Leonardo Sciascia: “La scomparsa di Majorana” , di Sonia Di Furia

Nel dicembre del 1975, subito dopo la pubblicazione de “La Scomparsa di Majorana”, Leonardo Sciascia, in un articolo apparso sulla Stampa, spiega le motivazioni che lo avevano portato a scrivere di quell’enigma insoluto. Lo fa attraverso le parole di Albert Camus: “Vivere contro un muro, è vita da cani. Ebbene, gli uomini della mia generazione e di quella che entra oggi nelle fabbriche e nelle facoltà, hanno vissuto e vivono sempre più come cani. Grazie anche alla scienza, grazie soprattutto alla scienza“. Camus dice anche: “Io ne ho abbastanza della gente che muore per un’idea. Non credo nell’eroismo, so che è fin troppo facile e ho scoperto che uccide. A me interessa che gli uomini vivano e muoiano per ciò che amano”. L’accusa lanciata da Camus è che un cane e un muro rappresentano la limitazione della libertà come condizione di vita; la situazione in cui si è senza quella via di uscita che delinea l’impotenza umana. A quel punto chiunque si sente direttamente coinvolto e spinto a cercare di riconoscere la via che conduce al muro, la possibilità di evitarla, e il pensiero va a coloro che si sono rifiutati di costruire quel muro. 

Il testo che si prende in considerazione è pubblicato da Adelphi nella ristampa del 1997, con un saggio di Lea Ritter Santini, che in origine accompagnava la traduzione tedesca della Scomparsa di Majorana (Der Fall Majorana), poi riproposto nell’ambito dell’edizione einaudiana del testo di Sciascia. Ritter Santini cita Bertolt Brecht, Vita di Galileo: “E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale“. Segue l’affermazione di Albert Einstein al fisico Max Born, 29 aprile 1924: “L’idea che un elettrone esposto a una radiazione scelga liberamente l’attimo e la direzione in cui vuole saltare mi è insopportabile. In questo caso preferirei fare il ciabattino o addirittura il croupier in un casinò piuttosto che il fisico”.

Quando uscì, il libro fu accolto in Italia con accese polemiche. Il fisico Edoardo Amardi, nell’Espresso del 5 ottobre 1975, prese posizioni critiche nei suoi confronti, affermando che l’ipotesi di Sciascia fosse “priva di fondamento“, in quanto Majorana non avrebbe potuto presagire la forza distruttrice dell’energia atomica, in quanto, in quegli anni, la scienza non sarebbe stata in grado di concepire gli anelli della catena che ancora mancavano per arrivare all’energia nucleare. In Germania, invece, la tesi di Sciascia aveva incontrato l’attenzione dei protagonisti del dibattito che seguì la scoperta dell’elemento n. 93, Ida Noddack e Fritz Strassmann.

Sciascia aveva ottenuto notorietà già nel 1961 con l’opera “Il giorno della civetta”, con cui portava all’attenzione dell’opinione pubblica la questione della mafia, spesso trascurata o minimizzata dall’informazione e dagli organismi stessi del potere. Egli insisteva sul pericolo della potente organizzazione criminale, sull’oscura rete di collusioni che la legava al potere politico, suscitando con le sue posizioni aspre polemiche. Con “La scomparsa di Majorana”, che fa parte di una serie di brevi opere dedicate alla ricostruzione di casi di cronaca misteriosi, recenti o lontani, Sciascia si propone di seguire le tracce di un caso, di un destino umano mai chiarito, che appartiene ormai alla storia della scienza e ha suscitato sconcerto e inquietudine negli ambienti accademici e intellettuali italiani. Un mistero che, ancora oggi, la polizia non è riuscita a risolvere. Certo è che Sciascia ha sempre percorso vie scomode e anche in questo caso non si accontenta di seguire quella più lineare.

Dietro al breve romanzo, come in quasi tutte le trasposizioni letterarie dell’autore di fatti realmente accaduti, c’è il lungo e approfondito lavoro sui documenti e, ancora prima, la ricerca di fonti, tracce, ricordi, testimonianze. La ricerca inizia negli archivi della polizia fascista per visionare gli atti burocratici che collegavano la scomparsa del giovane fisico Ettore Majorana a implicazioni poco chiare di carattere politico. La ricostruzione della vicenda parte dal marzo 1938, quando lo scienziato siciliano, secondo i documenti, si sarebbe imbarcato a Palermo per raggiungere Napoli, città dove non arrivò mai. Il romanzo d’indagine inizia con una lettera che l’allora senatore Giovanni Gentile invia al senatore Arturo Bocchini, capo della polizia, con la preghiera di ricevere e ascoltare il dottor Salvatore Majorana, fratello del fisico scomparso. Una nuova traccia, infatti, suggeriva di riaprire il caso e ispezionare i conventi di Napoli e dintorni, forse di tutta l’Italia meridionale e centrale. Ma si sa, la scienza come la poesia sono a un passo dalla follia e Bocchini, che si era informato sulla vicenda, si era fatto l’idea, per esperienza e mestiere, che vi fossero in atto due follie: quella dello scomparso e quella dei familiari. Era plausibile che Majorana si fosse buttato in mare o nel Vesuvio o avesse scelto qualche altro genere di morte e la famiglia, come succede nei casi in cui non si trova il cadavere, era entrata nello stato di follia che le faceva credere che fosse ancora vivo, magari ritiratosi in convento.

Ettore Majorana era un giovane scienziato riservato e solitario ed Enrico Fermi lo definì uno di quei geni che compaiono una, massimo due volte nel corso di un secolo. Egli, nel 1933, aveva trascorso alcuni mesi in Germania, presso l’Istituto di Fisica dell’Università di Lipsia, da Werner Heisenberg. Nei mesi in cui visse in Germania, Majorana aveva stretto un forte legame di amicizia con Heisenberg, uomo che viveva il problema della fisica dentro un vasto e drammatico contesto di pensiero. Era, per dirla banalmente, un filosofo. Tra quelli che avrebbero potuto fare per Hitler l’atomica, Werner Heisenberg era senz’altro il più importante. Infatti, i fisici che lavoravano a farla in America credevano, fino all’ossessione, che la stesse realizzando. Va da sé, secondo Sciascia, che il legame professionale, oltre che umano, tra Majorana e Heisenberg fosse troppo stretto perché il primo non fosse a conoscenza, o addirittura non partecipasse, degli studi portati avanti nel centro di Lipsia dal secondo.

Chi conosce, sia pure molto sommariamente, la storia dell’atomica, sa che ci furono fisici mentalmente liberi e schiavi. I primi non si fecero problemi di ordine etico: la proposero, vi lavorarono, la misero a punto e la consegnarono ai politici e ai militari; gli altri ne ebbero paura, sentirono angoscia e preoccupazione per gli esiti disastrosi che lo scoppio avrebbe causato sugli uomini. E non cambia molto che gli schiavi l’avrebbero consegnata a Hitler, il dittatore di fredda e atroce follia, mentre i liberi la consegnarono a Truman, colui che rappresentava la democrazia americana. Hitler avrebbe deciso esattamente come Truman decise: fare esplodere la bomba su città accuratamente e scientificamente scelte fra quelle raggiungibili di un paese nemico.

Tornando alle indagini della polizia, alcuni giorni dopo il colloquio tra il dottor Salvatore Majorana e il senatore Bocchini, il caso fu chiuso e archiviato. Solo negli ambienti della bassa burocrazia nacque il sospetto che ci fosse un intrigo spionistico contro gli interessi degli italiani e la difesa nazionale a capo della scomparsa del fisico, considerato l’unico che poteva proseguire gli studi di Guglielmo Marconi, per cui un oscuro complotto lo aveva levato dalla circolazione. Era, appunto, un favoleggiare e Arturo Bocchini lo sapeva bene. D’altra convinzione era Fermi che disse: “Con la sua intelligenza, una volta che avesse deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, Majorana ci sarebbe certo riuscito“.

Per Sciascia nessun investigatore sarebbe stato in grado di portare a conclusione un simile intricato caso, l’unico che considera all’altezza proviene dalla  letteratura di genere: è il detective straordinario Dupin, nato dalla penna di Edgar Allan Poe, ispirato dal cavaliere Carlo Augusto Dubin, precursore dell’indagatore moderno, protagonista del racconto “La duplice tragedia nella via Morgue”. 

Mussolini, che aveva ricevuto una “supplica” dalla madre di Ettore e una lettera da Fermi, chiese il fascicolo al capo della polizia. Dopo averlo letto, scrisse sulla copertina: “Voglio che si trovi”, seguito da una postilla di Bocchini: “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”. Si sospettò di tutto, anche che fosse stato rapito o fosse fuggito all’estero. È possibile che del caso si siano interessati i servizi segreti; che le ricerche siano state attente e intense, se non febbrili. Di questa attività non è rimasta traccia nell’archivio della famiglia, solo la “supplica” e la lettera di Fermi. Siamo alla fine di luglio 1938. Il 14 era stato pubblicato il Manifesto della razza. Fermi, già insicuro e in animo di emigrare, ritirò il Nobel assegnatogli stringendo la mano al re di Svezia, senza fare il saluto romano, ed emigrò negli Stati Uniti.

Sciascia non segue l’ipotesi della follia che porta al suicidio, ma quella che il silenzioso e introverso giovane professore potrebbe aver scelto il ritiro assoluto del chiostro, l’impotenza del silenzio per paura o insicurezza di fronte ai grandi interrogativi che la scienza gli imponeva. L’autore sceglie la libertà di credere a quest’ultima ipotesi, rispetto alle altre più semplici e tranquillizzanti. Si spinge a pensare che Ettore Majorana potrebbe aver riconosciuto e calcolato la potenza dell’energia atomica qualche mese prima che l’avvenuta scissione dell’atomo fosse resa nota e avrebbe provato orrore e terrore tali da fargli prendere la decisione di scomparire.

 Al problema della perdita d’identità, all’alienante estraneità dell’individuo in un mondo che gli appare fittizio e minaccioso, all’inesorabile tormentoso interrogativo dei rapporti fra la propria esistenza e i riflessi che vengono percepiti dagli altri è legato, inevitabilmente, il nome di Luigi Pirandello. Siciliano come Sciascia, siciliano come Majorana. È certo, infatti, che alla base della sua visione del mondo vi sia una concezione vitalistica, che è affine a quelle di varie filosofie del ‘900 (in particolare quelle di Henri Bergson e di Georg Simmel): la realtà è tutta vita, perpetuo movimento vitale, inteso come eterno divenire, incessante trasformazione da uno stato all’altro, “flusso continuo, incandescente, indistinto“, come lo scorrere di un magma vulcanico. Tutto ciò che si stacca da questo flusso, e assume forma distinta e individuale, si rapprende, si disgrega, si smarrisce, si perde; i suoi confini si fanno labili e la consistenza si sfalda nel naufragio di tutte le certezze. La crisi dell’idea d’identità e di persona risente evidentemente dei grandi processi in atto nella realtà contemporanea, dove si muovono forze che tendono proprio alla frantumazione e alla negazione dell’individuo. Proprio nel ‘900 si affermano quelle tendenze spersonalizzanti della società i cui echi ed estreme conseguenze arrivano fino a noi: l’instaurarsi del capitale monopolistico, che annulla l’iniziativa individuale e nega la persona in grandi apparati produttivi anonimi; l’espandersi della grande industria e dell’uso delle macchine, che meccanizzano l’esistenza dell’uomo e riducono il singolo a insignificante rotella di un gigantesco meccanismo, priva di relazioni e di coscienza; la creazione di sterminati apparati burocratici che annullano l’individuo in quanto tale e cancellano la sua interiorità, riducendolo alla sua pura funzione esteriore; il formarsi delle grandi metropoli moderne, in cui l’uomo smarrisce il legame personale con gli altri e diviene una particella isolata e alienata nella forma anonima.

Sciascia, riprendendo la poetica pirandelliana, lascia indovinare quale trappola pericolosa e micidiale può diventare la scienza, quando l’azione combinata dei dati “tempo, spazio, evento” mette in moto il suo meccanismo. E la trappola può evocare solo l’immagine dell’animale che, attirato fuori strada, crede di trovare la via giusta nell’imboccare una nuova entrata; invece, è costretto a continuare a vivere nella grande gabbia della scienza, prigioniero dei suoi costruttori. Il rifiuto di servirli anche quando, come nel caso di Majorana, si appartiene alla scienza in maniera esistenziale, rimane l’appello che l’enigma attorno al giovane fisico italiano scomparso rivolge ai lettori. Così come il fisico Mobius, nel dramma di Friederich Durrenmatt, rinnega la sua scienza, perché essa può solo nuocere alla comunità: “Siamo giunti, nella nostra scienza, ai confini dello scibile… Abbiamo raggiunto il traguardo del nostro cammino. Ma l’umanità non c’è ancora arrivata … La nostra scienza è diventata tremenda, la nostra ricerca pericolosa, la nostra conoscenza mortale. Non resta per noi fisici che la capitolazione di fronte alla realtà… Dobbiamo rinnegare la scienza, e io l’ho rinnegata. Non c’è nessuna altra soluzione, nemmeno per voi“.

Sciascia (e Pirandello) ci consegna la visione di un “io”, ora più che mai attuale, che si disgrega e smarrisce la sua identità personale. Non solo noi stessi ci fissiamo in una forma, anche gli altri con cui viviamo in società, vedendoci ciascuno secondo le sue prospettive particolari, ci danno determinate forme. Noi crediamo di essere uno per noi stessi e per gli altri, mentre siamo tanti individui diversi, a seconda della visione di chi ci guarda. Ciascuna di queste forme è una costruzione fittizia, una maschera che noi stessi ci imponiamo e che ci impone il contesto sociale. Sotto questa maschera non c’è un volto definito, immutabile: non c’è nessuno o, meglio, vi è un fluire indistinto e incoerente di stati in perenne trasformazione, per cui un istante più tardi non siamo quello che eravamo prima.

Pirandello fu influenzato dalle teorie dello psicologo Alfred Binet sulle alterazioni della personalità, ed era convinto che nell’uomo coesistessero più persone, ignote a lui stesso, che possono emergere inaspettatamente; condusse quindi una critica serrata al concetto di identità personale, di “io”, su cui si era fondata una lunga tradizione filosofica e a cui si appellava abitualmente la coscienza comune. Questa teoria della frantumazione dell’io in una varietà di stati incoerenti, in continua trasformazione, senza un vero centro e senza un punto di riferimento fisso, è un dato storico significativo: nella società novecentesca entra in crisi sia l’idea di una realtà oggettiva, organica, definita, ordinata, univocamente interpretabile con gli schemi della ragione, sia un soggetto forte, unitario, coerente, punto di riferimento sicuro di ogni rapporto con la realtà. 

Come nella migliore tradizione dei cold case, Sciascia consegna al lettore una storia ancora misteriosa, che sarebbe rimasta sconosciuta se non ce l’avesse raccontata nella sua ricostruzione ipotetica, al netto di quella che rimarrà, presumibilmente, una vicenda oscura, a meno che il futuro non ci riservi un ribaltamento e un colpo di scena che spiazzi tutti.

Sonia Di Furia

Sonia Di Furia: laureata in lettere ad indirizzo dei beni culturali, docente di ruolo di Lingua e letteratura italiana nella scuola secondaria di secondo grado. Scrittrice di gialli e favolista. Sposata con due figli.

SalTo in tazza – Loredana Cefalo al Salone del Libro di Torino 2025 (video)

Sandro Veronesi, durante la sua intervista, ci ha raccontato che, quando diventa troppo nostalgico, c’è una parola d’ordine, una password, che usano in famiglia.

“Papà, TAZZA!” e la nostalgia sembra affogare di colpo nella ceramica immaginaria.

Il Salone Internazionale del libro 2025 si apre con questo piccolo scorcio domestico, uno stratagemma per esorcizzare le sensazioni di noi “diversamente giovani” rispetto al fatto che la vita oggi va velocissima.

“Tre minuti, cinque minuti” nel nostro mondo, che era fatto di libri e un po’ di insana televisione, erano pochissimo. Quante volte avete detto “arrivo fra cinque minuti”. La chiacchierata con Francesca Crescentini, mamma di un bebè e simpatica bookblogger, col nome di @Tegamini, ha fatto ripensare a tutti i presenti quanto, dal momento in cui sono entrati i social a far parte della nostra esistenza, quei cinque minuti siano diventati un’eternità.

Il mondo viaggia a manciate di attimi e mentre tu cerchi di tenere il tuo “pubblico” attaccato a un video di trenta secondi, ce ne sono altri che durano quindici, dieci, otto, che spingono per entrare nelle vite virtuali di tutti.

È un conto alla rovescia verso la visibilità, in cui un lavoro di scrittura viene sostituito da un altro senza un vero perché.

E allora ti ritorna la nostalgia delle pagine scritte, che al SalTo sono tantissime e per tutti i gusti e tasche, del rapporto uno a uno con le persone. Quei momenti in cui il corpo si palesa e si manifesta, mentre sei in due, sul divano, ognuno col suo libro, due chiacchiere, teino e buonanotte. Perché come dice Paolo Nori, candidato al prossimo Premio Strega con Chiudo la porta e urlo, è molto più importante il rapporto a due rispetto alla folla, alla moltitudine, dove la parola diventa un urlo e dove un libro ha poco spazio. “Nel rapporto a due hai un amico con cui condividere le tue miserie” ha aggiunto lo scrittore, con la voce un velo strozzata dal pianto, mentre ricordava un amico caro che non c’è più.

“TAZZA!”

No, non voglio tacere la bellezza che c’è nel vedere una bambina che si avvicina timida ad Altan e gli chiede “di che razza è La Pimpa?” e lui le sorride dicendo che è una specie di cocker.

O la magia dei gruppi di ragazzi e ragazze che a fine giornata si sistemano le calze arrotolate nelle scarpe, uscendo dal padiglione del Salone, con il bottino di libri acquistati, autografati, disegnati e conquistati dopo ore di fila.

Sono troppo melensa? Si, forse si.

Ma in un Paese che a causa del virtuale “non riesce più a ridere” se non per MEME, dove mentalmente si divide il mondo, quello giusto, da quello sbagliato solo per colore, razza, religione e bandiere, in un paese dove anche la cultura fa poco per combattere le guerre ingiuste, i genocidi al di là di un braccio di mare, dove le proteste contro i conflitti e il riarmo vengono accolte come un elemento di disturbo a “chi sta lavorando” e dove per diventare cittadini italiani, come ha raccontato Takoua Ben Mohamed, autrice della Graphic novel Italiana con permesso, ci si impiega anche 23 anni, ho scoperto che essere nostalgici aiuta e ad essere terribilmente melensi e atrocemente sensibili, anche nella folla, non ci si sente troppo soli, soprattutto se si ha un libro fra le mani.

“TAZZA!”

Va bene, tazza sia.

Loredana Cefalo*


* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.

Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia. 

Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in  cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.

Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.

In un passato recente ho anche giocato a fare la  foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.

L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.

La lezione di Pepe Mujica arriva dalla fine del mondo o quasi. Come a Macondo, di Antonio Corvino

A Macondo il tempo scorreva immobile al pari delle acque del fiume che placido si accucciava tra gli alberi appena più in là. 

Il colonnello Buendia guardava il cielo dalla veranda pensando al tempo della sua rivoluzione e annusava l’aria impregnata di sapori che si spandevano tutto intorno.

I peperoncini erano talmente corrugati che se avessero disteso le infinite grinze sarebbero diventati degli enormi palloni tanto da potersene volare. 

Erano di tutti i colori. 

Rossi, gialli, color terra bagnata, verdi. 

Spuntavano da ogni crepa, da ogni fessura della terra arsa o sanguigna a seconda che tirasse il vento furioso o scrosciasse incontenibile la pioggia. E gli mettevano allegria. Gli piaceva addentarne qualcuno ogni tanto.  

Solo i vecchi come lui potevano addomesticare quei peperoncini sensuali come la vita e piccanti come la solitudine.

Quando pioveva, dio ce ne scansi, pensavano terrorizzati  i pochi superstiti. Ma non lui. Con  la pioggia la terra si impregnava di quei sapori tanto da sentirteli nel naso, nella gola e persino negli occhi che lacrimavano per tutti gli amori perduti e le rivoluzioni non fatte . Quella terra era intrisa di sensualità come nessun’altra. Ci facevi l’amore stando fermo sotto la veranda e se ti veniva l’idea di andare in giro a sguazzare nel fango ed a rischiare di essere travolto dalle acque furenti del grande fiume, non ti salvavi più. Morivi di beatitudine, come tra le braccia di una donna  maestosa attesa tutta la vita.

Il colonnello Buendia lo sapeva bene. 

E aspettava che il cielo diventasse nero, i tuoni ed i lampi spaventassero case, gente ed animali, la pioggia scrosciante trasformasse allegramente le strade in un pantano e ingoiasse felicemente la terra con tutti i fottuti soldati che la occupavano. Lui se ne sarebbe andato a zonzo  a sfidare l’universo come aveva fatto con quel  dannato esercito che lo aveva portato davanti al plotone di esecuzione infinite volte, uscendone sempre indenne però perché egli conosceva il segreto della vita. 

Anzi solo allora con la furia scatenata degli elementi si sentiva vivo e poteva respirare la sua solitudine e farla durare cent’anni a beneficio di figli e nipoti. Solo allora gli si parava davanti, momento dopo momento, tutta intera la sua vita e lui la contemplava incurante delle urla di quanti lo invocavano…

“Colonnello Buendia mettiti al riparo… un giorno o l’altro il fiume ti porterà via sino all’Oceano e nessuno ti ritroverà più”.

Gli urlavano per pietà e compassione ma sapevano che quelle urla se le portava via il vento e la pioggia e ammesso che una lontana eco forse arrivava alle sue orecchie, lui se ne sarebbe altamente fregato. Perché ritrovare il tempo della sua solitudine tra le acque gonfie del fiume e nell’Oceano turbolento ingoiando i sapori ed i profumi della terra che gli penetravano in corpo tanto da farlo diventare lui stesso terra e fango, acqua e cielo come quei peperoncini che correvano sulle onde limacciose, era proprio quello che voleva. Quello che cercava. Perché lì erano concentrati i cent’anni della sua solitudine piena di vita. Ed i successivi e tutti gli altri a venire.

Era convinto che il mondo a volersi salvare non aveva altra scelta. Doveva tuffarsi nella natura, amarla e farsene travolgere se necessario. Tutte le rivoluzioni a cui aveva partecipato tendevano a questo. Ripristinare il flusso primordiale tra gli uomini e l’anima dell’Universo. Le violenze, le dittature, le sopraffazioni erano scaturite di là, dal potere e dalla smania di ricchezza che generavano violenza. Ma appena tu fossi stato in grado di assecondare la natura ti accorgevi che tutto tornava a posto. Non solo. 

Comunque essa si sarebbe incaricata di rimettere a posto le cose. 

Dove non fosse riuscita la cocciutaggine di Buendia o di Mujica, le loro infinite, reiterate rivoluzioni, vi avrebbe pensato l’Universo a rimettere le cose a posto. Come il vento furioso che alla fine avrebbe sradicato tutto intero Macondo sollevandolo in volo fino a farlo scomparire in cielo.  

Ecco era questo il  destino del mondo, pensava Pepe Mujica, mentre nella sua fattoria coltivava quanto gli serviva non per sopravvivere ma per vivere. Egli non cercava la povertà ma il benessere prodromo della felicità…

Aveva fatto il guerrigliero, era stato il terribile tupamaro da tutti i nemici temuto e cercato. Amato solo dai Campesinos. 

Era finito in prigione, torturato per lunghi anni,  ma la sua coerenza non era mai venuta meno. Proprio come il colonnello Buendia e lui aspettava, perché  lo sapeva, che un giorno o l’altro il vento terribile, come un giudice impietoso, se li  sarebbe portati via tutti quei  soldati e i dittatori che li comandavano. 

E arrivò quel giorno. 

E Pepe fu liberato… lo vollero Presidente quanti avevano atteso con lui il ritorno della libertà fresca e grondante come una pioggia purificatrice…

E salì le scale del Palazzo di Montevideo. Ma poi se ne tornò nella sua masseria dove serviva poco per vivere, e dove c’era tutto per essere felici. 

Esattamente come succedeva ai campesinos. 

E l’Uruguay tornò a respirare. 

E Pepe se ne tornò a vivere senza rabbia e rancore ma solo con la coerenza che lo aveva abitato da sempre come un grande fiume, il  fiume della vita.

Solo dalla fine del mondo, dai luoghi del colonnello Buendia e del comandante Mujica, campesino, guerrigliero, Presidente,  poteva arrivare quell’insegnamento. 

Vivere in armonia con la natura e in simbiosi con  la comunità che ti ha generato cercando la libertà come l’aria da respirare e la compassione come la via della salvezza.

E allora ti rendi conto che non serve accumulare ricchezza sino ad impoverire i tuoi simili e distruggere il pianeta.

Non si tratta di essere “pauperisti” diceva Pepe, ma di avere il senso della misura e del limite, nella vita, nei rapporti con gli altri, nella produzione e nei consumi. 

Allorché i nuovi potenti avranno raccattato tutto l’oro del mondo, cosa se ne faranno se non ci sarà più nessuno intorno a loro? 

Come Creso arriveranno alla disperazione e moriranno di fame o se ne partiranno per Marte. Ma quella partenza sarà  la loro più grande sconfitta ed allora un vento furioso si solleverà come a Macondo. Ma sarà  un vento senza poesia e senza compassione … e non sarà la terra a volarsene sino a sparire ma l’umanità intera, distrutta dall’ingordigia di pochi.

C’è un fantasma che si aggira tra gli uomini contemporanei, ne era convinto Pepe come ne  era convinto Buendia… é la violenza figlia dell’ingordigia e schiava del potere che tutto può  distruggere. 

E contrapposto ad esso, come un potente antidoto l’insegnamento della coerenza di Pepe e della determinazione di Buendia. 

La coerenza non solo davanti alla prigione ed alle torture ma anche davanti alla  vittoria ed al potere, e la determinazione anche davanti alle sconfitte.

Non si tratta di sposare le teorie pauperiste. Non si tratta di rifiutare la modernità. 

Non si tratta di spingere verso una inutile palingenesi fuori dal tempo.

Si tratta di ripristinare il senso del limite e della misura nelle azioni degli uomini, delle nazioni e di orientare la produzione della ricchezza in un orizzonte che comprenda l’Umanità perché l’Umanità intera possa beneficiarne.

É una lezione impossibile da mandare a memoria? 

É una lezione necessaria, piuttosto.

L’alternativa sarà un vento di tempesta saturo di polveri irrespirabili se non di scorie nucleari e di particelle radioattive che seccherà la terra e che spazzerà via la comunità umana proprio come Macondo. Ma senza poesia questa volta, e senza compassione.

Antonio Corvino

Antonio Corvino, di origini pugliesi, napoletano di formazione è un saggista ed economista di lungo corso, di cultura classica, specializzato in scenari macro economici ed economia dei territori. 

Direttore generale dell’Osservatorio di Economia e Finanza, specializzato nell’analisi dell’economia del mezzogiorno e del Mediterraneo oltre che nella costruzione degli scenari macroeconomici in cui Mezzogiorno e Mediterraneo sono inseriti.

In tale veste ha organizzato dal 2011 al 2015 il “Sorrento Meeting” che ha affrontato, grazie al concorso di intellettuali, studiosi, rappresentanti economici e politici, controcorrente, dell’intero Mediterraneo e di altri Paesi asiatici ed americani, con largo anticipo e visioni non scontate, le questioni esplose in maniera virulenta, negli anni più recenti: dai nodi gordiani del sottosviluppo alle migrazioni, dai giovani nuovi argonauti in cerca del futuro da qualche parte, all’effetto macigno dell’Euro sull’economia  Mediterranea ed al negativo condizionamento del paradigma  nord-atlantico  su di essa,  dall’energia alla logistica, al destino del Mediterraneo che ahimè appare sempre più  compromesso.

Già Direttore nel Sistema Confindustria ha ricoperto diversi incarichi a livello nazionale, regionale e, da ultimo, anche a livello territoriale.

Appassionato delle antiche vie nelle “terre di mezzo” ha percorso numerosi  cammini nel cuore del Mezzogiorno continentale coprendo oltre 1500 chilometri e traendone una serie di appunti di viaggio che han dato vita a diversi volumi  e romanzi di cui “Cammini a Sud”  è il primo ad essere stato pubblicato.

Nel 2024 a dicembre esce il suo secondo romanzo di viaggio questa volta dedicato a Partenope. “L’altra faccia di Partenope” edito da Rubbettino racconta il viaggio pieno di peregrinazioni reali e immaginifiche dell’autore-narratore tra i misteri ed i miracoli che avvolgono i luoghi e la dimensione della napoletanità che, dal canto suo, riflette la nostalgia e rivela il bisogno del ritorno ai valori primordiali dell’esistenza.

Cultore di arte ha frequentato molti artisti, talora legandosi di profonda amicizia con essi. E’ il caso di Pino Settanni, scomparso nel 2010, artista e fotografo di straordinaria sensibilità e levatura, presente nei musei internazionali, il cui archivio è stato acquisito dall’Istituto Luce-Cinecittà.

Dedito da sempre alla scrittura, questa è divenuta da ultimo la sua principale occupazione, spaziando dal romanzo di introspezione intima e personale sino all’ osservazione lucida quanto preoccupata delle derive antropologiche destinate a scivolare verso una visione distopica che solo nella memoria può trovare l’antidoto.

Nel dicembre 2019 ha curato per Rubbettino il volume “Mezzogiorno in Progress”. Un volume-summa sulla questione del Sud cui hanno collaborato trenta tra studiosi economisti ed intellettuali e trenta imprenditori fuori dagli schemi.

Sin dalla più giovane età ha collaborato con riviste di economia, tra cui “Nord e Sud” che annoverava, essendo egli un giovane apprendista, le migliori menti del Mezzogiorno. Ha collaborato, in qualità di esperto opinionista, con diversi quotidiani meridionali.  Tuttora scrive su riviste specializzate in scenari economici e problematiche dello sviluppo. 

Da ultimo, per l’Università Partenope, il CEHAM, e l’Ordine dei biologi, ha realizzato un corso monografico video sul Mediterraneo della durata di 15 ore destinato ad un master.

Sulla rivista Bio’s, Organo dell’Ordine nazionale dei Biologi, ha pubblicato tre saggi sulle prospettive del Mediterraneo alla luce dell’implosione della globalizzazione, indicando un nuovo paradigma policentrico dello sviluppo e proponendo la suggestione del Mediterraneo come Continente; nell’ultimo saggio si è soffermato sul ruolo del Mediterraneo nella crisi alimentare ipotizzando il ritorno della agricoltura familiare e del recupero della biodiversità quali strade maestre per una nuova visione di sviluppo legata alla valorizzazione dei territori e della agricoltura meridionale. 

Sulla rivista Politica Meridionalista ha pubblicato e continua a pubblicare numerosi saggi sul Mezzogiorno indicando i Cammini e le Terre di Mezzo quali orizzonti per combattere lo spopolamento e l’abbandono dei territori interni. 

Diego e Margherita intervistano la signora Coccinella, di Cinzia Milite

Ciao bambini e bambine!

Ci chiamiamo Diego e Margherita e siamo dei super amanti degli animali. Un pomeriggio, mentre curiosavamo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di libri sulla fauna terrestre è successa una cosa pazzesca: un tipo piuttosto bizzarro sentendoci esprimere il desiderio di fare quattro chiacchiere con gli animali, si è presentato dicendo:

“Sono il professor Cosmo Mundis e posso aiutarvi: di recente ho inventato il “Versoconver”. Si tratta di un computer in grado di convertire i versi degli animali in parole comprensibili dagli umani. Basta scegliere con quale animale parlare cliccando nel database. Al cospetto dell’animale scelto occorre accendere il microfono ed è fatta: i versi di qualunque animale non saranno più un mistero!“

Ci ha spiegato poi, che gli animali comprendono le parole degli umani da sempre. Il professor Mundis ci sembrava un tipo con qualche rotella fuori posto, ma alla fine abbiamo voluto sperimentare quell’incredibile invenzione e…non ci crederete: funziona!

Vi raccontiamo l’intervista alla signora Coccinella!

Diego: Ehi Margherita, ho una notizia urgentissima!

Margherita: Davvero? Dimmi tutto, sono curiosissima!

Diego: Dobbiamo intervistare subito una coccinella!

Margherita: Subito? Ma perché tanta fretta? È successo qualcosa?

Diego: Be’… ieri ho visto una coccinella con solo due puntini sul dorso. Mi è sembrato strano. Volevo chiederle il motivo, ma non avevo con me il Versoconver, e lei è volata via!

Margherita: Oh no! Allora dobbiamo trovare un’altra coccinella e chiederle il perché!

Diego: Esatto! Qui, nel giardino della nonna, ce ne sono tante. Di solito stanno sui cespugli di rose perché mangiano gli afidi… guarda là! Ce n’è una!

Margherita: Buongiorno Signora Coccinella, siamo amici del Professor Mundis e…

Signora Coccinella: Ma guarda chi si vede! Vi conosco! Anche noi insetti sappiamo che date ottimi consigli di lettura! Che bello conoscervi!

Margherita: Grazie, Signora Coccinella! Anche per noi è un piacere! Prima di suggerire un libro, però, facciamo sempre qualche domanda agli animali, per soddisfare la nostra curiosità.

Signora Coccinella: Ma certo! Chiedete pure!

Diego: Ecco… ieri abbiamo visto una coccinella con solo due puntini. Ci siamo preoccupati. Sta bene? È malata?

Signora Coccinella: Ma no, tranquilli! Non è malata! Esistono più di 6.000 tipi di coccinelle nel mondo!

Margherita: Davvero così tante?

Signora Coccinella: Proprio così! E non tutte sono rosse. Alcune sono gialle, arancioni, marroni, rosa o perfino nere! Anche i “puntini” cambiano da specie a specie. Alcune ne hanno due, come Adalia bipunctata, altre ne hanno fino a 24, come Subcoccinella vigintiquatuorpunctata.

Diego: Ah, meno male! Allora è tutto normale! Da oggi io e Margherita andremo a cercare coccinelle di tutti i tipi!

Margherita: Sì! I vostri colori sono stupendi!

Signora Coccinella: Grazie! Ma i nostri colori servono anche a qualcosa di importante: sono un messaggio per chi ci vuole mangiare! Dicono: “Attenzione, abbiamo un sapore cattivo!” Sono colori speciali, si chiamano aposematici. Alcune di noi, se disturbate, rilasciano anche una gocciolina arancione che ha un odore sgradevole, ma tranquilli: è innocua per gli umani.

Diego: Incredibile! Grazie per tutte queste informazioni! Ora tocca a noi: è il momento del consiglio di lettura!

Signora Coccinella: Evviva, lo aspettavo!

Margherita: Oggi vogliamo consigliarle un libro speciale, diverso dal solito: si chiama “La gara delle coccinelle” ed è un silent book, cioè un libro che racconta la sua storia solo con le immagini, senza usare parole.

Diego: Esatto! E proprio per questo è perfetto per tutti: ognuno può leggerlo a modo suo, seguendo le illustrazioni come se fossero un film da sfogliare.

Margherita: Le pagine sono piene di coccinelle, centinaia! Ognuna è diversa dalle altre: cambiano i colori, i puntini, le espressioni, persino la forma delle antenne! È divertente osservare tutti i piccoli dettagli e magari inventare una storia per ognuna di loro.

Diego: All’inizio, le coccinelle sono tutte allineate sulla linea di partenza: stanno per correre una gara emozionante. C’è movimento, energia, un po’ di confusione… ma anche tanto entusiasmo!

Margherita: Le illustrazioni sono così vive che sembra quasi di sentirle parlare tra loro, o battere le zampette per l’agitazione. Una tra tutte, piccolissima e un po’ timida, si fa notare subito per la sua determinazione. E da lì comincia un’avventura sorprendente…

Diego: Ma non vogliamo raccontare troppo! Diciamo solo che durante la gara succederà qualcosa di molto inaspettato, che cambierà tutto.

Margherita: Questo libro è un piccolo capolavoro: parla di amicizia, coraggio e solidarietà senza dire nemmeno una parola. Ti fa capire che, anche quando tutto sembra difficile, si può sempre trovare un modo per aiutare gli altri. E che i veri campioni… sono quelli che non pensano solo a vincere.

Signora Coccinella: Meraviglioso! Ora capisco perché tutti parlano così bene di voi! E adesso… se non vi dispiace, torno sul mio cespuglio di rose: ho ancora qualche afide da sistemare e… un finale di gara da immaginare

Cinzia Milite

Beppe Fenoglio: ‘’La sposa bambina’’ da “Tutti i racconti” (Einaudi), di Grazia Frisina

Mezza zingara è Catinina, sempre a giocare in strada con i maschi. 

Rapisce Fenoglio, narratore di brevi racconti, qui distante dal mondo della guerra partigiana, ma sempre dentro alla sua terra, le Langhe di bricchi e boschi, di pedaggere, aie e vendemmie.

Da un lato c’è lei, l’innocenza di una bambina con le sue biglie colorate per giocare a tocco e spanna o da tenere tintinnanti in tasca come bottino prezioso, dall’altro, a fare da contraltare, c’è il mondo contadino, paesano, arcaico, di dura esistenza, pesante di retaggi patriarcali, in cui i bambini, i figli, non hanno posto perché nascono già destinati a essere braccia da lavoro nei campi o a saldare prestiti insolvibili in combinati matrimoni. È quanto accade a Catinina, che, per un debito del padre, si ritrova – oggetto d’indennizzo – ad essere maritata a soli tredici anni senza neppure averne coscienza.

Sua madre si piegò e disse a Catinina: – Neh che sei contenta di sposare il nipote di questo signore?

Catinina scrollò le spalle e torse la testa. Sua madre la rimise in posizione: – Neh che sei contenta, Catinina? Ti faremo una bella veste nuova, se lo sposi.

Un racconto toccante, di struggente e sotterranea bellezza dello scrittore albese, inserito nella raccolta Racconti del parentado e del paese: una storia che oscilla in brevi sequenze, fra la cruda realtà fatta di grettezze, soprusi e imposizioni e l’imprevedibile affiorare di attimi di inibita delicatezza e poesia, appena appena percettibili.

Ecco, quindi Catinina, la protagonista, sposa bambina, che deve unirsi a un giovane, rozzo e brufoloso, ma già sistemato col suo commercio di stracci, che le si rivolge dandole del voi. Ma cos’è quel voi che lui pretende pure da lei stessa? Se non forse l’esito dell’aver respirato e assimilato, fin dalla nascita, l’aria greve di un ambiente in cui dagli uomini si esige fermezza autorità rispetto e severità? 

Perché così ha da essere, da secoli.

Occorre conformarsi, giacché la vita è solo sudore e lavoro: non c’è spazio né tempo per gli intenerimenti e le smancerie, né per carezze o gesti d’intima affettuosità. E lo sposo si adegua, senza consapevolezza; vi si adegua nel rapporto con la sua piccola donna, usandole anche violenza di cui, con un inedito impulso, presto si pente, sfiorandole i lividi lasciati sulla guancia dalle sue botte e piangendo. 

Quando si ritirarono per la notte in una stanza trovata dal parente, allora la riempì di schiaffi la faccia a Catinina. E nient’altro, tanto Catinina non era ancora sviluppata.

Al mattino Catinina aveva per tutto il viso macchie gialle con un’ombra di nero, lo sposo venne a sfiorargliele con le dita e poi scoppiò a piangere. Proprio niente disse o fece Catinina per sollevarlo, gli disse solo che voleva tornare a Murazzano. 

Una debolezza meschina e scandalosa negli occhi di un uomo, per quella cultura dove le lacrime sono una cascaggine, un fatto di femmine.

Eppure Catinina mostra capricciosamente moti di ribellione contro la durezza di quella realtà cui deve infine sottostare perché è la legge, la legge del matrimonio. Una durezza che tuttavia non scalfisce né impoverisce la sua infanzia.

In un’ingenuità tutta bambina, lei, dentro un bozzolo suo proprio, sottilissimo primitivo e irragionevole, sembra custodire un segreto che è quasi un talismano di salvezza, un magico antidoto alle brutture, alla disillusione: la vita è possibile se uno conserva in sé la levità del gioco, se dalle cose semplici e quotidiane si attingono allegrezza, gusto e colore, mentre tutto intorno è un immobile arrancare tra nebbia temperie sfinimento e povertà. È possibile, insomma, un distacco, una salvazione, magari desiderando un vestito rosso, colore assurdo per una cerimonia nuziale, o facendo una scorpacciata di mentini lungo il viaggio di nozze, fatto in concomitanza del commercio dello sposo verso Savona, o anche a snodarsi e a rider di gola insieme ad altri. O avere un poggiolo e un lume a petrolio in una casa che n’è priva. 

Oppure d’un tratto restare incantati, naso all’insù, per una luna fluttuante in cielo, ma così tanto vicina che pare li segua col suo faccione da mostro. E poi… poi quella prima volta del mare, al termine del viaggio nuziale sullo scomodo carretto a traino di una mula. Inattesa rivelazione: finalmente il mare! approdo epifanico. 

Un mare che lei ha sempre cercato di catturare dalle pupille di chi l’ha visto e vissuto. 

E noi adesso la osserviamo là, come se fosse sulla riva di un felice spaesamento, davanti a tutta quell’incredibile quantità d’acqua, nella sua esilità di bimba con gli occhi annegati nell’azzurro, fulminata dalla vastità, quasi spaventata, che dalla sua immaginifica testolina non sa altro che esclamare, come una tiritera, Che bestione! Che bestione!  Una liberazione!

Ora se lo stava godendo da due passi il mare, ma lo sposo le calò una mano sulla spalla e si fece accompagnare a stallare la bestia. Ma poi le fece vedere un po’ di porto e poi prendere un caffellatte con le paste di meliga. Dopodiché andarono a trovare un parente di lui.

Questo parente stava dalla parte di Savona verso il monte e a Catinina rincresceva il sangue del cuore distanziarsi dal mare fino a non avercene nemmeno più una goccia sotto gli occhi.

Fremito d’inosservata vita, creatura pura semplice autentica spontanea – che un po’ mi ricorda l’Eugenia di Un paio di occhiali di Anna Maria Ortese – è Catinina, che dà anima alle cose più grandi di lei, che nel fondo di sé, inconsciamente, trattiene la meraviglia, una leggerezza infantile che non cessa di fermentare nel sangue, anche quando, divenuta giovanissima madre, dimentica di cunare il suo piccolo, presa com’è dalla foga contenta del gioco a tocco e spanna con i maschi, in strada.

Non cela la sua piemontesità, Fenoglio, trascinandoci in questa succinta storia, con uno stile singolarissimo, già incontrato nei suoi romanzi più noti, con un linguaggio di naturalezza, creativo e gergale insieme, così aderente alla realtà e al parlato. Mediante una lineare e intensa fabula, è abile nel rendere vive, concrete le scene che via via narra, senza mai indulgere al giudizio o al pietismo, ma tacitamente capace di avvicinare il cuore del lettore alla sostanza di una umanità che fatica e mostra un volto di pietra, sotto il quale si può intuire talora un soffocato fiorire di sensibilità, un cedere a una grazia imponderabile.

Un periodare essenziale, una scrittura diretta, senza fronzoli, abbarbicata al suolo – un po’ com’è la gente delle sue amate Langhe. 

Mentre si legge non ci si accorge come tutto fluisca, in una scabra musicalità, perfetto e immediato, che perfino nel non detto, nelle ellissi è percepibile tutta una galassia di significati di valori, vicende e conflittualità tanto da non avvedersi che anche tu sei entrato là dentro, in quella storia, che stai dietro ai passi di quei personaggi, ne senti le anime sofferte, le voci di rabbia e maledizione, il brusio di pena o di gioie passeggere, guardi il mondo coi loro occhi. 

Qui è manifesta la sua statura come autore anche di racconti.

E affascina Fenoglio con quei finali di una semplicità che coglie sempre alla sprovvista – dentro cui pare spesso palpitare un destino d’attesa tragedia – quasiché dispiace aver concluso la lettura. 

Inutile chiedersi che ne sarà di quella bambina e di quel pustoloso ragazzo, facile invece indovinare quale futuro li attenda, un futuro che non sarà altro che il perpetrare il passato di miseria e di fatica. 

A me non interessa sapere; non voglio vedere Catinina sottomessa e rassegnata nel suo domani di donna sfatta dalle tante gravidanze e dal lavoro; in una scena precisa, in un frammento di vita, lo scrittore l’ha fermata, là voglio continuare a immaginarla, affrancata da ogni legame, in quell’istante di culmine di spensierato gioco, felice all’aria aperta, con le sue biglie di vetro colorato: un fermo immagine, mezza zingara, in una infinita libertà.

Per sempre bambina!

Grazia Frisina

Grazia Frisina: Già docente di Lettere nelle scuole superiori. Le sue pubblicazioni: il romanzo A passi incerti (2009); il dramma poetico sulla Shoah Cenere e cielo (2015, messo in scena presso il museo della Deportazione di Prato), e Madri (2018), prefazione di Marinella Perroni, (tre pièces su alcune figure femminili del mondo biblico, dalla pièce Stabat Mater è stato realizzato un corto, girato nel carcere di Pistoia); le raccolte poetiche: Foglie per maestrale (2009), Questa mia bellezza senza legge (2012), Innesti (2016), Pietra su Pietra (2021), Avrei voluto scarnire il vento (2022), Storie senza approdo (2025), con illustrazioni dell’artista Edoardo Salvi. Il testo inedito Fiaba detta o fiaba scritta, a chi va storta a chi va dritta (2023) è stato messo in scena con la regia di Piera Rossi. Presso la biblioteca San Giorgio di Pistoia ha curato La gioia diventa un dipinto, incontro sulla poesia di Emily Dickinson, tra arte e musica (2014), e il dialogo poetico: Ricordi come raccoglievamo i narcisi, sulla storia d’amore fra Sylvia Plath e Ted Hughes (2015). Presso la casa-museo Guidi di Firenze ha ideato e curato il dialogo poetico Il mare nel vento – Unavoce dentro l’altra, sull’amore fra Elizabeth Barrett e Robert Browning (2017). Ha partecipato al festival di poesia Notturni di versi di Portogruaro (2016 e 2021). È presente, con alcuni suoi componimenti, in varie riviste letterarie nazionali e internazionali.