Che cos’è l’IA e quanto inciderà davvero sul nostro futuro? Oggi il web pullula di corsi su come “diventare qualcuno” nell’era dell’intelligenza artificiale e di profezie catastrofiche su come la tecnologia cambierà le nostre vite. A guardarla con un briciolo di cinismo, sembra quasi il tentativo di fare l’ultimo strappo ai nostri portafogli prima che arrivi l’Apocalisse.
Ma se vi dicessi che negli anni ’60 qualcuno aveva scritto un libro sagace, ironico e profondamente vero, capace di predire, anzi pre-scrivere, proprio quello che stiamo vivendo in questa nostra epoca di disintermediazione tecnologica, dubbio e incertezza?
Lunedì inizia sabato è un romanzo in tre parti pubblicato nel 1965 da Boris e Arkadij Strugatskij. I due fratelli avevano intuito una grande verità: il vero rischio non sono i robot, ma la burocrazia, l’ego e la stupidità umana applicati alle tecnologie.
Spesso considerato un Harry Potter in versione russa per via della magia e dei relativi cavilli burocratici, il libro in realtà è molto più vicino al capolavoro di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie. Leggero come una fiaba e tagliente come una satira, il romanzo inizia con Sasha, un programmatore di Leningrado, che raccoglie due autostoppisti e finisce a lavorare al NIITsHAM: l’Istituto di Ricerca Scientifica per la Magia e la Stregoneria, gestito esattamente come un vero ente sovietico.
Le figure emblematiche del nonsense che pervade il libro si sprecano: un pesce seduto su un albero, un divano che traduce le fiabe in realtà, un gatto che ricorda solo l’inizio delle storie. Tutto, però, viene rigorosamente trattato con moduli da compilare, relazioni e turni di notte. È l’assurdità di Carroll avvolta nella burocrazia di Kafka.

La cosa più folle è quanto questo testo sia attuale. Quel NIITsHAM sembra un laboratorio di IA dei giorni nostri: cluster che non si spengono mai, modelli che “allucinano”, dipartimenti assurdi nati quasi per gioco (come Predizione e Profezia, Maternità o Modelli Computazionali di Fiabe). L’Istituto è una parodia diretta dell’Accademgorodok di Novosibirsk, la “Cittadella della scienza” fondata nel 1957; un modo giocoso per prendere in giro l’ossessione burocratica sovietica.
Al suo interno troviamo personaggi che oggi ci sembrano fin troppo familiari. C’è il professor Vybegallo, la caricatura del ricercatore cialtrone che promette miracoli senza alcuna base scientifica. Oggi lo ritroviamo in chi vende “l’AGI tra sei mesi” o
profetizza che “l’IA sostituirà tutti i lavori domani”, senza nemmeno capire come funzioni un algoritmo. Gli Strugackij stessi dichiararono che Vybegallo era un demagogo ignorante, modellato su Trofim Lysenko, il padre della pseudoscienza staliniana. E poi c’è Janus Bifronte, che con una faccia rivolta al passato e una al futuro incarna perfettamente il dilemma moderno dell’allineamento delle IA, ovvero la gestione di un’intelligenza di cui non conosciamo ancora gli esiti finali.
In un saggio che accompagna le edizioni recenti, Boris Strugatskij racconta che il libro è nato per puro divertimento. Lui lanciava le idee più assurde, Arkadij le metteva in ordine incanalandole in uno stile preciso, e poi si riscrivevano a vicenda i testi finché l’opera non parlava con una voce sola.
Il romanzo è pervaso da un’aura fiabesca di schietto ottimismo e comicità. Sono trecento pagine che scorrono con zero fatica e il cervello sempre acceso, gravide di un’ironia accattivante. Dopotutto, negli anni del “disgelo” post-staliniano, gli artisti potevano finalmente permettersi il lusso della parodia.
La chiave di volta del libro sta in una frase precisa:
”Diventi un vero mago quando pensi meno a te stesso e di più agli altri e al lavoro.”
Tradotto ai giorni nostri: la vera magia non sta nel delegare tutto passivamente all’IA, ma nell’usarla come uno strumento per esplorare il futuro insieme.
E se questo testo fosse scritto oggi? Ho provato a porre quattro domande immaginarie a Boris Strugatskij in un’intervista che definirei magica.
Boris, se riscrivessi Lunedì inizia sabato oggi, il NIITsHAM come cambierebbe?
B.: Ah, sarebbe lo stesso istituto, solo con più cavi. Al posto del divano che traduce fiabe avremmo un server che genera immagini da prompt. Al posto di Vybegallo avremmo un “influencer della scienza” con un corso online su “Come diventare mago in 7 giorni con l’IA”. La burocrazia, le commissioni, i turni di notte? Identici. La tecnologia cambia, la stupidità istituzionale no. Sarebbe solo più rumoroso.
Molti lettori oggi dicono che il libro ricorda più Alice nel Paese delle Meraviglie che Harry Potter. Tu cosa ne pensi?
B: Sono d’accordo. Con Arkadij non volevamo fare una scuola. Volevamo prendere un uomo normale, Sasha, e buttarlo in un mondo dove le regole della logica sono piegate. Alice cade nella tana, Sasha raccoglie due autostoppisti. Stesso meccanismo. Harry Potter è un prescelto. Sasha è un dipendente. Preferisco di gran lunga Sasha.
Janus Bifronte, con A-Janus e U-Janus, oggi viene letto come una metafora dell’IA: addestrata sul passato ma proiettata sul futuro. Ci avevate pensato?
B: Non in quei termini, no. Nel ‘64 l’IA non esisteva neanche come parola. Janus era una battuta su noi stessi: noi scrittori siamo sempre divisi tra guardare indietro alla letteratura e guardare avanti a cosa inventarci. Ma mi fa piacere se funziona anche così. È il bello dei libri: vivono dopo di te e trovano significati che tu non avevi messo. Se Janus serve a parlare di allineamento, ben venga.
L’ultima domanda è la frase del libro: “Si diventa maghi quando si pensa meno a sé e più al lavoro e agli altri”. Con l’IA che fa tutto al posto nostro, è ancora vera?
B: Ancora di più. La vera magia del NIITsHAM non erano gli incantesimi. Era la passione per la ricerca fatta insieme, anche se assurda. Oggi l’IA può scrivere, disegnare, calcolare. Benissimo. Ma se la usi solo per non pensare, resti un babbano con uno strumento caro. Se la usi per farti domande più grandi, allora sì, diventi mago. Lo strumento è cambiato. La regola, no.
Loredana Cefalo*

* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

