Luigi Nacci: “I dieci passi dell’addio” (Einaudi), di Rosanna Pontoriero

Un uomo con il cuore in mano

Gino Paoli, “Un altro amore”, in sottofondo e una lettura che scorre fluida, rapida, si ferma solo qui: «Ma è bastato un tuo piccolo gesto, così logico quando l’ho visto, per capire che, eri proprio tu». Una colonna sonora che si è scelta da sola, per un romanzo di Luigi Nacci, “I dieci passi dell’addio”, edito da Einaudi. Il passo è incalzante, doloroso e asciutto. Non c’è umidità. È una sofferenza sana, di un uomo maturo. Potrebbe sembrare un intreccio asfittico, una apnea continuativa, in realtà, è il racconto di un lutto, in tutte le sue sfumature, paradossalmente, anche in quelle belle. Gli amori finiscono e le case rimangono scarnificate, così come le foto, i bigliettini, le pentole, le voci. Ci si attacca per non perdere, siamo parsimoniosi di vissuto, vorremmo congelare baci e carezze. E così si può scivolare nella nevrosi, perché l’amore, senza che gli si attribuisca definizioni corte, è fisiologia emotiva e spirituale. Ossigena ricordi, traumi, fallimenti, aspirazioni, paure, evita cancrene, setticemie. Quando non lottizza, però, sia chiaro. Quello che racconta Nacci è un amore liberato dal possesso, che rimane saldo, pur nel soffocamento della nostalgia. Nei dolori puri manca la rabbia, c’è il retrogusto della pastiera, guazzabuglio di sapori diversi. E su tutto, il desiderio di amare oltre l’epilogo, la materia, l’esistito. E, per “amare”, si intende il volere la felicità dell’altro, senza ma, però, sebbene, tuttavia, nonostante, che servono a immiserire, incattivire. Roba per edipi zoppi e tardoni, vecchi capricciosi, marionette in teatri scaduti. Di questo romanzo si amano le battute finali: lì dove si comprende la stoffa dell’amore e la ricchezza di emozioni, capaci di combinare le giornate e influenzare persino il meteo. Chi soffre non piange sempre allo stesso modo, cambia a seconda dell’ora, è vero. La notte è sempre micidiale. Un rasoio elettrico dove non ci sono peli. Il protagonista scrive e racconta i tempi supplementari di una relazione. Cronaca di giorni trascorsi a vegetare tra gli scatoloni, in una vita apparentemente profuga, con le quattro frecce.

«L’amore è pronto»

Chi sono gli esuli? Coloro che si trovano lontani dalla patria. E, probabilmente, quando nella vita si cambia sequenza affettiva, ci si sente così: perduti. Si legge nel romanzo: «Nelle sere del disamore devi uscire, devi mettere il tuo corpo fuori. Stenderlo come si stende il bucato. Anche se piove, o si gela». L’addio comporta una sopravvivenza fisica per inerzia, come tutti i lutti, fatta di piatti sporchi e trasandatezza. Si fa i conti con la morte: «Moriremo nel sonno, noi esuli dell’addio? Diventeremo mummie. Faremo la muffa. Chi ci troverà? Tra quanto tempo? Scriveranno un trafiletto di cronaca, scritto male, senza cuore. Bisognerebbe formare i giornalisti dell’addio». Il dispiacere di una fine scuote le viscera, fa venire i capelli bianci: è vecchiaia. Lo dicono sempre le mamme, dinnanzi a qualsiasi amarezza: «Oggi ho perso dieci anni di vita». Il cuore batte, comunque, forte e dentro, si scava un buco nero. E, allora, ci dobbiamo prendere cura. Ma di cosa? «Le stanze di una casa in cui c’è stato un grande amore ricordano tutto. Ci sono le vostre sagome impresse sui muri, sui pavimenti. Sugli asciugamani. Di voi due che agitate le braccia mentre litigate. Di te col dito indice alzato, di lei con i pugni in testa, le mani aperte della desolazione, del non poterci più fare niente, del lascia stare, è finita». 

Un addio per gli altri

La terza parte di un amore interessa tutta una matassa di luoghi e persone, perché una storia è un organismo, in grado di espandersi da solo. Soffre chi ha amato una coppia, una vita, un intreccio di esperienze ed emozioni, legate all’equilibrio di due persone. Ci sono gli amici da informare che, tristi e in apprensione, formulano domande, per le quali non si ha risposta. La bellezza di questo libro è l’accettazione delle non risposte. Non si dice: ci siamo lasciati per i seguenti motivi. Non esistono i due punti. Come per tutti i lutti sani ci sono una sequela di domande, che tali rimarranno, sguazzando in un tempo infinito, quello dell’amore. Esistono anche i familiari, nella fattispecie i genitori, i quali  hanno perso una parte di “figlianza”: «Il dolore che non riesco a superare è il dolore che ho dato ai miei genitori. Li ho privati di una figlia. (…) Vado dai miei e taccio. Non so cosa dire e come dirlo. Mangio e mi angoscio sul divano. Vorrei piangere. Non posso piangere. Aggiungerei dolore al dolore. Sarei meschino».

L’amore è natura

Non esistono le pareti nei sentimenti e neppure le quantità. Chi, quando e cosa si può amare? E a chi spetta stabilirlo? Quando una storia si trasforma in gabbia richiede passi fermi: non fare per salvare, preservare. Tuttavia, l’amore è follia ed essa, comporta passi nel vuoto, sull’onda di folate incredibilmente travolgenti. “Amante” non è affatto una parola brutta, l’hanno censurata i bigotti, i mediocri, gli edipi zoppi, i tiepidi per manifesto, i cretini. «Amante è una epifania», siamo perfettamente d’accordo. Non vi è alcuna motivazione se si ama tanto. Sono i paraocchi culturali che ci acciecano. «Se l’amante arriva è perché hai permesso che arrivasse. Dovevi fermarti un attimo prima. Ma un attimo prima di cosa? Di un bacio? Di uno sguardo. Dovevi fermarti molto prima, dice qualcuno. Non dovevi iscriverti in palestra, non dovevi frequentare quel circolo, non dovevi andare a quel convegno, non dovevi fare quel viaggio, non dovevi fare quella cosa nuova senza di me. Dovevi stare fermo». E, infatti, sono le ammonizioni di quanti, tanti, non conoscono la vita. Esistere è sprazzo, fulgore, abbandono, curiosità, ignoto e per ultimo, dolore. Come si fortifica una relazione? Uno sciocco pericoloso potrebbe pensare di farlo. Niente è evitabile, veramente. Nessun ordine umanamente imposto scandisce gli incontri.

Ma cos’è l’amore?

Una ventata di intestino rumore, naturale, che viaggia sui chilometri orari del vento di tramontana.  «L’amore è radice perché da esso ha origine la vita. Il mondo ha origine dalla follia. L’amore spazza via tutto, se ne frega delle agende. È una rivoluzione. È caos. Come tenere in vita il caos che ci agita in un’organizzazione rigida come quella della famiglia? Si parla troppo di famiglia e troppo poco di amore, cioè di follia. La sacra famiglia, dicono. Ma è sacra la follia». Spesso, però, ci leghiamo ai tabù, confortevoli, familiari, come le stanze di casa, illuminate. Si figlia per legare, a volte, mettendo al mondo «i figli del disamore». Eppure, questa vigliaccheria viene intesa come tentativo, prova. Di cosa? Perseveranza nella infelicità indotta e cronica. Torniamo sempre lì, ce lo insegnano da piccoli: sei bravo se ti sacrifichi e rinunci alla libertà, all’amore, alla follia. 

Si chiude con un sorriso

Il libro ci saluta con un tenero e fragile sorriso. Una fogliolina di fine aprile, grappolo di glicine bagnato. Chi ama desidera la serenità dell’amato, sempre. Non a condizioni, compromessi, convenienze. L’ego è lontano e con esso, i suoi tarli: “Ha un altro? Chissà chi è? Se lo ama? La vedo felice non mi pensa; mi ha subito sostituito”. L’amore sano è impegnativo, ma è svincolato dai filamenti narcisisti. «Però amerai ancora amore mio, e verrai amata, farai l’amore, camminerai lucente in ogni stagione e un giorno ti spunteranno le ali delle scapole». Pensa questo il protagonista nel vedere, tempo dopo la rottura, la sua  ex compagna felice, piena. Si sarebbe fatto curare, se proprio avesse avuto necessità, da un poeta. E sapete perché? «Sanno maneggiare le melanconie, trasformano le croci in mongolfiere». Ma curare cosa, di preciso? Il protagonista ci risponde così:  «La mia malattia è la vita».

Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero: giornalista pubblicista nata a Tropea il 20 aprile del 1996. Laureata in Lettere all’Università della Calabria. Ha collaborato e collabora con siti e quotidiani in diversi ambiti. Scrive per il Quotidiano del Sud – L’altra voce dell’Italia. Ha pubblicato nel 2022 il primo romanzo “Melina e la Finestrella sull’orto” per Scatole Parlanti; nel 2023 “Mamma d’un Comunista” e nel 2025 “La mercante di via del Brasco” per Edizioni Dialoghi. Moderatrice in eventi e rassegne.

Paolo Sortino: “Amanti elementari” (Einaudi, 2026)

Se l’universo è una giungla

C’è una bella pagina di Michel Houellebecq in cui si parla dell’universo come di una discoteca. Il nuovo romanzo di Paolo SortinoAmanti elementari, potrebbe invece mutare l’immagine in una giungla: l’universo come una giungla. Tuttavia se ho deciso di aprire questi miei appunti di lettura con Houellebecq è per la vicinanza del titolo di uno dei suoi romanzi maggiori, Le particelle elementari, con il titolo del libro di Sortino, Amanti elementari. In entrambe le opere, mi sembra, le vicissitudini dei protagonisti sono narrate con un’attenzione stilistica che è tanto scientifica quanto poetica. Si sente insomma che Sortino ama le sue scimmie. 

Perché di questo si tratta: di scimmie, di uomini primitivi. La scelta è coraggiosa e in un primo momento, ossia nel corso dei primi capitoli, può sembrare un mero tour de force: scrivere un romanzo che racconti di scimmie, dunque senza dialogo, e che sia stilisticamente impeccabile, e Amanti elementari lo è. I protagonisti sono “lui” e “lei”, una coppia che inventerà l’amore e di conseguenza anche la necessità dell’amore. Lui è un paria, un escluso dal branco, mentre lei appartiene al branco ma è attirata da chi la libera dalla paura del branco e approda, appunto, all’amore. All’amore o alla curiosità, e alla diversità. Lui e lei scopriranno non soltanto il sesso ma anche la tenerezza dei rispettivi corpi, nella forma di una carezza che farà poi prendere il volo alla parte finale del romanzo costringendo i protagonisti e il lettore a fronteggiare la violenza, che è l’opposto dell’amore. C’è anche una pagina che può sembrare un omaggio a Shakespeare, con il maschio che stacca il teschio dalla carcassa di un bovide e medita sulla vendetta, quale un antenato del principe Amleto. Ma la vendetta – o la giustizia dei deboli – in natura è possibile? A quanto pare no: “Non bastava indossare quello strano elmo per diventare un combattente invincibile.” La natura è spietata e non è il palcoscenico di un dramma. 

Le pagine più belle del romanzo però riguardano non tanto l’amore e le sue sfaccettature animali quanto la scoperta del mondo e conseguentemente di ciò che si è. In questo “lui” e “lei” siamo davvero “noi”, una sorta di Adamo ed Eva in un paradiso ancestrale che in realtà non è affatto un luogo idilliaco bensì, come dicevo, un universo, una giungla, e che non è scevro di pericoli anche terrificanti. 

Paolo Sortino è al suo quarto libro. Il suo esordio, Elisabeth, pubblicato anch’esso con Einaudi nel 2011, fece molto discutere nel mondo letterario, perché narrava la storia di Elisabeth Fritzl, rinchiusa dal padre in un bunker per oltre ventitré anni. Ci fu chi (Christian Raimo, sul blog minima&moralia) affermò che Sortino non poteva scrivere in quel modo di una persona che esisteva e che aveva patito un orrore di quel tipo, attribuendole perfino il desiderio di restare prigioniera del bunker (a pagina 175) vicino al mostro, suo padre. Raimo chiedeva: “Quale statuto di verità ha questo libro?” La domanda non era priva di senso; ciononostante Sortino avrebbe potuto rispondere con una frase del romanzo, tratta dalla scena in cui Josef Fritzl fa nuotare il figlio Felix in piscina: “Ma la finzione non è il contrario della verità, è solo il giro più lungo per arrivarvi.” Naturalmente Elisabeth Fritzl – come Josef e Felix – potrebbe avere qualcosa da obiettare. 

Sortino è un autore che mi interessa molto, ma non è uno dei miei scrittori preferiti. Non amo alcuni suoi vezzi e il suo stile spesse volte claustrofobico. Amo però la sua esattezza e talora la sua potenza anche epica. Dopo il trionfo critico di Elisabeth ha pubblicato Liberal (il Saggiatore, 2015), romanzo “difficile” e caotico, meno amato dalla critica, che sembra averlo portato o costretto a un silenzio di diversi anni, rotto con Demone custode (Polidoro, 2024), libro che ha molte pagine belle o interessanti e alcune invettive che dilettano il polemista che è in me e che derivano in parte, così mi è parso, dal  Giuseppe Genna di Italia De Profundis e dal Massimiliano Parente di Contronatura – penso in particolare alla scena in cui il narratore ha un rapporto sessuale con una giovane critica forse troppo saccente, e Sortino scrive: “Cercava di leggermi tra le righe, come un testo, ed io, che non faccio testo, ché le mie opere sono più grandi di me e di lei, l’ho lasciata fare”, e il povero lettore resta lì a chiedersi quanto siano grandi le opere di Sortino… 

Però bando alla genealogie letterarie: Amanti elementari è un libro importante. È un’opera non soltanto all’altezza di Elisabeth – che è certamente un romanzo notevole – ma pure, credo, più bella e più viva perché più commovente. “Noi siamo esseri elementari” diceva uno dei personaggi di quello zibaldone narrativo che è Liberal, e quindi siamo esseri primitivi, siamo scimmie. Sortino lo sa e ce lo racconta. In Amanti elementari perciò ci siamo noi; c’è l’amore, c’è il sesso, ci sono lo stupore e lo sgomento dell’esistere, c’è la violenza e c’è l’avventura. Il finale è meraviglioso e soltanto un autore molto attento allo stile poteva scriverlo. 

Edoardo Pisani*

*Edoardo Pisani è nato a Gorizia nel 1988. Ha pubblicato i romanzi E ogni anima su questa terra (Finalista premio Berto, finalista premio Flaiano under 35) e Al mondo prossimo venturo, entrambi con Castelvecchi. Sempre con Castelvecchi ha pubblicato un libro su Rimbaud, E libera sia la tua sventuraArthur Rimbaud! Nel 2026, con Marsilio ha pubblicato il suo ultimo romanzo, Ho servito la regina di Francia.

Niccolò Ammaniti: “Il custode” (Einaudi, 2026), di Maddalena Crepet

Storia di una mitologia contemporanea

Nilo Vasciaveo ha tredici anni e vive in un paesino della Sicilia, Triscina, che affaccia sul mare. Nella casa sperduta nei campi abita con la madre, Agata, infermiera presso una struttura per anziani, e la zia Rosaria, detta Rosi, corpulenta e piacente donna di mezza età, fissata con il fitness e i centri estetici. La famiglia Vasciaveo è nota in tutta la zona per la produzione di marmo pregiatissimo. Imprenditori, architetti, costruttori, si recano nei loro capannoni per acquistarlo e crearne piani cottura, lastre per i pavimenti, tavoli, per le seconde case di molti turisti e abitanti provenienti dalla città. Anche Agata e la sorella Rosi possiedono un paio di questi appartamenti, proprio a pochi passi dalla spiaggia. In uno di essi, un bilocale mangiato dalla salsedine e dalla taccagneria delle sorelle, un giorno viene ad abitare una straniera con sua figlia, di appena dieci anni. Si chiama Arianna, viene da un non ben definito Nord, e dice di fare la modella. Ha due gambe infinite, un paio di occhi torbidi e una variazione di minigonne che fa girare la testa a tutti i paesani. Con lei, Saskia, un’enorme montatura da vista su un visino vispo, un cerchietto con delle orecchie da volpe, e una erre moscia inconfondibilmente francese. Saskia infatti è figlia della sedicente modella e di un ciclista parigino, troppo impegnato a fare il giro del mondo per farle compagnia. È proprio a Triscina che il padre ha dato appuntamento alla bambina e a sua madre. Arianna suscita da subito l’antipatia di un’altra madre, quella di Nilo. La descrive come una drogata, una “poco di buono”, una scostumata. Nilo però è attratto da quella creatura misteriosa. E così, facendo amicizia con la figlia, e all’insaputa di Agata, inizia a frequentare quell’appartamento diroccato in via Vespucci.

Il tempo pare cadenzato da una lunga attesa, quella del padre di Saskia. È da lì, infatti, che inizia la narrazione delle vicende dei Vasciaveo, e lì sembra continuare a tornare. Il padre. Dov’è? Quello della bambina francese, si intende, ma anche quello dello stesso Nilo. Da questa assenza, da questo buco di trama, si intesse tutto il resto. Davanti al telaio però non c’è Penelope, bensì un’altra figura mitologica: Atena. A-gata, infatti, è custode di un segreto, un segreto così prezioso che viene tramandato di generazione in generazione, di custode in custode. Quel segreto trova collocazione in un punto preciso di casa Vasciaveo: il bagno. Quel bagno, serrato da tre lucchetti, pare essere l’inizio e la fine di chiunque passi per quel paese, per quelle esistenze pietrificate. Tutto ciò che entra in contatto con l’essere custodito in quelle quattro mura di maioliche consumate viene ridotto a pietra, o meglio, a marmo. Come in una moderna versione del mito di Medusa, veniamo a conoscenza del segreto più indicibile di tutta l’Isola.

Niccolò Ammaniti, più che in ogni altro suo lavoro precedente, gioca con la penna come fosse davvero la spola del suo telaio. Ci fa entrare nel cuore della mitologia greca, che spalanca le braccia a Freud, che filtra tutto attraverso gli occhi di un ragazzino di tredici anni. Ci rendiamo conto, più che mai, che se l’origine della psicanalisi è la mitologia, l’origine della mitologia siamo noi: un ragazzino che promette amore eterno a un’incantevole trentenne, una madre gelosa e controllante, una zia pettegola e lussuriosa, una ragazza madre dedita ai social e agli psicofarmaci, un padre disperso, un altro troppo impegnato a fare a gara con il proprio ego. Il tutto confezionato come fosse una fiaba della buonanotte. C’è il mostro, c’è l’eroe, c’è l’antagonista. Non manca proprio niente. Nemmeno un finale degno di un vero scrittore, inaspettato nella sua coerenza.

Maddalena Crepet*

MADDALENA CREPET (Roma, 1994) si è laureata in Storia contemporanea con una tesi sul tentato omicidio del professor Sergio Lenci da parte della banda armata Prima Linea, avvenuto nel 1980. Ha frequentato il corso biennale Scrivere presso la Scuola Holden di Torino. Rientrata a Roma, lavora come ufficio stampa e consulente editoriale. Ci siamo traditi tutti, Solferino 2024, è il suo primo romanzo. Ha già all’attivo diverse pubblicazioni di racconti per riviste letterarie.

Emmanuel Carrère: “Limonov” (Adelphi, 2012, trad. Francesco Bergamasco), di Dino Montanino

Vita indecifrabile di un eroe scomodo

“Sì, ho deciso di schierarmi con il male, con i giornali da strapazzo, con i volantini ciclostilati, con i movimenti e i partiti che non hanno nessuna possibilità di farcela. Nessuna. Mi piacciono i comizi frequentati da quattro gatti, la musica cacofonica di musicisti senza talento… Odio le orchestre sinfoniche e il balletto. Se prendessi il potere, taglierei la gola a tutti i violinisti e i violoncellisti”.

Chi afferma questi principi estremi, disperati, a tratti deliranti è Eduard Veniaminovič Savenko, in arte Limonov. Emmanuel Carrère, in un libro pubblicato in Francia nel 2011 da P.O.I. Èditeur e in Italia nel 2012 da Adelphi, ci racconta la vita avventurosa di un uomo nato in Ucraina nel 1943, che ha vissuto a Mosca tra il 1967 e il 1974, a New York fino al 1980, a Parigi fino al 1989. Torna a Mosca alla fine degli anni ’80 e poi, tra il 1991 e 1992, combatte nella ex Jugoslavia al fianco delle milizie serbe. Combatte a Sarajevo. Poi ritorna in Russia, fonda il partito nazionalbolscevico contro Putin e organizza un campo militare in Altaij, ai confini con il Kazakistan. Viene arrestato, scarcerato e vive gli ultimi anni a Mosca fino alla morte nel 2020 a settantasette anni. 

Chi è Limonov? Dopo aver letto il libro di Carrère non so dare una risposta e vi assicuro che non esagero: l’uomo di cui ci viene raccontata la storia è un personaggio difficile da definire e inquadrare secondo gli schemi di giudizio a cui siamo abituati. Posso solo dire che si fa fatica ad amarlo e che è difficile comprendere e condividere molte delle sue scelte. Se volessimo ridurre tutto a una formula schematica potremmo ripetere le parole del collega di Carrère, direttore di una rivista di attualità, che quando gli viene proposto un articolo su Limonov, risponde: «Ma Limonov è un farabutto di mezza tacca». Carrère replica che bisogna verificare. Dalla verifica invece di un semplice articolo viene fuori un libro. Una biografia? Un romanzo? Un’inchiesta? Sicuramente un libro straordinario e irritante al tempo stesso che ci scaraventa in un universo ricco di suggestioni. Uno di quei libri che ti catturano proprio per il loro carattere spigoloso, scomodo. Un mondo, quello di Limonov, nel quale è impossibile orientarsi. È una sensazione strana quella che si prova; spesso ti senti a disagio quando leggi alcuni passaggi della vita del protagonista. Eppure, nonostante si faccia fatica ad accomodarsi nei diversi capitoli della sua storia, non si ha nessuna voglia di abbandonare la lettura. Più si va avanti, pagina dopo pagina, più sembra evidente che l’esistenza confusa del protagonista non può non essere raccontata. La storia di questo antieroe del nostro del nostro tempo è una storia necessaria. La vita di Limonov sembra inventata, volutamente costruita e pianificata per gettarci in uno stato confusionale. Ma quella di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov è una vita vera: la vita di un russo nato in Ucraina che attraversa la storia del suo paese dal dopoguerra fino quasi ai nostri giorni. Una vita che ci sbatte in faccia una moltitudine di domande senza risposta, una congerie di dubbi che rischiano di incrinare molte delle nostre convinzioni, di intaccare tutti i paradigmi su cui ci siamo adagiati. Chi di noi non ha pensato che con la caduta dell’URSS il mondo avrebbe intrapreso un cammino radioso verso la giustizia e la libertà? Poi leggiamo il libro di Carrère e scopriamo che i russi, dopo tanti anni, hanno ancora bisogno di sentirsi dire da Putin che nessuno ha il diritto di affermare che settant’anni della vita dei loro genitori e dei loro nonni, che ciò in cui hanno creduto, per cui hanno lottato è stato tutto un tragico errore. Che il comunismo è stato qualcosa di grande, di eroico, di bello; qualcosa che credeva nell’uomo e gli dava fiducia.  E anche Limonov la pensa come Putin, anche lui condivide l’idea che i russi non devono in nessun modo rinnegare il loro passato. La pensa come Putin ma dedica l’ultima stagione della sua vita a combatterlo strenuamente senza, peraltro, raggiungere alcun risultato. Carrère arriva ad affermare che se si esamina la vita di Putin si ha “l’inquietante sensazione di trovarsi davanti a un doppio di Eduard (Limonov)”. Se Limonov si trovasse al posto di Putin, “certamente direbbe e farebbe tutto quello che Putin dice e fa. Ma Limonov non è al posto di Putin, e non gli resta che occupare quello, così incongruo per lui, di oppositore virtuoso, difensore di valori in cui non crede (democrazia, diritti umani e stronzate del genere) al fianco di persone oneste che incarnano tutto quello che lui ha sempre disprezzato”. Un eroe velleitario che non può essere Putin perché, per utilizzare un’espressione abusata e talvolta insopportabile, Eduard non è un “vincente”. Per sua volontà decide di stare sempre dalla parte di chi perde pur conservando una vocazione superomistica lontana da qualunque tentazione umanitaria. Il suo desiderio di restare solo a combattere un nemico sempre più invincibile che, in cuor suo, vorrebbe emulare, lo porta a prese di posizioni estreme e volutamente scorrette e indifendibili. La sua esistenza, sostiene Carrère, è una miscela di “disprezzo e invidia” che lo rende antipatico e poco incline alla vita sociale e, probabilmente, anche l’opposizione a Putin è segnata da una marcata frustrazione; la frustrazione di chi voleva arrivare dove è arrivato il suo nemico e non ci è riuscito. Lo dimostra tutta la vita di Limonov che, tra infinite contraddizioni, ha un unico scopo: il successo personale che cerca con ostinata disperazione impegolandosi in un’infinità di imprese velleitarie o facendo di tutto per distinguersi dal mondo che lo circonda. 

Da giovane, in Ucraina, scopre che la sua matura amante è ebrea. Immediatamente prova insofferenza e ostilità nei confronti dell’antisemitismo che pervade il contesto sociale in cui vive. Come ci spiega Carrère, a Limonov si possono imputare le peggiori aberrazioni ma non quella di essere antisemita. Il fatto è che la sua distanza dall’antisemitismo non ha nulla a che fare con la dirittura morale o la coscienza storica. Limonov non tollera l’antisemitismo per mero snobismo, per il suo desiderio di distinguersi a tutti i costi. “Che il russo e più ancora l’ucraino della strada siano notoriamente antisemiti è per lui il miglior motivo per non esserlo. Diffidare degli ebrei è una cosa da zotici con i paraocchi”. E la sua amante ebrea assume, ai suoi e nel suo delirante immaginario, le sembianze di una principessa orientale capace di tirarlo fuori dalla condizione misera in cui era destinato a vivere.

A New York, dopo infinite disavventure, si trova a fare il domestico di un miliardario; di fronte all’incommensurabile ricchezza del suo datore di lavoro, non può fare a meno di chiedersi: “Perché lui e non io?”. E in poco tempo riesce a convincersi che non è quello il suo posto, che lui è destinato a condurre una vita di violenza, l’unica strada possibile verso la rivoluzione. Ma quale rivoluzione? Sogna di “unirsi ai palestinesi o di raggiungere Gheddafi – di cui ha incollato con lo scotch la fotografia sopra il letto, accanto a quella di Charles Mason…”. Pensa che non avrebbe paura di morire; quello che gli dispiacerebbe è morire da sconosciuto. Immagina la prima pagina del «New York Times» che riporta la notizia di lui ucciso da una raffica di Uzi a Beirut. Tutti quelli che lo conoscono direbbero: “Questo è un uomo che ha vissuto veramente”. Morire così varrebbe la pena, non da milite ignoto.  

All’inizio degli anni ’80 si trasferisce a Parigi dove, per la prima volta, incontra Carrère. A Parigi Limonov diventa famoso. Un editore francese ha pubblicato i suoi libri e lui è diventato “una piccola star”. Gli ambienti dei giovani alla moda si innamorano “della sua goffaggine, del suo francese zoppicante e dei suoi discorsi tranquillamente provocatori. Battute crudeli su Solženicyn, brindisi a Stalin: proprio quello che si aveva voglia di sentire in un periodo e in un ambiente che, dopo avere sepolto contemporaneamente la passione politica e le scemenze da fricchettoni, adorava il cinismo, il disincanto, l’algida frivolezza”

A metà degli anni ’80 viene invitato a Budapest, a un convegno internazionale di scrittori. Tra gli altri ci sono la scrittrice sudafricana Nadine Gordimer, che nel 1991 vincerà il premio Nobel, e Alain Robbe Grillet. “Dopo un lugubre dibattito con alcuni scrittori ungheresi, uno degli organizzatori ha manifestato il proprio compiacimento per il fatto di ospitare intellettuali tanto prestigiosi. A quel punto Eduard ha dichiarato di non essere un intellettuale ma un proletario, e un proletario diffidente, né progressista né sindacalizzato, un proletario che sa che ai proprietari tocca sempre la parte dei cornuti”. Di fronte alla meraviglia dei presenti, Eduard rincara la dose. Spiega che, poiché era stato operaio, disprezza gli operai. Poiché era stato povero, disprezza i poveri e non dà loro nemmeno un centesimo. La giornata si conclude al bar dell’albergo dove Eduard dà un pugno in faccia a uno scrittore inglese che parla male dell’URSS. Alcuni presenti intervengono per separarli ma, invece di lasciar perdere, Limonov comincia a tirare pugni come un forsennato scatenando il caos. Nadine Gordimer viene colpita da uno sgabello… .

Quando sale al potere Gorbaciov Eduard non è contento. La popolarità del nuovo leader gli dà fastidio. A tutti quelli che mostrano entusiasmo per il nuovo corso risponde che “il capo dell’Unione Sovietica non deve piacere a quegli stronzetti di giornalisti occidentali, deve fargli paura”. Eduard non sopporta “la glasnost’, né che il potere recitasse il mea culpa, che per riuscire gradito all’Occidente abbandonasse i territori conquistati con il sangue di venti milioni di russi”. Vuole a tutti i costi distinguersi dalla massa. È un bisogno incontrollabile, una malattia da cui non riesce a guarire.  

A Parigi entra in contatto con Jean-Édern Hallier che, alla fine degli anni ’80, aveva rilanciato uno strano giornale: «L’Idiot international». Intorno al giornale il fondatore “aveva radunato un gruppo di scrittori rissosi e brillanti, a cui non si chiedeva altro che di scrivere qualsiasi cosa venisse loro in mente purché scandalosa”. Nella redazione del giornale si incontravano personaggi come Le Pen ma anche sindacalisti comunisti. “Estrema destra ed estrema sinistra si ubriacavano fianco a fianco, e la convivenza fra le opinioni più contraddittorie veniva incoraggiata senza che si ponesse mai il problema di affrontare una cosa tanto volgare come un dibattito”. Il luogo ideale per Limonov che, poiché la sede del giornale era a Place des Vosges, “poteva credere di trovarsi nei Tre moschettieri che tanto aveva amato da adolescente, e vedere in se stesso un d’Artagnan della penna”.   

Dopo aver riportato alcune delle avvincenti e controverse avventure di Eduard Veniaminovič Savenko detto Limonov, appare evidente che ci troviamo di fronte a un testimone attivo e, al tempo stesso, inattendibile degli ultimi decenni della storia russa. Quando nell’autunno del 1993 gli oppositori di Eltsin occupano il parlamento Eduard è lì e cerca di spiegare a Ruckoj, un militare capo degli insorti, che bisogna combattere, resistere, distribuire le armi. Ruckoj gli risponde che è prematuro e non è certo un intellettuale che può dare ordini. Intellettuale… Per Eduard quella è la peggiore offesa; decide di uscire dal palazzo del parlamento. Se ne pentirà amaramente perché, il giorno dopo, l’esercito inizia l’assedio che durerà dieci giorni e che si concluderà con un bagno di sangue. Eduard voleva essere lì, a combattere, a morire; e invece resta fuori. Assiste al massacro perpetrato dall’esercito nelle strade, viene ferito ad una spalla ed è costretto a fuggire per evitare di essere arrestato. Questo è Limonov. Un tragico testimone della Storia destinato a restare ai margini a dispetto del suo bisogno di autoaffermazione. Uno sconfitto che con la sua vita sopra le righe ci aiuta ad attraversare il nostro tempo da prospettive inesplorate.

Dino Montanino

Dino Montanino, laureato in Lettere moderne presso l’università Federico II di Napoli, ha insegnato Italiano e Latino nei licei. È stato formatore in corsi di aggiornamento per docenti. Si occupa di teatro della scuola e ha condotto laboratori teatrali in qualità di esperto esterno presso molti istituti scolastici. È tra i fondatori dell’associazione culturale “Le macchine desideranti” nata con l’intento di diffondere la cultura teatrale e letteraria tra i giovani curando la drammaturgia di tredici spettacoli. Conduce laboratori di scrittura creativa e incontri letterari tematici presso associazioni culturali. Nel 2026 ha pubblicato con l’editore Guida il romanzo “Il calciobalilla non avrà futuro”.

Natalia Ginzburg: “Caro Michele”, di Lavinia Capogna

Nel 1973 a 57 anni, Natalia Ginzburg pubblicava un nuovo romanzo, “Caro Michele“, che non solo era molto bello ma che è anche uno dei pochissimi libri che descrivono come era veramente il post ’68 e l’inizio di quel decennio, gli anni ’70, pieno di speranze, di fermenti, di dimostrazioni nelle piazze ma anche di terrorismo, lutti, repressioni e della diffusione delle droghe.

Fu anche il decennio in cui la società italiana si aprì al nuovo dopo il boom economico e le contestazioni degli studenti e degli operai. Il decennio delle lotte femministe in cui le donne, come recitava uno slogan, “erano uscite dalle cucine”, della rivoluzione sessuale.

Anni, insomma, pieni di libertà e speranze poi svanite nel kitsch degli edonistici anni ’80, nelle TV berlusconiane e nell’omologazione che Pasolini aveva lucidamente previsto. 

Un’Italia complessa, non semplice, certo, ma che aveva una sua unità nei momenti difficili, antifascista, e che aveva ancora la capacità di sognare e di costruire il futuro – cosa che oggi appare, purtroppo, più difficile.

Ho conosciuto fuggevolmente Natalia Ginzburg, una volta le ho anche parlato e ho una sua lettera autografa in cui gentilmente rispondeva ad una mia.

Una donna sobria nei modi, severa nei tratti ma non dura, simpatica e riservata – così almeno mi parve. 

Ho letto tutta la sua opera e amo le sue storie, i suoi libri, racconti, commedie.

Scrivevo in un articolo un anno fa che “I personaggi e le trame della Ginzburg non sono mai banali o scontati ma sempre originali: spesso gli uomini sono miti, incerti, insicuri e le donne vitali, estrose, imprevedibili.” (Nota 1)

Perdonate questa parentesi personale ma serviva come premessa perché temo che oggi “Caro Michele” possa essere un po’ frainteso. Nonostante lo stile chiaro, essenziale seppur ricchissimo di dettagli, tra le epistole, i dialoghi e le brevi descrizioni in cui è elaborato, si rischia, forse, di non afferrare i personaggi talmente peculiari sono degli anni ’70. 

Si legge sovente che la famiglia del fuggiasco Michele sia una famiglia “borghese” ma non è esatto.

Le famiglie borghesi erano allora quelle spietatamente prese di mira in alcuni film del grande Alberto Sordi; la famiglia di Michele appartiene più ad un’alta borghesia in declino. 

Il libro si apre in uno stile diretto senza alcun preambolo in una giornata dell’inverno del 1970, un giorno di neve e quello del 43esimo compleanno di Adriana (che nessuno festeggia). Lei si è trasferita in campagna (come tanti allora) e scrive una lettera al suo unico figlio maschio Michele che abita “in uno scantinato”. Adriana ha anche due figlie, Angelica e Viola, e due gemelle.

Il loro padre, dalla quale si è urbanamente separata, è un ricchissimo pittore in fin di vita che abita con uno stordito cameriere nella elegante via San Sebastianello (il romanzo ha una precisa topografia capitolina).

Egli adora solo Michele che è cresciuto con lui ma abbandonato a governanti.

Adriana è una donna colma di amarezza e perspicace, un po’ depressa. Ha chiamato a vivere con lei sua cognata Matilde, una donna mascolina e vigorosa in difficoltà economica a causa di alcune speculazioni su fondi svizzeri che ha scritto un romanzo mediocre, intitolato “Polenta e veleno”.

Adriana ha ricevuto una lettera di una certa Mara di cui si sbaglia a scrivere il cognome: una ragazza sconosciuta che ha appena avuto un bambino. Mara non glielo aveva scritto ma Adriana aveva avuto il dubbio che il padre sarebbe potuto essere Michele.

Michele scrive brevissime lettere dall’Inghilterra (Ginzburg aveva vissuto a lungo in Inghilterra). 

Alla sorella Angelica scrive anche, quasi distrattamente, che si era scordato nella stufa un mitra che un amico gli aveva chiesto di nascondere. Michele scriverà poi che non è comunista, l’unica cosa che sembra interessargli sono i libri di filosofia di Immanuel Kant.

Angelica, una bella ragazza sposata con un funzionario del PCI, va a gettare il mitra nel Tevere senza raccontare nulla al marito.

Mara e il neonato vengono soccorsi da Osvaldo, un quasi quarantenne, biondo, stempiato che ha una libreria di seconda mano, una ex moglie iperattiva, una bambina, un “sorriso incerto” e che è sempre disponibile, gentile, affidabile.

Mara è una ragazza “casinara”, come si sarebbe detto allora, vive dove capita, è al verde, ha avuto alcuni flirt, non ha arte né parte ma è simpatica. 

Nel bel film che Mario Monicelli ha tratto dal romanzo nel 1976 era interpretata da Mariangela Melato, un’attrice eccezionale ma che non aveva nello sguardo la sventatezza di Mara. Forse, se posso dirlo, ci sarebbe voluta Maria Schneider.

Attraverso le lettere a Michele, con il quale, seppure assente e distante emotivamente, tutti i personaggi principali si confidano si svela la trama: egli è come una calamita che attrae piccoli eventi, segreti, amori fugaci e disamori, antipatie, ricordi, una vana ricerca di conforto.

Con il tempo (il libro si conclude nell’estate 1971) Adriana scoprirà di non aver mai avuto un rapporto di autentico scambio con il figlio.

L’elemento di rottura sarà scoprire la passata relazione sentimentale tra Michele e Osvaldo in tempi in cui non si sapeva nulla di omosessualità e non esisteva un movimento Lgbt. Tema che la scrittrice aveva già, coraggiosamente dati i tempi, affrontato nel 1957 nel lungo racconto “Valentino” (e il personaggio di Kit ha qualche similitudine con Osvaldo). (2)

Non proseguo a narrare la storia in cui vi è un forte colpo di scena per chi volesse leggerlo.

Romanzo perfettamente equilibrato, sobrio ma anche drammatico, “Caro Michele” è il ritratto imperdibile di alcune vite ma anche, sociologicamente parlando, di un momento storico. 

……

Nota 1) Lavinia Capogna “Ricordo di Natalia Ginzburg” (articolo rintracciabile sul web 2025)

2) Lavinia Capogna “Valentino” (articolo rintracciabile sul web 2005 – scritto nel 2003)

Bibliografia:

Tutti i libri di Natalia Ginzburg (Einaudi)

Sandra Petrignani La Corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg (Beat editore 2020)

“Caro Michele” di Natalia Ginzburg, letto da Nanni Moretti. Audiolibro. CD Audio formato MP3. Ediz. integrale Emons Edizioni, 2016

Di “Caro Michele” la casa editrice Einaudi ha portato da qualche giorno in libreria il tascabile di una nuova edizione a cura di Domenico Scarpa con la prefazione di Cesare Garboli.

Lavinia Capogna*

*Lavinia Capogna è una scrittrice, poeta e regista. È figlia del regista Sergio Capogna. Ha pubblicato finora otto libri: “Un navigante senza bussola e senza stelle” (poesie); “Pensieri cristallini” (poesie); “La nostalgia delle 6 del mattino” (poesie); “In questi giorni UFO volano sul New Jersey” (poesie), “Storie fatte di niente” , (racconti), che è stato tradotto e pubblicato anche in Francia con il titolo “Histoires pour rien” ; il romanzo “Il giovane senza nome” e il saggio “Pagine sparse – Studi letterari” .

E molto recentemente “Poesie 1982 – 2025”.

Ha scritto circa 150 articoli su temi letterari e cinematografici e fatto traduzioni dal francese, inglese e tedesco. Ha studiato sceneggiatura con Ugo Pirro e scritto tre sceneggiature cinematografiche e realizzato come regista il film “La lampada di Wood” che ha partecipato al premio David di Donatello, il mediometraggio “Ciao, Francesca” e alcuni documentari. 

Collabora con le riviste letterarie online Il Randagio e Insula Europea. 

Da circa vent’anni ha una malattia che le ha procurato invalidità.