La svastica e la stella di David. Una convergenza rimossa, di Vincenzo Franciosi

Nel 1934 il giornale nazista Der Angriff, fondato da Joseph Goebbels, distribuì ai propri abbonati una medaglia commemorativa. Su una faccia compariva la svastica, sull’altra la stella di David.

La medaglia celebrava la pubblicazione di una serie di dodici articoli intitolata Ein Nazi fährt nach Palästina: “Un nazista va in Palestina”. Non si tratta di un falso costruito successivamente dalla propaganda antisionista, ma di un oggetto storico ampiamente documentato.

L’autore degli articoli era Leopold von Mildenstein, giornalista nazista e futuro ufficiale delle SS. Nell’aprile del 1933, pochi mesi dopo l’ascesa di Hitler al potere, Mildenstein era partito per la Palestina insieme al sionista berlinese Kurt Tuchler. Con loro viaggiavano le rispettive mogli.

Tuchler, rappresentante dell’Associazione sionista per la Germania, voleva mostrare al nazista la costruzione della “patria nazionale” ebraica e convincerlo che la soluzione della cosiddetta questione ebraica consistesse nell’emigrazione degli ebrei tedeschi verso la Palestina. La sua organizzazione cercava allora un’intesa con il nuovo regime per favorire quella partenza. Mildenstein descrisse con ammirazione i coloni, il lavoro agricolo e i kibbutzim. Nel dirigente di un insediamento riconobbe il prototipo del “nuovo ebreo”, rigenerato dalla terra: «Questi nuovi ebrei sono un nuovo popolo». Il suo elogio era formulato nel linguaggio nazista del sangue e del suolo.

L’immagine delle due coppie che attraversano cordialmente la Palestina è difficile da conciliare con il racconto semplificato che ci è stato trasmesso. Un nazista e un sionista discutevano del futuro degli ebrei europei e scoprivano di poter concordare almeno su un punto: gli ebrei dovevano lasciare la Germania.

Non erano alleati in condizioni di parità. Uno apparteneva al movimento che perseguitava gli ebrei; l’altro cercava una via d’uscita per una popolazione minacciata. La differenza morale fra le loro motivazioni era enorme. Ma non cancella la convergenza politica. Il nazista voleva espellere gli ebrei perché li considerava una razza estranea. Il sionista voleva trasferirli in Palestina perché li considerava una razza separata, destinata a costituirsi in nazione nella propria terra.

Cambiava il giudizio, ma rimaneva la classificazione.

Shlomo Sand ha mostrato questo paradosso nell’ultimo capitolo del suo eccezionale libro L’invenzione del popolo ebraico, intitolato La gloria e lo splendore. Politica identitaria in Israele. Leggendo le affermazioni di importanti autori sionisti sulla razza ebraica, si ha talvolta l’impressione di leggere, con il segno rovesciato, le teorie degli ideologi nazisti sulla razza ariana.

L’antisemita affermava che gli ebrei costituivano una razza estranea, biologicamente irriducibile alle nazioni europee. Il sionista trasformava quella medesima separazione in valore positivo: gli ebrei erano davvero una razza distinta, rimasta sostanzialmente identica attraverso millenni di dispersione, unita dal sangue e destinata a riunirsi nella terra dei propri antenati.

Il sionismo nacque nell’Europa dell’antropologia razziale, del darwinismo sociale e dell’eugenetica. La razza non era una parola utilizzata soltanto dagli antisemiti. Compariva anche negli scritti di dirigenti e intellettuali sionisti come Max Nordau, Nathan Birnbaum, Vladimir Jabotinsky e Arthur Ruppin. Il sangue, il tipo fisico, l’ereditarietà e la purezza della discendenza venivano assunti come fondamenti dell’identità collettiva. L’assimilazione non rappresentava soltanto la perdita di una religione o di una cultura: era la dissoluzione biologica del popolo.

La nazione ebraica venne quindi cercata nei corpi. Si misuravano crani e nasi, si calcolavano indici cefalici, si confrontavano pigmentazione, statura e proporzioni del volto di differenti comunità ebraiche: ashkenazite, sefardite, yemenite, nordafricane ed etiopi. Si pretendeva di dimostrare che gruppi separati da secoli, differenti per lingua, cultura, territorio e aspetto fisico, conservassero una sostanza biologica comune.

Una figura centrale di questa operazione fu Arthur Ruppin. Non un teorico marginale, ma uno dei principali organizzatori della colonizzazione sionista della Palestina: direttore dell’Ufficio palestinese dell’Organizzazione sionista, promotore dell’acquisto delle terre, degli insediamenti agricoli e della selezione degli immigrati, oltre che fondatore della sociologia ebraica presso l’Università ebraica di Gerusalemme.

Ruppin classificava le comunità ebraiche secondo criteri razziali, utilizzava misurazioni craniche e nasali, distingueva tipi e gradi di purezza e costruiva una gerarchia nella quale attribuiva agli ashkenaziti una posizione superiore rispetto ai sefarditi e ad altre comunità ebraiche, in particolare quelle yemenite ed etiopi. Le enormi differenze fisiche fra queste popolazioni avrebbero dovuto smentire l’esistenza di una razza unitaria. Servirono invece a moltiplicare tipi, sottotipi e gradi di mescolanza.

L’antropologia non era separata dalla politica. La classificazione dei corpi accompagnava la selezione degli immigrati, la distribuzione del lavoro e la progettazione della società coloniale. La rigenerazione nazionale doveva essere anche fisica: l’ebreo diasporico, urbano e assimilato avrebbe lasciato il posto al “nuovo ebreo”, agricoltore, combattente e possessore della terra.

Il sionismo laico aveva eliminato YHWH (Yahweh) dall’elezione, ma aveva conservato gli eletti. La promessa divina diventava diritto storico; la discendenza di Abramo genealogia biologica; la terra promessa patria naturale di un popolo immaginato come corporeamente continuo.

La modernità non cancellava il mito. Lo trasformava in misurazioni antropometriche, statistiche e tabelle demografiche.

È questo terreno ideologico a rendere comprensibili gli incontri degli anni Trenta. Nazisti e sionisti attribuivano valori opposti alla separazione degli ebrei, ma rifiutavano entrambi la figura dell’ebreo assimilato.

Per il nazismo, l’assimilazione degli ebrei rappresentava una minaccia perché rendeva meno visibile la separazione razziale sulla quale si fondava l’antisemitismo. Per il sionismo, l’assimilazione minacciava di dissolvere la razza ebraica nelle popolazioni europee. Le finalità erano opposte, ma il presupposto comune era che cittadinanza, lingua, cultura e volontà individuale non potessero modificare l’appartenenza determinata dalla nascita e dalla discendenza.

Il nazismo trasformava tale appartenenza in inferiorità, esclusione ed espulsione. Il sionismo la trasformava in identità nazionale, orgoglio collettivo e diritto a una terra propria. Il giudizio di valore era rovesciato, ma rimaneva intatta la rappresentazione degli ebrei come comunità biologicamente separata e irriducibile alle nazioni nelle quali vivevano.

Mildenstein poteva dunque ammirare i coloni sionisti senza cessare per un istante di essere antisemita. Li ammirava proprio perché si stavano separando dall’Europa e costruivano altrove una comunità etnicamente omogenea, fondata sul lavoro e sul possesso della terra. L’ebreo assimilato costituiva un problema. L’ebreo che dichiarava di appartenere a una razza e a una terra differenti indicava una soluzione.

La medaglia con la svastica e la stella di David rappresentava esattamente questo incontro. Non celebrava la riconciliazione fra tedeschi ed ebrei. Celebrava la possibilità della loro separazione definitiva.

Nello stesso 1933, l’Organizzazione sionista mondiale e il Ministero dell’Economia del Reich conclusero l’accordo Haavara (“trasferimento” in ebraico). Gli ebrei tedeschi diretti in Palestina depositavano i propri beni in Germania; quel denaro veniva impiegato per acquistare merci tedesche da esportare e vendere in Palestina, dove gli emigranti recuperavano una parte del capitale.

Il regime nazista favoriva così l’emigrazione e le proprie esportazioni. Il movimento sionista portava in Palestina uomini, capitali e capacità produttive. Gli ebrei perseguitati riuscivano a fuggire salvando almeno una parte di ciò che possedevano. L’accordo provocò una profonda spaccatura nel mondo ebraico. Fu avversato sia da organizzazioni ebraiche non sioniste impegnate nel boicottaggio della Germania, sia da importanti settori dello stesso movimento sionista, in particolare dai revisionisti di Jabotinsky e da gruppi sionisti esterni alla Germania, perché l’importazione di merci tedesche indeboliva il boicottaggio internazionale. Permise tuttavia a più di cinquantamila ebrei tedeschi di trasferirsi in Palestina entro il 1939.

Non si possono mettere sullo stesso piano il persecutore che impone la partenza e il perseguitato che negozia una via di fuga. Ma riconoscere l’asimmetria non significa negare la convergenza. Per alcuni anni la politica nazista e il progetto sionista produssero lo stesso movimento materiale: l’uscita degli ebrei dalla Germania e il loro trasferimento in Palestina.

La politica nazista non cominciò con le camere a gas. Fino all’ottobre del 1941 il regime incoraggiò ufficialmente l’emigrazione degli ebrei, mentre rendeva la loro vita sempre più impossibile, li privava dei diritti e sottraeva loro una parte crescente dei beni. Nell’ottobre del 1941 l’emigrazione venne proibita. La grande maggioranza degli ebrei ancora presenti in Germania fu poi deportata e assassinata.

La successione storica è chiara: prima l’esclusione dalla società; poi la pressione alla partenza; infine la chiusura delle vie d’uscita e lo sterminio.

Il confronto con la Palestina contemporanea non richiede di affermare che due processi storici differenti siano materialmente identici. Le analogie non sono fotografie sovrapposte. Servono a riconoscere una grammatica politica quando essa riappare con altri soggetti, altri mezzi e altre condizioni.

Dopo il 7 ottobre 2023, ministri e dirigenti israeliani hanno invocato ripetutamente l’“emigrazione volontaria” dei palestinesi da Gaza. Nel marzo del 2025 Benyamin Netanyahu dichiarò che il suo governo avrebbe lavorato all’attuazione del piano statunitense di “emigrazione volontaria”, mentre Israele aveva ripreso i bombardamenti dopo la “tregua”.

Ma che cosa significa “emigrazione volontaria” quando le case, gli ospedali e le infrastrutture indispensabili alla vita vengono distrutti, quando uomini, donne e bambini sono ridotti alla fame e alla sete, quando il territorio nel quale vivono viene sistematicamente devastato e reso inabitabile?

La formula non descrive una scelta offerta ai palestinesi. Descrive il fine demografico assegnato alla distruzione: creare condizioni tali da rendere desiderabile, necessaria o inevitabile la partenza definitiva.

Questo progetto di espulsione e la chiusura concreta della popolazione dentro Gaza non sono due momenti successivi, ma due aspetti della stessa politica. Da una parte si auspica che i palestinesi abbandonino definitivamente la Striscia, purché altri Stati accettino di accoglierli; dall’altra Israele controlla le frontiere, il mare, lo spazio aereo, i permessi e le possibilità effettive di uscita.

Ai palestinesi non viene dunque concessa la libertà di emigrare. Viene imposto di spostarsi incessantemente all’interno di uno spazio chiuso. Devono lasciare il nord e dirigersi a sud, poi abbandonare il sud; uscire da Gaza, Khan Younis o Rafah e rifugiarsi in aree che possono essere successivamente bombardate o sottoposte a nuovi ordini di evacuazione.

Non è fuga verso l’esterno. È inseguimento all’interno.

Nel maggio del 2024 la Corte internazionale di giustizia definì disastrosa la situazione di Rafah e ordinò a Israele di fermare immediatamente l’offensiva militare e ogni altra azione che potesse condurre alla distruzione fisica, totale o parziale, del gruppo palestinese a Gaza. L’ordine interveniva dopo lo sfollamento di centinaia di migliaia di persone, molte delle quali erano già state costrette a fuggire più volte.

La politica dell’“emigrazione volontaria” non offre quindi l’alternativa fra restare e partire. Combina la distruzione delle condizioni necessarie per restare con il controllo delle condizioni necessarie per partire. La popolazione viene resa eccedente, ma trattenuta nello spazio nel quale tale eccedenza viene punita.

Nel settembre del 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite concluse che Israele aveva commesso quattro dei cinque atti contemplati dalla Convenzione sul genocidio: uccisioni, gravi lesioni fisiche e mentali, imposizione di condizioni di vita dirette alla distruzione del gruppo e misure volte a impedirne le nascite. L’unico atto non accertato fu il trasferimento forzato dei bambini palestinesi a un altro gruppo. Non perché i bambini fossero rimasti estranei alla politica di distruzione — ne sono stati, al contrario, fra le principali vittime — ma perché non risultava un progetto volto ad assimilarli alla popolazione ebraica israeliana. Difficile immaginare, del resto, che uno Stato fondato sulla separazione etnica e sulla gerarchia delle appartenenze persegua l’incorporazione dei bambini del popolo che considera estraneo alla propria comunità nazionale. Israele respinse integralmente il rapporto come falso e prevenuto; la causa promossa dal Sudafrica davanti alla Corte internazionale di giustizia non ha ancora prodotto una sentenza definitiva sul merito.

Il razzismo sionista non è rimasto confinato nelle classificazioni antropologiche di Ruppin. È passato dal corpo alla cittadinanza, dalla genealogia alla distribuzione dei diritti, dalla presunta continuità biologica al possesso della terra.

La Legge del ritorno attribuisce a ogni ebreo il diritto di stabilirsi in Israele e di acquisirne la cittadinanza. Il palestinese espulso dalla propria terra, o nato da genitori e nonni che ne furono espulsi, non dispone dello stesso diritto al ritorno. La Legge fondamentale del 2018 ha inoltre stabilito che il diritto all’autodeterminazione nazionale nello Stato di Israele è esclusivo del popolo ebraico e che lo sviluppo degli insediamenti ebraici costituisce un valore nazionale.

Non occorre più misurare i crani. La genealogia è entrata nella legge.

La medaglia del 1934 non dimostra un’identità assoluta fra nazismo e sionismo. Testimonia qualcosa di storicamente più preciso e forse più inquietante: due ideologie nate nello stesso universo europeo poterono riconoscersi nel principio secondo cui gli ebrei costituivano un corpo razziale separato, irriducibile alla cittadinanza comune e destinato a vivere in una terra propria.

Il nazismo trasformò quella separazione in persecuzione, espulsione e sterminio. Il sionismo trasformò l’estraneità attribuita agli ebrei europei in titolo nazionale sulla Palestina, facendo della discendenza il fondamento di una sovranità etnica.

La storia non si ripete identica e non ha bisogno di farlo. Il suo ritorno si riconosce nelle strutture: quando la nascita decide chi appartenga alla terra; quando una popolazione viene descritta come presenza estranea o eccedente; quando la distruzione delle sue condizioni di vita viene accompagnata dall’invito ad andarsene; quando chi ne auspica la partenza controlla contemporaneamente ogni possibilità di uscita e di ritorno.

La medaglia con la svastica e la stella di David appartiene agli archivi. Il principio razziale che rese possibile quella convergenza, invece, non vi è rimasto. Le misurazioni dei crani e dei volti sono state sostituite dalle analisi genetiche; l’antropometria ha ceduto il posto al DNA, ma l’obiettivo è rimasto sostanzialmente lo stesso: dimostrare nel corpo la continuità del popolo ebraico attraverso i millenni e trasformare una presunta genealogia biologica in fondamento dell’appartenenza nazionale e del diritto alla terra.

Lo studio della razza non è scomparso. Ha cambiato metodo.

E i suoi presupposti continuano a operare fuori dal laboratorio, nelle leggi, nelle frontiere, nei permessi, nella distribuzione dei diritti e nelle rovine di Gaza.

Vincenzo Franciosi

Vincenzo Franciosi è professore associato di Archeologia Classica. Ha scavato in vari siti dell’Italia meridionale quali Fratte (SA), Buccino (SA), Montescaglioso (MT), Pompei (NA). Ha pubblicato studi sulle importazioni ceramiche corinzie di età geometrica nell’isola d’Ischia e sulle loro imitazioni locali; sulla ceramica figurata attica del V sec. a.C.; sull’urbanistica pompeiana e sugli scavi dell’insula VII, 14 a Pompei; sul culto della Mefite in Valle d’Ansanto; sulla statuaria arcaica in marmo dall’Acropoli di Atene; sulla statuaria in bronzo dalla Villa dei Papiri ad Ercolano; sulla statuaria policletea. È stato insignito, per l’insieme degli studi e delle indagini condotti nel campo dell’Archeologia Classica, del Premio Anassilaos 2020-21 (XXXII-XXXIII) “Arte, Cultura, Economia, Scienze” – Premio Μνήμη per l’Archeologia, Reggio Calabria, 13 Novembre 2021.