Ci sarebbe molto da dire sull’arte spesso banalizzata o maltrattata dell’aforismo. Un aforista, credo, è valido se dall’insieme dei suoi aforismi nasce un pensiero, sia pure contraddittorio o paradossale. È il caso di Oscar Wilde, o di Nietzsche, o di Karl Kraus, o di Elias Canetti, o dei nostri Ennio Flaiano e Gesualdo Bufalino, o ancora – e il lettore mi perdonerà l’accostamento ardito – di Edoardo Boncinelli, autore morto l’estate scorsa, i cui numerosi aforismi sono poco conosciuti ma esemplari nella loro dissacrante giustezza.
Edoardo Boncinelli non era esattamente uno scrittore. Forse. Diciamo che Boncinelli era innanzitutto un genetista e un divulgatore scientifico, non un romanziere o un filosofo come i nomi fatti in precedenza; tuttavia niente impedisce a uno scienziato di essere anche uno scrittore – e non dei meno interessanti.

In una prefazione a Frankenstein di Mary Shelley, la scrittrice Chiara Valerio, romanziera che ha per l’appunto una formazione scientifica, osserva che a inizio Ottocento “le discipline scientifiche (e letterarie) non erano divise, venivano studiate, insegnate e spesso capite tutte insieme”, quindi mettere dei paletti fra la filosofia e la scienza e magari pure la letteratura e l’arte può essere non soltanto limitativo ma anche sbagliato. Nell’ultimo quarto di secolo sono tanti gli scienziati che si sono avvicinati alla letteratura e non pochi i romanzieri o i filosofi o i poeti che si sono interessanti attivamente di scienza. Molti grandi romanzi contemporanei trattano argomenti scientifici o fanno della scienza (e conseguentemente della realtà) narrazione e arte. Analogamente, molti saggi scientifici, compresi alcuni libri scritti da Edoardo Boncinelli, sono strutturati come se fossero dei romanzi – raccontano cioè una storia – o comunque pescano a piene mani nei campi dell’arte e della filosofia. Le discipline scientifiche e artistiche si nutrono di continuo vicendevolmente.
Ma torniamo agli aforismi. Uno degli ultimi libri pubblicati da Boncinelli è una vasta raccolta di aforismi, Arcibaldone (Castelvecchi, 2025), e in esso si trovano tanto il genio arguto degli aforisti più conosciuti quanto, come scrivevo in precedenza, un pensiero originale e dunque un’intelligenza. Boncinelli non scrive aforismi per colpire i propri lettori, o almeno non soltanto per questo. Li scrive per avvicinarsi il più possibile a una certa versione della verità, anche adoperando il paradosso, giacché, come scriveva Ennio Flaiano, in Italia (nel mondo?) la linea più breve tra due punti è l’arabesco.
L’Arcibaldone di Boncinelli, titolo che richiama lo Zibaldone di Leopardi ma anche il nome “Arcibaldo”, derivante dal nome germanico Erchanbald, che etimologicamente può essere riassunto nelle parole franco e forte, come a dire che i suoi aforismi vogliono essere franchi e diretti, questo Arcibaldone, dunque, è un libro ricco e variegato che presenta la bellezza di 2254 aforismi suddivisi in capitoli, o meglio in temi, con molti rimandi alla filosofia e ovviamente alla scienza. A inizio volume, negli aforismi dedicati proprio all’arte aforistica, Boncinelli avverte: “L’aforisma è un ingegnosissimo piede di porco per scassinare il mondo e lasciarlo esattamente come prima.” E ancora: “Scrivere aforismi è una maniera molto elegante di dichiarare che di più non si può fare.”
L’aforismo come atto di umiltà nei confronti del reale, quindi, però anche come gesto a un tempo artistico e intellettuale. Non è un caso che molti dei nostri pensatori più interessanti e stimolanti si siano rifugiati occasionalmente nell’arte aforistica, ossia nella frase o nel paragrafetto fulminante che riesca per così dire a fare le boccacce alla realtà e magari a gridare che il re è nudo e che un po’, certo, lo siamo pure noi. Quella dell’aforismo infatti è un’arte che bandisce i parrucconi e gli stolti pieni di boria. Non c’è grande aforista che non sappia essere anche autoironico, perché in fin dei conti ridiamo degli altri per sorridere – con tenerezza e goffaggine – di noi.
Una valida raccolta di aforismi non si finisce mai di leggere. Così, sfogliando questo Arcibaldone, si va avanti e indietro fra le pagine e ci si diletta a trovare qua e là delle frasi prima passate inosservate. Qualche esempio: “Il brutto dei tentativi di ingannare il tempo è che quando ci riesci lo hai perduto”; oppure: “Il tempo mi consuma e io per ripicca lo spreco”; oppure: “Non è difficile ammazzare il tempo, il problema è farne sparire il cadavere”; oppure: “I filosofi dicono di cercare il senso delle cose. Sarà per questo che dicono tante cose prive di senso”; oppure: “La metafisica è per metà fisica e per tre quarti nebbia”; oppure: “La filosofia è come la Nike di Samotracia: ha le ali ma non ha le braccia”; oppure: “La scienza svela l’universo, la filosofia le fa il verso”; oppure: “Se hai un dubbio metafisico, Kant che ti passa”; oppure: “Massimo Recalcati mena Lacan per l’aia”; o ancora: “Molti intellettuali pensano di essere originali semplicemente prendendo alcune frasi che tutti usano e ribaltandole nel loro contrario. Questa non è originalità: è ribaltismo, nella doppia accezione di ribaltare e di imporsi alla ribalta”; oppure: “Il mio televisore è pieno di cuochi e chef”; oppure: “Quando leggo le notizie sui giornali sento la necessità del testo a fronte”; oppure: “Sui diversi social network si possono scorgere i segni del più sconfortante conformismo, spesso travestito da ribellismo velleitario”; oppure: “Tra qualche miliardo di anni il mondo si spegnerà come un teatrino di periferia.”
Insomma, ne ho riportati a sufficienza, pur prendendoli un po’ a caso, non sempre fra i più significativi; invito il lettore a cercare l’Arcibaldone nelle librerie e a dilettarsi da sé. In esso c’è molto del Boncinelli scienziato professionista e filosofo dilettante, ma anche molto dei suoi malumori, dei suoi sdegni pur mai grandiloquenti o impacciati e delle sue canzonature sempre divertite e eleganti.
Talvolta, credo, si scrivono aforismi per non scrivere delle opere compiute. Talaltra si scrivono delle opere dalle quali possono essere espunte una quantità considerevole di aforismi; penso ad esempio al teatro di Wilde o alla Recherche di Proust. Edoardo Boncinelli, che non era un drammaturgo né un romanziere, che forse potrebbe essere definito un filosofo e che di certo è stato un grande scienziato, si è dato alla difficile e sottile (difficile perché sottile) arte dell’aforisma per far capire che non poteva “fare di più”, come afferma lui stesso, o di meglio. Un aforisma ben riuscito difatti è un’attenuante nei confronti di una vita che ci annoia o ci spaventa. Ma non è così per ogni scrittura? Si scrive perché non sappiamo fare di meglio, è bene ricordarlo. O, per dirla ancora con Boncinelli, perché “niente ci appartiene fuorché il nostro vissuto”, e allora – dico io – tanto vale fare di questo vissuto un bon mot o un’opera. Boncinelli eccelleva nel bon mot.
Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventura, Arthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.


