Tra i sostenitori più incondizionati dello Stato di Israele vi sono milioni di cristiani americani convinti che l’ebraismo sia una religione incompleta, che gli ebrei debbano infine riconoscere Gesù come Messia e che le guerre del Medio Oriente annuncino l’avvicinarsi della fine del mondo. Non sostengono Israele nonostante questa teologia, ma, almeno in parte, a causa di essa.
Il paradosso è evidente. Il sionismo cristiano si presenta come una forma di solidarietà verso gli ebrei e come difesa dello Stato di Israele, ma subordina entrambi a una narrazione escatologica cristiana nella quale l’ebraismo è destinato a essere superato e gli ebrei a riconoscere Cristo. Non li considera nella loro pluralità concreta: assegna loro una funzione nella storia cristiana della salvezza.
Il sionismo cristiano non coincide con ogni forma cristiana di sostegno a Israele. Esistono cristiani che difendono l’esistenza dello Stato israeliano per ragioni storiche, politiche o morali, senza attribuirgli alcuna funzione escatologica. Qui interessa soprattutto la forma assunta dal fenomeno nel protestantesimo evangelico statunitense e, in particolare, nella destra religiosa bianca e suprematista: un sistema nel quale elezione, terra promessa, ritorno degli ebrei, guerra e fine dei tempi vengono disposti lungo un’unica linea provvidenziale.

Questo atteggiamento viene talvolta definito “filosemita”. Il termine può essere utilizzato soltanto tra virgolette, perché riproduce la stessa aberrazione linguistica contenuta nella parola “antisemita”. Semitico designa propriamente una famiglia di lingue, non una razza o un popolo unitario; e gli ebrei non esauriscono il mondo semitico, al quale appartengono linguisticamente anche gli arabi. Più correttamente, il sionismo cristiano appare favorevole agli ebrei perché sostiene lo Stato che pretende di rappresentarli. Ma non riconosce necessariamente l’autonomia delle persone, delle comunità e delle tradizioni ebraiche. Non sostiene gli ebrei per ciò che sono: assegna loro un ruolo.
Le radici del sionismo cristiano sono più antiche del sionismo ebraico moderno. Prima di Theodor Herzl, del congresso di Basilea del 1897 e della formulazione di un programma politico nazionale ebraico, alcuni ambienti protestanti britannici avevano già immaginato il ritorno degli ebrei in Palestina.
La Riforma, rendendo centrale la lettura diretta della Bibbia, favorì il recupero delle profezie veterotestamentarie in una forma spesso letterale. Se Dio aveva promesso una terra alla discendenza di Israele, quella promessa non poteva essere stata cancellata. Se i profeti avevano annunciato il raduno degli esiliati, esso avrebbe dovuto realizzarsi nella storia.
Nel protestantesimo inglese del Seicento, soprattutto puritano, si diffuse così il restaurazionismo: la convinzione che gli ebrei dovessero essere ricondotti nella loro antica terra prima del ritorno di Cristo. Gli ebrei venivano riconosciuti come eredi dell’Israele biblico e, contemporaneamente, come il popolo che non aveva riconosciuto il proprio salvatore. Il ritorno in Palestina e la futura conversione costituivano due momenti dello stesso disegno.
Questa teologia attraversò l’Atlantico e trovò nell’America puritana un terreno particolarmente favorevole. I coloni protestanti non leggevano la storia d’Israele soltanto come una vicenda passata. La utilizzavano per interpretare se stessi. L’Europa diventava l’Egitto dal quale fuggire; l’Atlantico, il mare da attraversare; l’America, il deserto e la terra promessa; i coloni, il nuovo popolo dell’alleanza.
Il mito biblico forniva così una rappresentazione della conquista. Una parte dell’immaginario coloniale descriveva l’espansione come il cammino di un popolo investito di una missione provvidenziale verso una terra che Dio gli avrebbe destinato. Gli abitanti originari rischiavano di non apparire più come comunità dotate di una propria storia e di propri diritti, ma come ostacoli collocati lungo il cammino dell’elezione. La loro presenza poteva essere rimossa simbolicamente prima ancora che materialmente.
È una delle strutture profonde dell’espansionismo americano: la terra non viene conquistata soltanto perché è più forte chi la occupa; viene occupata perché sarebbe stata promessa a chi la conquista. L’America sosterrà Israele anche perché riconoscerà in esso la propria immagine: due nazioni bibliche, eccezionali, insediate in una terra promessa e circondate da nemici.
Il restaurazionismo divenne esplicitamente politico nell’Ottocento. Nel 1891 il predicatore americano William Eugene Blackstone presentò al presidente Benjamin Harrison una petizione per favorire l’insediamento degli ebrei in Palestina. Il documento precedeva di cinque anni la pubblicazione dello Stato ebraico di Herzl.
La proposta nasceva anche dall’indignazione per i pogrom contro gli ebrei nell’Impero russo, ma rivelava un’ambivalenza significativa. Il memoriale si domandava dove potessero andare gli ebrei perseguitati, osservando che l’Europa era sovraffollata e che il loro trasferimento negli Stati Uniti sarebbe stato lungo e costoso. La soluzione individuata era la Palestina, considerata la terra assegnata loro da Dio. La restaurazione si presentava come soccorso umanitario, ma spostava altrove la questione della loro accoglienza nelle società cristiane.
Il punto non è attribuire a ogni restaurazionista un consapevole odio antiebraico. È osservare la struttura dell’argomento. Gli ebrei vengono ricostruiti come popolo separato, originariamente appartenente a un’altra terra. La loro integrazione nelle società in cui vivono diventa secondaria rispetto al destino collettivo stabilito per loro dalla profezia. L’ebreo concreto, cittadino di Londra, Varsavia, New York o Berlino, scompare dietro la figura biblica di Israele.
La svolta decisiva avvenne con John Nelson Darby, predicatore anglo-irlandese e una delle figure centrali dei Plymouth Brethren. Darby non inventò l’idea del ritorno degli ebrei, ma la inserì in un sistema teologico organico: il dispensazionalismo.
La storia veniva divisa in diverse fasi, o “dispensazioni”, nelle quali Dio avrebbe regolato in modi differenti il proprio rapporto con l’umanità. La Chiesa e Israele seguivano due destini distinti. Le promesse rivolte a Israele non sarebbero state assorbite dalla Chiesa né trasformate in allegorie spirituali. Dovevano realizzarsi letteralmente.
Gli ebrei sarebbero tornati nella terra promessa e avrebbero ricostituito la propria esistenza nazionale. La Chiesa sarebbe stata sottratta alla storia mediante il “rapimento” dei veri credenti. Sarebbe quindi cominciata la grande tribolazione: guerre, persecuzioni, catastrofi e apparizione dell’Anticristo. Nelle formulazioni classiche del sistema, un resto di Israele avrebbe infine riconosciuto Cristo, mentre gran parte del popolo sarebbe stata colpita dalla tribolazione. Alla fine, Cristo sarebbe tornato per instaurare il regno millenario.
Israele diventava così, secondo una metafora destinata a diventare corrente nel linguaggio dispensazionalista, l’orologio profetico di Dio. Il ritorno degli ebrei spostava in avanti le lancette; la ricostituzione nazionale annunciava l’avvicinarsi dell’ultima epoca; ogni conflitto mediorientale poteva essere interpretato come un nuovo segno. La guerra cessava di essere soltanto una tragedia politica e diventava una conferma della profezia. Darby diffuse le proprie idee negli Stati Uniti attraverso viaggi, predicazioni e conferenze bibliche. La loro consacrazione avvenne però con la Scofield Reference Bible, pubblicata nel 1909. Cyrus I. Scofield collocò le proprie note interpretative accanto al testo della Scrittura. Per milioni di lettori, l’interpretazione finì così per confondersi con il testo interpretato.
La divisione della storia in dispensazioni, la separazione fra Chiesa e Israele, il rapimento, la tribolazione e il ritorno degli ebrei non apparivano più come una costruzione teologica ottocentesca, ma come il significato evidente della Bibbia.
Il dispensazionalismo sembrava rovesciare una parte della tradizione cristiana. Per secoli molte Chiese avevano sostenuto che il nuovo Israele fosse la Chiesa e che le promesse dell’Antico Testamento dovessero essere interpretate spiritualmente. Questa teologia della sostituzione aveva spesso alimentato il disprezzo e la persecuzione degli ebrei.
Il dispensazionalismo rifiutava invece che la Chiesa avesse preso il posto di Israele. Dio avrebbe conservato un patto specifico con il popolo ebraico. Ma questo riconoscimento non restituiva agli ebrei la piena autonomia della propria storia. Li trasferiva da un sistema cristiano a un altro. Non erano più il popolo respinto e sostituito dalla Chiesa; diventavano il popolo necessario al compimento della profezia cristiana.
La loro elezione veniva riconosciuta, ma il significato dell’elezione continuava a essere stabilito dai cristiani. Il sionismo cristiano non eliminava l’appropriazione teologica dell’ebraismo: ne mutava la forma.
La fondazione dello Stato di Israele nel 1948 sembrò trasformare la profezia in cronaca. Per chi era cresciuto leggendo Scofield, la nascita dello Stato non costituiva soltanto un avvenimento politico prodotto dal nazionalismo, dalle migrazioni, dalla persecuzione europea, dal colonialismo britannico, dalla guerra e dall’espulsione dei palestinesi. Era il compimento di ciò che i profeti avevano annunciato.
La guerra del 1967 produsse un effetto ancora più potente. Il controllo israeliano di Gerusalemme Est e dei luoghi sacri venne interpretato come un passaggio ulteriore verso la fine dei tempi. Ciò che per i palestinesi significava occupazione, perdita della terra, demolizione di case, espulsione e dominio militare diventava, nel linguaggio evangelico, “riunificazione”, “ritorno” e “restaurazione”.
Quando un evento viene letto come adempimento di una profezia, chi ne subisce le conseguenze scompare. Il palestinese non viene confutato: viene escluso dalla narrazione. Non è un abitante dotato di diritti, ma una presenza priva di funzione teologica.
La geografia reale viene sostituita dalla geografia biblica. La Cisgiordania diventa “Giudea e Samaria”; villaggi, città e comunità contemporanee vengono assorbiti in nomi antichi; il presente è costretto a recitare un testo scritto da altri.
Negli anni Settanta del secolo scorso questa visione uscì dalle chiese e divenne cultura di massa. Il libro di Hal Lindsey, The Late Great Planet Earth, pubblicato nel 1970, interpretava Israele, l’Unione Sovietica, l’Europa e le guerre mediorientali come elementi di un calendario apocalittico. Alla fine del Novecento, i romanzi della serie Left Behind trasformarono lo stesso sistema in narrativa popolare: rapimento dei credenti, Anticristo, tribolazione, Armageddon e ritorno di Cristo divennero materia di libri, film e programmi televisivi di larghissima diffusione.
La fine del mondo diventava intrattenimento. Ma quell’intrattenimento produceva una pedagogia politica. Generazioni di americani imparavano a osservare il Medio Oriente non attraverso la storia, il diritto o la vita delle popolazioni, ma attraverso una mappa profetica. Ogni trattato di pace poteva apparire sospetto, ogni compromesso territoriale una violazione della volontà divina, ogni guerra una tappa necessaria. La catastrofe non era più ciò che la politica avrebbe dovuto impedire. Era ciò che la profezia permetteva di attendere.
Il passaggio dalla teologia alla politica organizzata avvenne soprattutto tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta. La vittoria del Likud di Menachem Begin nel 1977 coincise con l’ascesa della nuova destra cristiana negli Stati Uniti. La destra israeliana comprese che gli evangelici americani potevano costituire un alleato numeroso, disciplinato e politicamente influente. La destra evangelica riconobbe a sua volta in Israele la materializzazione del proprio immaginario biblico.
Jerry Falwell e la Moral Majority inserirono il sostegno a Israele nello stesso sistema politico dell’anticomunismo, dell’opposizione all’aborto, del rifiuto del femminismo, dell’ostilità verso i diritti delle persone omosessuali, della difesa della famiglia patriarcale e della lotta contro il secolarismo. Successivamente Pat Robertson e John Hagee rafforzarono questa convergenza.
Israele non era più soltanto il segno della profezia. Diventava il baluardo armato della cosiddetta civiltà “giudaico-cristiana” contro l’islam e il disordine del mondo.
Questa alleanza non nacque soltanto dall’iniziativa spontanea dei predicatori americani. Dopo il 1948 funzionari israeliani, ministeri, organizzazioni ebraiche americane, operatori turistici e dirigenti evangelici contribuirono alla costruzione di una rete istituzionale transnazionale. Il moderno sionismo cristiano non è quindi soltanto una credenza apocalittica sviluppatasi nelle chiese. È anche il risultato di una collaborazione politica consapevole, coltivata dallo Stato israeliano perché utile alla diplomazia, alla raccolta di fondi e alla pressione sul governo degli Stati Uniti.
La più potente espressione organizzativa di questa rete è Christians United for Israel, fondata da John Hagee nel 2006, che dichiara oggi oltre dieci milioni di aderenti. Non si tratta soltanto di una comunità religiosa, ma di una struttura di mobilitazione capace di trasformare la profezia in voti, finanziamenti, aiuti militari e decisioni diplomatiche.
Il sostegno evangelico a Israele non può tuttavia essere spiegato esclusivamente con l’attesa dell’Armageddon. Non tutti coloro che partecipano a queste organizzazioni condividono nei dettagli la teologia di Darby o pensano quotidianamente alla fine del mondo. Il sionismo cristiano contemporaneo raccoglie motivazioni differenti: senso di colpa per le persecuzioni cristiane, ammirazione per la forza militare israeliana, ostilità verso l’islam, identificazione con una democrazia ritenuta occidentale, nazionalismo e fedeltà politica.
Questa pluralità di motivazioni non cancella però la struttura comune. Israele viene considerato titolare di un diritto sulla terra anteriore e superiore a quello degli abitanti reali. La promessa biblica precede il diritto internazionale. La genealogia prevale sulla cittadinanza. Il ritorno di chi vive altrove prevale sul diritto al ritorno di chi è stato espulso. Il testo sacro stabilisce chi appartiene e chi può essere rimosso.
È qui che il sionismo cristiano incontra il nazionalismo bianco e suprematista americano e assume caratteri fascistoidi. Non perché ogni evangelico sia un fascista, né perché tutte le forme di cristianesimo conservatore siano identiche. La convergenza riguarda una struttura politica: sacralizzazione della nazione, concezione organica del popolo, territorio presentato come destino, subordinazione dell’uguaglianza alla sopravvivenza etnica, culto della forza, nemico assoluto, capo provvidenziale e violenza interpretata come necessaria purificazione.
Israele offre a questa destra un modello: uno Stato fortemente militarizzato, definito attraverso l’identità di un popolo particolare, che sottopone gli abitanti dei territori occupati a un regime giuridico diverso da quello applicato ai coloni israeliani, trasforma il confine in una condizione permanente e presenta la propria violenza come autodifesa e ogni critica come minaccia esistenziale.
La destra cristiana americana non ammira necessariamente l’ebraismo, la sua storia o la pluralità delle comunità ebraiche. Ammira uno Stato che appare capace di fare ciò che essa vorrebbe fare: distinguere nettamente chi appartiene e chi no, chi ha diritto alla terra e chi può essere espulso, chi deve essere protetto e chi può essere colpito.
Per questo il sostegno a Israele può convivere con il razzismo, con l’ostilità verso le minoranze e perfino con forme più o meno esplicite di antiebraismo. L’ebreo concreto può continuare a essere rappresentato come estraneo, cosmopolita, liberale o responsabile della dissoluzione della società cristiana; Israele, invece, può essere ammirato come Stato etnico, armato e nazionalista. Si possono disprezzare gli ebrei come minoranza e celebrare lo “Stato ebraico” come modello di maggioranza dominante.
Il tratto strutturalmente antiebraico del sionismo cristiano consiste precisamente in questa riduzione. Una pluralità di persone, culture, lingue, cittadinanze e convinzioni viene ricostruita come un unico popolo genealogico, identificato con Israele e titolare di un destino collettivo stabilito da una teologia cristiana. Nella narrazione dispensazionalista classica, la restaurazione di Israele non conclude infatti la storia ebraica, ma prepara la conclusione della storia cristiana. Un resto di Israele riconoscerà Cristo, mentre la tribolazione colpirà gli altri.
Lo Stato ebraico è necessario. L’ebraismo, alla fine, no.
Gli ebrei ricevono una terra, ma perdono il diritto di interpretare autonomamente la propria storia religiosa. Vengono elevati a popolo necessario e contemporaneamente privati della libertà di sottrarsi al ruolo che è stato loro assegnato.
Si chiude così una sorta di uroboro ideologico. L’antiebraismo identifica gli ebrei con Israele e attribuisce loro collettivamente la responsabilità delle azioni dello Stato; il sionismo presenta Israele come espressione dell’intero popolo ebraico; il sionismo cristiano assume questa identificazione e la inserisce nel proprio sistema escatologico. Discorsi di origine e finalità differenti convergono nella cancellazione della pluralità ebraica.
Ma la cancellazione più immediata rimane quella dei palestinesi. Il sionismo cristiano parla incessantemente della terra e quasi mai di chi la abita. Visita i luoghi santi, ma non vede le comunità che vivono accanto a essi. Cerca le pietre della Bibbia e ignora i corpi del presente. Celebra Betlemme come luogo della nascita di Cristo, ma dimentica i palestinesi, cristiani e musulmani, sottoposti all’occupazione.
La contraddizione è particolarmente violenta nel caso dei cristiani palestinesi, appartenenti a comunità radicate nel Levante da molti secoli. Nel 2006 quattro autorevoli esponenti cristiani palestinesi — il patriarca latino Michel Sabbah, l’arcivescovo siro-ortodosso SweriosMalki Mourad e i vescovi Riah Abu El-Assal e Munib Younan — definirono il sionismo cristiano un «falso insegnamento» capace di corrompere il messaggio biblico di amore, giustizia e riconciliazione. La loro presa di posizione richiamava una realtà che il sionismo cristiano tende sistematicamente a rimuovere: l’esistenza di comunità cristiane palestinesi radicate da secoli in quella terra e sottoposte, insieme ai palestinesi musulmani, all’occupazione e alla perdita dei diritti. La contrapposizione non è dunque tra ebrei e musulmani, né tra Occidente cristiano e islam, ma tra chi esercita il dominio e chi lo subisce. Il sionismo cristiano non è quindi una semplice stravaganza teologica. È una teologia politica della colonizzazione. Trasforma una promessa religiosa in titolo territoriale, una narrazione antica in catasto, la profezia in politica estera. Sottrae la terra alla storia e la consegna all’escatologia. Chi la abita non possiede diritti: occupa uno spazio già assegnato da Dio.
In questo sistema, la colonizzazione diventa ritorno; l’occupazione, restaurazione; l’espulsione, adempimento; la guerra, segno dei tempi. La pace stessa può apparire sospetta, perché interrompe la sequenza profetica. La catastrofe acquista un valore positivo: non deve essere necessariamente desiderata, basta che venga riconosciuta come inevitabile e provvidenziale.
È questa la ragione per cui una parte del cristianesimo americano può assistere alla distruzione di città, all’assedio di popolazioni e all’uccisione di civili senza riconoscervi una confutazione della propria fede. Vi riconosce, al contrario, la conferma del proprio racconto. Il dolore concreto viene assorbito dalla profezia. La vittima diventa un dettaglio all’interno di un disegno più grande.
È questo il nucleo morale del sionismo cristiano: non una teologia della salvezza, ma una teologia che ha bisogno della distruzione.
Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.








