Danilo Chirico, “La figlia del clan: un cognome da nascondere un destino da riscrivere” (Piemme, 2026)
“Dormi dormi tu che puoi,
Io cerco una risposta a questi errori miei.
Timida la luce che mi fa compagnia
è stanca anche lei in questa vita mia
vuota, triste e amara,
se non fosse per il tuo sorriso che di giorno la rischiara.
Dormi dormi tu che puoi,
non voglio che conosci i pensieri miei.”
La scrittura di Danilo Chirico in La figlia del clan (Piemme Edizioni) si muove con un rigore documentale che non cede mai alle lusinghe della narrativa di genere, preferendo farsi testimonianza civile. Al centro dell’opera troviamo il racconto del crimine, ma soprattutto quello di un destino imposto: quello di Giuseppina Pesce, nata a Rosarno in una delle famiglie più potenti della ’ndrangheta mondiale.
L’autore sceglie una strada complessa, rinunciando alla struttura classica del romanzo per affidarsi alla nuda cronaca dei fatti e alla precisione degli atti processuali. Ne emerge la dimensione claustrofobica di una realtà in cui il controllo del territorio avviene attraverso un “metodo quasi democratico”, basato sul consenso sociale prima ancora che sulla violenza manifesta.
Il libro esplora con crudezza il paradosso di un’educazione costruita su codici arcaici e distorsioni valoriali, dipingendo un ritratto familiare intricato, dove il boss Salvatore Pesce non ricalca il cliché cinematografico del padre padrone, ma si rivela un uomo capace di delegare il comando domestico alle donne, di coltivare la fede religiosa attraverso una Bibbia rilegata in oro e di gestire il potere mafioso tra processioni, partite di calcio e l’amore per la radio.
Chirico, descrivendo questa quotidianità, ci mostra come la ’ndrangheta non sia un’entità esterna, bensì una realtà che si mimetizza nella normalità. In questo contesto, la ribellione di Giuseppina diventa un atto di rottura quasi inconcepibile, dove il tradimento del legame matrimoniale è considerato persino più grave della collaborazione con la giustizia.
seconda parte
“Io ho denunciato, ho cambiato vita, ma io sono una Pesce e quindi devo buttare sangue fino a quando muoio.”
Il mondo fatto di violenze subite, matrimoni forzati e segregazione si intreccia indissolubilmente con la cronaca giudiziaria guidata dalla magistrata Alessandra Cerreti. Tuttavia, la storia di Giuseppina Pesce non è lineare, ma colma di contraddizioni: è la storia di una donna che, pur avendo cambiato vita, sente ancora il peso di un cognome che definisce come una “tara nel DNA”.
Il legame con la famiglia appare indissolubile nonostante le minacce, le menzogne, l’indifferenza e l’inasprimento e i maltrattamenti subiti anche dai suoi figli, per via della collaborazione con i magistrati. E risulta paradossale che Giuseppina arrivi a considerare che la sua forza nel testimoniare contro la sua famiglia derivi proprio dai valori trasmessi da suo padre, un uomo su cui pesa una condanna per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti, che non ha mai mostrato segni di pentimento e che si è sempre rifiutato di collaborare con la giustizia.
La vera riflessione che il libro ci offre è quella sulla libertà. Giuseppina non sceglie la magistratura solo per il bene dei figli o per un avvenire che, dopo quindici anni di fughe e sotterfugi, appare ancora minato. Denuncia perché le è stata tolta la cosa più preziosa: la possibilità di scegliere.
Il suo percorso non è immediato: inizialmente non regge al peso dell’arresto, decide di collaborare, poi torna indietro, ritratta e rinnega le sue confessioni, mettendo in crisi un sistema costruito in settimane di interrogatori. Solo quando realizza che il prezzo da pagare sarebbe la perdita del rapporto con i figli e il loro giudizio morale, decide di ricominciare.
“Mamma, io voglio stare con te, io non voglio vivere con gli altri. Tu sei la mia mamma e senza di te non sono niente, qualsiasi scelta farai ti seguirò.”
In questa altalena emotiva, è il sostegno della figlia Chiara a fare la differenza: di fronte alla prospettiva di una costrizione ancora più feroce di quella vissuta da fuggiasche, Giuseppina trova finalmente la forza per non tornare più sui suoi passi.
La figlia del clan è un’analisi sulla capacità di trasformare il “buio” in luce. Attraverso l’uso delle fonti e del dialogo diretto, Chirico documenta come la vera sfida al potere mafioso non passi solo dalle aule di tribunale, ma dalla volontà di una madre di spezzare la catena di un destino già scritto.
Si evidenzia il grande potere femminile, lo stesso che come buio tramanda valori distorti e non mostra alcuna solidarietà con le altre donne, ma impone una stretta gerarchia basata sull’accettazione e sul silenzio, ma che si fa luce proprio quando “come nella primavera araba” le donne come Giuseppina Pesce diventano motori di una rivoluzione.
La figlia del clan è un libro che non cerca di intrattenere, ma di svelare la verità, elevando la cronaca a strumento nobile per comprendere la realtà ancora oscura del nostro Paese, puntando l’occhio di bue su questo incredibile potere, che trasforma la coscienza civile, o parte di essa, in quei territori che sembrano dormienti, arrendevoli e destinati a finire nel dimenticatoio.
Loredana Cefalo*
* Mi chiamo Loredana Cefalo, classe 1975, vivo a Cagliari, ma sono Irpina di origine e per metà ho il sangue della Costiera Amalfitana. Adoro le colline, il profumo della pioggia, l’odore di castagne e camino, che mi porto dentro come parte del mio DNA.
Ho una grande curiosità per la tecnologia, infatti da cinque anni tengo una rubrica di chiacchiere a tema vario su Instagram, in cui intervisto persone che hanno voglia di raccontare la loro storia.
Sono stata una professionista della comunicazione, dell’organizzazione di eventi e della produzione televisiva, settori in cui ho un solido background. Mi sono laureata in Giurisprudenza e ho un Master in Pubbliche Relazioni.
Ho accumulato una lunga esperienza lavorando per aziende come Radio Capital, FOX International Channels, ANSA e Gruppo IP, ricoprendo ruoli significativi nel settore della comunicazione e dei media, fino a quando non ho scelto di fare la madre a tempo pieno dei miei tre figli Edoardo, Elisabetta e Margaret.
In un passato recente ho anche giocato a fare la foodblogger e content creator, con un blog personale dedicato alla cucina, una delle mie grandi passioni, insieme all’arte pittorica e la musica rock.
L’amore per la scrittura, nato in adolescenza, mi ha portata a scrivere il mio primo romanzo, “Il mio spicchio di cielo” pubblicato il 16 gennaio 2025 da Bookabook Editore e distribuito da Messaggerie Libri. Il romanzo è frutto di un momento di trasformazione e di crescita. La storia è presa da una esperienza reale vissuta indirettamente e ricollocata nel passato per fini narrativi e per gusto personale. Ho abitato in molti luoghi e visitato con passione l’Europa e le ambientazioni del romanzo sono frutto dell’amore che provo nei confronti delle città in cui è collocato.
Un romanzo sulla resistenza spirituale in ogni tempo
Ormai da qualche settimana ho concluso la lettura del romanzo storico di Nicoletta Verna I giorni di vetro (Einaudi 2024), con il quale è stata sbalorditivamente esclusa dalla dozzina del Premio Strega e con cui ha in seguito vinto l’European Union Prize for Literature per gli autori di narrativa emergenti provenienti dall’UE. Questo romanzo mi ha lasciato addosso un’impronta fortissima e sto tutt’ora elaborando quest’esperienza non comune di immersione letteraria.
Innanzitutto c’è l’incisività della lingua della Verna: una lingua poetica e cruda al tempo stesso, intrisa di parole dialettali romagnole come invornita, svettole, scapuzzando, sfulminò, sgumbiati, fare la grassa, matteria, la purina…;una lingua ibrida, variopinta e fantasiosa che racconta un mondo antico di cento anni fa e un modo di sentire la vita.
Oltre a ciò i personaggi principali di quest’opera sono magnifici e capaci di restare addosso come se fossero persone che abbiamo realmente conosciuto, sono in grado di farci compagnia per lunghissimo tempo e di stratificarsi nella nostra coscienza.
In primo luogo Redenta, protagonista assoluta del romanzo, è indimenticabile nel suo essere una figura così liminare che si muove su una linea di confine tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Il medico stregone Zambutèn, erudito di piante e radici e intrugli, a cui i frati avevano insegnato gli enigmi degli speziali, predice alla madre di Redenta prima che la bambina nasca: ‘’vi nascerà una figlia che avrà addosso la scarogna, ma camperà (…) Non avrà fortuna però avrà pietà. La pietà le farà vedere più cose di quelle che vediamo noialtri. E potrà campare.’’
Una bimba nata lo stesso giorno del delitto Matteotti a Castrocaro e affetta da polio con una gamba matta e poi una giovane donna, una creatura ostinata e silenziosa, straordinariamente avveduta con il suo sguardo unico e pietoso sul mondo che la circonda e che le permette di resistere con la sua forza spirituale a qualsiasi forma di ferocia umana.
Una Redenta che vede i fratellini morti prima della sua nascita ogni volta in cui la sua stessa vita è a rischio:
‘’Perché vi vedo?’’ domandai.
(….)
‘’Quanti perché’’
‘’State a chiedere il perché di ogni cosa, voialtri di là’’
‘’ Perché sei mezza morta e noi siamo stati mezzi vivi’’
‘’Perché ti dobbiamo aspettare’’
‘’Perché è solo una questione di tempo’’
‘’Di là, per voi, è sempre solo una questione di tempo’’
‘’Perché ci vedrai tutte le volte che starai per morire. Verremo ad aiutarti’’
Una Redenta che s’infila decisamente nell’immaginario di chi legge e lascia un’impronta indelebile, soprattutto per il suo particolare impulso alla compassione, un impulso naturale che è connaturato nell’animo umano, ma che pochi sviluppano in una forma così preziosa. La purina, come viene chiamata in paese e dagli stessi familiari, possiede un mondo interiore semplice e ricco di intima bontà, pregno di pietas e di resilienza, che le permetterà da adulta di resistere a Vetro, il gerarca fascista a cui viene data in sposa e che rappresenta la sua vera e propria antitesi. Amedeo Neri, detto Vetro, è un bellissimo uomo a cui è rimasto un occhio di vetro dopo la campagna in Africa, per la quale ha ricevuto anche una medaglia al valore; dietro la sua maschera di fascino egli è un essere abietto, che ricerca il male assoluto, è un sadico e rappresenta l’incarnazione del fascismo, il quale a sua volta rappresenta nel romanzo la metafora di un mondo inaccettabile, diviene l’elemento simbolico che racconta cosa sia la violenza in ogni tempo. E in tal senso l’autrice non risparmia nulla, si sporca le mani e narra di quali orrori e mostruosità possa essere capace l’essere umano. E tuttavia Redenta, seviziata e bistrattata in ogni modo da Vetro, avrà una forma di pietà anche per quest’ultimo e camperà oltre il male assoluto, inoltre eserciterà la sua forza salvifica su altri due personaggi fondamentali e molto potenti di questa narrazione: Bruno-Diaz e Iris.
Bruno è un bambino apparentemente orfano (solo verso la fine del romanzo si scoprirà la verità) che viene ospitato insieme ad altri orfani o bastardi dalla Fafina, la nonna infermiera di Redenta e le sue sorelle, con cui Redenta passerà tutto un periodo della sua infanzia. In quegli anni tra Bruno e Redenta si creerà un legame particolare.
‘Ricordava un animale dei boschi o un giovane uccello rapace, sempre all’erta per qualcosa, inquieto. Quando passava il tempo con me, in silenzio, mi dava sollievo, ché di parlare non avevo mai sentito il bisogno. E stavo bene’’
Bruno sin da piccolo è assetato di giustizia e agisce anche per difendere Redenta considerata demente dagli altri bambini, ma in realtà molto avveduta, poi da adulto diventerà partigiano con il nome di Diaz, il suo battaglione sarà fortissimo quasi invincibile e rappresenterà l’avversario assoluto di Vetro.
Tra Redenta e Bruno ci sarà un amore assoluto sin dall’infanzia, ma quest’ultimo scoprirà che il loro è un amore impossibile perché sono fratellastri.
‘’Pensai in un lampo che mi ricordava il viso di mio padre.
-A cosa ti serve ‘sta matteria Bruno?
Gli sfulminò negli occhi il solito baleno di rabbia.
-A fare giustizia. Cos’ho da rimetterci? Al massimo la vita.
-La vita vale più di un’idea.
-Dipende da quale vita. E da quale idea.’’
E sarà lei a salvarlo dallo scempio dei fascisti, quando Bruno, moribondo, rimarrà l’unico sopravvissuto fra i partigiani, ma con le gambe le gambe squarciate che gli impediscono di fuggire, allora Redenta con un atto estremo di amore e compassione, prima che arrivino i fascisti, lo farà fuori con una pistola, mentre lui la guarderà con l’ombra confortante della riconoscenza, e lei comprenderà quanta crudeltà serva per essere misericordiosi.
Iris è l’altro personaggio femminile protagonista del romanzo, ed è speculare a Redenta: si tratta di una donna molto bella e volitiva che ha studiato da maestra e s’interroga su tutto. Iris è coraggio e fede nella Resistenza, sarà la compagna di Bruno e sarà disposta a tutto per tener fede ai suoi ideali.
Ci sarà anche nei suoi confronti un atto di Redenta, un gesto molto forte e salvifico per il quale entrambe saranno redente e con cui l’autrice ci dà il senso della possibilità che si possa sopravvivere alla brutalità, alla violenza e all’orrore.
Redenta rappresenta questa luce e questa grazia, che permetterà a Iris, sprofondata e poi salvata dall’inferno, di poter sopravvivere e di poter continuare a credere nella sua vita.
‘Sei Iris?’
Sono io.
Sono viva.
Questo bellissimo romanzo è stato avvicinato per la sua forza narratologica e per i temi affrontati a La Storia di Elsa Morante, a Una questione privata di Beppe Fenoglio e ad altri capolavori di grandi autori che hanno vissuto il Novecento, la guerra e la Resistenza, tuttavia, a mio parere, il lavoro di Nicoletta Verna, nonostante la sua potente vis drammatica non è del tutto accostabile ai romanzi sulla Resistenza scritti nel secolo scorso, ma gode di una sua originalità e particolarità. È stato infatti scritto da una scrittrice di un’altra generazione, nata negli anni 70’, che ha vissuto in un’altra epoca e ciò le ha permesso una visione nuova, molto più moderna e dinamica: la sua narrazione è anche la parabola di una forma di ‘resistenza spirituale’ al dolore e alle avversità che possono subirsi in ogni tempo, e forse soprattutto in questo nostro tempo presente. I giorni di vetro ha la capacità di catapultare il lettore nel momento del fascismo (ricordiamo che il romanzo richiama una vicenda storica di rilievo avvenuta a Castrocaro, dove il 25 settembre 1943 al Grand Hotel Terme ci fu la riunione dei gerarchi fascisti da cui prese le mosse la Repubblica di Salò) e poi della Liberazione e nello stesso tempo è un romanzo molto moderno che racconta una dicotomia umana tra luce e oscurità, e che nonostante l’atrocità di ciò che avviene lascia la speranza finale che prevalga la luce.
Come la stessa Verna ha dichiarato in alcune video interviste, ella è originaria dal lato paterno di Castrocaro, un paese in cui andava durante l’infanzia e dunque, attraverso l’ambientazione geografica e la costruzione dei suoi personaggi grandissimi ma immaginari (solo la Fafina è stata ispirata a una donna realmente vissuta, la sua bisnonna che era un’infermiera), vuole anche rievocare una dimensione sommersa di memorie a lei molto cara, che riesce a far tornare in vita in maniera urgente e viva.
In conclusione I giorni di vetro lascia una traccia nella ‘memoria letteraria’ di chi lo legge ed è senza alcun dubbio uno dei migliori romanzi italiani degli ultimi anni.
Cristiana Buccarelli
Cristiana Buccarelli è una scrittrice di Vibo Valentia e vive a Napoli. È dottore di ricerca in Storia del diritto romano. Ha vinto nel 2012 la XXXVIII edizione del Premio internazionale di Poesia e letteratura ‘Nuove lettere’ presso l’Istituto italiano di cultura di Napoli. Ha pubblicato la raccolta di racconti Gli spazi invisibili (La Quercia editore) nel 2015, il romanzo Il punto Zenit (La Quercia editore) nel 2017 ed Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) nel 2019. Con Eco del Mediterraneo (IOD Edizioni) ha vinto per la narrativa edita la V edizione del Premio Melissa Cultura 2020 e la IV edizione Premio Internazionale Castrovillari Città Cultura 2020. Nel 2021 ha pubblicato il suo primo romanzo storico I falò nel bosco (IOD Edizioni), col quale ha vinto per la narrativa edita la XVI edizione del Concorso letterario Internazionale Città di Cosenza 2024. Nel 2023 ha pubblicato il romanzo Un tempo di mezzo secolo (IOD Edizioni), finalista per la narrativa all’XI edizione del Premio L’IGUANA- Anna Maria Ortese 2024. Nel 2025 ha pubblicato Taccuini di viaggio (Cervino Edizioni 2025). Collabora con la rivista letteraria Il Randagio.
«La gente ha smesso di pensare, di provare emozioni, di interessarsi alle cose: nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità.»
Con questa sentenza, che ha il timbro di un verdetto più che di uno sfogo, Revolutionary Road di Richard Yates si configura come un dispositivo di smascheramento. Non è tanto una narrazione quanto una dissezione. La realtà che i personaggi abitano non è falsificata ma addomesticata, resa tollerabile attraverso una continua opera di attenuazione. Ognuno costruisce una versione più sopportabile della propria esistenza perché la verità, quando affiora, risulta sconveniente, quasi indecorosa. Occorre quindi reggere la facciata, levigare il fallimento, ricondurre l’informe entro i margini del dicibile. In questo lavoro incessante di accomodamento intercettiamo il nucleo inquieto della middle class americana, non una società ipocrita ma un collettivo perfettamente addestrato a credere alle proprie illusioni.
Frank e April Wheeler si muovono all’interno di questo spazio come due presenze solo in apparenza solidali: non stanno insieme quanto piuttosto tengono insieme un equilibrio precario, una tregua tra loro continuamente negoziata. Quando la superficie si incrina, il loro rapporto rivela la propria natura più autentica: un confronto strategico, quasi un duello regolato da astuzie laterali, avanzate e ripiegamenti. La lite non è deragliamento ma forma, un linguaggio codificato attraverso cui ciascuno tenta di imporre la propria versione della realtà, andando a colpire l’altro dove fa più male. In questo gioco sottile ciò che li tiene uniti coincide esattamente con ciò che li consuma, una dipendenza reciproca, nutrita di disprezzo e sfiducia, che sostituisce col tempo ogni residuo di realtà affettiva.
La casa stessa nelle Revolutionary Hills, marginale rispetto all’ordine rassicurante della lottizzazione, sembra inizialmente promettere uno scarto, una possibile deviazione dalla norma. E tuttavia la grande finestra che la definisce ne tradisce fin da subito l’ambiguità: non protegge ma espone, non separa ma riflette, non custodisce il sogno ma lo sottopone a verifica continua. Qui si condensa una delle intuizioni più sottili di Yates sull’America degli Anni Cinquanta: l’impossibilità del rifugio. Ciò che dovrebbe preservare diventa invece superficie di esposizione, luogo in cui l’illusione vacilla sotto il peso del reale.
Analoga funzione simbolica assume il gesto ostinato di Frank che si accanisce a sistemare il sentiero verso la casa, nel tentativo di renderlo conforme agli standard del quartiere. Quel lavoro faticoso e inconcludente, su una materia refrattaria a ogni ordine, si configura come una perfetta allegoria della sua esistenza: uno sforzo continuo di aggiustamento che non mette mai in discussione la struttura di fondo. La sua vita, del resto, si rivela costruita non su un desiderio interno ma su una sequenza di atti dimostrativi: lavorare, sposarsi, avere figli, acquistare una casa. Ogni scelta risponde a un tribunale invisibile dinanzi al quale egli argomenta sé stesso. Non vive, giustifica la propria esistenza. E quando, per un istante, intravede la nudità di questo meccanismo, tutto gli appare «semplice e ridicolo»: non per intrinseca banalità ma per sopraggiunto svuotamento di senso. Nessuno lo ha costretto, ha collaborato lui stesso alla costruzione della propria gabbia. All’esterno, un lavoro che non conduce da nessuna parte; all’interno, un perimetro domestico da statuto.
È in questa frattura che si inserisce il sarcasmo di Yates mai dichiarato ma sottilmente operante. Non deride i suoi personaggi: li espone. Frank, con la sua eloquenza brillante e la capacità di costruire discorsi calibrati, diventa una figura esemplare: una brochure perfettamente redatta. Sa articolare ciò che è necessario, definire ciò che conta, ma solo entro uno spazio neutro, impersonale, che non lo coinvolge. La sua lucidità resta confinata nel linguaggio senza mai tradursi in scelta. In tal senso non è un ribelle fallito ma un prodotto compiuto del sistema che abita: qualcuno che ne ha interiorizzato le regole fino a coglierne il vuoto, senza riuscire a sottrarvisi. Perché poi se ci si sta così bene? La middle class, certo, promette sicurezza, ordine e riconoscimento, tuttavia il prezzo da pagare è la rinuncia al desiderio autentico, la paura della deviazione, una vita vissuta per procura.
Attorno a lui si dispiega una società che Yates tratteggia senza deformazioni caricaturali e, proprio per questo, tanto più perturbante: un organismo ordinato, composto da individui intercambiabili, gesti prevedibili, aspirazioni ridotte a modelli. Non si tratta di una massa inconsapevole ma di una coscienza intermittente: intravede il vuoto e subito se ne ritrae. Non si cerca una vita più vera ma una vita più gestibile, meno esposta, meno rischiosa. Il conformismo non è imposto: è desiderato. In questo contesto, eloquenza, arguzia, battuta pronta e pettegolezzo diventano valuta sociale. Saper parlare fa apparire consapevoli; avere epigrammi pronti equivale a sembrare profondi. La parola non rivela, sostituisce.
In questo contesto April si impone come elemento dissonante non tanto per superiorità morale quanto per irriducibilità alla finzione. La sua proposta di trasferirsi in Europa non introduce semplicemente un’alternativa ma una diversa idea di rivoluzione: non migliorare la propria posizione nel sistema ma trasformare la vita stessa. Se Frank aspira al riconoscimento senza perdita, April appare disposta a mettere in gioco ogni stabilità pur di inseguire una coerenza esistenziale. Non è un personaggio ma una forza che rifiuta, smaschera, spinge oltre. La sua lucidità emerge con violenza nelle lettere che scrive e distrugge dove affiora una verità che non riesce a sostenere nel rapporto: non l’amore ma una «morbosa dipendenza della reciproca debolezza». L’errore originario non è Frank ma lo sguardo con cui lo ha investito di significato. Non c’è inganno unilaterale: entrambi imparano a dire ciò che l’altro vuole sentire. È qui che nasce la trappola. La finzione, da gioco reversibile, diventa struttura, poi identità. E fermarsi significherebbe riconoscere, senza attenuanti, il proprio autoinganno. April tuttavia ci riserverà un coup de théâtre…
Il loro conflitto non oppone semplicemente due caratteri ma due logiche incompatibili: da un lato l’adattamento intelligente, dall’altro un’esigenza a lungo desiderata di veridicità che non tollera mediazioni. Ed è proprio in questa inconciliabilità che il romanzo trova la propria zona più rivelatrice poiché nessuna delle due prospettive viene pienamente riscattata. La rivoluzione, suggerisce Yates con sottile ironia, si configura spesso come una narrazione compensatoria: un modo per differire la resa o per nobilitare il compromesso.
Emblematica in tal senso è la figura del figlio della signora Givings, una vicina, liquidato come folle ma proprio per questo capace di una parola pura. La sua voce introduce una dissonanza decisiva, portando alla luce una verità che gli altri, quelli delle Hills, evitano: ammettere il vuoto richiede coraggio ma riconoscere la disperazione che lo abita implica un passaggio ulteriore, quasi insostenibile. È una soglia che pochi attraversano e che, una volta oltrepassata, difficilmente consente ritorni. E tuttavia, a quella verità si reagisce come sempre: tornando all’ordine, al conforto domestico, al rito sociale che riassorbe ogni incrinatura. I bicchieri si riempiono, le parole si distendono e il vuoto torna a tacere. Mentre chi è sempre stata ritenuta un soprammobile vede la polvere che la soffoca…
È alla stessa signora Givings, del resto, che si deve la formulazione più limpida della filosofia implicita di questa comunità, un mondo che aspira all’immobilità, che rivendica continuità e stabilità, che chiede ostinatamente che la realtà resti riconoscibile anche quando è insoddisfacente: «perché cambiava sempre tutto quando l’unica cosa che si desiderava, l’unica cosa che si era mai chiesta umilmente a Dio o a chi per lui, era che certe cose potessero restare immutate».
La scrittura di Yates accompagna, con apparente neutralità, lo smascheramento di questo maquillage di questo vivere per dimostrare. La prosa, priva di compiacimenti, si sottrae a ogni enfasi per aderire con esattezza al dato, lasciando emergere, senza mediazioni, le crepe della quotidianità. È un realismo che non si limita a rappresentare ma disvela, non interpreta ma espone, e in cui si avverte una serietà radicale nei confronti dell’essere umano, capace di tradursi in intuizioni tanto più sconvolgenti quanto più prive di filtro.
Qui si annida l’aspetto più provocatorio di Revolutionary Road, pubblicato nel 1961 e oggi riproposto da minimum fax in una nuova ristampa nella storica traduzione, rivista, di Adriana Dell’Orto: nella sua capacità di avvicinarci così tanto ai dettagli della vita da renderli riconoscibili e, al tempo stesso, di mantenerci a una distanza sufficiente da consentire il giudizio. Una distanza che genera un sollievo ambiguo: quello di potersi credere estranei a ciò che si osserva. E tuttavia questa illusione si incrina se si presta attenzione persino a un dettaglio apparentemente marginale: i Wheeler, da wheel, ruota, sembrano inscritti fin dall’origine in un movimento circolare, reiterato, senza progresso reale. Non avanzano, girano, ripetono, correggono, variano senza mai uscire dalla traiettoria che li riporta al punto di partenza, fino a quando April non ne interrompe brutalmente il meccanismo. In questa circolarità si consuma il loro destino: non una caduta improvvisa ma una rotazione continua, silenziosa. E allora il sollievo iniziale si rovescia. Ciò che credevamo distante si rivela, con inquietante precisione, una possibilità che ci riguarda. Forse Yates ha sempre immaginato i suoi lettori dirsi: non vogliamo essere come i Wheeler. Salvo poi scoprire che lo siamo già stati e che rischiamo di diventarlo ancora, ogni volta che scegliamo la adamantina continuità al posto della bruciante verità.
Claudio Musso
Claudio Musso: vive e respira Torino, condividendo qualche gene con la dea Partenope. Di formazione umanistica, è grande appassionato di germanistica, di storia e di identità, oltre che di opera lirica, teatro ed esperienze enogastronomiche italiane, intese come narrazioni culturali prima ancora che sensoriali. Di giorno si occupa di risorse umane, la sera di quelle librose. Convinto che non siamo noi a leggere i libri, ma che siano i libri a leggere noi – intercettando urgenze e possibilità del momento –, randagia da queste parti con impressioni ed espressioni di lettura che non vede l’ora di condividere. Onnivoro per natura, ma intollerante al glutine e alle mode del momento, vive di nicchie e di riserbo e collabora con riviste letterarie e le loro anime belle. Papà di Nadir, il suo gatto, non riesce a prendersi sul serio per più di cinque minuti, invitando chi legge a guardarsi sempre con occhi nuovi.
Il sogno americano, così lucente e perfetto, esiste davvero? La domanda che Sarah Jaffe, giornalista ebrea statunitense, solleva nel suo “Dalle ceneri“, in uno spazio tra saggistica e narrativa, ci riguarda da vicino, essendo noi europei coinvolti nelle stesse problematiche.
Tra colonizzazione e decolonizzazione, globalizzazione e deglobalizzazione, non è difficile rendersi conto che la nostra società non avanza in un lento movimento verso il bene, verso la realizzazione dello Spirito Assoluto. In particolare, l’America, il neues Land di Goethe del suo Guglielmo Meister, la terra vergine, doveva essere il luogo dove l’uomo sarebbe stato d’aiuto all’altro uomo, non si sarebbe ridotto a merce e si sarebbe finalmente realizzata la giustizia sociale. Ma è andata davvero così?
La way of life americana, lo stile di vita del Nuovo Mondo ci ha sedotto, ci siamo lasciati travolgere dal sistema capitalistico, un modello di vita incentrato sul consumismo, la competizione e l’individualismo. Questo stile di vita seduce l’individuo con l’illusione di libertà e successo, ma in realtà impone una conformità a un sistema che lo spinge a essere un ingranaggio in un grande marchingegno globale. La promessa di realizzare il sogno americano, in cui ogni persona può diventare ciò che desidera attraverso il duro lavoro, nasconde una realtà in cui l’individuo è costretto a diventare parte di un sistema che lo sfrutta, in cui è costretto ad abbandonare la propria umanità per diventare consumatore, lavoratore e produttore, senza possibilità di autonomia o di critica.
È proprio questo che Sarah Jaffe ci racconta con una visione acuta e, allo stesso tempo, dolorosa ed accorata della storia di un mondo globalizzato in nome del capitalismo. Una Storia che da giornalista conosce bene, perché vissuta attraverso l’esperienza diretta dei fatti raccontati. In particolare, quella globalizzazione che sta alla base dell’impoverimento della classe operaia americana che ha prodotto realtà come Detroit in Michigan, che perde le sue industrie automobilistiche; Cleveland e Youngstown in Ohio ed in Kentucky che vedono una forte riduzione dell’industria siderurgica e sempre automobilistica, ecc… Ricche regioni industriali che il capitale decide di abbandonare per andare a produrre in paesi dove la forza lavoro costa meno, provocando come contraccolpo l’impoverimento della popolazione locale. Le condizioni di povertà in questi Stati sono estremamente gravi. Gli operai che hanno perso il lavoro spesso non hanno ricevuto alcun sussidio. A ciò si aggiungano le crisi scatenate dal virus COVID-19 e i disastri rivenienti dal cambiamento climatico, dove lo Stato è sempre meno presente e gli aiuti vengono spesso destinati a chi già gode di condizioni di vita migliori. E, per finire questo quadro desolante, le guerre e le politiche dell’amministrazione Trump che stanno incidendo profondamente sulle condizioni di vita dei lavoratori.
Relativamente al cambiamento climatico, com’è noto, viviamo nell’era geologica definita da alcuni dell’Antropocene, un’epoca in cui il pianeta è stato sfruttato e depauperato dall’azione umana, immaginando la natura come fonte inesauribile. La Jaffe cita Jason W. Moore, autore di Capitalism in the Web of Life – Ecology and the Accumulation of Capital, che, insieme ad altri pensatori, propone il termine di Capitalocene. La radice anthropos di “Antropocene” indicherebbe che tutti gli esseri umani sono responsabili del cambiamento climatico. Tuttavia, tutte le forme di sfruttamento del pianeta sono state destinate a sostenere il processo di accumulazione di capitale nelle mani di pochi, mentre il resto della popolazione veniva ridotta a manodopera intercambiabile. Moore individua l’inizio di questo processo nel ‘400, con l’arrivo di Colombo, che rivendicò il possesso delle nuove terre, trattando i popoli che le abitavano come inferiori. La natura veniva considerata un dono gratuito. Lo sfruttamento, ovvero il prendere più di quanto si restituisce, viene minimizzato. Moore lo definisce come un processo che crea una divisione tra un noi e un loro, tra padroni e sfruttati.
Oggi, travestiamo il capitalismo di democrazia liberale e ci convinciamo che la libertà dell’individuo abbia bisogno di entrambi per realizzarsi. È proprio nell’eccesso di fiducia in noi stessi che si oltrepassano i confini morali, sociali e legali.
Il capitalismo esalta la hybris e trasforma l’intelletto in uno strumento per dominare, creando il monolite di 2001 Odissea nello spazio. Nasce l’età della tecnica, un nuovoinizio. La hybris alimenta il costante impulso al dominio e all’accumulo. Quanto all’intelletto, ci troviamo di fronte a due possibilità: vogliamo usarlo come via per la riflessione e la comprensione, alla ricerca di un equilibrio, o come strumento per manipolare e trasformare il mondo, dove prevale una razionalità strumentale che ignora i veri valori dell’umano?
Nell’affanno verso il progresso cogliamo come Sarah Jaffe comprenda che le colonne portanti dello Stato etico e dell’essere al servizio del Bene comune, vengano minate. Tende a prevalere un comportamento che favorisce i propri clienti. Uno spettro si aggira per l’Europa è l’incipit del Manifesto di Marx ed Engels e China Miéville, scrittore bitannico, noto per il suo impegno politico esplicito e per il suo interesse verso il marxismo e la critica del capitalismo, scrive che “Marx ed Engels si crogiolano in quel presagio di spettralità invocata, in quel lusinghiero conferire al comunismo poteri spaventosi. Lo spettro del manifesto non è un fantasma del passato ma un barlume del futuro che aleggia oltre il nostro sguardo e ci punzecchia e ci sfida”. Marx analitico e razionale incoraggiava la critica a tutto l’esistente e tuttavia aveva chiaro che l’irrazionale è sempre presente nelle nostre scelte e nelle nostre azioni. E’ un sistema che ci impone di lavorare per ottenere il denaro utile a comprare l’essenziale per sopravvivere. Cerca anche di spremerci e di pagarci sempre di meno e prepararci al fatto che saremo facilmente sostituibili con un robot. La grande invenzione è il capitale umano, e, in un mondo della sicurezza e delle garanzie, anche la morte può avere il suo aspetto finanziariamente utile. Le assicurazioni ci garantiscono, ma saremo liquidati in base a quanto ognuno di noi ha prodotto, in quanto ha e non per ciò che è, non la vita in sé ha un valore assoluto, ma i parametri sociali, economici e finanziari ne determineranno il valore. In poche e semplici parole: più possiedi, più paghi e più sarai soddisfatto e gratificato, ma post mortem.
In definitiva, la democrazia liberale e l’esasperato individualismo possono essere tra le cause indirette della cultura woke, in quanto entrambi promuovono il riconoscimento e la valorizzazione dell’individuo e della sua identità. La cultura woke nasce come risposta a una visione del mondo che non ha completamente affrontato e risolto le disuguaglianze strutturali e le contraddizioni interne della democrazia liberale. La democrazia liberale pone l’accento sulla libertà formale e sull’uguaglianza dei diritti senza raggiungerli anzi scavandone le differenze, la cultura woke si concentra sul riconoscimento delle disuguaglianze sostanziali, cercando di affrontare le forme di oppressione che persistono nel tessuto sociale nonostante i diritti civili universali. La crescente consapevolezza delle disuguaglianze strutturali si estendono a quelle razziali, di genere, orientamento sessuale, classe sociale, nient’altro che una reazione ai fallimenti della democrazia liberale nel garantire l’uguaglianza sostanziale per tutti i cittadini.
Dobbiamo ripartire da La fine della Storia diFukuyama, che con presunzione vedrebbe nel sistema della democrazia liberale la realizzazione dello Spirito Assoluto, dopo il crollo del sistema socialista, affermazione pensata con ironia!
Analizzare quanto accaduto richiede un’attenta riflessione sul metodo e sul linguaggio. Dobbiamo pensare ai valori e agli aspetti positivi che il nostro mondo morale sa riconoscere. Il simbolo del Giano bifronte, di origine italica, può aiutarci. Le sue due facce, una rivolta verso il passato, esperienza e memoria e l’altra verso il futuro, previsione e potenzialità, ci ricordano di non dimenticare mai il passato, ma di ripulirlo dalle scorie che lo ricoprono, affinché il futuro possa riproporsi in modo nuovo. Poniamoci delle domande: le ideologie che ci hanno attraversato cosa ci hanno insegnato? Dobbiamo condannare e rifiutare tutto? Dopo la great illusion, quella convinzione che la cooperazione economica avrebbe evitato le guerre, abbiamo riscoperto il sentimento di appartenenza, le etnie, un modo di relazionarci che si radica nei suoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamo i piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. Un modo di relazionarsi che affonda le radici neisuoli, nelle acque e negli ambienti su cui poggiamoi piedi. Essere nativi è una consapevolezza innata che scaturisce dal nostro essere. I sistemi di conoscenza si trovano nel linguaggio, nei legami di parentela, nelle tradizioni e qui sembra emergere un concetto ebraico che si pone quasi come l’opposto dell’essere nativi: quello di doikayt – l’essere qui. Una parola yiddish che racchiude un principio della diaspora, secondo il quale il luogo in cui ci troviamo, dove lavoriamo diventa la nostra casa, ed è lì che lottiamo insieme agli altri per la nostra vita. Questo concetto si oppone al sionismo, rifiutando l’idea che la sicurezza degli ebrei possa derivare dalla creazione di uno Stato proprio, con muri ed esercito. Te ne vai dunque laggiù? – come sarai lontano! – Lontano da dove? È la storiella ebraica, raccontata da Saint-Exupéry, che racchiude la condizione dell’ebreo errante e riassume in sé la condizione dell’uomo di tutti i tempi: un uomo è felice se sente di appartenere a qualcosa che va oltre i confini fisici e politici. Non è la terra in sé a definirci, ma il legame che abbiamo con essa, con gli altri, con le storie che ci uniscono. L’appartenenza non è un luogo da possedere, ma una condizione che ci connette con il mondo, con gli altri esseri umani, con la nostra umanità condivisa. È questo, forse, il vero senso della casa, che non è una questione di confini, ma di relazioni e di cura. In un mondo sempre più frammentato, il desiderio di appartenenza può essere l’ancora che ci trattiene all’essenziale, mentre la ricerca di un posto nel mondo rimane una costante della nostra esistenza.
La solastalgiaci affligge quando il senso endemico di appartenenza a un luogo viene violato. In modo sottile, Sarah Jaffe fa uso della parola cura. Le persone hanno bisogno di sostegno, di attenzione. L’ambiente e la natura sono nostri, ci appartengono, e spetta a noi vivere e salvarci insieme. L’Uomo e la Natura, l’umanità e il suo dominio sul mondo, sono temi che Sarah Jaffe esplora con grande attenzione. Gli esseri umani sono stati storicamente considerati i signori e padroni della natura, una visione che includeva anche donne, neri, nativi, e chiunque fosse considerato diverso o inferiore. Il capitalismo è, però, per sua natura razziale, divide i gruppi in base a caratteristiche fisiche, etniche o culturali, di genere, globale e in continua espansione.
In sostanza, i fenomeni dell’alienazione nella guerra e quella nel capitalismo consumista possono essere visti come due facce della stessa medaglia. Entrambi riducono l’individuo a un oggetto da utilizzare, e la cultura popolare e i media sono il terreno dove queste dinamiche si manifestano e si legittimano.
Un giudizio semplice e personale.
Ci viene restituita l’immagine di un sottobosco sociale, le classi subalterne degli homeless, di chi ha perso il lavoro, degli immigrati e dei tossicodipendenti a cui la nostra informazione dà poca attenzione. I media sembrano ignorare quanto certe problematiche siano presenti. Il socialismo è stato sconfitto e la democrazia liberale dichiara la fine della Storia, ogni impero immagina di portare a compimento la Storia, ma solo perché ignora che la vita è un continuo fluire in eterni corsi e ricorsi, anche zoroastriani di un alternarsi di bene e male, nella piena consapevolezza di coscienza e libero arbitrio e sempre nell’armonia del tutto. Un’etica pratica in cui la vita è improntata alla rettitudine, alla cura della natura, al lavoro attivo e alla carità. Un mondo ancora lontano dalla tecnologia, ma che la tecnologia non può ignorare e semplicemente perché essa non può essere un legame comunitario se non lo accompagniamo alla cura, all’amore e all’attenzione per l’altro. L‘eschaton di cui parla Peter Thiel, cofondatore e presidente di Palantir Technologies impossessandosi di un linguaggio religioso, inteso come la fine dei tempi, non rappresenta, però, una conclusione autentica e salvifica, ma una catastrofe imminente che deve essere fermata prima che si realizzi. In questo contesto, la tecnologia diventa uno strumento nelle mani del potere per prevenire tale esito. Ma la domanda che ci resta è: sarà la tecnologia al servizio dell’umanità, o continuerà a servire solo gli interessi di pochi?
Il titolo originario del libro è Necessary Trouble (Problema necessario) che è stato tradotto con l’espressione Dalle ceneri, non è solo una risposta alla morte fisica ma un lutto collettivo, politico ed economico, che nasce dalla consapevolezza delle disuguaglianze strutturali e delle illusioni infrante nel contesto del capitalismo e della globalizzazione. Jaffe ci invita a riflettere su queste perdite e a riconoscere che il vero dolore deriva non solo dalla morte fisica, ma dalla morte simbolica di ciò che avevamo sperato sarebbe stato un futuro migliore. Il titolo italiano, Dalle ceneri, è una connotazione simbolica che assume una profondità che si collega alla possibilità di rinascita e di speranza, la fenice rinascerà dalle ceneri, da un processo doloroso ad un risveglio necessario.
Sarà questo il senso di tutto ciò che sta accadendo?
Maurizia Maiano*
*Maurizia Maiano: Sono nata nella seconda metà del secolo scorso e appartengo al Sud di questa bellissima Italia, ad una cittadina sul Golfo di Squillace, Catanzaro Lido. Ho frequentato una scuola cattolica e poi il Liceo Classico Galluppi che ha ospitato Luigi Settembrini, che aveva vinto la cattedra di eloquenza, fu poeta e scrittore, liberale e patriota. Ho studiato alla Sapienza di Roma Lingua e letteratura tedesca. Ho soggiornato per due anni in Austria dove abitavo tra Krems sul Danubio e Vienna, grazie a una borsa di studio del Ministero degli Esteri per lo svolgimento della mia tesi di laurea su Hermann Bahr e la fin de siècle a Vienna. Dopo la laurea ritorno in Calabria ed inizio ad insegnare nei licei linguistici, prima quello privato a Vibo Valentia e poi quelli statali. La Scuola è stato il mio luogo ideale, ho realizzato progetti Socrates, Comenius e partecipato ad Erasmus. Ho seguito nel 2023 il corso di Geopolitica della scuola di Limes diretta da Lucio Caracciolo. Leggo e, se mi sento ispirata e il libro mi parla, cerco di raccogliere i miei pensieri e raccontarli.
A differenza di Elena, “donna del patriarcato” legata allo status dei suoi uomini, Clitemnestra incarna l’ultimo baluardo di una società matriarcale pre-omerica. La sua vicenda non è solo un dramma di sangue, ma lo scontro tra due modelli civili. Le radici del suo odio affondano nell’atroce genealogia degli Atridi: la faida cannibale tra Atreo e Tieste e l’incesto da cui nacque Egisto, l’amante complice che cerca vendetta per i fratelli trucidati.
L’assassinio di Agamennone è una doppia rivalsa: Egisto colpisce il figlio di colui che distrusse la sua famiglia; Clitemnestra vendica il sacrificio della figlia Ifigenia. Mentre l’etica eroica giustifica il re che antepone il potere alla paternità, la regina viene condannata. Clitemnestra prova a spezzare la catena della violenza invocando la pietà, ma le sue rimangono “parole di donna” inascoltate.
Il matricidio di Oreste segna il passaggio definitivo al diritto patriarcale. Nel processo all’Areopago, il conflitto è teologico: le Erinni, divinità ctonie protettrici del sangue materno, soccombono davanti ad Apollo e Atena. L’assoluzione di Oreste, decretata da una dea “nata senza madre”, sancisce il primato del padre e trasforma le antiche furie nelle mansuete Eumenidi.
Clitemnestra resta così vittima di un doppio standard: ad Agamennone sono concessi concubine e infanticidi in nome del kleos; a lei, che uccide per amore filiale e non per odio verso la prole (a differenza di Medea), spetta solo l’infamia eterna.
Chantal Fantuzzi*
Chantal Fantuzzi: docente di greco, latino, lettere, storia e filosofia. Autrice di svariati saggi storici, collabora con Rai 3 e Rai Storia alla trasmissione “Passato Presente” di Paolo Mieli.