti anni vive a Bolzano. Giornalista, giurista, formatrice, psicologa, insegnante di yoga. Progetti per il futuro: ballare
Gigi Agnano: napoletano, è l’ideatore e uno dei fondatori de Il Randagio
Antonio Corvino, per me, prima ancora che un professore, un economista, un saggista, un meridionalista, un romanziere e un poeta, è uno splendido compagno di viaggio. Abbiamo attraversato insieme a piedi molti luoghi degli Appennini, tra Campania, Basilicata e Puglia. Quelli che per lui erano poco più che passeggiate, per me erano cammini faticosi, che mi lasciavano vesciche enormi e dolorose sui piedi. In questi percorsi abbiamo condiviso esperienze indimenticabili, tra i panorami mozzafiato e le difficoltà del Cammino degli Anarchici, dei Briganti, o della lunga Benevento-Matera. Mentre io arrancavo con la vista annebbiata dalla fatica, pensando al letto e alla cena — alla pasta e fagioli e all’aglianico — lui, con la sua insaziabile curiosità, si addentrava in ogni chiesa o cappella che incontravamo lungo il sentiero. Non si limitava a un’occhiata veloce: si fermava estasiato davanti a ogni pala d’altare, a ogni statua, come se osservasse un capolavoro unico e irripetibile.
Durante queste camminate, Antonio mi indicava quelli che per me erano genericamente “alberi” o “piante,” chiamandoli con la competenza di un botanico o, più semplicemente, di chi torna sempre, dopo tanto girovagare, alla sua campagna in Salento. Questo suo modo di immergersi nel viaggio “con l’insaziabile avidità dello spirito che lo spingeva a conoscere, scoprire, sperimentare” – dice quando parla di Ulisse -, di cogliere la bellezza di ogni pietra, di ogni filo d’erba e di ogni opera, umana o del Padreterno, è lo stesso che emerge nelle pagine del suo ultimo libro.
In “L’altra faccia di Partenope”, Antonio Corvino offre al lettore un’acuta e affascinante indagine su Napoli, tracciando un percorso sociologico e culturale che si evolve pagina dopo pagina in un’esperienza dello spirito. Con un’attenzione meticolosa ai dettagli, l’autore scava sotto la superficie della città per rivelare un mondo nascosto, fatto di storia, mito e cultura popolare. Corvino non si accontenta di raccontare una Napoli patinata, da cartolina, ma, lontano dagli stereotipi, si addentra tra i suoi strati più segreti e intimi, portando alla luce una bellezza ombrosa che ama nascondersi. “È da quando ero studente che mi appassiona l’altra faccia di Partenope,” spiega, “quella nascosta sotto gli intonaci scrostati, i cornicioni e i marmi incastonati qua e là nei basamenti di palazzi… quella velata di devozione nelle edicole votive dei vicoli.”
Questa citazione rivela subito la cifra narrativa del suo lavoro. Napoli è vista come un’entità che ha nella stratificazione e nella verticalità uno dei suoi misteri, “una città che ama nascondersi dietro a più di uno strato di veli. “Napoli è velata come nel film del turco-salentino Ozpetek, come il Cristo di Sammartino. Corvino intraprende, come nei nostri cammini, una sorta di pellegrinaggio. Non è un caso che i primi capitoli siano dedicati a San Giovanni a Teduccio, Pietrarsa, Portici, Ercolano, tutti luoghi che vedono il passaggio dei pellegrini diretti a Pompei. Ne segue uno scavo nell’anima nascosta della città, una full immersion nella Napoli cristiana, quella delle chiese, dell’arte e dei miracoli. E il lettore lo segue, lasciando percorsi turistici e luoghi comuni, addentrandosi nei quartieri storici ma anche in quelli meno noti, ascoltando i miti e i racconti, la musica e la letteratura che si intrecciano alle sue strade.
Napoli emerge come una città di contrasti. Nel giro di trecento metri e di un quarto d’ora, capita di rendersi conto di aver attraversato una città al tempo stesso aristocratica, borghese, popolare e multiculturale. Qui il bello e il brutto, lo splendore e il degrado, il sacro e il profano, l’antico e il moderno convivono, sovrapponendosi e mescolandosi in un’armonia all’apparenza caotica ma perfetta. È una città che non si offre al primo sguardo, ma che va decifrata con lentezza. L’autore ne racconta la bellezza sfuggente, che si rivela strato dopo strato, che richiede al visitatore l’impegno di oltrepassare la superficie per comprenderne l’essenza. La bellezza di Napoli, infatti, è “sfumata, confusa, mischiata, sovrapposta” e si rivela solo a chi ha la pazienza di immergersi davvero nella città, a chi, come Ulisse con le Sirene, si dispone all’ascolto.
Uno degli aspetti più interessanti del libro è la riflessione di Corvino sui contrasti della Napoli moderna, incarnati dal Centro Direzionale. Simbolo di un’aspirazione alla modernità incompiuta, il Centro Direzionale nasce per essere Manhattan e invece diventa un “Bronx in giacca e cravatta,” un tentativo di slancio verso il futuro che però non riesce mai a dispiegare “le ali” per intero: “percepivo lo sguardo ambizioso di un’aquila le cui ali tuttavia non riescono a dispiegarsi liberando tutta la propria potenza.” Questo luogo di grattacieli e acciaio diventa simbolo di una Napoli che cerca di stare al passo coi tempi, ma che finisce per perdere il suo carattere autentico, “uno spazio nato da una bella idea… ma trasformatosi ben presto in un caravanserraglio.”
Nei capitoli dedicati ai quartieri della Sanità, di Forcella e del Vomero, Corvino coglie le mille sfumature di una Napoli popolare e autentica, confrontandola con quella borghese e moderna. Nella Sanità, ad esempio, osserva come storia e miseria convivano a stretto contatto, tra palazzi nobiliari decadenti e botteghe di quartiere, simboli di una resistenza culturale. A Forcella, un rione segnato da una fama drammatica, Corvino percepisce l’eco delle lotte quotidiane di un’umanità schietta che resiste ai pregiudizi. Nel Vomero, con i suoi eleganti palazzi e i panorami mozzafiato, trova il respiro più borghese della città, capace di offrire, nonostante la cementificazione selvaggia, angoli di contemplazione.
Corvino dedica ampio spazio anche alle chiese di Napoli, rivelando l’importanza di questi luoghi sacri non solo come siti artistici, ma come centri di una devozione popolare commovente per la sua inossidabile genuinità. Chiese come San Domenico Maggiore, il Duomo e Santa Chiara diventano nelle sue pagine simboli di un’anima cittadina che non può essere scissa dalla fede, dal sacro, che qui si fonde con la vita quotidiana. Attraverso questi capitoli, il lettore viene invitato a scoprire una città ancora profondamente cristiana, dove la bellezza delle architetture e delle opere d’arte sacra si intreccia con le leggende e le storie di fede dei napoletani.
Con un linguaggio lirico e coinvolgente, Corvino crea un’opera intensa che invita il lettore a scoprire Napoli in tutta la sua complessità, senza fermarsi alla superficie. Napoli, dice, “non ammette distrazioni.” L’altra faccia di Partenope, che esce casualmente in contemporanea col celebrato film di Sorrentino, è un omaggio appassionato a una città dalla bellezza nascosta e complessa, una celebrazione del suo fascino ambiguo, un libro che solleva domande sul valore della tradizione, sul senso di appartenenza (“Terra mia” cantava Pino Daniele), sul rapporto tra antico e moderno, ma anche sul futuro dei centri storici invasi dal turismo e sul degrado delle periferie urbane. Un libro che non è solo una guida spirituale a Napoli, ma un inno alle sue eterne, irresistibili, turbolente, ammalianti contraddizioni.
La rubrica de Il Randagio che unisce cucina e letteratura
Il Randagio vi consente di gustare i grandi capolavori della letteratura!
La pasticciera randagia Anne Baker da Arnhem in Olanda vi svelerà come realizzare piatti ispirati a storie indimenticabili. Scopriremo come il cibo e la letteratura possano fondersi per offrirci nuove emozioni.
Pronti a mettervi ai fornelli? Ogni piatto racconterà una storia e, perché no, vi inviterà a (ri)leggere le pagine di qualche capolavoro.
Questa settimana,la nostra Anne ci propone la ricetta della pagnotta al formaggio, ispirata a quello che con ogni probabilità è il romanzo più famoso di Jonathan Franzen: “Le correzioni”. La pagnotta al formaggio nel romanzo la sta preparando Denise, chef rinomata dalla vita privata piuttosto tribolata, che cerca di affermare in cucina il proprio valore. “Le correzioni” è un romanzo “formidabile” (Don De Lillo), spietato e divertente nel raccontare le dinamiche disastrose, i conflitti, le distanze all’interno di una famiglia americana.
*** LA PAGNOTTA AL FORMAGGIO ***
Guarda il video… in cucina! A seguire gli ingredienti e il procedimento.
Ricette Letterarie: la pagnotta al formaggio di Jonathan Franzen
Vuoi provare a farlo in casa? Eccoti la preparazione.
RICETTA
Pagnotta al formaggio
Tempo totale di preparazione: 1 ora
Tempo totale di lievitazione: 2 ore
Ingredienti per 8 persone
una teglia da plum-cake di dimensioni medie (30 x 7 x 11.5 cm)
300g farina bianca 00
60g farina di mais
12g lievito fresco o 4g lievito secco
4g zucchero
6g sale fino
120g acqua
120g latte intero
1 uovo taglia Media
50g Parmigiano Reggiano grattugiato
100g formaggio Cheddar o Fontina bianco grattugiato
50g formaggio Cheddar o Fontina arancione in scaglie
Q.b. Pepe, Olio extravergine di oliva, foglioline di salvia, scorza di lime
Procedura
Come prima cosa mescola lo zucchero con il latte e poi versa il composto in una piccola ciotola contenente il lievito. Mescola con un cucchiaino per sciogliere il lievito e poi versa il tutto in una caraffa contenente l’acqua.
In una piccola ciotola mescola l’uovo con il sale. In un’altra ciotola (capiente) mescola la farina bianca con la farina di mais.
Ora versa i liquidi sulle farine: prima il latte e poi l’uovo. Otterrai una pastella piuttosto appiccicosa per cui da ora conviene impastare con un guanto in lattice.
Amalgama la pastella nella ciotola e poi versarla sul tavolo da lavoro ben infarinato. Impasta fin quando il composto diventa sodo e non serve più il guanto. Ti serviranno circa 50g di farina in più dato, che quella di mais non contiene glutine.
Una volta preparato l’impasto forma una palla e mettila a lievitare in una ciotola leggermente unta di olio. Coprila bene con un confaccio umido o con la pellicola trasparente. Ci vuole circa una ora e mezza alla temperatura ambiente.
Quando l’impasto raddoppia di volume versalo sul tavolo da lavoro ben infarinato e stendilo con un matterello. Forma un rettangolo, spennellalo leggermente con l’olio extravergine di oliva e grattugiaci sopra il Parmigiano e il Cheddar bianco (o la Fontina). Poi spolvera con il pepe e la scorza di lime.
Arrotola l’impasto su se stesso nel verso della lunghezza e piegalo al centro per formare una V rovesciata. Incidi i due gambi utilizzando un coltello affilato e inserisci dentro le scaglie di Cheddar (o Fontina) arancione e la salvia tagliata in listarelle (chiffonade).
Intreccia con delicatezza le due gambe della V e adagia la treccia di pane così ottenuta nella tortiera da plum-cak,e ben unta con olio extravergine di oliva.
Spennella sempre con l’olio la superficie del pane e lascialo lievitare di nuovo per una mezz’ora. Infine cuoci il pane in forno caldo a 180°C per circa 35 minuti, fin quando la superficie diventa dorata. Aspetta dieci minuti prima di estrarlo dalla teglia e tagliarlo.
Il pane al formaggio è perfetto come aperitivo mangiato da solo, con le alici o con gli affettati.
Le moderne biotecnologie, applicate alla riproduzione umana, ci portano ad interrogarci sul tema delle origini e su come siano necessari, a partire dall’ascolto profondo di coloro che queste tecniche hanno conosciuto sul loro corpo, nuovi miti e nuovi racconti per poter esprimere, condividere e dare significato a ciò che fino a ieri era l’impensabile.
Questo libro ci accompagna, di fronte a scenari assolutamente inusuali, a riflettere e a ricercare, attraverso gli strumenti della psicoanalisi, che non sono solo l’interpretazione, la neutralità, il setting, l’accoglienza, il silenzio, ma anche la partecipazione, il racconto, l’immaginazione, la via per restare aderenti alla matrice poietica dell’essere umano e per ricondurre nell’alveo della vita pulsante e simbolica risorse che altrimenti sarebbero solo sterili ed alienanti espedienti tecnici.
Ci racconta la PMA (Procreazione Medicalmente Assistita) dal punto di vista dei “nati” (cioè dei figli ma anche dei genitori nati, appunto, da queste tecniche) con un approccio clinico che, partendo dall’interrogarsi e dall’attenzione all’immaginario individuale si allarga alle emergenze del tema nella cultura contemporanea, all’immaginario collettivo e alle sue potenzialità creative.
Amedeo Borzillo
Venerdì 6 dicembre Brigitte Allen-Dupré presenta “Nascere come Pinocchio” a Napoli, allo Spazio Guida in via Bisignano 11, alle ore 17.30.
Continuando con gli elementi di contatto tra le due figure, entrambe svolgono la funzione di ‘aiutante’, un’altra caratteristica delle eroine mitologiche.[11] Medea usa le sue arti magiche per consentire a Giasone di conquistare il Vello d’oro. Filumena si occupa per venticinque anni della casa di Domenico e soprattutto dei suoi affari, gestendo le sue pasticcerie mentre lui gira il mondo per seguire le gare dei suoi cavalli e la tradisce con altre donne.
Inoltre, entrambe agiscono con piena consapevolezza: Medea mette in atto il suo piano di lasciare Giasone privo di eredi sebbene sia consapevole dell’enorme dolore che il suo atto le procurerà. Ma l’infanticidio è un gesto inevitabile per proteggere i figli dall’uccisione per mano Corinzia, o quantomeno dalla loro espulsione dalla città, e preferisce ucciderli lei stessa e sottrarli così ad una fine indegna. Analogamente, Filumena attua il suo piano per proteggere i propri figli. Sente che è la cosa giusta da fare, e sebbene si accorga che il suo piano non avrà nessun effetto se non l’abbandono della propria casa, prosegue imperterrita con estrema lucidità.
Vincenzo Di Benedetto osserva che
La grande invenzione di Euripide è che egli interiorizza il contrasto, mettendo in evidenza la resistenza che nel suo interno l’animo di Medea oppone al progetto dell’infanticidio.[12]
Anche Filumena vive il dilemma se tenere o meno il figlio e rivela il suo conflitto interno, quando ha quasi deciso di abortire il suo primo figlio, ma alla fine ha preferito la conservazione piuttosto che la distruzione.
In pieno stile tragico, le due eroine esprimono i loro sentimenti in forma monologante.
Filumena si rivolge a tutte le donne relegate ai margini e solleva, inoltre, la questione del possesso delle donne. Dal canto suo, Medea nel monologo di apertura denuncia la disuguaglianza tra uomo e donna nella società greca del tempo. Inoltre, critica il fatto che le donne devono ‘comprarsi’ un marito, e devono sottomettersi ai loro mariti, come dirà duemila anni dopo Filumena.
MEDEA […] Fra tutti quanti sono animati ed hanno un intelletto noi donne siamo la specie più sventurata; per prima cosa dobbiamo, con grande dispendio di beni, comprarci uno sposo e prenderci un padrone del nostro corpo; questo è un male ancor più doloroso dell’altro.(vv. 230-233)
FILUMENA (nauseata) E chesto capisce tu: ’e denare! E cu ’e denare t’hê accattato tutto chello ca hê voluto! Pure a me t’accattaste cu ’e denare![…] Ll’aggio lavate ‘e piede! […] Sempe comm’a na cammarera c’ ‘a nu mumento all’ato se po’ mettere for’ ‘a porta! (I, p. 538)
Un’altra questione sollevata da Medea riguarda l’apparente comodità della vita delle donne rispetto a quella degli uomini, che sottintende il problema relativo della dinamica dentro-fuori e dei ruoli sociali: la donna confinata all’interno delle mura domestiche e l’uomo libero di uscirne e di rientrarvi a suo piacimento. I due drammaturghi condannano le loro società patriarcali e maschiliste, schierandosi contro l’establishment e denunciando l’ennesima ingiustizia di genere.
MEDEA […] Un uomo, quando sente fastidio di stare in casa con i suoi familiari, esce fuori e solleva il cuore dalla noia. Per noi, invece, è destino volgere lo sguardo verso una sola persona. E dicono di noi che viviamo in casa una vita senza pericolo, mentre loro combattono in guerra; ma ragionano male. Giacché preferirei stare tre volte presso lo scudo piuttosto che partorire una volta sola! (vv. 243-251)
FILUMENA […] Qualunque femmena, doppo vinticinc’anne che ha passato vicino a te, se mette in agonia. T’aggio fatto ’a serva! (A Rosalia e Alfredo) ’A serva ll’aggio fatta pe vinticinc’anne, e vuie ’o ssapite. Quanno isso parteva pe se spassà: Londra, Parigge, ’e ccorse, io facevo ’a carabbiniera: d’ ’a fabbrica a Furcella, a chella d’ ’e Vìrgene e dint’ ’e magazzine a Tuledo e a Furia, pecché si no ’e dipendente suoi ll’avarrìeno spugliato vivo! (Imitando un tono ipocrita di Domenico) «Si nun tenesse a te…» «Filume’, si’ na femmena!» L’aggio purtata ’a casa nnanze meglio ’e na mugliera! (I, p 538)
Ma è nel Grande Monologo che Medea esprime tutto il suo conflitto interno. Medea è ancora incerta se cedere al sentimento e diventare lo zimbello dei suoi nemici, oppure far prevalere la ragione, ed attuare i suoi propositi che, per quanto dolorosi, laveranno l’onta subita.
MEDEA […] Ahi!, ahi! Perché mi guardate con quegli occhi, o figli? Perché sorridete l’estremo sorriso? Ahi, che devo fare? Il cuore è venuto meno, o donne, quando ho visto lo sguardo lucente delle mie creature. Non potrei; addio propositi di prima. Condurrò fuori da questa terra i miei bambini. Perché mai, per affliggere il padre coi mali di questi, devo procurare a me stessa sofferenze due volte più grandi? Non io certo! Addio propositi.
Ma cosa mi succede? Voglio meritarmi il riso dei miei nemici, lasciandoli impuniti? Bisogna sostenere questa prova. Oh, che viltà la mia, anche solo l’accogliere nell’animo tali morbidi discorsi. Andate in casa, bambini. Colui al quale non è lecito assistere al mio sacrificio, è affar suo; io non svuoterò la forza della mia mano. (vv. 1040-1054)
Amiche, la mia azione è decisa: al più presto uccidere i miei bambini e partire da questa terra, e non consegnare, indugiando, i miei figli ad un’altra mano più ostile perché li ammazzi. È assoluta necessità che essi muoiano; e poiché è necessario, li uccideremo noi che li abbiamo generati. Ma suvvia, àrmati, mio cuore; perché indugiamo a compiere questo male terribile e pure ineluttabile? […] Anche se li ucciderai, nondimeno essi ti sono cari; e una donna sventurata sono io (entra in casa). (vv. 1237-1250)
Qui, si pone la maggiore differenza tra Medea e Filumena che rinfaccia a Domenico la sua piccineria quando si lamenta di aver pagato, a sua insaputa, per il mantenimento dei figli di Filumena: mentre Medea distrugge, Filumena conserva, come verrà raccontato, subito dopo in maniera struggente:
FILUMENA (con uno scatto improvviso) E ll’avev’ a accìdere?… Chesto avev’a fà, neh, Dummi’? Ll’avev’ a accìdere comme fanno tant’ati ffemmene? Allora sì, è ove’, allora Filumena sarrìa stata bona? (incalzando) Rispunne! E chesto me cunzigliavano tutt’ ’e ccumpagne meie ’e llà ncoppo… (Allude al lupanare) «A chi aspetti? Ti togli il pensiero!» (I, 544)
Il monologo che è considerato tra i migliori esempi di drammaturgia italiana è quello pronunciato da Filumena nel primo atto e conosciuto col nome di «Monologo d’ ’a Madonna d’ ’e rrose». È un esempio straordinario di maestria drammaturgica che rapisce l’attenzione attraverso momenti quasi sussurrati, altri di sfacciata arroganza ed altri ancora di rabbia furiosa. È un concentrato di forza narrativa, di analisi psicologica e ingegno creativo, in cui l’animo dilaniato di Filumena si dibatte tra raziocinio e sentimento, tra ragione e passione, tra egoismo e amore, e anche qui è presente l’espediente drammaturgico del deus ex machina: sarà la Madonna stessa a farsi «sentire» da Filumena e a farla uscire dall’impasse.
Ascoltiamola ancora:
FILUMENA (rievocando il suo incontro mistico) Erano ’e ttre dopo mezanotte. P’ ’a strada cammenavo io sola. D’ ’a casa mia già me n’ero iuta ’a sei mise. (Alludendo alla sua prima sensazione di maternità) Era ’a primma vota! E che faccio? A chi ’o ddico? Sentevo ncapo a me ’e vvoce d’ ’e ccumpagne meie: «A chi aspetti! Ti togli il pensiero! Io cunosco a uno molto bravo…». Senza vulé, cammenanno cammenanno, me truvaie dint’ ’o vico mio, nnanz’all’altarino d’ ’a Madonna d’ ’e rrose. L’affruntaie accussì (punta i pugni sui fianchi e solleva lo sguardo verso una immaginaria effige, come per parlare alla Vergine da donna a donna): «Ch’aggi’a fà? Tu saie tutto… Saie pure pecché me trovo int’ ’o peccato. Ch’aggi’a fà?». Ma essa zitto, non rispunneva. (Eccitata) «E accussì faie, è ove’? Cchiù nun parle e cchiù ’a gente te crede? … Sto parlando cu te! (Con arroganza vibrante) Rispunne!» (Rifacendo macchinalmente il tono di voce di qualcuno a lei sconosciuto che, in quel momento, parlò da ignota provenienza) «e figlie so’ figlie!» Me gelaie. Rummanette accussì, ferma. (S’irrigidisce fissando l’effige immaginaria) Forse si m’avutavo avarrìa visto o capito ’a do’ veneva ’a voce: ’a dint’a na case c’ ’o balcone apierto, d’ ’o vico appriesso, ’a copp’a na fenesta… Ma penzaie: «E percché proprio a chistu mumento? Che ne sape ’a gente d’ ’e fatte mieie? È stata Essa allora… È stata ’a Madonna! S’è vista affruntata a tu per tu, e ha voluto parlà…Ma allora, ’a Madonna per parlà se serve ’e nuie… E quanno m’hanno ditto: “Ti togli il pensiero!”, è stata pur’essa ca m’hâ ditto, pe me mettere â prova!…» E nun saccio si fuie io o ‘a Madonna d’ ‘e rrose ca facette c’ ‘a capa accussì! E giuraie. Ca perciò so’ rimasta tant’anne vicino a te… Pe lloro aggio suppurtato tutto chello ca m’hê fatto e comme m’hê trattato! (I, 544-545)[13]
Per quanto Filumena e Medea differiscano sostanzialmente nell’epilogo, possono essere considerate degli archetipi e possono essere considerate a ragione figure mitiche del teatro. Mentre Medea è considerata l’eroina negativa, l’archetipo della madre crudele che si macchia del più atroce dei delitti, l’infanticidio, Filumena, la madre, l’amante, la stratega, difende la sua maternità e il diritto ad avere una famiglia, ma chiede anche uguaglianza. Come Medea, Filumena, la reietta, assurge a emblema di giustizia sociale, e si fa portavoce dell’intera società. Nel reclamare i propri figli ed il riconoscimento sociale della sua posizione e del suo ruolo all’interno della famiglia ribalta l’immagine di Medea, che cede all’ineluttabilità della condizione di esclusa e alla sua furia distruttiva, scomparendo dalla scena.
Nel terzo millennio si spendono ingenti somme di denaro e risorse per debellare le malattie, per procrastinare l’invecchiamento, per conquistare il mondo e persino il sistema solare, per scoprire nuove forme di energia e produrre sempre di più. Eppure, in questo volteggio vorticoso di vigoria si è persa di vista l’umanità, l’apprezzamento per gli esseri umani. Nonostante le donne siano in numero quasi paritario agli uomini, le condizioni di vita ad esse riservate sono considerevolmente inferiori per quanto riguarda la protezione del proprio corpo, il lavoro, l’indipendenza economica e il controllo più o meno subdolo della loro emotività. In qualsiasi continente, anche in quei paesi in cui alla guida c’è una donna, gli uomini rimangono fondamentalmente al comando della società, a partire dalla forma più elementare di aggregato sociale: la famiglia. Una parte degli scienziati ha cercato per secoli di attribuire la predominanza dell’uomo sulla donna a caratteristiche biologiche legate alla diversità nel funzionamento del cervello e alla diversa struttura muscolare di uomini e donne.[14]
Ma anche senza ricorrere alla scienza, il sentire comune vede l’uomo fuori a guadagnare e la donna dentro ad accudire. E l’unica forma di lavoro valutata nella società è quella retribuita. Infatti, quando si chiede ad una casalinga che cosa faccia, ci si sente rispondere: “Non lavoro”. Come abbiamo visto, la tematica del dentro/fuori non è recente, ma va indietro di millenni. Mentre agli uomini veniva riservato il compito di cacciare, alle donne toccava quello di raccogliere e curare la prole. Ed è attraverso il possesso del corpo delle donne che le società di tutti i tempi si sono sviluppate e continuano a farlo.[15]
È straordinaria l’attualità di queste due opere, le cui protagoniste combattono contro i pregiudizi legati al loro sesso e alla loro provenienza. Le statistiche del 2024 offrono sconcertanti punti di riflessione sulla condizione delle donne che sono ancora l’oggetto di discriminazione, svilimento e violenza, al punto di richiedere l’intervento del legislatore per emanare una legge sul femminicidio.[16] Tuttavia, Filumena, come immagine riflessa di Medea, realizza il trionfo della potenza femminile e ci ricorda che la lunga strada ancora da percorrere per il raggiungimento della parità è difficile ma non impossibile.
[11] Vedi Arianna figlia di Minosse re di Creta, che aiuta Teseo nel Labirinto per uccidere il Minotauro.
[13] Eduardo aveva chiara la somiglianza tra i due personaggi, come emerge da una lettera a Frank Finlay, che ricoprì il ruolo di Domenico Soriano nella ripresa della edizione inglese diretta da Zeffirelli nel 1978, dove descrive Filumena come «una moderna Medea», cfr. N. De Blasi, P. Quarenghi, «Nota storico-teatrale», op. cit. p. 489.
Dopo avere conseguito la laurea in Giurisprudenza all’Università Federico II, si è trasferita in Inghilterra dove vive dal 1984. È traduttrice ed è stata docente di lingua e cultura italiane e tecniche di traduzione presso la Facoltà di Lingue moderne dell’Università di Warwick, in Inghilterra, dove ha conseguito un dottorato di ricerca in Traduzione teatrale, con una tesi sulla trasposizione culturale nelle traduzioni dal napoletano all’inglese di alcune delle commedie di Eduardo De Filippo.
Durante la sua docenza universitaria, ha condotto svariati progetti di traduzione e adattamento teatrale di opere di Dacia Maraini, Gianrico Carofiglio, Serena Dandini, Stefano Benni e Giuseppe Catozzella.
Nel 2014 ha fondato l’International Network of Italian Theatre, la prima piattaforma globale di teatro italiano, di cui è anche direttrice (www.newinit.org).
Nel 2019 ha lasciato la docenza per dedicarsi esclusivamente alla regia e scrittura teatrale ed è ora Ricercatrice associata presso la Scuola di Teatro, sempre all’università di Warwick.
Nel 2020 e nel 2022 ha messo in scena a Londra i suoi adattamenti di alcuni monologhi da lei tradotti in inglese tratti da Ferite a morte di Serena Dandini e Maura Misiti, e della commedia Non ti pago, di Eduardo De Filippo. I monologhi fanno anche parte di un testo in inglese dal titolo Class Action, di cui Alessandra è co-autrice.
Nel 2024 ha partecipato ad un progetto sperimentale del Teatro dell’Oppresso del regista brasiliano Augusto Boal, realizzando un adattamento teatrale delle notizie dei giornali e dei media.
Fa parte del Comitato Italiano di Eurodram, la rete europea di traduzione teatrale, che promuove la diffusione di opere teatrali per lo più inedite con particolare attenzione alla diversità linguistica.
È stata invitata come relatrice da università nazionali e internazionali, tra cui l’Università di Studi Internazionali di Shanghai, l’Università di Tolosa Jean Jaurès e L’Università Statale di Milano. Ha scritto numerosi articoli e capitoli pubblicati in riviste e testi accademici ed è co-curatrice di due volumi, in italiano e in inglese, sul teatro dei margini, il titolo italiano è Diversità sulla scena, e al momento sta lavorando a una monografia sull’adattamento teatrale.
Nel luglio 2024 è stata invitata, dalla Associazione Culturale Onlus Effetto Donna, a presiedere la giuria tecnica della XI edizione della Settimana Letteraria, e a presentare il suo lavoro Medea allo specchio, accompagnato da una lettura scenica di brani tratti da Filumena Marturano e Medea eseguita dagli attori Alina di Polito e Paolo Puglia con l’accompagnamento musicale del maestro Mauro Navarra.