Fulvio Risuleo: “Il cinema in metri. Conversazioni con registe e registi che girano in pellicola” (Minimum Fax, 2026), di Valeria Jacobacci

“Se l’editore pubblica i libri, il discografico fa uscire i dischi e il produttore produce i film, vuol dire che lo scrittore, il musicista e il regista hanno bisogno di qualcuno che legittimi il loro lavoro per potersi definire tali.”

È uno dei nuclei di Il cinema in metri, il libro di Fulvio Risuleo pubblicato da minimum fax. Regista egli stesso, Risuleo incontra alcune delle voci più significative del cinema italiano contemporaneo — Pietro Marcello, Giuseppe Garau, Alba Rohrwacher, Alessandro Roja, Saverio Costanzo, Francesco Sossai e altri — e usa una domanda apparentemente tecnica, perché girare ancora in pellicola, per aprire una riflessione più ampia sul lavoro artistico.

Risuleo va a incontrare i suoi interlocutori da vicino, a Roma, a Torino, in Abruzzo o a Parigi, fedele al principio della testimonianza dal vivo, guardando l’interlocutore negli occhi mentre sorseggia un caffè, mostra la sua casa e le sue abitudini, è una persona reale. È un metodo che corrisponde, in qualche modo, alle esigenze del cinema: prima di parlare di immagini, il libro restituisce la presenza fisica di chi le produce.

Sono personaggi senz’altro fuori le righe, che girano film “in pellicola”, ma anche testimoni di un cambiamento epocale in cui tutto viene messo in discussione, principalmente la cultura e i suoi canoni espressivi. Libri, musica, arte e cinema rappresentano l’anima della società; un’anima divisa tra il canale commerciale, spesso confuso con l’utile, e il linguaggio più difficile e prezioso dell’individuale, specifico e variegato, quasi sempre fuori schema.

“L’artista cerca l’autorizzazione del sistema per esistere. I soldi girano solo nel sistema, solo chi ne fa parte può sperare di sopravvivere con il proprio lavoro.”

Lo sa bene chi non ha alcuna possibilità di esprimersi secondo le proprie capacità e il proprio ingegno, e per il quale sembra possibile farsi spazio soltanto attraverso un adeguato budget economico e un relativo battage pubblicitario. C’è, tuttavia, chi sceglie la strada più difficile pur di restare fedele alla verità dell’ispirazione. Nel cinema, questa scelta passa spesso per la pellicola (mettendo da parte il digitale): un materiale costoso e fragile, che impone limiti ma restituisce una diversa relazione con l’immagine.

“Metri di pellicola” si legge nel titolo, e viene subito in mente “Nuovo Cinema Paradiso”, con la poesia che la fisicità della celluloide continua a evocare. Ma i registi intervistati non celebrano la pellicola come un oggetto di culto. Se si trattasse soltanto di una tecnica, perché il senso e la bellezza di una sceneggiatura dovrebbero cambiare in base alla tecnologia impiegata? Se leggiamo Dante sul computer e non in un codice miniato, non si tratta sempre di leggere Dante? Dante è pur sempre Dante.

La differenza sta altrove: nel modo in cui il supporto modifica il processo creativo. Girare con la macchina da presa significa creare al buio, senza controllo immediato e senza certezze, con il rischio di sbagliare o di vedere compromesso il lavoro nello sviluppo. La magia è quella di una realtà che emerge in modo inconscio, onirico, capace di mostrare ciò che forse non c’è o non c’era. Probabilmente da qui nasce quella che gli intervistati chiamano sincerità.

“La sincerità è essenziale. Se vai a vedere uno spettacolo di marionette fai un patto con l’artista e accetti che quelli sono i suoi personaggi, tu ci credi e quindi ti puoi emozionare. Il pubblico ti seguirà se sei coerente con le regole del tuo mondo narrativo.”

Non vuol dire, naturalmente, che chi si esprime con il digitale menta. È il mezzo espressivo a privilegiare una diversa relazione con l’immagine. La scena di due innamorati in riva al mare è coinvolgente se il mare è lì, con le sue imperfezioni, i suoi schizzi e i granelli di sabbia. L’effetto cambia se il mare fa da proscenio, come in una scenografia teatrale, e i personaggi vi si stagliano come figurine ritagliate da un album.

La fisicità della pellicola ha il suo peso, va conservata come una cosa viva, perché è facilmente deteriorabile. C’è chi, nell’attesa di girare, la conserva in frigo. Girare in pellicola costa molto, e chi autoproduce con pochi mezzi predilige ciò che garantisce una maggiore e particolare creatività. Accade anche che alcuni registi, pur avendo ottenuto buoni budget, preferiscano poi lavorare con poche persone a un cortometraggio, godendo di un’autonomia altrimenti impossibile.

“La compresenza del tempo è qualcosa di prettamente cinematografico. Gli archivi cinematografici sono immagini molto fantasmatiche.”

Un fascino particolare hanno le pellicole conservate in archivio: vive appaiono le immagini di altri tempi, storie raccontate in altri momenti e guardate in retrospettiva. Pensiamo a quanto è diversa l’opera dell’AI nel cinema. L’ AI può produrre un nuovo film con i corpi e le voci di attori defunti, qui non è la finzione da condannare, visto che nel cinema tutto è fiction, è l’assoluta mancanza di sincerità. L’ispirazione può venire dal passato, dall’immaginario collettivo o dalla letteratura; non dal copia e incolla.

A volte pellicola e digitale si ibridano: le tecniche digitali possono migliorare un film girato in celluloide, come un antico mobile restaurato con materiali moderni. In questo caso la tecnologia resta un mezzo, benché privo del fascino della materia originaria.
Il paradosso è che chi gira in pellicola spesso dispone di mezzi ristretti. Nei piccoli film, fatti con poco, c’è più ricerca e più libertà artistica, mentre le gerarchie del cinema industriale rischiano di impedire spontaneità e creatività.

Resta il problema del solipsismo degli autori alla ricerca del vero artistico, di quello che non è facile comunicare. La solitudine è forse la condizione normale dell’essere umano, eppure l’artista vuole comunicare, e per questo cerca patenti e riconoscimenti, qualcosa che giustifichi la sua esistenza.

Il cinema in metri non propone una tesi unica e non chiede di scegliere tra celluloide e digitale. Mostra invece che la scelta del supporto può diventare una scelta etica ed estetica, un modo di difendere la libertà di chi fa film. Sono qui riportate impressioni e pensieri dei registi che Fulvio Risuleo ha intervistato, lasciando ai lettori il piacere di leggerli per intero e di consultare l’utilissimo glossario sul linguaggio tecnico cinematografico.

Valeria Jacobacci

Valeria Jacobacci, scrittrice e pubblicista, è appassionata conoscitrice di storia partenopea e di biografie, spesso femminili, di donne che hanno caratterizzato i loro tempi. Si è interessata alla Rivoluzione Napoletana, al passaggio dal Regno borbonico all’Unità, al secolo “breve”, racchiuso fra due guerre. Ha pubblicato numerosi articoli, saggi e romanzi.