Nel 1921 il famoso scrittore viennese Stefan Zweig ricevette la lettera di un ragazzo sconosciuto che gli scriveva:
“Ho 23 anni, sono stato il capro espiatorio dei miei genitori, aderente del Wandervogel (un’associazione naturista molto nota all’epoca poi sciolta dai nazisti), contadino, operaio, soldato, autodidatta, insegnante, scrittore. Mi trovo attualmente in un tale groviglio del destino, in una lotta così intensa per la mia opera (…) che ho bisogno di persone che mi aiutino. È difficile per me, nel mio smisurato orgoglio, dirlo; ma ci sono momenti in cui si ha bisogno di altre persone e tratti di strada che non si possono percorrere da soli.
Ora avrei bisogno di qualcuno che possa dirmi qualcosa su di me, qualcuno di cui abbia fiducia incondizionata, a cui possa credere e che possa seguire! Non conosco nessun altro se non lei! Perché lei possiede la sensibilità, l’empatia e la comprensione verso il prossimo più raffinata che io abbia mai incontrato finora. Per me si tratta di questo: vorrei che mi dicesse se la strada che sto percorrendo è quella giusta. Vorrei inviarle alcuni frammenti (…) vorrei il suo giudizio… Per me è una questione di vita o di morte. O crollo o ce la faccio” (Nota 1)
Lo scrivente di questa drammatica lettera era Erich Paul Remark, autore di un romanzo che era passato pressoché inosservato e poi di altri due, di cui uno inedito.
Era un bel ragazzo, sensibile e solitario.
Aveva solo 23 anni ma aveva già affrontato cose ardue: nato nel 1898 a Osnabrück, un’antica cittadina che allora aveva 65.000 abitanti, si era sentito un pesce fuor d’acqua nel suo ambiente.
Il padre era un tipografo e rilegatore con antenati francesi di nome Remarque, la madre, Anna Maria Stallknecht, una casalinga, una sorella, Elfriede (di cui riparleremo) una sarta.
Lui aveva studiato il pianoforte e, appena diciassettenne, aveva conosciuto il poeta e pittore trentenne Fritz Hörstemeier, con il quale aveva fatto grande amicizia. Nella soffitta di Hörstemeier si riunivano giovani artisti, si leggevano poesie. Era un ambiente bohémien vivace, stimolante intellettualmente.
Nel 1917 partì per il fronte ma dopo alcune settimane venne ferito. Fu ricoverato per mesi. Aveva fatto in tempo a vedere gli orrori della guerra.
Nell’autunno 1918 venne rimandato in prima linea ma, fortunatamente, una settimana dopo venne firmato l’armistizio.
La Germania era stata sconfitta. Due imperi erano crollati: quello austriaco e quello russo. Il grande risentimento per la sconfitta favorirà quindici anni dopo, insieme ad altri fattori, il nazismo.
Negli anni dopo la guerra Remarque aveva esercitato varie professioni, come aveva scritto a Zweig, tra cui quella di maestro. Era benvoluto dai bambini, aveva l’abitudine di vestirsi elegantemente nonostante la sua situazione economica fosse modesta.
In seguito fu giornalista sportivo e scrittore anche se i suoi primi lavori non lasciavano presagire che nel 1930 avrebbe pubblicato un capolavoro.
Zweig rispose alla lettera e lo incoraggiò.
Egli cambiò il suo nome in Erich Maria Remarque. Maria era un omaggio alla madre e Remarque il cognome degli antenati paterni di origine francese.
In più in francese il verbo “remarquer” significa “notare, osservare” e nei suoi romanzi egli raccontò la Germania del Novecento.
Nel 1930 uscì il suo quarto romanzo: “Niente di nuovo sul fronte occidentale” (Im Westen nichts Neues).

Il successo fu immenso ed inaspettato.
Il romanzo era stato rifiutato da una importante casa editrice, quella che pubblicava Thomas Mann, ma accettato da un’altra meno nota.
Verso il 1916 il giovane Paul e altri studenti diciottenni sono convinti ad andare al fronte dal loro maestro, un esagitato nazionalista.
Subiscono un addestramento che mira a piegare il loro carattere, a sottometterli, fatto anche di sadiche punizioni.
Devono diventare carne da macello.
Remarque, seppure con eleganza, non celava nel libro nulla della vita al fronte: le reclute che urlavano durante i bombardamenti con i gas tossici, gli scontri a fuoco, gli svenimenti, la diarrea causata dal terrore, i pidocchi, i topi, la fame costante di ragazzi che avevano solo rape, fagioli e patate marce nelle loro gamelle a differenza del vitto abbondante degli ufficiali, il non voler pensare e il sonno come unico rifugio emotivo ma anche il bel rapporto di complicità tra Paul e Katczinsky, il veterano con i capelli rossi, i momenti di ozio, le sigarette condivise.
Il cinismo dei superiori era incarnato da Himmelstoss, il caporale che nella vita civile era un postino ma che al fronte diventava abietto. Remarque descrisse “la banalità del male” trent’anni prima che Hannah Arendt la spiegasse.
Il soldato consapevole della morte imminente nel tremendo ospedale da campo che regala i suoi stivali ad un altro, il povero Müller che studia fisica per non restare indietro negli studi, il grande sconforto di Paul per l’omicidio del francese (il tipografo Gérard Duval), l’incontro con le ragazze francesi sul fiume, lo sradicamento che Paul prova durante la licenza a casa, sono parti indimenticabili del libro.
Nella prima guerra mondiale ci furono circa 17 milioni di morti più mutilati e traumatizzati per sempre e poi la terribile epidemia dell’influenza detta “spagnola”.
Scriveva Remarque: “Non può essere del tutto scomparsa quella tenerezza che ci turbava il sangue, quell’incertezza, quell’inquietudine di ciò che doveva giungere, i mille volti dell’avvenire, la melodia dei sogni e dei libri, il fruscio lontano, il presentimento della donna. Non può essere scomparso tutto questo sotto il fuoco tambureggiante, nella disperazione, nei bordelli di truppa”.
Erano stati pubblicati in quegli anni anche altri romanzi sul conflitto: uno di Arnold Zweig (da non confondersi con Stefan Zweig, intitolato “La questione del sergente Grischa”) e un altro di Ludwig Renn (“Guerra”). Avevano avuto successo ma nessuno aveva eguagliato quello del libro di Remarque che in cinque settimane aveva venduto 200.000 copie e che, pochi mesi dopo, aveva già superato il milione di copie.
“È il libro in lingua tedesca di maggior successo del XX secolo” scrive un biografo di Remarque.
Ad oggi ha venduto 20.000.000 di copie nel mondo ed è stato tradotto in 49 lingue.
Come fa notare la storica e saggista Barbara Beuys: “Il best seller di Erich Maria Remarque “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, (…) oscura la visione ben più ampia di una letteratura che, durante la Repubblica di Weimar, esaltava la guerra e le battaglie, la violenza e il genocidio come prova del fuoco che conferivano all’uomo gloria e onore, ebbrezza e passione” e, continuando, lei cita autori e titoli ridondanti di questo genere di letteratura guerrafondaia allora in voga (Nota 2).
Remarque rimase frastornato dal successo del libro, era schivo verso i fotografi, schietto nel rispondere ai giornalisti. Aveva 32 anni e scriverà, nel corso della sua vita, altri dieci romanzi, una commedia, una sceneggiatura cinematografica e alcuni racconti brevi.
Nel 1930 divenne immediatamente bersaglio dei nazisti che odiavano il libro per il suo contenuto antimilitarista ed umano.
Venne bruciato nel rogo dei libri del 1933.
Essi inventarono di sana pianta, come facevano spesso nelle loro gazzette, che Remarque si chiamasse in realtà Kramer e che fosse ebreo.
Era invece di famiglia cattolica e aveva studiato in seminario.
Anche il film realizzato dal regista Lewis Milestone a Hollywood “All Quiet on the Westfront”, vincitore di due premi Oscar, venne sabotato dai nazisti e in particolare dal ministro della propaganda Goebbles (quello che nel 1945 avrebbe ammazzato i sei figli adolescenti insieme alla moglie).
Le sale cinematografiche dove il film veniva proiettato vennero attaccate dai nazisti e nel 1930 il film venne proibito in Germania e Austria. (Nota 3)
Su consiglio di un’amica, Remarque aveva acquistato con i proventi del libro una villa sul Lago Maggiore, a pochi chilometri dalla tranquilla Ascona nel Canton Ticino dove, eccetto i dieci anni americani e i soggiorni parigini, trascorse gran parte della sua vita.
Il giorno prima che Hitler diventasse cancelliere nel 1933 era saggiamente partito con la sua automobile Lancia verso Ascona – come racconta Uwe Wittstock nel bel saggio “Febbraio 1933. L’inverno della letteratura” (Marsilio 2023).
Remarque aiutò i rifugiati, ne ospitò alcuni nella sua casa svizzera, li sostenne economicamente, era un uomo generoso ma non riescì ad integrarsi totalmente con gli altri letterati di quella che i critici letterari chiamano Exilliteratur (1933 – 1945).
Il suo migliore amico fu lo scrittore ebreo austriaco Franz Werfel.
Thomas Mann scrisse nel 1939 nei suoi Diari: “A proposito degli scrittori Zweig, Ludwig, Feuchtwanger e Remarque. A chi spetta il primato dell’inferiorità?”.
Era un giudizio assai ingiusto forse dettato da invidia per il grande successo di Remarque.
Remarque, che era diventato molto ricco, risentiva invece che tanti colleghi vivessero in povertà, quasi reietti in America dove erano guardati con sospetto, che i loro libri non avessero successo (eccetto quelli di Thomas Mann e Stefan Zweig).
Venivano pubblicati solo ad Amsterdam dalla casa editrice Querido.
Klaus e Erika Mann nel loro bel libro sull’esilio “Escape to Life. Deutsche Kultur im Exil (Fuga verso la vita. La cultura tedesca in esilio) definirono Remarque un caposaldo della forzata immigrazione.
Nel 1943 sua sorella Elfriede Scholz, una sarta che viveva a Dresda, si lasciò sfuggire commenti negativi su Hitler e il regime e venne denunciata da due donne e dal marito di una di loro, un capitano. Imprigionata, venne condannata a morte a 40 anni. Si trattava anche di una vendetta contro lo scrittore. Il giudice infatti le disse: “Suo fratello, purtroppo, è fuori dalla nostra portata; lei, invece, non ci sfuggirà”.
Elfriede Scholz affrontò la morte con coraggio (Nota 4).
Remarque verrà a saperlo solo nel 1946 e assolderà un avvocato per scoprire gli aguzzini che non furono però né processati né rimossi.
“The ladies liked him; he liked the ladies.” disse di lui una scrittrice, Marta Feuchtwanger.
Era un uomo molto romantico, con un debole per bellissime attrici.
In una intervista su Youtube del 1962 egli appare simpatico e con una bella voce.
Nel 1927 si era sposato con Jutta Zambona, una ballerina austriaca, bruna e bella ma pochi anni dopo il loro matrimonio era finito.
Lui e la moglie divorziarono ma quando, nel 1938, lei rimase senza passaporto perché le era stato revocato in Germania e quindi pericolosamente apolide in un’Europa sull’orlo della guerra, gli chiese di sposarsi nuovamente solo per avere un passaporto. Lui accettò.
Una sera nel tiepido settembre 1937 al Lido di Venezia all’hotel Excelsior, Remarque si presentò gentilmente al tavolo dove Marlene Dietrich stava cenando con Joseph von Sternberg, il suo inseparabile regista.
Nascerà dopo questo incontro una storia d’amore su cui si è scritto molto: Marlene era una grande star.
Lui le scriveva splendide lettere d’amore, le inviava ogni giorno fiori e regali. Entrambi non erano fedeli.
Poco dopo l’inizio della loro relazione Marlene si innamorò di Joe Castairs, ereditiera inglese di una compagnia petrolifera e famosa sportiva e nel ’40 dell’attore francese Jean Gabin. Remarque la lasciò.
Rimasero però amici. (Nota 5)
Marlene lo convinse a scrivere ancora. Per lei, lui scriverà “Arco di trionfo” (Arc de Triomphe 1946) storia di un medico disperato e clandestino a Parigi e di una donna affascinante ma inaffidabile.
Il libro ebbe un gran successo e ben presto divenne un film interpretato da Ingrid Bergman.
Lui incominciò una nuova relazione con Natalie Paley, attrice, modella e cugina di Nicola II, ultimo zar di Russia.
Ebbe anche storie d’amore con altre attrici come Edy Lamarr, Dolores del Rio e, brevemente, con l’enigmatica Greta Garbo. Nonostante ciò dai “Diari” egli emerge sostanzialmente come un uomo solo, la sera beveva superalcolici, ascoltava musica classica, rifletteva sulla vita, era pessimista ma tuttavia voleva resistere, frequentava anche bar gay.
Era un grande collezionista d’arte. Acquistò opere di Renoir, Cézanne, Degas, Toulouse-Lautrec e altri.
Nel 1952 scrisse un altro romanzo dal quale venne tratto un film a Hollywood in cui anche lui interpretava un ruolo: “Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben), la storia di un soldato che nel 1943 dal fronte sovietico ritorna nella Germania distrutta e l’unico sostegno è una ragazza, figlia di un medico deportato.
Il libro uscì censurato nella Repubblica Federale nel 1954 e integralmente soltanto nel…1989!
Egli sapeva anche creare splendide atmosfere come nel bel romanzo “La notte di Lisbona (Die Nacht von Lissabon) del 1962.
Dopo la guerra, Remarque tornerà ad Ascona in Svizzera. Visiterà velocemente la Germania ovest. Sarà contro il mantenimento degli ex nazisti in posti importanti nella Repubblica Federale e nel 1961 contrario alla costruzione del muro di Berlino.
Nel 1951 aveva incontrato l’ultimo amore, Paulette Goddard, attrice, in parte ebrea, ex moglie del geniale regista e attore inglese Charles Chaplin e indimenticabile interprete della monella di “Tempi moderni” (1936) e della ragazza de “Il Dittatore” (1940) di Chaplin.
Paulette era spiritosa, vivace, innamorata. Si sposarono nel 1958 e rimasero insieme fino al 1970, anno in cui Remarque, la cui salute era minata da tempo, morì a Locarno a 72 anni.
Aveva trascorso parecchio tempo negli ultimi anni a Roma, città che amava moltissimo.
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Nota 1) Da “Als wäre alles das letzte Mal”. Eine Biographie” (1998) (Come se fosse l’ultima volta), un’ottima biografia di Wilhelm von Sternburgs che dovrebbe essere tradotta in italiano.
Nota 2) Barbara Beuys da “Sophie Scholl. Eine biographie”
Nota 3) da “Niente di nuovo sul fronte occidentale” sono stati tratti altri due film nel 1979 e nel 2022.
Nota 4) La tragica storia di Elfriede è stata recentemente ricostruita nel saggio di Heinrich Thies: “Die verlorene Schwester – Elfriede und Erich Maria Remarque: Eine Doppelbiografie” (La sorella perduta).
Nota 5) All’inizio del 2000 le lettere dello scrittore a Marlene sono state pubblicate (“Dimmi che mi ami”, ed.Archinto) ma non quelle di lei a lui bruciate da Paulette Goddard.
Interessante anche il libro di Ruth Marton, “Mein Freund Boni: Erinnerungen an Erich Maria Remarque” (Il mio amico Boni: Ricordi di E.M.R.).
Boni era un soprannome di Remarque.
Hilton Tims The Last Romantic: A Life of Erich Maria Remarque.
Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .
E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.
Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari.
Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea.
Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.

